VI.

Camilla Rivanera, che i miei lettori non hanno ancora veduta, nè

di prospetto, nè di profilo, ma soltanto udita nominare e criticare

leggermente in casa Vezzosi, era tutt’altro che l’innesto d’una bella

testa su d’un corpo niente più lungo d’un raperonzolo. E nemmeno si

poteva dire meritevole appena appena d’un elogio del Guadagnoli, che

dopo tutto non sarebbe da disprezzare; anzi io porto opinione che

avrebbe meritato un canto dell’Ariosto.

Perchè dell’Ariosto? Perchè il mio messer Ludovico è dei classici

nostri quello che ha dipinte con maggiore evidenza le donne. Dante

le accenna; il Petrarca le volatilizza; il Tasso le rinfronzolisce;

solo l’Ariosto le descrive, le raffigura, le rende. Vedete ad esempio

madonna Alessandra, nel piccolo canzoniere che le ha consacrato il

poeta; vedete Alcina, Ginevra, Olimpia, Fiordispina, nelle stanze così

vere del suo fantastico poema. Quanto a Bradamante l’ho lasciata in

disparte, perchè ella non ci si vede una volta sola, ma due; una in

sè e l’altra in suo fratello Ruggero, che le somigliava tanto, da far

cascare una bella principessa nel più grave degli errori.

Con questi principii che ho messi innanzi quasi a indugiarmi la

trattazione dell’argomento difficile, m’avvedo di essermi aguzzato il

palo sulle ginocchia, perchè il còmpito m’è diventato più malagevole

a gran pezza. Dio sa che cosa v’aspettate oramai! Ed io, povero

imbrattacarte, ardirò metter mano ai pennelli, dopo una invocazione

così pericolosa? Alla fin fine, e perchè no? Ognuno fa quel poco che

sa, e i lettori, pigliando ad imprestito da Domineddio il più bello de’

suoi attributi, usano misericordia alle buone intenzioni.

Veduta così nel complesso, la signora Camilla era un tipo di perfetta

eleganza. Le forme erano agili e flessuose come quelle d’una ninfa;

la testa finamente modellata; la mano di bambina; il piede di fata;

la vita snella, senza dare in quella sottigliezza, che fa temere ad

ogni tratto di vederla spezzata ad un soffio di vento per via, o alla

pressione d’un braccio virile nel vortice della danza. Per altro, la

facevano apparire più snella i pieni contorni del seno e del fianco.

Perchè non direi anche questo, se l’hanno detto tante volte i maestri?

Gli antichi dipingevano la bellezza, senza tanti scrupoli e senza

tante ipocrisie. E la pelle di grazia, come l’accarezzavano! Come ci

si fermavano su! Quella della signora Camilla, io non la paragonerò

ai ligustri e alle rose, di cui s’è fatto uno sciupìo maledetto; dirò,

quantunque non sia neppur nuovo, che era d’un bianco latteo perlato, a

cui davano risalto le sopracciglia nere e sottili, le ciglia lunghe e

morbide, gli occhi neri e lucenti come il bitume giudaico. Insomma, era

una bellezza strana, quantunque non escisse dal naturale. Piuttosto,

parevano escire dal naturale i capelli. Ne aveva una selva fitta fitta,

ed erano così lunghi, che avrebbe potuto, lasciandone ricadere il

volume, coprirsene fino oltre il ginocchio. Di questo si dubitava un

pochino, perchè non si era veduto; ma non si dubitava che fossero suoi,

cioè nati e saldamente piantati sulla sua testa, poichè ella usava

portarli acconciati con molta semplicità, e le sue caritatevoli amiche

potevano vedere che non c’erano inganni. Quei capegli, inoltre, avevano

la lucentezza e il riflesso turchino delle penne del corvo; donde una

tenue velatura d’azzurro a tutte le incavature (e stavo già per dire i

sottosquadri) del bellissimo volto.

E l’anima? Di questa mi chiederete, non bastandovi più l’antica

sentenza che ad un bel viso risponda sempre un’anima eletta. Ma prima

di entrare in questi segreti, vi parlerò dello stato civile della

signora Camilla. Giovanissima ancora, e appena escita di collegio,

aveva sposato un uomo maturo, un banchiere. Non vi aspettate qui il

solito contrapposto e le analoghe riflessioni. Il banchiere non era più

giovane, ma era tuttavia un bell’uomo, e molto simpatico, che spesso

vale assai più. Camilla lo aveva amato, di quell’amore candido e magari

un pochettino insipido, che non nasce da profondi contrasti, che non

s’è scaldato ancora al sole delle passioni, e che ha, per dirvi tutto

in una immagine sola, i difetti e le qualità delle frutta primaticce.

Perciò, secondo l’opinione dei buongustai, bisognerebbe poter

cominciare dal secondo; ma non così tardi, che già si fosse perduto

il profumo e la delicatezza del primo. Queste sono sottigliezze di

cervelli matti, che vanno alla caccia dello strano, dell’impossibile.

Io mi contento di osservare che il primo amore di una donna non è che

una pallida immagine, una timida promessa del secondo, e ahimè, qualche

volta del terzo. La fanciulla vi concede il suo cuore con tutti i riti

e con tutte le formalità, ma altresì con tutta la tranquillità d’un

atto notarile. La leggiadra colomba non sa ancora nulla delle tempeste

del mondo e i suoi voli son brevi. Ciò ch’ella sa, quando sa qualche

cosa, è meno che nulla, poichè si tratta di una scienza imparaticcia,

mentre la vera scienza, la scienza che resta e che forma lo spirito,

è quella che s’impara per propria esperienza. Non a torto la famosa

Accademia del Cimento volle nella sua impresa il motto: _Provando e

riprovando_.

Il banchiere non aveva fatto a sua moglie una lunga compagnia. Ricordo

del suo passaggio e segno di gratitudine per due anni di unione,

l’aveva lasciata tre volte più ricca di quando l’aveva sposata. La

giovane vedova, che era orfana per giunta, si era ritirata in casa

dello zio materno, il Roberti, presidente di Cassazione, che aveva

colta l’occasione opportuna per chiedere il suo ritiro. Personaggio

grave, il Roberti; _sanctissimus vir_, come lo avrebbe chiamato

Cicerone, se fosse vissuto ai suoi tempi; commendatore di più ordini,

gran croce dei due Santi che sapete, e credo anche della Corona

d’Italia; infine, doveva avere tutti i ciondoli dell’oreficeria

equestre italiana, salvo un certo collare, che, per ottenerlo, bisogna

essere stati molto in su, e aver avuto occasione di fare una politica

da cani. La cosa, trattandosi di un collare, s’intende alla prima, e il

ragionamento non fa neanche una grinza.

Con tanti onori, che avrebbero fatto girar la testa a più d’uno, il

presidente Roberti era un modestissimo uomo. Aveva servito utilmente e

con decoro il suo paese ed era escito di servizio con una fama illibata

di gentiluomo e di galantuomo. Anch’egli aveva il suo difetto; ma chi

non l’ha si faccia avanti. A dirvela schietta, pizzicava d’erudito,

specie in materia d’antichità romana; effetto naturalissimo di lunghi

ed amorosi studi sulle fonti del diritto. Il _Corpus Juris_ non

aveva difficoltà, nè segreti per lui, e tutti lo consultavano come un

oracolo, pendevano dalle sue labbra, come si dovette pendere un giorno

da quelle d’Irnerio, o di Bartolo. Nella casa del presidente Roberti

convenivano spesso magistrati d’ogni categoria ed avvocati vecchi e

giovani. Questi ultimi abbondarono, quando ci entrò la nipote. Si sa,

il fare un viaggio e due servizi è sempre stato il colmo dell’economia.

Quella bella bambina (perchè là dentro, in mezzo a tanta gravità

curiale, aveva proprio l’aspetto d’una bambina) faceva in casa del

presidente Roberti l’effetto di un raggio di sole che si disegni in

mezzo all’ombre fitte della boscaglia. Non è più uggioso quel fondo

di valle, quando il raggio allegro sforacchia audacemente la frappa

e viene a danzare sul verde tappeto che si distende sotto i gelosi

ombrelli degli abeti e dei faggi. E non parve più tanto noiosamente

erudita, nè tanto eruditamente noiosa, la società dei seguaci

d’Ulpiano. Le massime del diritto, sciorinate davanti a quella bella

creatura, assumevano aria di complimenti; gli articoli del Codice di

procedura civile prendevano (Dio mi perdoni) apparenza di madrigali.

Aveva torto marcio il contino Anselmi a dire che in casa del presidente

Roberti c’era da morire di noia, e bisognerà credere che parlasse

così, perchè la signora Camilla non aveva mostrato di gradire le sue

distillazioni. Basta così poco (una frase spensierata, un momento

di disattenzione, e che so io), per far andare in bestia un uomo di

spirito.

Ed era strano come ella si trovasse bene, come si adagiasse facilmente,

in quella società di parrucconi. Non già che prendesse parte alle

dispute, ai consulti, ai pareri. Dio buono, non ci sarebbe mancato

altro. Quantunque, il dipingervi una bella legale sarebbe una

fortissima tentazione per il vostro umilissimo servo; il quale non

avrebbe che a frugare nei suoi ricordi, per farvela fuori, la donna

elegante e galante, che aveva le Pandette e il Digesto sulla punta

delle dita. No, la signora Camilla non sputava sentenze, nè commentava

quelle dello zio, o degli altri insigni frequentatori di casa. Infine,

non dava neanche pareri ai giovani avvocati, che (sia detto ad onor

loro) li avrebbero ascoltati a bocca aperta. Ricordate il paragone

di poc’anzi; era il raggio di sole tra le ombre del bosco; l’allegria

che vive in mezzo all’uggia e la fa sparire, o dimenticare; una cara

visione; una amabile frivolità, che non poteva disdire tra tanti

aspetti severi di uomini e di cose.

Eppoi, non istate a credere che ella si contentasse di brillare in

casa, nella corte giudiziaria del presidente gran croce. La signora

Camilla andava spesso a feste, conversazioni e teatri, e il presidente

gran croce, che aveva una tenerezza paterna per la sua bella nipote,

lasciava per quelle sere in disparte i codici, le Pandette, il Digesto,

e tant’altre cose egualmente indigeste, per accompagnarla qua e là. Il

degno uomo avrebbe fatto qualunque sacrifizio per vederla contenta. E

tollerava, persino nel suo salotto, grave e severo come il tempio della

Giustizia, tollerava, dico, una dozzina di zerbinotti, che ad uno ad

uno si erano fatti presentare alla signora Rivanera.

Di tanto in tanto il presidente Roberti esciva in un giudizio breve e

riciso come una massima di diritto.

— Quel signor Zeta mi sa di sciocco. —

Oppure:

— Quanti seccatori ha da sopportare una bella donna come te! Le brutte

e le mediocri debbono essere più felici quel tanto! —

Nè queste cose diceva con mal animo, o col desiderio di mettere i

vagheggini alla porta. La signora Camilla gli manifestava qualche volta

la noia che provava, di sentire tanti madrigali, e sempre gli stessi,

ogni giorno. E allora la bella vedova aveva l’aria di andare molto più

oltre del presidente gran croce. Ma egli, con la sua calma, con la sua

serenità giuridica, la riconduceva due passi indietro.

— Adagio, Camilla; — diceva lui. — Bisogna vivere nel mondo, e il mondo

non è bello se non perchè è vario. Accetta gli uomini come sono. La

cosa non deve riescir difficile ad una donna che li accetta per modo

di dire, e può tenerli sempre ad una rispettosa distanza. Per quelli

che volessero farsi più avanti, ci sono i carabinieri; — soggiungeva

egli celiando; — e c’è ancora, la Dio grazia, un presidente di

Cassazione. —

La signora Camilla era costretta a riconoscere che suo zio aveva

ragione, e sopportava i noiosi. In fondo in fondo ella procedeva a

sbalzi, nelle sue antipatie. E la cosa si capiva facilmente; anche

senza mettere in conto per la signora Camilla una certa festività di

umore. Chiedete a cento donne se rinunzierebbero di buon grado alla

corte di undici cavalieri, quando già ne amassero un dodicesimo. Due

(proporzione forse esagerata; ma bisogna anche essere condiscendenti,

col sesso gentile) due vi risponderanno di sì. Le altre novantotto

vi risponderanno di no, anche concedendovi che tra quei dieci non

ce n’è uno il quale franchi la spesa di starlo a sentire. La donna

è cosiffatta: l’abbiamo avvezza a non considerarsi che per la sua

bellezza, ed è giusto che ella sia venuta ad amare queste parlanti

e palpitanti testimonianze del suo potere, anche quando palpitano

con troppa facilità per molte, od esprimono troppo volgarmente

la loro passione. A questo proposito, rammenterò ciò che diceva a

me, giovinetto, una vecchia dama: — Nessun omaggio d’amore, quando

sia caldo, è volgare. — La cosa mi spiacque allora, e soltanto la

perdonai alla dama, pensando che la poverina era stata giovane ai

tempi del primo Impero, quando non si usavano mica tante distinzioni

psicologiche. Ma, andando avanti negli anni, riconobbi che la vecchia

maestra poteva aver ragione, non solamente per il primo Impero, ma

anche in tutti i tempi dell’Era nostra. La quale, non senza un grande

perchè, si chiama Volgare.

Ho detto che la signora Camilla procedeva a sbalzi nelle sue antipatie,

e, per conseguenza, nelle sue simpatie. Aggiungerò che, per la stessa

ragione, per lo stesso amore dei contrasti, le piaceva moltissimo

quella sua vita, libera ad un tempo e rinchiusa. Era come una bella

prigioniera e per cui, nella stessa corte del castello, si facevano

tornei di galanteria, serenate e gualdane. Era sotto custodia, ma i

vagheggini le ronzavano intorno liberamente, come le solite api intorno

al solito fiore. L’austerità della casa era la sua salvaguardia; il

presidente gran croce era un carceriere molto vigilante, ma anche

abbastanza umano. Ella, in fondo, vedeva tutto, coglieva il meglio

delle galanterie universali, si lasciava amare, adorare, venerare, e

rideva.

Come non ridere, per esempio, quando lo zio presidente le diceva:

— Che cosa s’immagina di ottenere quel marchese Dello Stinco, con

quella figura allampanata? Ingegno non ne ha; danari nemmeno. Il suo

titolo mi pare, in verità, troppo poco. E Dio sa da quante s’è già

fatto rifiutare, prima di volgersi a te! —

Ne cito uno, ma potrei riferirvene cento, di questi giudizi che

andavano brevi e diritti alla meta, esercitando una certa, sebbene

inavvertita influenza sull’animo della sua bella nipote.

Che cosa aveva detto il presidente Roberti, del signor Aldo De Rossi?

Lo sapremo a suo tempo.

Aldo aveva conosciuta la Rivanera ad una festa da ballo. Era serio, il

signor Aldo, fin troppo serio per la sua età. Ciò l’aveva colpita, e

per un po’ di tempo l’aveva distratta dai suoi eterni vagheggini. Nel

corso d’una notte, il De Rossi aveva ballato due volte con lei, salvo

errore; che potrebbero essere state anche tre. Ma, oltre la compagnia

naturale del ballo, che fa, dicono, di due vite una sola, il signor

Aldo era rimasto a parlare con lei, più a lungo che non avesse fatto

con le altre dame di sua conoscenza. Il giorno dopo aveva portati due

biglietti di visita a casa Roberti; e il presidente gran croce aveva

corrisposto a quella tacita domanda col suo delle grandi occasioni.

Ne era seguita una prima visita del De Rossi in casa Roberti; poi,

a giuste distanze, una seconda e una terza. Inoltre, il signor Aldo

aveva modo di vedere la signora Camilla in questo o in quel ritrovo

della città; di guisa che, o in casa di lei, o d’altri, o per via,

o a teatro, la vedeva spessissimo. Ma era noto che egli ne vedeva

tante altre in quello stesso modo, e la signora Camilla aveva tutto il

diritto di non dar molto peso a quella frequenza d’incontri.

Ma un giorno, o una sera, che non ricordo bene, egli ebbe l’ardimento

di dirle:

— Siete bella! —

Come glielo disse? A proposito d’una veste che le andava a pennello,

o d’una acconciatura nuova? D’un quadro di Raffaello Sanzio, o

d’una fotografia dello Schemboche? D’un romanzo di Walter Scott, o

d’un articolo di giornale? Io non lo so. L’uomo che vuol dire una

cosa, trova sempre l’appiglio, e quando l’ha detta non rammenta più

donde abbia prese le mosse. Immaginate un filosofo innamorato, il

quale facesse questo sillogismo ad una donna: «L’uomo è un animale

ragionevole. Ma il quadrato dell’ipotenusa è eguale alla somma dei

quadrati dei due cateti. Dunque, signora, voi siete un occhio di sole.»

A voi quel filosofo parrebbe un matto. Ma alla signora parrebbe che

conseguenza più logica non fosse tratta mai, dacchè c’è logica al

mondo.

La signora Camilla sorrise, alla scappata di Aldo De Rossi.

Evidentemente, da un pezzo lo aspettava lì. Quella frase trema a lungo

sulle labbra di un uomo innamorato, prima di trasformarsi in suono,

come la stilla di rugiada trema sul lembo d’una foglia prima di cadere

a terra.

Sorrise, adunque, la bella, sentendosi salutare con quel vecchio

epiteto; indi, con aria di stupore, gli rispose brevemente:

— Davvero? —

Aldo De Rossi sentì il veleno dell’interrogazione e replicò:

— Signora, io so bene che non dico nulla di nuovo. Ma che ne posso io,

se tanti parlano la mia stessa lingua? Vorrete voi levare il pregio al

pane, perchè vivete nell’abbondanza?

— No, certamente, — rispose la signora Camilla; — abbondanza non nuoce.

Ma non posso tacervi la mia maraviglia, in udir sempre e da tutti la

medesima storia. Bisogna dire che voi altri, signori uomini, manchiate

anzi che no d’invenzione. Di grazia, non potreste una volta tanto girar

la frase altrimenti? —

Aldo si morse le labbra e ricacciò in corpo una sciocchezza, che già

stava per escirgli di bocca.

— Signora, — diss’egli invece, — fate conto che io non v’abbia detto

nulla.

— Ah, così va bene; — rispose ella.

Parve contenta, la signora; sopratutto parve non avvedersi dello sforzo

che Aldo De Rossi faceva per vincere il proprio dispetto.

Giunsero altri visitatori, Alcibiadi, Telamoni e Ganimedi; questi

ultimi in maggior numero. Aldo era sulle spine; la signora Camilla

rideva. Come rideva bene! Se aveste veduto, che denti! E il suono

argentino della sua voce! Io rinunzio a descrivervi l’una cosa e

l’altra, chè tanto non verrei a capo di nulla.

Del resto, i fatti incalzano, e le descrizioni non fanno procedere il

racconto. La signora Camilla si lasciò cadere il ventaglio e Tizio

lo raccolse e n’ebbe in ricompensa il permesso di tenerlo per tutta

la sera. Si parlò di parecchie signore, e Caio le disse audacemente

che essa era la più bella di tutte; nè ella volse il complimento in

burletta, come aveva fatto con Aldo De Rossi. Sempronio aveva una

gardenia: la signora Camilla ammirò la gardenia; Sempronio ebbe la

sfacciataggine di offrirgliela; essa la crudeltà di accettarla.

Il signor Aldo non ci reggeva. Parlò poco, quella sera, e male. Si

fece battere agli scacchi dal presidente gran croce, e battere in un

modo così indegno, che il suo avversario dichiarò di non voler neanche

vantarsi della vittoria. Insomma, il poveretto non ci vedeva più lume e

avrebbe, vi so dir io, data l’anima al diavolo.

Così presto? Ma sì, lettori garbati. In amore, un uomo non comincia

mai; cioè, mi spiego, l’amore dell’uomo non ha un vero cominciamento,

di cui si possa dire: ecco il principio. Quando ci s’accorge di amare

una donna, è finita, si è innamorati dalla testa ai piedi. Ha principio

un incendio? Quando incomincia a divampare, è già un incendio. Chi

si avvede di esso, quando è ancora latente? Il valore della parola vi

risponda per me.

Un’altra volta, nel salotto del presidente gran croce, e nell’angolo

dove si radunava la corte della signora Camilla, il discorso era

cascato sui grandi poeti, e, come potete immaginarvi, sui loro famosi

amori.

— Amo il Petrarca; — disse la signora Camilla. — Egli amò senza

speranza madonna Laura, fino a tanto che ella visse; la amò ancora

e la cantò dopo morta. Chi ai giorni nostri si sentirebbe di fare

altrettanto?

— Eh! — notò Aldo De Rossi. — Non certo coloro che per una donna morta,

o sperimentata crudele, fanno assai più d’una canzone, ma si tolgono

disperatamente la vita.

— Colpo di scena! — esclamò la signora Camilla, ridendo. — Ma neanche

questo si usa più.

— Lo credete, signora? Non sono del tempo nostro gli amori più ardenti

del Werther e di Jacopo Ortis?

— Due romanzi! — ribattè la signora Camilla. — E i loro autori....

Non me ne parlate, per carità. Uno morì tranquillamente ottuagenario,

dopo aver fatto soffrire, dicono, una mezza dozzina di donne. L’altro

fu sventurato, ma non per le donne che anzi furono in parecchie a

consolarlo; tanto che egli poteva scrivere a due o tre, con la medesima

penna e col medesimo inchiostro. Credete a me, signor De Rossi. Noi,

anche senza molta esperienza di mondo, leggiamo abbastanza chiaramente

nei cuori....

— Sfido io! — interruppe Aldo. — Li abbiamo sulle labbra.

— Bene, e noi ci vediamo attraverso; — replicò la signora Camilla. —

Ora, volete sapere che cosa ci vediamo di dedicato a noi? Un pochettino

di vanità, che si dilegua, se è soddisfatta, che si cangia in dispetto,

se è offesa. Fuoco di paglia; o fiammata improvvisa, e un pugno di

cenere, se la paglia è asciutta; o fumo negli occhi e soffocamento in

gola, se la paglia è umida. Non vi pare? E poi, — continuò la signora,

senza dargli tempo a rispondere, — c’è questo di peggio: che tutte le

belle cose che voi dite ad una donna, per intenerirla, le dite a tutte

le altre, e col medesimo fine.

— Oh, questo poi! Permettete....

— È la verità; — ripigliò la signora Camilla. — Di grazia, che cosa

ci andate a fare, voi altri, dalla tale o dalla tal altra, spesso da

dieci o dodici tutte belle, tutte eleganti, tutte amabili? Non certo

a tacere. E se parlate, come io credo, — soggiunse ella, ridendo

maliziosamente, — che cosa direte voi a quelle gentili signore?

Dei complimenti, che avranno aria di madrigali; dei madrigali, che

somiglieranno molto a dichiarazioni. Non dite di no; questa è la forza

delle cose.

— No, no; ad onta della vostra sicurezza, qui potreste ingannarvi;

— rispose Aldo De Rossi. — Io non credo di dire una cosa strana,

affermando che si possa conversare con una dama, anche bellissima,

parlando di cose da nulla, e facendo delle questioni accademiche; come

adesso, per l’appunto. —

La signora Camilla diede al suo contradittore un’occhiata

compassionevole.

— Per amor del cielo, non mi citate ad esempio la nostra conversazione.

Se io fossi un’altra donna, e sapessi di questo dialogo, o d’un altro

consimile, vi assicuro io, signor De Rossi gentilissimo, che non

mi piacerebbe niente, ma niente affatto che si disputasse di certi

argomenti, lontano da me. Del resto, — ripigliò la signora Camilla,

tornando al principio del discorso, — il Petrarca non faceva così, e

questo è l’essenziale. Egli ne amò una alla luce del sole, non vide,

non cantò, non esaltò che quell’una. Invece, eccovi qui, o signori, o

in abito di mattina, col fiore all’occhiello, o con l’abito nero, reso

ridicolo da quell’indegno pioppino, che sostituite qualche volta al

cappello _gibus_ dei vostri babbi; e in una foggia, o nell’altra sempre

in visite, in conversazioni, e in balli e teatri, sempre intorno alle

dame e pronti a ripetere la stessa musica con tutte.

— Le apparenze ingannano, — disse Aldo De Rossi, — e vi danno buon

giuoco contro di me. Ma pensate, vi prego, che non siamo più ai tempi

del Petrarca, quando le belle usanze della cavalleria e delle corti

d’amore permettevano di mettere in piazza una donna. Ci si costituiva

suo cavaliere, si facevano per lei giostre e canzoni, senza che nessun

geloso ci trovasse a ridire. Il Petrarca è ancora uno di quelli che

hanno fatto meno, forse perchè già propendeva al canonicato, e il

signor Ugo di Noves potè averne di catti. Ma adesso, signora mia,

adesso siamo in tempi sospettosi e difficili, secondo gli altri,

ma più riguardosi, secondo me e più delicati. L’amore si nasconde

volontieri, un po’ perchè è naturalmente vergognoso, ma molto perchè

ama il mistero, come la felicità sua sorella. Ora che c’è di meglio per

nasconderlo, che il moltiplicare le apparenze? Andando a fare una corte

generica a due dame, si nasconde la tenerezza che si ha per una terza.

— E chi vi dice che una donna voglia essere nascosta così, come si

nasconde un delitto? — gridò la signora Camilla. — Lo capisco anch’io;

generalmente una donna non si lagna di questi riguardi eccessivi, e

ve li ammette, perchè non le è dato di mutarvi il carattere. Anch’essa

ha la sua dignità e non s’ostina a tentare le opere inutili. Accade lo

stesso nella faccenda del fumare. Per avere in casa sua, a certe ore, i

civilissimi visitatori, una dama moderna è costretta a lasciar passare

le costumanze dei selvaggi. Ma ogni donna, signor mio, pensa dentro

di sè che l’uomo il quale non sa rinunziare a queste brutte usanze da

caffè, non merita che si rinunzi per lui alla pace dell’esistenza. E

ogni donna sa inoltre che l’uomo il quale non ardisce compromettersi

per lei, e comprometterla un poco, è un uomo che non l’ama davvero.

— E l’ascoltate, allora, un uomo simile? — chiese Aldo De Rossi.

— Lui, come tutti gli altri; — rispose la signora.

— Sì, come tutti gli altri; — ripigliò il De Rossi, con una certa

amarezza; — come tutti gli altri, la cui assiduità, rimeritata di

piccoli favori, può far disperare un poveretto, il quale vi amerà anche

senza sapervelo dire, come piacerebbe a voi ma vi amerà fortemente!

— Che farci? Si disperi; — disse la signora Camilla, stringendosi nelle

spalle.

— Ma scusate; — incalzò Aldo De Rossi; — che vi fanno tanti vagheggini,

che poi non stimate niente più di quell’uno?

— Mi dicono bella; — replicò la signora Camilla, con un leggiadro

movimento di testa; — e mi piace di sentirmelo a dire. Li tratto

come i fiori; ne aspiro il profumo, e poi.... li lascio finire come

possono. —

Aldo De Rossi rimase male, a quella risposta della signora Camilla. Nè

altro replicò per allora. Ma più tardi ebbe il torto di ritornarci su.

— Signora, mi permettete di dirvi che io sono quel tale.... di cui

parlavamo poc’anzi?

— Quel tale! Chi?

— L’uomo che.... vi ama. Sarò io proprio come un altro, per voi?

— No; — rispose la signora Camilla. — Potreste essere di più; potreste

esser meno.

Aldo si morse le labbra, ma non si diede per vinto.

— Come lo indovinerò io? — chiese egli, dopo un istante di pausa.

— Che cosa volete indovinare? — gridò la signora Camilla, rizzando la

testa e fissando i suoi begli occhi sdegnosi in volto al De Rossi. —

Qual diritto ci avete, a sapere queste cose?

— Nessuno, certamente; — rispose egli compunto; — ma infine, poichè

l’una cosa o l’altra ho da essere, mi sembra, con vostra licenza, che

si potrebbe anche lasciarmi intendere che sorte mi tocca.

— Ecco l’uomo! — esclamò la signora. — Ecco l’uomo che fa capolino.

Egli non ha tempo da perdere; vuole sapere alle prime se ha da restare,

o da andarsene; vuol essere il prescelto e sentirselo a dire, per

atteggiarsi immediatamente a padrone. Ora, sappiatelo, signor De Rossi,

io non voglio padroni. —

Camilla Rivanera parlava risoluto, se badiamo alla sostanza; ma,

come avviene tra le persone a modo, il risolino, l’accento soave, la

reticenza, la pausa, temperavano spesso la severità della frase.

Meno garbato, perchè meno padrone di sè, era il signor Aldo De Rossi.

— Sareste senza cuore! — diss’egli.

— Mettete che sia così, se vi piace.

— No, non mi piace. Anzi, stavo per aggiungere: che peccato! quando mi

avete interrotto.

— Allora, — ripigliò Camilla, scuotendo la testa, — immaginate pure che

io n’abbia. —

E la parola e il gesto accennavano chiaramente che la signora voleva

farla finita. Ma il giovinotto non se ne diede per inteso, e continuò:

— Ne avrete, dunque; ma non per me. Questo, volevate dire?

— Oh Dio! — mormorò la signora, spazientita. — Per caso, signor De

Rossi, apparterreste voi alla specie dei.... —

E si arrestò, temendo di dir troppo. Ma era fatta; ed anche un ingegno

più tardo di quello del signor Aldo De Rossi avrebbe inteso il pensiero

di Camilla e compiuta la frase.

— Oh, ditelo pure liberamente; — gridò egli, volendo averne l’intiero.

— Dei noiosi?

— Quasi; — fece ella, aggrottando le ciglia.

— No signora, neanche così! — ripigliò Aldo De Rossi. — E permettete

che io ve lo provi, facendovi riverenza. —

In queste parole si era alzato dalla scranna e salutava con molto

sussiego la signora Camilla.

— Buona sera; — rispose la signora, senza porgere la destra, che Aldo

non aveva mostrato di chiedere poichè non aveva stesa la sua.

E così freddamente lo rimandò con Dio. Ma in verità, io non saprei

dirvi se egli ci andasse, poichè aveva un diavolo per capello.

Che grilli passavano per la testa alla signora Camilla? Le donne

sono creature così diverse da noi, quantunque fatte della nostra

medesima carne, che un uomo non può arrischiarsi a giudicarle da

sè. Bisognerebbe studiarle, l’una per mezzo dell’altra, mettendole a

confronto, facendole parlare, e via di questo passo. Ma neppure per

tal via ci sarebbe da cavarne un costrutto. Una donna non somiglia ad

un’altra. Ci avete mai badato, a questo fatto psicologico? Son tutte

diverse; allegre e malinconiche, leggiere e gravi, matte e savie,

gentili e contegnose, prudenti e sbadate, buonine e scontrose, si

mostrano formate di tanti elementi, e così variamente combinati che

somigliano tra loro come una partita a scacchi somiglia ad un’altra.

Lo sapete pure; si comincia sempre ad un modo, cioè muovendo le stesse

pedine; ma dopo le prime mosse, non è più la medesima cosa, e dura

la bella varietà fino al penultimo colpo. L’ultimo, rammentatelo,

riconduce le partite ad una certa uniformità, poichè si foggia per

solito su d’un ristretto numero di combinazioni. E in amore e agli

scacchi, la regina finisce sempre ad un modo: scacco matto al re.

Ma la signora Camilla?... Voi non volete essere tenuti a bada con

le chiacchiere e tornate a domandarmi che diamine avesse in capo la

signora Camilla. Ecco, per quello che io ne so... (ma badate, so poco,

e potrei anche aver preso abbaglio) per quello che io ne so, la signora

Camilla non amava Aldo De Rossi. In fondo non amava nessuno. Li voleva

tutti devoti, e poi non sapeva che farsene della loro devozione, e

li accusava di essere sempre gli stessi piagnoni con tutte. Novità,

volevano essere, prove straordinarie, atti di valore e di sacrifizio,

come non se ne fanno più, e come non è più permesso di farne in questi

tempi volgari. Ma perchè, poi? Per premiarli con un sorriso, con una

stretta di mano, con una di quelle piccole grazie e cortesie di gran

dama, che ella usava largire al primo venuto, o all’ultimo, senza che

questi avesse compiuto nulla di grande per lei.

Dunque, per farvela breve, la signora Camilla Rivanera non amava Aldo

De Rossi, nè altri. Le adorazioni di tutti l’avevano avvezzata a non

amare che sè stessa. L’uomo di valore che si fosse invaghito di lei

poteva dirsi perduto, se una circostanza fortunata non venisse ad

aiutarlo. Ma convenite che è doloroso aspettare la propria salute dal

caso.

Aldo De Rossi incominciava a non aspettare più nulla. Aveva commesso

un altro errore gravissimo, incalzandola troppo con le sue furie

impazienti; aveva dimenticato quel primo tra gli elementi della

grammatica d’amore: che ogni donna vuol essere amata a suo modo. Ma,

d’altra parte, come indovinare il modo della signora Camilla? Notate

che egli non doveva indovinare una cosa sola, ma due; prima di tutto

se egli era quel tale che potesse toccarle il cuore, e poi in che

modo ci sarebbe riuscito. Ora, quando un uomo appartiene alla specie

dei noiosi, che vogliono spingere troppo oltre le indagini e andare

a fondo prima che la bella nemica (stile del Cinquecento) mostri il

petto indifeso, dite pure che succederà una catastrofe. E il signor

Aldo aveva avuta la sua. Quel giorno, se il mondo fosse stato un uovo

ed egli lo avesse avuto tra le dita, vi assicuro che si faceva una

frittata nello spazio.

Il giorno dopo quel dialogo, Aldo De Rossi andò dalla signora Vezzosi,

ed ebbe con lei quella strana conversazione che vi ho riferita in

principio. Un altr’uomo non sarebbe più tornato dalla Rivanera.

Ma egli ci tornò. Vi ho già detto che non era un uomo perfetto. La

trovò fredda, poi gentile, poi gaia, poi niente di particolare. Egli,

quasi sarebbe inutile il dirlo, si guardò bene di toccare l’argomento

delicato. Ed ella, per caso, non fu più umana con gli altri visitatori,

di quello che fosse con lui. Mal comune è mezzo gaudio, e insegna la

pazienza a tutti.

O tutto o nulla: romanzo · 第 10 / 27 题