Ogni tempesta ha i suoi riposi, come i raggi solari hanno i loro
intervalli opachi. Ed io metto avanti questi dotti paragoni, per dirvi
una cosa molto comune, cioè che, dopo tanti spasimi di gelosia, Aldo De
Rossi ebbe qualche ora di tregua. Il contino Anselmi alloggiava lontano
dalla Pace, e si aveva la bella prospettiva di non rivederlo così
presto. Prima di tutto, non c’era da vederlo a colazione, anche perchè
le signore usavano farla nelle loro camere. Seguivano le ore calde
della giornata, che erano caldissime a Montecatini, e che si solevano
passare riposando, e mettendosi poi in fronzoli per la solenne comparsa
nella sala da pranzo. Aldo De Rossi respirò a larghi polmoni pensando
per la seconda volta che l’Anselmi pranzava alla pensione Birindelli,
ed attese con bastante tranquillità l’ora di rivedere la signora
Camilla.
Per altro, qualche minuto prima della chiamata, scese nella sala
da pranzo, per riscontrare sugli anelli di bosso che cerchiavano i
tovaglioli il numero delle camere occupate dal presidente Roberti e
dalla signora Rivanera. I posti dei nuovi venuti erano un po’ troppo
distanti da quelli che occupavano i Vezzosi; ed era naturale, poichè
erano giunti due giorni dopo di loro all’albergo. Ma il nostro eroe,
che aveva spirito abbastanza, quando non si trovava a discorrere con
la signora Camilla, si raccomandò in tempo al direttore, perchè il
presidente Roberti e sua nipote fossero avvicinati ai loro concittadini
ed amici. Inutile il dire che questa ragione persuase il direttore e
che il desiderio di Aldo fu prontamente appagato.
Così avvenne che, mentre egli era già seduto a tavola, al fianco della
signora Elena, potesse vedere il presidente gran croce e la signora
Camilla entrare nella sala da pranzo, venire innanzi cercando con gli
occhi i loro numeri a tutti i posti liberi, e finalmente sedersi di
rimpetto ai signori Vezzosi.
— Ah bene! — esclamò il presidente Roberti, volgendosi alla signora
Elena e al commendatore Gerardo. — Siamo vicini di tavola.
— Presidente, ecco una buona parola per noi; — rispose il Vezzosi. —
Noi ringrazieremo due volte la sorte. —
La signora Camilla, elegantissimamente vestita, come l’uso voleva, era
molto tranquilla, e direi quasi un tantino contegnosa. Non si sentiva
più il riso argentino che aveva tanto dato sui nervi al signor De Rossi
sette ore prima, e la sua parola era sobria come lo sguardo. Meglio
così! Cioè, niente affatto. L’uomo innamorato è così facile a trovare
argomenti di pena, che il signor Aldo rimpianse le schiette risate del
mattino. O perchè doveva averne il privilegio l’Anselmi? E non era
il caso di sorridere anche un pochino a lui, che pure s’industriava
a trovare sempre nuove gentilezze da dire alla signora Camilla e al
presidente gran croce?
Veramente, quelle sue gentilezze non erano tali da destare il buon
umore della dama. Aldo De Rossi aveva quel giorno il complimento con
lo strascico, cioè niente spigliato e niente gaio. Se ne avvide egli
stesso, e se ne avvide con lui la signora Vezzosi, che si fece a
punzecchiarlo leggermente, per obbligarlo a rispondere e a trovare nel
suo cervello qualche cosa di meglio. Aldo De Rossi non riuscì ad essere
arguto, ma volle almeno essere gaio, e lo fu con ostentazione, che è
come dire senza grazia. In verità, la signora Vezzosi aveva portato a
Montecatini un orso male addimesticato.
Finito il pranzo, si andò in giardino a prendere il caffè. Era
tempo. Il commendatore Gerardo abbrancò il suo presidente gran croce
ed attaccò senza misericordia una delle sue predilette questioni
politiche. La signora Vezzosi e la signora Rivanera sedettero l’una
accanto all’altra. Aldo si piantò al fianco della signora Camilla ed
ebbe la fortuna di poterle offrire lo zucchero. Ma c’era presente la
signora Elena e il povero Aldo non trovava modo di fare un discorso
tenero, che lo compensasse della impossibilità in cui era, di fare un
discorso arguto. Come Dio volle, capitò in giardino Alcibiade primo, o,
per dire più esattamente, il cavaliere Sestavalle, che occupò subito
il posto vuoto accanto alla signora Vezzosi. E questa non lo lasciò
troppo lungamente in ozio. A mala pena ebbe trangugiato il caffè,
sotto pretesto di veder da vicino una pianta, che egli sosteneva fosse
un _Hibiscus siriacus_ ed ella _Hibiscus liliiflorus_, si mosse per
andarla a vedere da vicino. M’è occorso di dirlo un pretesto, e forse
lo era; certamente parve tale al De Rossi, che diede una rifiatata di
contentezza e mandò una benedizione al ricapito della signora Vezzosi.
Povera signora, come ne avrebbe fatto volontieri di meno!
Aldo meditava già un madrigale in prosa, quando la signora Camilla
entrò a parlargli del Tettuccio e della gran folla che ci aveva
trovata.
— Troppa gente, è vero, troppa gente! — diss’egli, sospirando. — Io non
vedevo il momento di tornar via.
— Ah! — esclamò la signora. — Ho dunque toccato una corda sensibile?
Dimenticavo che siete un filosofo, e che amate anche molto le dispute.
— Io? Da che l’argomentate?
— Ma! Se non altro, dall’ardore con cui avete sostenuta la
conversazione, dal Tettuccio fino all’albergo.
— Non si parlava di filosofia; — rispose Aldo, turbato da quell’accenno
inatteso e non sapendo lì per lì che cosa dovesse pensarne. — La
signora Vezzosi non ama questi discorsi. E in verità, — soggiunse egli,
sforzandosi di dare un giro più allegro al discorso, — nessuna signora
li gradirebbe. Si è parlato invece di tante cose; ma, prima di tutto, e
più di tutto, s’è parlato di voi.
— Di me? Pure, non mi sono sentita fischiare gli orecchi; — notò la
signora Camilla ridendo.
— Almeno il sinistro avrebbe dovuto fischiarvi, — replicò Aldo De Rossi.
— Perchè il sinistro?
— Perchè, secondo il proverbio toscano, quando fischia l’orecchio
diritto, il cuore è afflitto, ma quando fischia l’orecchio manco il
cuore è franco.
— Eh, a questi patti, non dico di no; — fece la signora Camilla,
appoggiando la frase con un leggero movimento del capo. — Ma forse
non ho potuto sentirlo, perchè il suono si confondeva col ronzìo delle
vostre parole.
— Signora mia, — rispose Aldo, sospirando, — perchè non ho io il suono
argentino del vostro sorriso, che mi giungeva stamane all’orecchio,
più dolce d’una musica celeste? Voi siete lieta ed io triste, ecco
il guaio. Ma mi correggerò, non dubitate, mi correggerò. Amo meglio
parervi uno sciocco, come ce ne sono tanti nel mondo, anzi che un
filosofo. Che cosa non farei, per meritare la vostra stima? —
Aldo De Rossi tirò giù tutta quella roba in fretta e in furia, per una
ragione che i miei lettori avranno già indovinata. Egli voleva dire
e non aver l’aria di dire ciò che pensava delle moinerie di madonna
col contino Anselmi; perciò, a mala pena gli era sfuggita l’allusione,
andava via affastellando chiacchiere, affinchè ella non si fermasse a
pensarci su.
Ma la signora Camilla non mostrò neanche di aver notata la cosa.
— La mia stima! — diss’ella, guardando il signor Aldo con aria di
stupore. — E per che farne?
— Ma.... — rispose egli. — Per averla.
— Ah sì, — replicò la signora Camilla, increspando le labbra ad un
risolino sarcastico, — dimenticavo che amate le collezioni.
— Io, signora?
— Oh, non c’è niente di male, e non occorre che mi guardiate con quegli
occhi stralunati. Siete come l’ape, che raccoglie da tutti i fiori il
suo miele. —
Aldo si sentì ferito nella sua dignità.
— Questo paragone, poi.... — esclamò egli, rizzando la testa.
— Per caso, — ripigliò la signora Camilla, — vorreste essere paragonato
piuttosto ad un raccoglitore di francobolli?
— Non è più di moda; — rispose Aldo, mordendosi le labbra. —
Quantunque, anche un francobollo, per metterlo sopra una lettera....
nella quale io vi dicessi....
— Ho capito, — interruppe la signora, — ho capito. Quello che gli
uomini dicono a tutte le donne che hanno la bontà di lasciarselo dire.
No, no, signor De Rossi, smettete; non mi fate prendere in uggia i
francobolli.
— A Dio non piaccia; — rispose Aldo, stizzito. — Son tanto carini, i
francobolli! —
Dopo questo dialoghetto agrodolce, ci fu, come potete immaginarvi,
una pausa. Aldo rotava gli occhi come un cane rabbioso. Non si
muoveva dalla sedia, ma il suo spirito faceva le volte, come il leone
in gabbia, o, se vi piace meglio, rodeva il morso, come un cavallo
frustato. Quanti animali tirati in ballo, per descriverne uno solo, che
in quel punto non era neanche «grazioso e benigno!»
La signora Camilla fu la prima a rompere quell’uggioso silenzio.
— Siete in collera? — gli disse. — Vi avverto che diventereste brutto.
— Meno male che non lo sono ancora, ai vostri occhi! — rispose Aldo,
aggrappandosi prontamente a quel filo che essa gli porgeva in buon
punto. — Ma in verità, signora mia, siete molto crudele, coi vostri
paragoni.
— Sono schietta, signor De Rossi, e dovete adattarvi a prendermi come
sono, o a lasciarmi. Alla mia età non si cangia più tanto facilmente.
— Dio buono! Si direbbe, a sentirvi, che avete quarant’anni.
— Eh, se vi pare che io li abbia, siano pure quaranta. A voi; quanti me
ne ne date?
— Non saprei. Ventuno.
— Ecco un’esagerazione! Dite almeno venticinque.
— Diciamo venticinque, sebbene io non lo creda. Una rosa non sarebbe
più fresca di voi. —
La signora Camilla diede in un’allegra risata, che ricordò al De Rossi
i suoni argentini di ott’ore prima.
— Bel paragone! — esclamò poscia. — Lo metterò insieme coi miei.
— Signora, che cosa ho detto di male?
— Niente, niente. Una rosa a ventun anno! Ha da essere proprio fresca!
— È vero, — rispose Aldo, con aria contrita. — Vedete da questo esempio
che i paragoni non tornano mai ad esprimere giustamente il pensiero.
Mutiamo discorso, signora; — soggiunse egli, vedendo la signora Elena,
che ritornava dal fondo. — Verrete stasera al Casino? È il ritrovo
universale.
— Credo che ci andremo. Ne hanno parlato a mio zio ed egli non ha detto
di no.
— Ah, bene! — esclamò Aldo. — Come risplenderà il Casino, questa sera!
— Altra esagerazione! — disse la signora Camilla. — Quando vi
correggerete, signor De Rossi? Una donna non può mica crederle, queste
cose!
— Ma un uomo può pensarle, — rispose Aldo, — e quando le pensa, può
dirle. —
L’arrivo della signora Elena pose fine a quella conversazione senza
sugo. Mentre le signore ne ripigliavano un’altra, anche più vana di
quella, Aldo andava ruminando tra sè chi mai potesse aver invitato al
Casino il presidente Roberti. E gli passò per la mente quell’antipatica
figura del contino Anselmi. Ma come poteva l’Anselmi essere stato alla
Pace, tra la colazione ed il pranzo? Una visita cosiffatta, due ore
dopo l’incontro del Tettuccio, non sarebbe stata di buon gusto. Ma già,
è proprio necessario che gli uomini seguano tutti, e sempre, le norme
della buona compagnia? Il contino Anselmi era poi così sciocco!
Per fortuna del signor De Rossi, ed anche del contino Anselmi, la
cui fama ne scapitava un poco, nell’animo del nostro innamorato, il
commendatore Gerardo, nell’atto che la compagnia esciva dal giardino
per ritornare in casa, disse alla signora Camilla:
— Speriamo di rivedervi tra poco. Il presidente ha promesso di venire
al Casino, e _promissio boni viri est obligatio_, anche per la sua
bella nipote. —
Aldo De Rossi respirò. L’invito era stato fatto dal commendatore
Gerardo. E, per quel momento almeno, il contino Anselmi ricuperò la sua
fama.
Mi chiederete perchè Aldo De Rossi, geloso com’era, fosse il primo a
pregare la signora Camilla di andare quella sera al Casino. Lettori
umanissimi, se voi siete gelosi della buona specie....
Ma qui bisogna interrompere il discorso e fare una parentesi. C’è, in
materia di gelosia, la buona specie e la cattiva. La cattiva è quella
gelosia feroce, bestiale, che, oltre all’essere irragionevole, riesce
anche offensiva per la donna a cui è particolarmente dedicata. La
buona è quella gelosia che, senza essere niente più ragionevole, non
va tuttavia agli eccessi, alle sfuriate dell’altra, ma si chiude nel
cuore dell’uomo innamorato, facendogli vedere un rivale in ogni uomo
che s’avvicini alla donna amata, un pericolo in ogni oggetto, animato
o inanimato, fosse pure un palo di telegrafo. Questa forma di gelosia
è stata poeticamente tratteggiata in un’arietta della _Sonnambula_:
«Son geloso del zefiro amante» a cui ho l’onore di rimandarvi, per
maggiori cognizioni. Vi avverto frattanto che, buona o cattiva specie,
fanno soffrire tutte e due ad un modo, e v’auguro di non essere mai
gelosi, nè d’una specie, nè dell’altra. Ma se, per vostra disgrazia,
siete gelosi, e gelosi della buona specie, vi sarà certamente avvenuto
di rizzar muso, di consacrare qualcheduno agli Dei infernali, di
voler morire, o almeno di non saper più come vivere, di meditare i
più tristi disegni, come quello di andare in Cina, di chiudervi alla
Trappa, e di fare tante altre belle cose di questo genere. Ma poi, una
parola improvvisamente più umana della donna amata, o una guardatina,
un sorrisetto ironico da cui trapelasse un’ombra di affetto, mandava
subito in aria i tremendi propositi. E allora, quasi in atto di
pentimento, ed anche un pochino per dimostrare a voi medesimi la
vostra bella sicurezza di spirito, offrivate alla dama un compenso
delle offese che non le avevate pur fatte, delle malinconie che non
v’erano escite dall’anima, e la pregavate o la esortavate a prendere un
passatempo, il cui solo pensiero vi avrebbe fatto maledire, poche ore
prima, l’esistenza e l’amore.
In questa condizione di spirito era il signor Aldo De Rossi. Del
resto, non era ammissibile che la signora Camilla potesse rimanere a
Montecatini senza andare al Casino, ed anche un bel numero di volte.
Quello era l’unico luogo di ritrovo per il forastiero che non volesse
morire di noia. Le dame ci avevano la sala dei concerti e del ballo;
i giovinotti ci avevano il biliardo; gli uomini stagionati la sala da
giuoco; tutti poi la sala di lettura, per dare un’occhiata ai giornali,
che Iddio misericordioso prosperi chi li legge, e perdoni a chi li
scrive.