— Sì, mia cara, come ho l’onore di dirti, questa è la mia ultima
visita, per la stagione; — notò ad alta voce la signora Margherita
Corniani, perchè la sentissero bene tutte le persone che erano, quel
mercoledì, nel salotto della signora Vezzosi.
Margherita Corniani, moglie al banchiere di questo nome, era una
signora lunga come le mie speranze e smilza in ogni sua parte, più
che non comportasse l’euritmìa, tranne nel naso, che aveva l’onesta
persuasione di far compenso alla pochezza del resto. Era nata baronessa
e portava l’analogo cerchietto d’oro, attorcigliato di perle, sul suo
biglietto di visita. Così la baronia dei Martoli, dond’ella nasceva,
era tacitamente passata nei Corniani, e la servitù di casa, per non
isbagliare, chiamava barone anche il marito della signora. Alla qual
gentilezza il banchiere si prestava con molta compiacenza, salvandosi
dal ridicolo in faccia agli amici con questa dichiarazione modesta: —
Io vivo all’ombra di mia moglie. — E la cosa poteva passare, tanto nel
proprio quanto nel figurato, poichè la signora era lunga come l’indice
d’una meridiana, ed egli corto e tondo come una trottola.
Del resto, se la baronessa Corniani non era bella, poteva annoverarsi
tra le signore più eleganti della città. Metteva fuori una nuova
abbigliatura ad ogni settimana; il che torna a cinquantadue per anno.
Grande conforto per il mezzo barone, a cui tutti facevano complimenti
per il buon gusto della sua dolce ed allampanata compagna.
— Tu dunque ci lasci? — chiese la signora Vezzosi. — Così presto?
— Sì, che vuoi? Debbo andare a Parigi, per rinnovare il mio vestiario.
Anzi, ho già tardato fin troppo, e corro il rischio di prendere gli
avanzi. È vero che Wörth non mi tratta più come la prima venuta; —
si affrettò a soggiungere la signora Margherita, con un sorrisetto di
soddisfazione, a cui il naso rispose con espansione paterna. — Intanto,
passerò il solito mesetto a Parigi, e poi tornerò, ma per andar subito
alle acque.
— Ti dài bel tempo? — osservò gentilmente la signora Vezzosi.
— Mio Dio, sì. Non ti par giusto, dopo un inverno così noioso? È
vero che tu non te ne sei avveduta. Sei rimasta così in disparte! A
proposito, e perchè?
— Sai, Margherita, non si ha sempre voglia di divertirsi. Del resto,
dobbiamo fuggire il mondo prima che il mondo fugga noi.
— Lo dici perchè non ne credi un ette; — replicò la signora Margherita.
— Che ne dite voi, signori, di questa modestia della nostra bellissima
Elena? — soggiunse, volgendosi ai due Alcibiadi. — Mostrate alle dame
che l’antica galanteria non è spenta.
— Noi ascoltavamo in un religioso silenzio; — rispose Alcibiade primo.
— È così dolce e così nuovo vedere una grande modestia accoppiata ad
una grande bellezza!
— Ah, meno male! — esclamò la signora Margherita.
— E poi, — aggiunse Alcibiade secondo, — da lunga pezza la signora
Elena lo sa, che dipende solamente da lei di farci combattere un’altra
guerra per dieci anni.
— No, per carità! — gridò la signora Vezzosi. — Avrei troppa paura del
cavallo di legno.
— A buon conto, ti sei quasi ecclissata, quest’inverno; — entrò a dire
la signora Bertini, una brunetta bofficiona, ma non inelegante, che
fino allora era stata a sentire le chiacchiere della baronessa.
— Che vuoi? — ripigliò la Vezzosi. — Parliamo sul serio. Gerardo era
così cagionevole di salute! Si può dire che è stato più a letto, tra
gennaio e aprile, che non per le strade. I nostri signori uomini non
ci sposano forse perchè facciamo l’infermiera? — soggiunse la signora
Elena, con un placido riso. — Del resto, ho fatto volentieri il
sacrificio. Gerardo è così buono con me!
— Bugiarda! — pensò la Margherita. — Come se non si sapesse che ci ha
avuto qui tutti i giorni il De Rossi! — Hai fatto bene; — proseguì
poscia ad alta voce. — Ma speriamo che ti ricatterai della tua
reclusione in estate. Dove vai quest’anno? Io andrò a Recoaro. Ci va la
regina, e Recoaro sarà la _great attraction_ della stagione.
— Ma... — fece la signora Vezzosi, tentennando la testa — Gerardo
avrebbe desiderio di andare a Courmayeur. Egli soffre tanto del caldo!
— Io — disse la Bertini — andrò a Livorno. È il gran _chic_, e tutti mi
raccontano che l’anno scorso si sono divertiti un mondo.
— Ma, signore mie... — entrò a dire uno degli Alcibiadi. — Non si
direbbe, a sentirle....
— Che cosa? — domandò la signora Margherita.
— Che i medici non c’entrano più per nulla nell’ordinare le acque.
Una volta si andava in un luogo piuttosto che in un altro, secondo i
bisogni della salute... secondo le malattie....
— Bravo! — gridò la signora Margherita. — E voi credete alle malattie?
— Ahimè, da qualche anno! — rispose l’Alcibiade, contrito. — Io credo,
per esempio, ai reumi, e vado a Casciana.
— Vi raccomando le zanzare; — disse l’altro Alcibiade. — Io andrò a
Monsummano.
— A Monsummano! E perchè? Sareste sordo, per avventura? — domandò la
signora Margherita, che per quel giorno dava la battuta in orchestra.
— Non come voi, baronessa; — replicò l’Alcibiade secondo, torcendo
amabilmente il collo.
La signora Margherita aperse le labbra ad un sorriso e il naso ad una
delle solite espansioni concomitanti.
— Questo m’ha l’aria di un complimento: — diss’ella.
— Il cavaliere Sestavalle è sempre galante; — notò cortesemente la
padrona di casa.
— Vecchia scuola, signora mia, vecchia scuola! — disse l’Alcibiade,
ridendo.
— È la buona; — si degnò di soggiungere la baronessa.
In quel mentre fu annunziata la visita del contino Anselmi; un capo
scarico, un matto grazioso, che passava la sua vita in società come
una farfalla tra i fiori, aliando un po’ a destra, un po’ a manca,
seminando da per tutto il suo spirito facile e la sua filosofia
leggiera; l’unica che sia sopportabile in questo mondo, già così pieno
di sopraccapi, grattacapi ed altri simili rompicapi.
Ossequiata la padrona di casa, fatta riverenza alle visitatrici e
stretta la mano ai due Alcibiadi, il contino Anselmi piantò la fida
lente nell’occhiaia destra, il gomito sinistro sulla spalliera di un
seggiolone, e così prese a parlare:
— La seduta è aperta. Anzi, lo era già e non occorre più dichiararla
tale. Di che parlavano le signore? Ed è permesso ad un nuovo venuto di
dire la sua?
— Prima di tutto, Anselmi, ci direte tutte le notizie della città; —
rispose la signora Vezzosi.
— Volontieri, ed anche della campagna; — ripigliò l’Anselmi,
inchinandosi. — Ieri un terribile uragano, non preveduto dall’uffizio
meteorologico del _New York Herald_....
— Ma voi incominciate proprio dalla campagna; — notò ridendo la signora
Elena.
— È vero; rientro subito in città. La Camera di Commercio, nella
sua seduta dell’altro ieri... dovendo rispondere ad analoga domanda
del signor ministro d’agricoltura, industria e commercio.... Ma che,
signore mie? Non credono neanche conveniente d’interrompermi? Badino
bene, io non so davvero che cosa abbia deliberato la Camera, e in un
caso disperato come questo sono capace di tutto... anche d’inventare la
deliberazione.
— E la domanda del ministro; — soggiunse la signora Elena.
— Si capisce. Tanto, egli non protesterà. I ministri ne firmano tante,
di carte, senza pigliarsi il fastidio di leggerle!
— Insomma, voi non sapete nulla, Anselmi?
— Come voi dite, donna Elena. Sono nel caso di sant’Agostino. So
questo soltanto, che non so nulla di nulla. Prego adunque le signore di
riprendere la loro conversazione al punto in cui l’avevano lasciata.
— Si parlava di bagnature e d’acque termali; — disse la signora Vezzosi.
— Argomento di stagione; staremo freschi; — notò il contino Anselmi,
felice d’aver colto in aria un bisticcio.
— Sicuramente, e ci contiamo su; — rispose la signora Vezzosi.
— Ah! partite anche voi, donna Elena? Ecco una notizia.
— Che non avevate voi, Anselmi! Ma già, siete così a secco, quest’oggi,
che bisognerà darne a voi.
— Date sempre; i poveri vi benediranno. Io, del resto, non avendo
notizie, farò i commenti su quelle degli altri. E dove andrete, se è
lecito saperlo?
— Non è ancora deciso; ma credo a Courmayeur. Gerardo ne ha già parlato
tre volte, citando i nomi de’ suoi amici che andranno lassù.
— Viaggio disastroso, — osservò il contino Anselmi. — Cretini in Val
d’Aosta; valanghe più su; continuo pericolo di ribaltare.... Viaggio
disastroso! Viaggio terribile! sconsiglierò il mio amico Gerardo.
— Farete un’opera inutile; — rispose la signora Vezzosi. — Gerardo ha
cinque o sei amici che vanno a Courmayeur; tutti uomini politici....
— Ah! — esclamò Anselmi. — Non resteranno dunque tutti nella valle,
i....
— Via! — interruppe la signora Vezzosi, che vedeva già tornare in ballo
i cretini. — Un po’ di carità per gli uomini politici!
— Che vi seccheranno, donna Elena, ve lo prometto io, vi seccheranno.
— Ci vorrà pazienza; — replicò la signora Vezzosi, simulando un
sospiro. — Gli uomini hanno tutti il loro cavalluccio di legno, come
dicono gli inglesi. E chi è senza peccato scagli la prima pietra.
— Oh, la scaglio io, la scaglio io; — gridò l’Anselmi. — Degli otto
peccati capitali, proprio questo mi manca.
— È curiosa, per altro; — ripigliò la signora Elena, cercando di
ravviare la conversazione. — Si suol dire: tre italiani, tre opinioni
diverse. Ora eccoci qui tre italiane, tre amiche, e nessuna di noi
andrà dove va l’altra. Io forse a Courmayeur; Margherita a Recoaro e
l’Amalia a Livorno.
— _Variata placent_; — disse l’Alcibiade primo. — Del resto, io ne
conosco due che andranno insieme, l’Altobelli e la Salieri, a Venezia.
— Le due rosse! — esclamò la baronessa.
— Sicuro, bene osservato! — entrò a dire l’Alcibiade secondo. — Una
rossa di capegli e l’altra di carnagione.
— Si capisce allora perchè vadano ambedue a Venezia — notò gravemente
l’Anselmi.
— Sentiamo il perchè; — disse la signora Vezzosi. — Ma vi avverto,
Anselmi; non vogliamo bottate. Si tratta di due amiche. —
Il contino Anselmi chinò la testa, con aria di contrizione.
— Allora non parlo più; — diss’egli. — Se le mie oneste intenzioni sono
così neramente sospettate....
— Via, lascialo dire, povero Anselmi! — mormorò la baronessa, con
accento di preghiera. — Se no, è capace di morirne.
— Margherita intercede per voi; — riprese la signora Vezzosi. —
Parlate, Anselmi. Se sarà troppo forte, fingeremo di non avere udito
nulla.
— Di male in peggio! — gridò il contino Anselmi, con accento di comica
disperazione. — E voi credete proprio, Donna Elena, che io voglia dire
delle cose assai gravi? Venezia è stata famosa un tempo nell’arte per
una scuola di coloristi insigni; che ci sarebbe di male se le nostre
due dame più colorite andassero colà, a rinfrescare le tradizioni della
scuola? Eccovi tutto quello che io ci avevo da dire.
— Proprio tutto? Nient’altro che questo? — domandò la baronessa, con
aria d’incredulità, mista ad un pochino di disillusione.
— Nient’altro che questo; lo giuro ai Numi! — rispose il contino
Anselmi. — Ma già, capisco; questa è la sorte che tocca a tutti gli
oratori, che hanno lasciato sperar molto di sè.
— Sperare! È un po’ troppo. Noi temevamo; — osservò la signora Vezzosi.
— Risposta arguta, e m’inchino al vostro spirito, Donna Elena; —
replicò il contino. — Con voi non c’è modo di collocare una malignità.
— E che dite, signor conte, della Milani, che va invece a Tabiano? —
chiese a sua volta la signora Amalia Bertini.
— Che ne so io, signora? Ci andrà per dimagrare.
— E della Vernetti, che va in Engadina?
— Ma!.... Forse per ingrassare, con la cura del latte. Non credete voi
che ciò le farà bene?
— Se ne vanno tutte! — esclamò Alcibiade primo. — È dunque una
diserzione generale?
— È la moda, cavaliere, è la moda. Bisogna pure farsi ordinare qualche
cosa dal medico, per ordinare qualche cosa alla sarta. Si va alle acque
con una sola ricetta, che si dimentica magari alla prima stazione; ma
con una dozzina di bauli e di casse, da disgradarne una prima attrice.
Non è così, mie belle signore? Abbigliatura di mattina, abbigliatura di
pomeriggio, abbigliatura di sera; cangiare tutti i giorni, ripartire
quando si è veduto il fondo alle casse; ecco il modo di andare alle
acque e di ritrarne vantaggio. Perdonate, signora, io scherzo. La
cura si fa e riesce utilissima... a noi uomini, per cui queste cose si
fanno.
— Ah, se credete che si facciano proprio per voi! — esclamò la signora
Vezzosi, minacciando il contino Anselmi col suo ventaglio cinese.
— Sicuramente, dico per noi. Che volete, che sia per le amiche? Ma
questo non sarebbe il modo di curarle, bensì di farle morire d’invidia.
Non è vero, baronessa? Lo domando a voi, che siete annoverata
meritamente tra le stelle più brillanti del nostro firmamento. —
La baronessa rispose al complimento con un risolino delle sue labbra
sottili e con l’analoga espansione del vicino di sopra.
— Ma dite, e la Rivanera? — esclamò la signora Amalia. — Avevamo
dimenticata la Rivanera.
— La divina Rivanera! — disse l’Anselmi, con un accento che fece alzare
la testa alla signora Vezzosi.
— Parlate sul serio, Anselmi? Vi pare proprio divina?
— Signora sì, mi pare; e credo per giunta che lo sia.
— Infatti, è carina; — ripigliò la signora Vezzosi. — Una bella testa!
— Peccato che non sia un palmo più alta! — soggiunse la baronessa.
— Pazienza, Donna Margherita, pazienza! — replicò il contino Anselmi.
— Non tutte hanno la vostra bella ed elegante persona. Del resto,
la Rivanera non è piccola. Vi ricordate della fiera di beneficenza
dell’altro anno? C’era il bilico, come all’ufficio del dazio, e
il metro, come nei consigli di leva. Ci si è pesati tutti quanti
e misurati, a vantaggio dei poveri. La Rivanera pesa cinquantanove
chilogrammi e misura un metro e sessantadue, salvo errore, ma sempre
più di quel che ci vuole per assicurare un bersagliere alla patria.
— Del resto, tanto carina! — ripetè la signora Vezzosi.
— Sì, Donna Elena, è questa l’opinione di molti.
— Tutti innamorati, s’intende; — notò la baronessa, con accento
agrodolce. — Stiamo a vedere che glieli regalate tutti! Siete così
maliziosi, voi altri!
— Adagio, baronessa, vi prego. Non mi fate parlare prima che io abbia
aperto bocca. Volevo dire per l’appunto il contrario. La signora
Camilla è Rivanera di casato, ma si potrebbe chiamare più giustamente
Riva alta.
— Già, — disse la baronessa, — un metro e sessantadue, salvo errore!
— Certo, non è più alta di così; ma gli adoratori ci han fatto mala
prova ugualmente. Io, per esempio, ne conosco uno che ci ha fatto un
fiasco piramidale.
— Lo conoscete, Anselmi? Intimamente? — domandò la signora Vezzosi.
— Ve lo dica il sospiro che mi prorompe dall’imo petto! — rispose il
contino.
— Ah, povero Anselmi! Povero Anselmi! E voi certamente vi facevate
innanzi con le migliori intenzioni del mondo.
— Sfido io! Una vedova a ventitrè anni! Si va innanzi, pesciolini
fidenti, sperando sempre che la bella pescatrice abbia una rete in mano
e che voglia servirsene.
— L’avevate giudicata male; — replicò la signora Vezzosi. — Camilla è
molto fiera. Non vuol questo, perchè è troppo ricco; non vuol quello,
perchè lo è troppo meno di lei; non vuole quell’altro, perchè manca
d’idealità.... È la sua frase.
— Sarei curioso di sapere in che categoria ha messo me; — disse
l’Anselmi pensoso.
— Probabilmente nell’ultima; — rispose la signora Elena, dandogli
gentilmente la baia. — Non ve ne siete accorto, che mancate d’idealità?
— Voi mi direte quel che vorrete, Donna Elena; ma io non andrò in
collera; — disse di rimando l’Anselmi. — Vi proverò in questo modo che,
se manco d’idealità, son sempre l’ideale degli uomini di buona pasta.
— Intanto che voi distillate il vostro spirito, — entrò a dire la
Bertini, — noi non sappiamo dove andrà quest’anno la Rivanera. Un
innamorato come voi dovrebbe pure saperlo.
— Signora mia, sono un innamorato respinto, andato a male, vi prego di
rammentarlo. Che cosa volete che io sappia? Di sicuro, una dama così
piena d’idealità non può andare che in un luogo molto elevato.
— Al Monte Generoso; — suggerì Alcibiade secondo.
— O sul Davalagiri; — soggiunse l’Anselmi.
— Il Davalagiri! — esclamò la baronessa. — Che stazione di bagni è
questa mai?
— Non è una stazione di bagni, Donna Margherita. Non ci si fa altro
che la cura dell’aria rarefatta. Il luogo è in India, sulla catena
dell’Imalaia, ad ottomila metri sul livello del mare.
— Sempre lo stesso capo ameno! — disse la signora Bertini.
— Del resto, — ripigliò l’Anselmi, — la Rivanera andrà dov’è andata
l’anno scorso. _Qui a bu boira_, dice il proverbio francese. Ed essa
berrà le acque di Montecatini; o, per dire più esattamente, le berrà
lo zio, presidente e gran croce. Le acque del Tettuccio sono acque
eminentemente politiche, amministrative e giudiziarie, come il mal di
fegato che hanno la fama di guarire. A proposito, Donna Elena, perchè
non raccomanderemo le acque del Tettuccio al mio amico Gerardo?
— Per carità, non ne fate nulla. Volete mandarmi a morire dal caldo in
Val di Nievole. Meglio centomila volte Courmayeur, con le valanghe, le
ribaltature e i cretini, di cui mi parlavate poc’anzi. —
Il contino Anselmi stava per rispondere qualche altra spiritosità
delle solite; ma gli furono mozzate le parole in bocca da un atto della
baronessa, che accennava di volersene andare.
— Dunque addio, la mia bella e cara Elena; — diss’ella, abbracciando
l’amica e mettendole il naso sulla guancia. — O piuttosto, a rivederci
in novembre.
— E tu, bada a non dimenticarti di noi, a Parigi. Voglio sperare che,
se avrai un ritaglio di tempo...
— Non dubitare, avrai mie notizie. E anch’io spero di avere le
tue. —
Un nuovo bacio e sonoro chiuse il dialogo delle due svisceratissime
amiche.
Anselmi aspettava la baronessa al varco.
— Donna Margherita, — le bisbigliò, inchinandosi, con aria di
devozione, — e per me niente?
— No, — rispose la baronessa, — voi mancate.... d’idealità. —
L’Anselmi non si commosse punto di quella bottata.
— Diamine! — esclamò, stringendosi nelle spalle; — ve ne importa
proprio, della idealità? E per che farne? —
La baronessa gli rispose con un mezzo sorriso; segno che non gradiva
intieramente lo scherzo. Perciò al moto delle labbra non si accompagnò
quella volta l’espansione del vicino di sopra.
Il contino Anselmo ritornò alla conversazione, molto contento di sè.
Si contentava di poco, in verità. Ma la sua fama di bell’umore si
rassodava sempre più, e un uomo può credere di aver tutto, quando,
insieme con la gioventù, la bellezza e i quattrini, è sicuro di avere
anche la gloria.
Anch’egli era sul punto di prender commiato; ma la signora Elena,
nell’atto di rimettersi a sedere, e approfittando di un discorso
impegnato tra la signora Bertini e i due Alcibiadi, trovò il modo di
bisbigliargli, dietro la seta del suo ventaglio cinese:
— Restate, ve ne prego. —
Ad onore del contino Anselmi e della sua filosofia leggera, debbo dire
che egli non insuperbì punto punto di quell’invito confidenziale. Tra
lui e la signora Elena non erano mai corse parole infiammate, e nemmeno
galanti, oltre il limite d’uno scherzo. Ne avrebbe dette sicuramente,
se avesse potuto sperare di non dirle invano; ma, anche veduto di buon
occhio dalla signora Vezzosi, il contino aveva capito che quell’occhio
non toglieva ispirazione dal cuore. In genere, le dame non prendevano
il contino Anselmi sul serio. Egli era diventato lo schiavo del
proprio spirito, come un antico doge di Venezia della propria dignità.
Era condannato ad esser leggiero e ad esser trattato come tale. Per
compenso, gli erano lecite tutte le bizzarrìe possibili e tutte le
scappate immaginabili. Da principio, questa condizione gli aveva dato
un po’ noia, ed egli si era proposto di diventare un uomo serio e
noioso come tutti gli altri; ma andate a dirla con la natura! La lingua
era pronta e non sapeva stare alle mosse. Il contino Anselmi era andato
avanti per la sua strada, si era adattato alle miserie della propria
grandezza. Si rideva delle sue dichiarazioni, quando s’arrisicava a
farne; e allora lui le voltava prontamente in celia, si ricattava con
le arguzie, e aveva il gusto di sentirsi dire da tutte: che spirito,
quell’Anselmi! che spirito! Aggiungete che lo cercavano da per tutto,
lo volevano in ogni luogo, dame, cavalieri, ufficiali e commendatori. E
questo è come dirvi che era ben veduto anche dai signori mariti.
Or dunque, vi ho narrato come l’Anselmi non insuperbisse dell’invito.
Restava a lui di dare una pubblica ragione della sua persistenza a
restare, anche oltre i termini d’una visita, e sopra tutto di mandar
via gli altri visitatori, che, dopo l’invito della signora Elena, gli
dovevano parere altrettanti importuni.
— Mi permettete. Donna Elena, di farvi la guerra? — diss’egli, dopo
alcuni minuti di chiacchiere.
— La guerra a me? — esclamò la signora Vezzosi. — E in che modo?
— Ecco qua; persuaderò Gerardo a cangiare il suo itinerario. Appena
torna a casa, ve lo riduco io come va. Non più Courmayeur; Montecatini,
vuol essere.
— Sarebbe il caso di mandarvi via subito; — replicò la signora Vezzosi.
— Ma questo non sarebbe di buona guerra, ed io voglio darvi la prova
che non potete nulla su di lui.