Aldo aveva salutata la signora Camilla con un muto inchino, ma anche
con una confusione più eloquente di qualsivoglia discorso. La signora
Camilla, dal canto suo, fin dalle prime parole di Elena, aveva
mormorato quel certo «_ah sì?_» mezzo interrogativo e mezzo sbrigativo,
con cui se la cava chi non ha da dir nulla e vuole tuttavia aver l’aria
di dire qualche cosa.
Intanto il signor Gerardo e il Roberti avevano cominciato a
chiacchierare tra loro. Il commendatore Vezzosi era felice di aver
trovato un presidente gran croce, in mancanza dei due ministri, che non
si erano ancora lasciati vedere in Valdinievole. Cinque minuti dopo,
il presidente Roberti, seduto presso la tavola dei Vezzosi, aveva già
bevuto due bicchieri dell’acqua salutare e sorbito un discorso politico
del commendatore Gerardo.
La signora Camilla, ultima arrivata a Montecatini, accettava di buon
grado gli uffici del cavaliere Sestavalle. Il vecchio Alcibiade s’era
tramutato nel più compiacente dei Ciceroni, e le andava sciorinando
i nomi di tutte le signore che passavano a mano a mano lungo il viale
d’entrata. La rassegna del Sestavalle comprendeva contesse veneziane,
marchese fiorentine, duchesse napolitane, principesse greche,
moldovalacche e via discorrendo. Perchè c’era di tutto laggiù, e il
cavaliere Sestavalle era già informato di tutto.
Aldo De Rossi, presa di fianco alle dame una posizione modesta, ma
buona, come tutte le posizioni modeste, sorrideva col sommo delle
labbra alla signora Elena, ogni qual volta essa gli volgesse il
discorso; ma intanto era tutt’occhi per la signora Camilla. Felice
quando ne incontrava lo sguardo! Ma erano istanti brevissimi; lo
sguardo della signora Camilla passava, e la bellissima donna aveva
l’aria di non essersi neanche avveduta delle sue contemplazioni.
Poco stante, le signore si mossero, per fare un giro nello
stabilimento. Si sentivano dal fondo gli accordi d’un concertino di
pianoforte e di flauto, musica improvvisata da suonatori girovaghi,
che volevano parere artisti di passaggio, e la signora Elena propose di
andare nella sala del concerto. Intanto la signora Camilla, che veniva
per la prima volta a Montecatini, doveva conoscere in ogni sua parte lo
stabilimento del Tettuccio, vedere la fonte, il giardino e il _bazar_.
Mercè una sapientissima mossa strategica, Aldo De Rossi aveva ottenuto
di trovarsi al fianco della signora Camilla, cacciandone il Sestavalle,
che dovette appoggiare a sinistra, verso la signora Elena Vezzosi. E
perchè lungo il viale, in mezzo al viavai della gente, non si poteva
marciare per quattro, ne venne che la fronte si spezzò subito in due.
La signora Elena andò innanzi con l’Alcibiade; il presidente gran croce
e il commendatore Gerardo venivano indietro, con una gravità degna di
loro: Aldo e Camilla si trovavano soli nel mezzo.
— Che fortuna per me, signora! — disse Aldo in modo da non essere udito
dalla prima, nè dalla terza fila.
— Fortuna! Di che? — esclamò la signora Camilla.
— Ma.... di avervi incontrata; — rispose il De Rossi. —
La signora Camilla si volse a mezzo e lo guardò co’ suoi begli occhi
neri, in atto di curiosità, mentre le labbra vermiglie s’increspavano
ad un risolino sarcastico.
— O non lo sapevate, di dovermi incontrare? — gli chiese. —
Aldo rimase un po’ sconcertato da quella domanda e dall’espressione di
quel sorriso. Tuttavia volle provarsi a rispondere.
— Anche a saperlo prima, sarebbe sempre una fortuna; — diss’egli. — Non
potevate avere mutato opinione?
— Ah, bene! — esclamò la signora Camilla. — Voi mi fate molto volubile,
signor De Rossi! Ma badate, nel caso presente l’accusa non verrebbe a
me, sibbene a mio zio. Vi ha proprio l’aria di un uomo volubile? —
Aldo De Rossi era lì per rispondere qualche altra sciocchezza;
ma proprio in quel punto il fermarsi improvviso della prima fila
richiamava ad altro argomento l’attenzione della signora Camilla.
Un nuovo venuto salutava la signora Elena indi si volgeva con atto
ossequioso alla compagnia. Il nuovo venuto era il contino Anselmi,
sempre elegante, sempre gaio, sempre contento di sè, quantunque non
fosse poi tanto imbecille, come qualche volta gli piaceva di chiamarsi,
per antivenire il giudizio de’ suoi contemporanei.
Le tre file si erano tramutate in un crocchio. E il commendatore
Gerardo aveva presentato il contino Anselmi al presidente gran croce.
— Non è necessario: — disse il presidente. — Col signor conte ci
conosciamo da un pezzo. —
Così dicendo, stendeva la mano, che il contino Anselmi fu pronto
a stringere, non senza un atto del capo, che faceva fede della sua
reverenza e della sua gratitudine.
— Quantunque, — entrò a dire la signora Camilla, che aveva già ricevuti
gli omaggi del nuovo venuto, — sarebbe quasi necessario di rinnovare la
presentazione.
— Perchè mi si vede di rado? — chiese l’Anselmi ridendo e inchinandosi
di bel nuovo. — Ma la colpa non è mia.
— Stiamo a vedere che è nostra! — ribattè la signora Camilla.
— Per l’appunto, — replicò l’Anselmi, — e si vede che le vostre labbra,
o signora, hanno l’uso delle verità. Conosco due virtù che stanno ad
alloggio nella medesima casa; la grazia e la giustizia; — soggiunse
amabilmente il contino, accompagnando i due sostantivi con due guardate
consecutive alla signora Rivanera ed al presidente Roberti. — Con che
coraggio ci entrerebbe la mia dappocaggine?
— Ecco un pretesto che vuol parere un complimento; — notò la signora
Camilla. — Lo accetteremo per un complimento, zio?
— Oh, ve ne prego, signora; — gridò il contino Anselmi; — non
interrogate il magistrato. Egli mi condannerebbe. —
Il presidente gran croce, chiamato in causa a quel modo, reputò
necessario di fingere altrettanta gravità, quanta era stata nel contino
Anselmi la finzione dello spavento.
— Forse perchè vi sentite colpevole? — diss’egli. — Ma badate, signor
conte; io non fo più sentenze da molti anni. L’ultimo uffizio che ho
tenuto, è stato quello di cassare le sentenze degli altri, quando mi
accadeva di ritrovarci un vizio di forma. Se mia nipote vi condannasse,
vedrei....
— E cassereste la sua sentenza per vizio di forma? Meno male; — replicò
l’Anselmi. — Ma io, ringraziando Vostra Eccellenza, non approfitterò
della cortesia. Per una sentenza della signora Camilla io non ricorrerò
mai in cassazione; foss’anche una sentenza di morte. —
Così chiacchieravano allegramente, andando a lenti passi verso la sala
del concerto. Intanto, il signor Aldo De Rossi era sulle spine.
— Che sciocchezze! — disse egli tra sè. — Non capisco come il
presidente ci trovi gusto. —
Se la pigliava col presidente, ma in fondo in fondo l’aveva con la
signora Camilla. E si doleva che quel perondino vanaglorioso fosse
venuto in mezzo con le sue ciance, per prendersi il primo posto. Ma
già, l’occasione è di chi si caccia avanti e sa afferrarla per il
ciuffo.
A farlo a posta, la signora Camilla non aveva occhi nè orecchi che per
il contino Anselmi; e questi, molto naturalmente, senza che Aldo De
Rossi potesse lagnarsene, prese il suo posto a fianco della signora.
Non doveva egli continuare una conversazione che ella mostrava di
gradire?
Sì, questo andava benissimo; il ragionamento non faceva una grinza e al
signor Aldo gli toccava di rassegnarsi. Solo una cosa non poteva mandar
giù; che la signora Camilla potesse dilettarsi di quelle ciarle senza
sugo, di quei complimenti smaccati, di quelle amplificazioni noiose.
Ma dobbiamo noi pensare in tutto e per tutto come il signor Aldo De
Rossi? E la signora Camilla non meritava in questo caso le circostanze
attenuanti? In società siamo tutti un po’ facili a giudicare secondo
il nostro tornaconto, e il non vedere che poi ci rende ingiusti con
gli altri. Ma se il signor Aldo non ci pensa, a queste cose, dobbiamo
pensarci noi; ricordare ad esempio che si era in viaggio, lontani da
casa, da tutte le cure e da tutte le serie occupazioni della vita. In
simili casi l’incontro di un grazioso cavaliere, d’un capo ameno, è
sempre una fortuna; ed è naturale che si faccia festa all’uomo che può
e vuole tenere allegra la compagnia. Gli uomini che ci hanno una spina
nel cuore farebbero bene a starsene a casa, o a viaggiare da soli.
E chi sa? Forse, viaggiando da soli, s’imbatterebbero in una società
nuova per essi, nella quale non avrebbero sopraccapi, e per la quale
sarebbero aiuti preziosi. Tanto è vero che nel mondo c’è posto per
tutti. L’essenziale è di trovare quel posto.
Forse ne aveva già fitto l’esperienza, il signor Aldo De Rossi, che si
trovava libero di cuore e franco di lingua presso la signora Vezzosi,
mentre era così triste e ingrugnato (diciamo pure la brutta parola)
presso la signora Camilla? Ora, nella battaglia della vita, chi ha la
mente serena è sicuro del fatto suo.
Bel ragionamento, del resto! Andatelo a fare a chi soffre. Ogni nato
di donna ha da seguire il suo fato. E il fato moderno, più vero
dell’antico, è costituito da tante piccole cause inavvertite, che
vi fanno rete intorno alla persona e vi trascinano di concessione in
concessione, di debolezza in debolezza, agitandovi di qua e di là come
il vento la piuma. E guai a chi è leggiero com’essa; guai a chi non ha
un bricciolo di volontà, per resistere in qualche modo e sottrarre una
parte di sè medesimo all’azione combinata delle piccole cause!
Intanto, il nostro Aldo si foggiava i proprii mali. Già se li vedeva
compendiati in quel principio di sofferenze, come una commedia antica
nell’argomento di cui l’hanno provveduta i grammatici. Era, lui,
proprio lui, che col suo tirarsi in disparte, col suo metter broncio,
rendeva possibile il peggio.
E pensare che quella mattina egli era tanto felice! E i giorni
addietro, che ansietà fanciullesca, ma piacevole, ad aspettare l’arrivo
della signora! Confuso tra quella moltitudine elegante che si accalcava
ad ogni arrivo di treno sull’asfalto della stazione di Montecatini, per
veder giungere i nuovi compagni di cura, egli aveva finalmente veduto
scendere da una carrozza di prima classe il presidente Roberti e la
sua bella nipote. Non si era fatto avanti, volendo assaporare la sua
gioia, e procurarsi il piacere di dire più tardi alla signora Camilla:
— Sapete? Io ero là. Avevate un cappellino così e così, con un velo
del tal colore, una cappa, o una mantellina del tal altro. — E fuori
della stazione l’aveva pedinata fino all’albergo della Pace, dove egli
stesso era sceso due giorni prima ad alloggio in compagnia dei Vezzosi.
E quella sera, scambio di andare al Casino, che era il luogo di ritrovo
della buona compagnia, era stato a piuolo sotto le mura dell’«albergo
avventurato», che egli, con le parole del Giusti, aveva cantato a
mezza voce «soave asilo di gioia e piacer.» E più tardi, esciti i
Vezzosi dal Casino, aveva data la lieta notizia alla signora Elena,
prima di augurarle la buona notte. Lieta notizia per lui, si capisce;
e poco gl’importava che non fosse ugualmente lieta per lei. Anzi, a
dirvela schietta, non era stato neanche a pensarci su. Un uomo felice
crede che tutti debbano esser felici con lui, e per la stessa ragione.
Quella notte aveva dormito poco. Alla mattina, per tempissimo, era già
alzato, per far la ronda sotto certe finestre. Sapeva già, infatti, a
che numero alloggiava la signora Camilla. Poi, era andato al Tettuccio,
senza neanche aspettare i Vezzosi. In verità, dormivano troppo, i
suoi compagni di viaggio, e si sarebbe detto che fossero andati a
Montecatini, non già per far la cura delle acque, ma quella del sonno.
Eppure, quantunque non provassero le sue impazienze, i Vezzosi
erano giunti in tempo, cioè molto prima della signora Camilla, allo
stabilimento del Tettuccio. Segno evidente che aveva avuto torto lui
a non aspettarli, come nei giorni antecedenti. La signora Elena non
si era mica trattenuta dal dirglielo, con la sua aria maliziosa. — Che
fretta, stamane! — Ed egli, a quella osservazione, si era fatto rosso,
come un monelluccio colto in flagranti. Ma via, siamo giusti; poteva
egli operare diverso? Gl’innamorati son tutti così. Triste colui che
non li sente più, questi benedetti spasimi della passione! Egli potrà
benissimo vantarsi di aver girato il capo delle Tempeste; ma questa
cara filosofa non varrà a consolarlo dagli ardori svaniti.
Sebbene, un mio amico che la sa lunga.... Ma non facciamo digressioni.
È un amico che dice spesso le sue corbellerie, e qualche volta ne
scrive, che è peggio.
L’entrata della signora Rivanera nella _Kursaal_ (scusate il vocabolo
esotico, ma bisogna conformarsi all’uso e chiamare _Kursaal_ il
recinto delle acque salutari) aveva destato nella folla un movimento di
curiosità e di ammirazione; di curiosità nelle donne, di ammirazione
negli uomini. La bellezza non si mostra impunemente, neanche ad
un consesso di Areopagiti. Tutta quella gente seduta, o disposta
a capannelli lungo i viali, poteva contemplare a suo bell’agio la
nuova venuta, come mille spettatori contemplano una prima attrice
sul palcoscenico. L’effetto era stato grande, ed accompagnato da quel
bisbiglio, che vale per una bella signora come per la prima attrice
l’applauso. Ma in un paio d’occhi brillavano compendiate le ammirazioni
universali; in un cuore ardevano tutti gl’incensi che la moltitudine
degli ammiratori avrebbe potuto bruciare ai piedi di quella bellissima
sconosciuta. E come, in quel punto, la Valdinievole s’era illuminata
per esso! La _Kursaal_ del Tettuccio era da quel momento il centro
della terra, il nuovo meridiano, da cui Aldo De Rossi avrebbe misurate
le distanze. La signora Elena aveva veduta la Rivanera qualche momento
prima che la vedesse il Sestavalle; ma assai prima della signora Elena
l’aveva veduta Aldo De Rossi, e si può dire che la signora Elena
volgesse gli occhi all’ingresso dopo avere osservato un improvviso
scolorimento sul viso di lui. Non vi dirò (e se ve lo dicessi non
lo credereste) che la signora Elena fosse molto contenta di ciò. Una
bella donna non vede mai di buon occhio questi omaggi resi ad un’altra,
anche quando ella abbia conchiuso il patto che la signora Elena aveva
conchiuso, bontà sua, con Aldo De Rossi. Strano patto, del resto! E
la signora Vezzosi non ci aveva proprio un secondo fine, appiattato
negli abissi del cuore? Si sa, le donne si lasciano tentare dalle idee
bizzarre, e l’impossibile ha il privilegio di allettarle. Combattere,
rapire il cuore di un uomo al fascino che lo possiede, e poi.... E poi,
chi sa? Forse non sapere che farsene. Anche i bambini piangono e si
disperano per un giocattolo; quando son giunti ad averlo tra le mani,
lo spezzano.
Il cavaliere Sestavalle, Alcibiade primo, si era mosso per andare
incontro alla Rivanera e allo zio presidente gran croce. La signora
Camilla si era voltata, aveva visto Elena e si era affrettata ad
andare verso la tavola di marmo. Le due signore, che si salutavano
appena nella loro città natale, diventavano amiche alle acque. Ed era
naturale, perchè la comunanza del divertimento è più che bastante a
generare l’amicizia, o almeno almeno l’intimità. Aldo De Rossi era
a Montecatini insieme coi Vezzosi; poteva dunque ripromettersi di
vedere la signora Camilla ogni giorno ed ogni ora. E già il poveretto
assaporava le delizie di quel suo paradiso. Ma egli non aveva preveduto
ciò che avviene alle acque, dove l’intimità, facile per uno, è
ugualmente facile per molti. Per l’appunto, anche il contino Anselmi
si era fatto avanti; e non si era mica contentato di un saluto, di una
stretta di mano, e di quattro chiacchiere; no, si era ficcato in mezzo,
e di primo acchito aveva occupato il posto del signor Aldo presso la
signora Camilla. E lei, di schianto, gentilissima col contino Anselmi;
mentre con lui, col povero Aldo, si era tenuta in un riserbo direi quai
diplomatico.
Strana cosa! La Rivanera e l’Anselmi non si vedevano spesso. Il contino
aveva conosciuta la signora Camilla in una festa da ballo, come Aldo
De Rossi, ma, andato a farle visita, non c’era tornato che rarissime
volte, e poi non s’era più presentato affatto. E il De Rossi, che
vedeva tutto, non contava più l’Anselmi tra i rivali possibili. Ma
ecco, di punto in bianco, il presidente Roberti e la sua bella nipote
credevano necessario di rimproverare all’Anselmi la sua negligenza.
Che bisogno c’era di notare la cosa? Non era padrone il contino di
andare dove meglio voleva? E perchè dargli argomento d’insuperbirsi? di
sperare Dio sa che cosa? Perchè oramai, il contino Anselmi si sarebbe
fatto un dovere di piantarsi ai fianchi del presidente Roberti.
Queste cose non c’è mestieri di studiarle, si capiscono alla prima.
Un uomo vede una donna per un anno e per due, senza innamorarsene,
quantunque sia bellissima tra le belle. Ma dategli l’occasione, e
s’accenderà come un fiammifero.
O dove ci aveva la testa, il presidente gran croce? Ed era dunque
da credere che per piacere alle donne, per farsi ricercare da esse,
occorra di trattarle male? Aldo De Rossi ci pensò tutto il tempo che
rimase nella sala del concerto; e ci pensava ancora quando escirono
tutti dalla _Kursaal_, per ritornare all’albergo.
La strada non era breve; ma le due compagnie, liete di essersi
incontrate, non volevano separarsi. Perciò il commendatore Gerardo
propose, e gli altri accettarono, di fare la strada a piedi. In una
ventina di minuti si sarebbe giunti all’albergo. Lo stradone era
fiancheggiato da due filari d’alberi, e c’era ombra abbastanza. Del
resto, alle nove e mezzo del mattino i raggi del sole non iscottavano
ancora.
Capirete che il contino Anselmi era in vena di dirne e la signora
Rivanera di sentirne. Perciò andarono avanti, e Aldo stette indietro, a
udire il suono argentino delle risa di Camilla.
— Che avete? — gli disse la signora Elena, prendendo famigliarmente il
suo braccio.
— Io? Niente; — rispose egli, scuotendo la testa, come uno che si
svegli d’improvviso.
— Niente! — esclamò la signora Elena. — È troppo poco. —