VIII.

Aldo aveva salutata la signora Camilla con un muto inchino, ma anche

con una confusione più eloquente di qualsivoglia discorso. La signora

Camilla, dal canto suo, fin dalle prime parole di Elena, aveva

mormorato quel certo «_ah sì?_» mezzo interrogativo e mezzo sbrigativo,

con cui se la cava chi non ha da dir nulla e vuole tuttavia aver l’aria

di dire qualche cosa.

Intanto il signor Gerardo e il Roberti avevano cominciato a

chiacchierare tra loro. Il commendatore Vezzosi era felice di aver

trovato un presidente gran croce, in mancanza dei due ministri, che non

si erano ancora lasciati vedere in Valdinievole. Cinque minuti dopo,

il presidente Roberti, seduto presso la tavola dei Vezzosi, aveva già

bevuto due bicchieri dell’acqua salutare e sorbito un discorso politico

del commendatore Gerardo.

La signora Camilla, ultima arrivata a Montecatini, accettava di buon

grado gli uffici del cavaliere Sestavalle. Il vecchio Alcibiade s’era

tramutato nel più compiacente dei Ciceroni, e le andava sciorinando

i nomi di tutte le signore che passavano a mano a mano lungo il viale

d’entrata. La rassegna del Sestavalle comprendeva contesse veneziane,

marchese fiorentine, duchesse napolitane, principesse greche,

moldovalacche e via discorrendo. Perchè c’era di tutto laggiù, e il

cavaliere Sestavalle era già informato di tutto.

Aldo De Rossi, presa di fianco alle dame una posizione modesta, ma

buona, come tutte le posizioni modeste, sorrideva col sommo delle

labbra alla signora Elena, ogni qual volta essa gli volgesse il

discorso; ma intanto era tutt’occhi per la signora Camilla. Felice

quando ne incontrava lo sguardo! Ma erano istanti brevissimi; lo

sguardo della signora Camilla passava, e la bellissima donna aveva

l’aria di non essersi neanche avveduta delle sue contemplazioni.

Poco stante, le signore si mossero, per fare un giro nello

stabilimento. Si sentivano dal fondo gli accordi d’un concertino di

pianoforte e di flauto, musica improvvisata da suonatori girovaghi,

che volevano parere artisti di passaggio, e la signora Elena propose di

andare nella sala del concerto. Intanto la signora Camilla, che veniva

per la prima volta a Montecatini, doveva conoscere in ogni sua parte lo

stabilimento del Tettuccio, vedere la fonte, il giardino e il _bazar_.

Mercè una sapientissima mossa strategica, Aldo De Rossi aveva ottenuto

di trovarsi al fianco della signora Camilla, cacciandone il Sestavalle,

che dovette appoggiare a sinistra, verso la signora Elena Vezzosi. E

perchè lungo il viale, in mezzo al viavai della gente, non si poteva

marciare per quattro, ne venne che la fronte si spezzò subito in due.

La signora Elena andò innanzi con l’Alcibiade; il presidente gran croce

e il commendatore Gerardo venivano indietro, con una gravità degna di

loro: Aldo e Camilla si trovavano soli nel mezzo.

— Che fortuna per me, signora! — disse Aldo in modo da non essere udito

dalla prima, nè dalla terza fila.

— Fortuna! Di che? — esclamò la signora Camilla.

— Ma.... di avervi incontrata; — rispose il De Rossi. —

La signora Camilla si volse a mezzo e lo guardò co’ suoi begli occhi

neri, in atto di curiosità, mentre le labbra vermiglie s’increspavano

ad un risolino sarcastico.

— O non lo sapevate, di dovermi incontrare? — gli chiese. —

Aldo rimase un po’ sconcertato da quella domanda e dall’espressione di

quel sorriso. Tuttavia volle provarsi a rispondere.

— Anche a saperlo prima, sarebbe sempre una fortuna; — diss’egli. — Non

potevate avere mutato opinione?

— Ah, bene! — esclamò la signora Camilla. — Voi mi fate molto volubile,

signor De Rossi! Ma badate, nel caso presente l’accusa non verrebbe a

me, sibbene a mio zio. Vi ha proprio l’aria di un uomo volubile? —

Aldo De Rossi era lì per rispondere qualche altra sciocchezza;

ma proprio in quel punto il fermarsi improvviso della prima fila

richiamava ad altro argomento l’attenzione della signora Camilla.

Un nuovo venuto salutava la signora Elena indi si volgeva con atto

ossequioso alla compagnia. Il nuovo venuto era il contino Anselmi,

sempre elegante, sempre gaio, sempre contento di sè, quantunque non

fosse poi tanto imbecille, come qualche volta gli piaceva di chiamarsi,

per antivenire il giudizio de’ suoi contemporanei.

Le tre file si erano tramutate in un crocchio. E il commendatore

Gerardo aveva presentato il contino Anselmi al presidente gran croce.

— Non è necessario: — disse il presidente. — Col signor conte ci

conosciamo da un pezzo. —

Così dicendo, stendeva la mano, che il contino Anselmi fu pronto

a stringere, non senza un atto del capo, che faceva fede della sua

reverenza e della sua gratitudine.

— Quantunque, — entrò a dire la signora Camilla, che aveva già ricevuti

gli omaggi del nuovo venuto, — sarebbe quasi necessario di rinnovare la

presentazione.

— Perchè mi si vede di rado? — chiese l’Anselmi ridendo e inchinandosi

di bel nuovo. — Ma la colpa non è mia.

— Stiamo a vedere che è nostra! — ribattè la signora Camilla.

— Per l’appunto, — replicò l’Anselmi, — e si vede che le vostre labbra,

o signora, hanno l’uso delle verità. Conosco due virtù che stanno ad

alloggio nella medesima casa; la grazia e la giustizia; — soggiunse

amabilmente il contino, accompagnando i due sostantivi con due guardate

consecutive alla signora Rivanera ed al presidente Roberti. — Con che

coraggio ci entrerebbe la mia dappocaggine?

— Ecco un pretesto che vuol parere un complimento; — notò la signora

Camilla. — Lo accetteremo per un complimento, zio?

— Oh, ve ne prego, signora; — gridò il contino Anselmi; — non

interrogate il magistrato. Egli mi condannerebbe. —

Il presidente gran croce, chiamato in causa a quel modo, reputò

necessario di fingere altrettanta gravità, quanta era stata nel contino

Anselmi la finzione dello spavento.

— Forse perchè vi sentite colpevole? — diss’egli. — Ma badate, signor

conte; io non fo più sentenze da molti anni. L’ultimo uffizio che ho

tenuto, è stato quello di cassare le sentenze degli altri, quando mi

accadeva di ritrovarci un vizio di forma. Se mia nipote vi condannasse,

vedrei....

— E cassereste la sua sentenza per vizio di forma? Meno male; — replicò

l’Anselmi. — Ma io, ringraziando Vostra Eccellenza, non approfitterò

della cortesia. Per una sentenza della signora Camilla io non ricorrerò

mai in cassazione; foss’anche una sentenza di morte. —

Così chiacchieravano allegramente, andando a lenti passi verso la sala

del concerto. Intanto, il signor Aldo De Rossi era sulle spine.

— Che sciocchezze! — disse egli tra sè. — Non capisco come il

presidente ci trovi gusto. —

Se la pigliava col presidente, ma in fondo in fondo l’aveva con la

signora Camilla. E si doleva che quel perondino vanaglorioso fosse

venuto in mezzo con le sue ciance, per prendersi il primo posto. Ma

già, l’occasione è di chi si caccia avanti e sa afferrarla per il

ciuffo.

A farlo a posta, la signora Camilla non aveva occhi nè orecchi che per

il contino Anselmi; e questi, molto naturalmente, senza che Aldo De

Rossi potesse lagnarsene, prese il suo posto a fianco della signora.

Non doveva egli continuare una conversazione che ella mostrava di

gradire?

Sì, questo andava benissimo; il ragionamento non faceva una grinza e al

signor Aldo gli toccava di rassegnarsi. Solo una cosa non poteva mandar

giù; che la signora Camilla potesse dilettarsi di quelle ciarle senza

sugo, di quei complimenti smaccati, di quelle amplificazioni noiose.

Ma dobbiamo noi pensare in tutto e per tutto come il signor Aldo De

Rossi? E la signora Camilla non meritava in questo caso le circostanze

attenuanti? In società siamo tutti un po’ facili a giudicare secondo

il nostro tornaconto, e il non vedere che poi ci rende ingiusti con

gli altri. Ma se il signor Aldo non ci pensa, a queste cose, dobbiamo

pensarci noi; ricordare ad esempio che si era in viaggio, lontani da

casa, da tutte le cure e da tutte le serie occupazioni della vita. In

simili casi l’incontro di un grazioso cavaliere, d’un capo ameno, è

sempre una fortuna; ed è naturale che si faccia festa all’uomo che può

e vuole tenere allegra la compagnia. Gli uomini che ci hanno una spina

nel cuore farebbero bene a starsene a casa, o a viaggiare da soli.

E chi sa? Forse, viaggiando da soli, s’imbatterebbero in una società

nuova per essi, nella quale non avrebbero sopraccapi, e per la quale

sarebbero aiuti preziosi. Tanto è vero che nel mondo c’è posto per

tutti. L’essenziale è di trovare quel posto.

Forse ne aveva già fitto l’esperienza, il signor Aldo De Rossi, che si

trovava libero di cuore e franco di lingua presso la signora Vezzosi,

mentre era così triste e ingrugnato (diciamo pure la brutta parola)

presso la signora Camilla? Ora, nella battaglia della vita, chi ha la

mente serena è sicuro del fatto suo.

Bel ragionamento, del resto! Andatelo a fare a chi soffre. Ogni nato

di donna ha da seguire il suo fato. E il fato moderno, più vero

dell’antico, è costituito da tante piccole cause inavvertite, che

vi fanno rete intorno alla persona e vi trascinano di concessione in

concessione, di debolezza in debolezza, agitandovi di qua e di là come

il vento la piuma. E guai a chi è leggiero com’essa; guai a chi non ha

un bricciolo di volontà, per resistere in qualche modo e sottrarre una

parte di sè medesimo all’azione combinata delle piccole cause!

Intanto, il nostro Aldo si foggiava i proprii mali. Già se li vedeva

compendiati in quel principio di sofferenze, come una commedia antica

nell’argomento di cui l’hanno provveduta i grammatici. Era, lui,

proprio lui, che col suo tirarsi in disparte, col suo metter broncio,

rendeva possibile il peggio.

E pensare che quella mattina egli era tanto felice! E i giorni

addietro, che ansietà fanciullesca, ma piacevole, ad aspettare l’arrivo

della signora! Confuso tra quella moltitudine elegante che si accalcava

ad ogni arrivo di treno sull’asfalto della stazione di Montecatini, per

veder giungere i nuovi compagni di cura, egli aveva finalmente veduto

scendere da una carrozza di prima classe il presidente Roberti e la

sua bella nipote. Non si era fatto avanti, volendo assaporare la sua

gioia, e procurarsi il piacere di dire più tardi alla signora Camilla:

— Sapete? Io ero là. Avevate un cappellino così e così, con un velo

del tal colore, una cappa, o una mantellina del tal altro. — E fuori

della stazione l’aveva pedinata fino all’albergo della Pace, dove egli

stesso era sceso due giorni prima ad alloggio in compagnia dei Vezzosi.

E quella sera, scambio di andare al Casino, che era il luogo di ritrovo

della buona compagnia, era stato a piuolo sotto le mura dell’«albergo

avventurato», che egli, con le parole del Giusti, aveva cantato a

mezza voce «soave asilo di gioia e piacer.» E più tardi, esciti i

Vezzosi dal Casino, aveva data la lieta notizia alla signora Elena,

prima di augurarle la buona notte. Lieta notizia per lui, si capisce;

e poco gl’importava che non fosse ugualmente lieta per lei. Anzi, a

dirvela schietta, non era stato neanche a pensarci su. Un uomo felice

crede che tutti debbano esser felici con lui, e per la stessa ragione.

Quella notte aveva dormito poco. Alla mattina, per tempissimo, era già

alzato, per far la ronda sotto certe finestre. Sapeva già, infatti, a

che numero alloggiava la signora Camilla. Poi, era andato al Tettuccio,

senza neanche aspettare i Vezzosi. In verità, dormivano troppo, i

suoi compagni di viaggio, e si sarebbe detto che fossero andati a

Montecatini, non già per far la cura delle acque, ma quella del sonno.

Eppure, quantunque non provassero le sue impazienze, i Vezzosi

erano giunti in tempo, cioè molto prima della signora Camilla, allo

stabilimento del Tettuccio. Segno evidente che aveva avuto torto lui

a non aspettarli, come nei giorni antecedenti. La signora Elena non

si era mica trattenuta dal dirglielo, con la sua aria maliziosa. — Che

fretta, stamane! — Ed egli, a quella osservazione, si era fatto rosso,

come un monelluccio colto in flagranti. Ma via, siamo giusti; poteva

egli operare diverso? Gl’innamorati son tutti così. Triste colui che

non li sente più, questi benedetti spasimi della passione! Egli potrà

benissimo vantarsi di aver girato il capo delle Tempeste; ma questa

cara filosofa non varrà a consolarlo dagli ardori svaniti.

Sebbene, un mio amico che la sa lunga.... Ma non facciamo digressioni.

È un amico che dice spesso le sue corbellerie, e qualche volta ne

scrive, che è peggio.

L’entrata della signora Rivanera nella _Kursaal_ (scusate il vocabolo

esotico, ma bisogna conformarsi all’uso e chiamare _Kursaal_ il

recinto delle acque salutari) aveva destato nella folla un movimento di

curiosità e di ammirazione; di curiosità nelle donne, di ammirazione

negli uomini. La bellezza non si mostra impunemente, neanche ad

un consesso di Areopagiti. Tutta quella gente seduta, o disposta

a capannelli lungo i viali, poteva contemplare a suo bell’agio la

nuova venuta, come mille spettatori contemplano una prima attrice

sul palcoscenico. L’effetto era stato grande, ed accompagnato da quel

bisbiglio, che vale per una bella signora come per la prima attrice

l’applauso. Ma in un paio d’occhi brillavano compendiate le ammirazioni

universali; in un cuore ardevano tutti gl’incensi che la moltitudine

degli ammiratori avrebbe potuto bruciare ai piedi di quella bellissima

sconosciuta. E come, in quel punto, la Valdinievole s’era illuminata

per esso! La _Kursaal_ del Tettuccio era da quel momento il centro

della terra, il nuovo meridiano, da cui Aldo De Rossi avrebbe misurate

le distanze. La signora Elena aveva veduta la Rivanera qualche momento

prima che la vedesse il Sestavalle; ma assai prima della signora Elena

l’aveva veduta Aldo De Rossi, e si può dire che la signora Elena

volgesse gli occhi all’ingresso dopo avere osservato un improvviso

scolorimento sul viso di lui. Non vi dirò (e se ve lo dicessi non

lo credereste) che la signora Elena fosse molto contenta di ciò. Una

bella donna non vede mai di buon occhio questi omaggi resi ad un’altra,

anche quando ella abbia conchiuso il patto che la signora Elena aveva

conchiuso, bontà sua, con Aldo De Rossi. Strano patto, del resto! E

la signora Vezzosi non ci aveva proprio un secondo fine, appiattato

negli abissi del cuore? Si sa, le donne si lasciano tentare dalle idee

bizzarre, e l’impossibile ha il privilegio di allettarle. Combattere,

rapire il cuore di un uomo al fascino che lo possiede, e poi.... E poi,

chi sa? Forse non sapere che farsene. Anche i bambini piangono e si

disperano per un giocattolo; quando son giunti ad averlo tra le mani,

lo spezzano.

Il cavaliere Sestavalle, Alcibiade primo, si era mosso per andare

incontro alla Rivanera e allo zio presidente gran croce. La signora

Camilla si era voltata, aveva visto Elena e si era affrettata ad

andare verso la tavola di marmo. Le due signore, che si salutavano

appena nella loro città natale, diventavano amiche alle acque. Ed era

naturale, perchè la comunanza del divertimento è più che bastante a

generare l’amicizia, o almeno almeno l’intimità. Aldo De Rossi era

a Montecatini insieme coi Vezzosi; poteva dunque ripromettersi di

vedere la signora Camilla ogni giorno ed ogni ora. E già il poveretto

assaporava le delizie di quel suo paradiso. Ma egli non aveva preveduto

ciò che avviene alle acque, dove l’intimità, facile per uno, è

ugualmente facile per molti. Per l’appunto, anche il contino Anselmi

si era fatto avanti; e non si era mica contentato di un saluto, di una

stretta di mano, e di quattro chiacchiere; no, si era ficcato in mezzo,

e di primo acchito aveva occupato il posto del signor Aldo presso la

signora Camilla. E lei, di schianto, gentilissima col contino Anselmi;

mentre con lui, col povero Aldo, si era tenuta in un riserbo direi quai

diplomatico.

Strana cosa! La Rivanera e l’Anselmi non si vedevano spesso. Il contino

aveva conosciuta la signora Camilla in una festa da ballo, come Aldo

De Rossi, ma, andato a farle visita, non c’era tornato che rarissime

volte, e poi non s’era più presentato affatto. E il De Rossi, che

vedeva tutto, non contava più l’Anselmi tra i rivali possibili. Ma

ecco, di punto in bianco, il presidente Roberti e la sua bella nipote

credevano necessario di rimproverare all’Anselmi la sua negligenza.

Che bisogno c’era di notare la cosa? Non era padrone il contino di

andare dove meglio voleva? E perchè dargli argomento d’insuperbirsi? di

sperare Dio sa che cosa? Perchè oramai, il contino Anselmi si sarebbe

fatto un dovere di piantarsi ai fianchi del presidente Roberti.

Queste cose non c’è mestieri di studiarle, si capiscono alla prima.

Un uomo vede una donna per un anno e per due, senza innamorarsene,

quantunque sia bellissima tra le belle. Ma dategli l’occasione, e

s’accenderà come un fiammifero.

O dove ci aveva la testa, il presidente gran croce? Ed era dunque

da credere che per piacere alle donne, per farsi ricercare da esse,

occorra di trattarle male? Aldo De Rossi ci pensò tutto il tempo che

rimase nella sala del concerto; e ci pensava ancora quando escirono

tutti dalla _Kursaal_, per ritornare all’albergo.

La strada non era breve; ma le due compagnie, liete di essersi

incontrate, non volevano separarsi. Perciò il commendatore Gerardo

propose, e gli altri accettarono, di fare la strada a piedi. In una

ventina di minuti si sarebbe giunti all’albergo. Lo stradone era

fiancheggiato da due filari d’alberi, e c’era ombra abbastanza. Del

resto, alle nove e mezzo del mattino i raggi del sole non iscottavano

ancora.

Capirete che il contino Anselmi era in vena di dirne e la signora

Rivanera di sentirne. Perciò andarono avanti, e Aldo stette indietro, a

udire il suono argentino delle risa di Camilla.

— Che avete? — gli disse la signora Elena, prendendo famigliarmente il

suo braccio.

— Io? Niente; — rispose egli, scuotendo la testa, come uno che si

svegli d’improvviso.

— Niente! — esclamò la signora Elena. — È troppo poco. —

O tutto o nulla: romanzo · 第 12 / 27 题