VII.

Era la prima domenica di luglio. L’anno si lascia in bianco, che

tanto non vi servirebbe a nulla il saperlo. Forse vi tornerà più utile

sapere che una calessina da quattro posti, con un sopraccielo di cuoio

e le cortine di tela torno torno, secondo la foggia comune in Val di

Nievole, si muoveva poco dopo le otto del mattino, dall’albergo della

Pace, in Montecatini, andando di buon trotto su lo stradone alberato

che mette allo stabilimento del Tettuccio.

La giornata era splendida; cosa naturalissima in luglio, che è il mese

dei solleoni e delle cicale. Ma a quell’ora non faceva ancora troppo

caldo, e le cicale cantavano con una certa moderazione. Perfino la

polvere della strada usava qualche riguardo ai viandanti, non levandosi

a nugoli intorno alle ruote delle carrozze.

Il veicolo che v’ho accennato, dopo otto o dieci minuti di corsa, andò

a fermarsi in fondo allo stradone, davanti ad un edifizio di mezzo

colore tra il bianco e il rossigno. Era quello il Tettuccio, il primo

e il più celebre tra i molti stabilimenti termali di Montecatini, che

dispensano le acque acidulo-saline atte a rimettere in istato normale,

o quasi, i visceri dell’umanità sofferente.

Fermato il veicolo, ne uscì fuori un cappello di paglia, indi un

tutto vestito grigio. Il cappello era largo, ma il tutto vestito era

strettino, segno che il signore che lo indossava era magro. La tesa

del cappello alquanto rilevata sul davanti, lasciava scorgere dal viso

che il signore magro era anche vecchio. Ma la prontezza con cui aveva

posto il piede sul montatoio e la sicurezza con cui era balzato dal

montatoio a terra, dimostravano chiaramente che il magro e vecchio

gentiluomo portava bene i suoi anni. Come ebbe posto piede a terra,

prese un atteggiamento nobile e franco, che, unito a certi particolari

del vestiario, come a dire i guanti di fil di Scozia, il taglio inglese

dell’abito e i solini insaldati e diritti che reggevano il mento, vi

faceva indovinare alla bella prima il pezzo grosso, il personaggio

ragguardevole. Che se voi, lettori discreti, non l’aveste indovinato,

vedendolo, ci sarei sempre io per mettervi sulla buona strada,

aggiungendovi che quel magro e vecchio gentiluomo era il Roberti, il

nostro degnissimo presidente gran croce.

Appena fu a terra ed ebbe preso l’atteggiamento che v’ho detto, il

presidente Roberti stese la mano ad una graziosa figura di donna, che

usciva alla sua volta di mezzo alle cortine di tela del carrozzino.

Non vi descriverò l’abbigliatura, perchè, con questa benedetta moda

che cangia tutti gli anni, rischierei di parervi un antiquario oggi, e

a dirittura un archeologo domani. Vi dirò soltanto che era una bella

nuvoletta bianca, picchiettata di lilla; nella quale immagine, che

non sembrerà più ardita dopo l’_aria tessuta_ di mastro Giovenale,

vi è lecito d’intendere che la signora indossava una veste di stoffa

bianca e leggiera, con certi cappiolini di nastro color lilla. Ed anche

lei portava in testa un cappello di paglia; ma era paglia di riso,

per stare in armonia con la bianchezza della veste; e i larghi nastri

ond’era adornato, le facevano un gran fiocco sotto la gola. Che candore

abbagliante di collo, tra quel gran fiocco lilla e la gorgiera della

veste! E che luccichio d’occhi neri, sotto la leggiadra curva di quel

cappellino bianco! E che grazia di sorriso tra quelle guance di rosa! E

che splendore di perle tra quelle labbra vermiglie! Insomma, lettori,

io non ve ne dico altro, poichè avete riconosciuta la signora Camilla

Rivanera, la bellissima vedova, che pareva sempre una fanciulla da

marito.

Infatti, chi non l’avrebbe creduta la figlia del presidente gran croce,

vedendola entrare, al suo fianco, sotto l’atrio del Tettuccio? Tutti,

io credo, salvo quei pochi maligni, a cui potesse passare per la mente

che ella fosse sua moglie. Bartolo non fu sul punto di sposare Rosina?

E Donna Sol non corse il rischio di andar moglie a Ruy Gomez de Silva?

Anche ai dì nostri son cose che si dànno, per consolazione dei vecchi e

per disperazione dei giovani.

Erano soli, come due sposi, in piena luna di miele, quando entrarono

sotto l’atrio del Tettuccio. Ma dovevano essere riconosciuti

e accompagnati ben presto. Il sopraintendente governativo del

Tettuccio (perchè le acque del Tettuccio scorrono col visto e sotto

la sorveglianza dello Stato) si era fatto incontro al presidente

gran croce. E il ragguardevole uomo, ascoltate con molta benevolenza

le parole di ossequio del giovane ufficiale, gli aveva stesa con

altrettanta degnazione la sua mano di giustizia in ritiro, accettandolo

ad introduttore negli orti saluberrimi.

Vi ho già detto che erano passate di poco le otto del mattino. Il

Tettuccio era pieno zeppo di eleganti ammalati. La cura di Montecatini

è tutta mattutina e si fa regolarmente prima dell’asciolvere; di guisa

che il fortunato bevitore delle acque acidulo-saline ci ha tutto il

tempo di seccarsi fino all’ora del pranzo, ed anche più in là. Si

lasciano le molli piume tra le sette e le otto; si sale in carrozza e

si va al Tettuccio; si siede colà, sotto i porticati, o lungo i viali,

o tra le aiuole; si barattano quattro ciarle con le proprie conoscenze,

quando se ne hanno, o si sta a guardare intorno, aspettando di farne;

intanto passano gli acquaiuoli coi bicchieri e le caraffe piene delle

linfe salutari; si stende la mano, si prende un bicchiere e lo si

beve a lenti sorsi. È di buon gusto il chiacchierare tra una sorsata e

l’altra, tenendo il bicchiere all’altezza del mento. I discorsi, poi,

hanno da essere ameni. Galanteria, se ci sono signore nel crocchio;

ma la politica deve far capolino di tanto in tanto; se no, correte il

rischio d’esser preso per un uomo da nulla.

Perchè ciò? Perchè Montecatini è il luogo di cura, la _statio bene

fida_ degli uomini politici, a cui danno molestia le bili accumulate

nei cinque o sei mesi d’una sessione parlamentare. Il fegato è un

viscere eminentemente politico. Guai all’oratore, stanco delle

infeconde battaglie della parola, che non si consegna una volta

all’anno alle terme Leopoldine, al Bagno Regio, al Tettuccio,

all’Olivo, alla Regina, al Cipollo, al Rinfresco, e via discorrendo a

qualcheduna delle preziosissime polle minerali di Valdinievole, per

ritemprarvi le forze! Lo stesso Antèo, il famoso gigante che ebbe a

lottare con Ercole, se vivesse ai dì nostri, non vorrebbe toccar terra

che a Montecatini.

Per queste ragioni, ogni anno, tra giugno e settembre, in mezzo a dame

clorotiche e anemiche, a banchieri pletorici, a generali reumatizzati,

a giovinetti rachitici, a tenori e baritoni infreddati, si vedono

molti infermi di una malattia particolare, riconoscibili alla medaglia

di San Venanzio che ciondola loro sul petto, sospesa alla catenella

dell’orologio. E si sentono qua e là, nel pigia pigia, dei discorsi

come questo:

— Oh, buon giorno! Come stai, mio caro? Quando sei giunto?

— Ieri; e tu?

— Io da sei giorni, ed ho già passato trenta bicchieri. E che nuove da

Roma?

— Niente di bello. Il Ministero si sosterrà.

— Sfido io! Siamo in vacanze. Ma lo voglio vedere alla riapertura.

— Hai già un’interpellanza in corpo?

— Una, per ora; ma fra due mesi ne avrò quattro. Così non può durare.

— Oh, per questo hai ragioni da vendere. Se ne parlava ancora l’altra

notte in strada ferrata con l’onorevole Bulinelli. Sai che gli

hanno rovinato il collegio, con quella concessione di nuove sezioni

elettorali separate? Il Bulinelli è fuori della grazia di Dio. Lo

sentiranno. Egli è uno dei cinque che capiscono qualche cosa nell’arabo

dei bilanci, e pretende che ci siano più errori che cifre.

— Cifre arabiche; errori arabici, mio caro!

— Ah sì, tu ci hai sempre la burletta. Si vede che le acque ti giovano.

— Di’ piuttosto che non mi mutano. Ho piacere che il Bulinelli sia

in collera. Quantunque io dubiti sempre, dopo il suo _sì_ dell’anno

scorso. —

Il _sì_ dell’on. Bulinelli è tanto grazioso, che non si può accennarlo,

senza raccontarne la storia. Era imminente a Montecitorio una votazione

importante, da cui doveva dipendere la sorte del Ministero, e questo

e l’opposizione battevano di continuo il telegrafo, per chiamare i

tiepidi a Roma. All’ultimo giorno della discussione, che era stata

tirata in lungo oltre il convenevole, per dar tempo alle ultime

categorie di giungere sul campo, non si poteva ancor prevedere di

chi sarebbe stata la vittoria. Quindici voti di assenti, che potevano

capitare coll’ultima corsa, erano dubbi, e la vittoria dipendeva dal

voltarsi che una metà di quei quindici avrebbe fatto o da una parte o

dall’altra.

— Come voterà il Bulinelli? — si chiedeva dai capi dell’opposizione,

raccolti in una sala di Montecitorio, in prossimità dell’ingresso.

L’accenno al Bulinelli era cagionato per l’appunto dalla apparizione di

quell’onorevole uomo nell’anticamera.

— Aspettate; — disse un amico; — vo a tastargli il polso. —

E andando incontro all’onorevole Bulinelli, e messagli amichevolmente

una mano sulla spalla, gli disse:

— Buon giorno! Sei giunto ora?

— Sì, non ho avuto neanche il tempo di smontare all’albergo, tanto mi

premeva di essere al mio posto. Sai che nelle grandi occasioni io non

manco mai al mio dovere.

— Soldato vero e fedele alla bandiera! — esclamò l’amico, premendo

forte con la palma della mano. — E che ti pare del Ministero? Hai

veduto che povertà di ragioni, nel discorso del guardasigilli?

— Non me ne parlare! Ho letto il rendiconto telegrafico e m’è bastato.

Ma sai che ci vuole un bel coraggio?

— Dunque, voterai contro?

— Si domanda? Contro, arcicontro, contrissimo.

— Ah, bene! — esclamò l’amico, noverando un voto di più per

l’opposizione.

Poco dopo si entrò nell’aula. Si svolgevano gli ultimi emendamenti

dei vari ordini del giorno; poi, come al solito, si ritirarono cinque

o sei ordini del giorno, e i rispettivi emendamenti, non restando al

contrasto che l’ordine del giorno accettato dal Ministero e quello

delle opposizioni collegate. Venne fuori la solita domanda di votare

per appello nominale, e i segretari della presidenza misero mano agli

elenchi. S’incominciò a leggere i nomi, dal banco della presidenza, e

a sentire i sì e i no, diversamente modulati, da questa e da quella

parte dell’aula. La prima lettera dell’alfabeto, povera anzi che no

di cognomi, si mantenne in un prudente equilibrio di sì e di no.

La seconda lettera, più ricca, ma ancora troppo lontana dal mezzo

dell’alfabeto, diede una certa prevalenza ai sì. Fortunatamente

l’opposizione contava su certi nomi sicuri, che avrebbero rimesse

le parti in bilico. Tra questi, come v’ho detto, era il nome

dell’onorevole Bulinelli.

Finalmente ci s’arriva; il segretario grida il nome del Bulinelli. E il

Bulinelli, con una voce che potrebbe dare l’intonazione alle trombe del

giudizio, risponde:

— Sì!

Gli oppositori si guardano scambievolmente, poi guardano l’amico che

aveva annunziato loro il no dell’onorevole Bulinelli. L’amico allunga

le labbra e si stringe nelle spalle. Intanto, l’appello nominale

continua, e un’ora dopo è finito. Il Ministero ha vinto per soli cinque

voti, ma ha vinto, e questo è l’essenziale. E insieme col Ministero

ha vinto anche l’onorevole Bulinelli, che si trova rassodato nel suo

collegio per un altro bimestre, cioè fino ad un altro appello nominale

e ad un altro pericolo di crisi ministeriale.

— Che vuoi? — diceva quella sera l’onorevole Bulinelli all’amico,

che gli domandava la ragione del suo voto. — Avevo promesso un no,

e sarebbe stato un no tanto fatto, perchè io, come sai, non guardo

in faccia a nessuno. Ma il presidente del Consiglio e il ministro

degl’interni mi han preso in mezzo, mentre andavo a fumare il mio

sigaro tra un emendamento e l’altro; mi han condotto nei corridoi; mi

hanno date spiegazioni sufficienti della loro politica. Infine, che ti

dirò? Mi hanno persuaso.... almeno per ora. E tu capirai....

— Capisco, capisco; — interruppe l’amico. — Sarà per un’altra volta.

— E col medesimo risultato; — soggiunse mentalmente un collega, che

aveva colto quel dialogo a volo.

Vi ho raccontato questo piccolo episodio della vita parlamentare

italiana, perchè m’è venuto a taglio, anzi per dire più esattamente,

m’è sgocciolato dalla penna; ma non istate a credere che io voglia

trattenermi con gli uomini politici raccolti al Tettuccio. Seguiterò

invece la signora Camilla Rivanera, che entrava nello stabilimento,

con quella dignità, con quella scioltezza di modi, e infine con quel

possesso di scena, che contraddistingue le dame, queste prime attrici

della commedia sociale. Oramai, signori belli, o prime attrici, o

nulla. Le ingenue non sono più di moda, e sto per dire neanche le

amorose. Almeno, l’apparenza della cosa non ci ha da essere, perchè

stonerebbe maledettamente in mezzo a questa cara finzione. Anche le

fanciulle contraggono nell’uso del mondo un’aria di padronanza che

farebbe trasecolare i nostri bisnonni, se tornassero mai, per loro

tormento ineffabile, a recitare nella sullodata commedia la loro parte

di caratteristi. Disinvoltura vuol essere, e magari anche audacia. Ogni

altra maniera di portamento, ogni altra espressione di volto, saprebbe

di provinciale e di goffo. La donna gentile, che Dante ha descritta

a passeggio in sonetto immortale, farebbe una brutta figura ai tempi

nostri e lungo i margini delle nostre vie. Ci si fermerebbe ancora a

guardarla, perchè la bellezza vuol sempre il suo omaggio consueto, ma

si borbotterebbe tra i denti: — Che peccato! Ha un’aria molto sciocca.

Il presidente Roberti, magro profilo d’uomo, perduto nello splendore

mattutino della sua bella nipote, come un povero satellite nella luce

di Giove, andava cercando con l’occhio un sedile vuoto. Tutto ad un

tratto, gli baluginò sugli occhi un cappello che descriveva la sua

parabola davanti a lui e gli venne all’orecchio una voce ossequiosa.

— Signor presidente, i miei rispetti! —

Il presidente si volse, riconobbe il personaggio e, fermandosi con atto

di lieta meraviglia, gli disse:

— Cavaliere Sestavalle! Anche Lei a Montecatini?

— È la mia stazione di tutti gli anni; — rispose l’Alcibiade,

inchinandosi. — E mi è permesso di ossequiare la signora, e di

chiederle notizie della sua salute? Quantunque, — soggiunse, piegando

il busto e rimpicciolendo le labbra, — non sarebbe il caso di

domandarne, vedendo quel florido aspetto. —

La signora Camilla sorrise benignamente e stese la sua leggiadra manina

al cavaliere Sestavalle.

— Troveranno qui parecchie conoscenze; — ripigliò l’Alcibiade,

prendendo posto a fianco della signora Camilla.

— Davvero? — esclamò la signora. — E chi?

— I Vezzosi, prima di tutti. Eccoli là, nella rèdola a sinistra. Li

hanno veduti per l’appunto, e il commendatore Gerardo si alza per

venirli ad incontrare. —

Infatti, il signor Gerardo si era levato allora dal suo sedile, accanto

ad una tavola di marmo, e muoveva frettolosamente verso il viale.

L’atto premuroso richiedeva una pronta voltata verso la rèdola, e la

signora Camilla fece ella stessa una parte di strada, tanto più che

dietro al signor Gerardo aveva veduta la signora Vezzosi, che era

seduta presso la tavola, e aveva al fianco parecchi cavalieri, tra i

quali il signor Aldo De Rossi.

Anche la signora Elena si alzò per muovere incontro all’amica, e

avvenne la solita scena commovente delle due dame che si combinano a

caso, dopo un certo periodo di separazione. L’incontro di due stelle

è sempre un cataclisma, nelle regioni celesti; ma in terra, la cosa

ha più modeste apparenze, quantunque non meno degne di osservazione.

Generalmente, le stelle terrestri (passatemi lo strano accoppiamento di

vocaboli) hanno qualche cosa da invidiarsi a vicenda, o la bellezza, o

la gioventù, o un bel paio di pendenti, o una abbigliatura di Worth, o

un cavalierino di garbo. E frattanto si ammirano, si baciano, si dicono

delle paroline inzuccherate, che farebbero correre l’acquolina alla

bocca, se non si pensasse che lo zucchero è di quello che riveste le

pillole; roba per solito amara, e qualche volta, velenosa.

— Sei qui, mia cara! Che fortuna! Ma sai che diventi ogni giorno più

bella?

— Che dici? Sei tu che risplendi come un sole. E avevi bisogno di

questa cura?

— Che! Non faccio cura. Seguo il mio signore e padrone. E neanche tu,

m’immagino, sarai venuta per bere.

— Oh no, sicuramente. Io seguo lo zio, come, vedi.

— Ad ogni modo, ringraziamo il sesso forte e le sue debolezze, poichè

ci si guadagna di vederci e di stare un po’ insieme. In città non è

possibile. Tu ci hai il tuo trono....

— E tu la tua corte.

— Carina! Qui invece potremo fare un regno solo, non è vero? Ti

presenterò i miei cavalieri e saranno i tuoi. —

Ad un discorso di questa fatta, si sa, i cavalieri s’inchinano, senza

muovere un lagno, per essere stati regalati così alla libera, come ai

tempi antichi una coppia di schiavi.

La signora Elena Vezzosi non aveva da presentare nominatamente il

signor Aldo De Rossi, che era per la signora Camilla una conoscenza

già fatta. Ma ella reputò necessario, indicandolo dopo gli altri, di

soggiungere, con l’aria più naturale del mondo:

— Vedi, abbiamo anche trovato a Montecatini il signor De Rossi, che

fa le sue gite, senza darne cenno a nessuno. Ma per questa volta lo

abbiamo sorpreso, e lo riterremo prigioniero di guerra. —

O tutto o nulla: romanzo · 第 11 / 27 题