Erano le cinque del pomeriggio, quando l’ultimo degli Alcibiadi si alzò
dalla poltrona e prese commiato dalla signora Elena. In casa Vezzosi
era costume di pranzare alle sei e il commendatore Gerardo soleva
capitare per l’appunto all’ora di tavola. I nostri due personaggi
avevano dunque un’ora di tempo, per chiacchierare a lor posta. Ma la
signora Elena non aveva neanche bisogno di tanto.
Rimasto solo con lei, il contino Anselmi prese posto su d’una
poltroncina accanto al sofà, si rizzò ossequiosamente sulla vita,
allungò il collo verso di lei e le disse:
— Donna Elena, eccomi qua. Che comandi avete da darmi?
— Nessun comando; — rispose la signora Vezzosi. — Mettete che io
v’abbia trattenuto per farvi far penitenza di tante chiacchiere e di
tante mormorazioni. —
L’Anselmi fece una mossa che voleva dire: non ne credo una maledetta.
Ma intanto rispondeva, con la solita galanteria:
— Dolce penitenza ad un grosso peccato. Vi avverto, Donna Elena, che
peccherò molto e spesso. —
Credete, lettori, che si sdrucciolasse finalmente nel tenero?
Disingannatevi; quella era galanteria dozzinale, semplice maniera di
discorrere. Del resto, la signora Elena non fece caso del complimento,
e rannicchiatasi contro la spalliera del sofà, mentre aveva l’aria di
guardare le figurine del suo ventaglio cinese, così disse brevemente
all’Anselmi:
— Conoscete Aldo De Rossi?
Il contino trasse indietro il collo, anzi il busto senz’altro, e guardò
trasognato la sua bella vicina.
— Donna Elena, — le disse, dopo un istante di pausa, — voi mi parlate
ora come parlò un giorno Domineddio al Diavolo, «Conosci tu il mio
servo Giobbe?» Sì, signora, vi risponderò io, lo conosco. E voi?
— Finiamola, con le vostre scioccherie! — replicò ella stizzita.
— Ma, signora... — ribattè l’implacabile Anselmi. — Non lo avete
indovinato? Gli è per buscarmi da voi un’altra penitenza.
— Voi sapete pure che non c’è nulla di nulla; — continuò la signora
Vezzosi, senza por mente alla risposta.
— Che fretta, Donna Elena, che fretta! Io non avevo ancora toccato il
tasto delicato.
— Perciò bisognava fermarvi al primo cenno, al primo sospetto di un
vostro giudizio temerario. Con voi è necessario difendersi prima di
essere attaccati, e mettere a dirittura i puntini sugli i. Di grazia,
Anselmi, se ci fosse qualche cosa, vi avrei io trattenuto qua, per
parlarvi di lui?
— Eh! — rispose il contino, crollando la testa. — Potrebbe anche essere
una finezza di seconda intenzione. Ci sono delle donne così astute! Del
resto, non negherete che Aldo vi fa la corte.
— A me?
— Sì, una corte spietata. È sempre qui, e mi meraviglio che non ci sia
stato anche oggi. Infine, non va a vedere le altre dame della città
così spesso come viene da voi.
— Apparenze! — rispose la signora Vezzosi. — Le apparenze
ingannano. —
E perchè il contino Anselmi seguitava a tentennare il capo, la signora
Elena aggiunse:
— Non mi credete? Vi dò la mia parola di onore.
— Quand’è così, — disse l’Anselmi, «lasciando l’atto di cotanto
uffizio,» — non oso più contraddirvi. La vostra parola d’onore mi rende
l’uomo più serio della cristianità. Parlate, signora.
— Desidero sapere una cosa da voi; — ripigliò essa.
— Intorno al De Rossi?
— Intorno a lui.
— L’ho poco in pratica, Donna Elena. Ma infine, se le mie poche
cognizioni possono servirvi in qualche modo, son qua.
— Si tratta d’una cosa da nulla; — proseguì la signora; — d’una cosa
che si nasconde male fra tanti uomini, tutti intenti a scoprire i
segreti dei loro amici e rivali. Insomma, desidero sapere da voi di che
donna è innamorato il signor De Rossi. —
Il contino Anselmi diede un sobbalzo sulla poltrona.
— Nientemeno! — esclamò. — E sono io che devo... siete voi che
volete....
— Badate, — osservò la signora Vezzosi, — ora siete sul punto di
passare per un povero di spirito.
— È vero, è vero! — gridò l’Anselmi, cercando di rimettersi in sella. —
Ma vedete, signora; la cosa, quando non ci sto attento, mi accade così
spesso! È la natura mia; ero nato imbecille. Ma facciamo di rialzarci
un pochino agli occhi vostri. Vi risponderò con tutta sincerità che
io non tengo dietro al signor Aldo De Rossi. Non mi è mai capitato
di osservarlo, tranne in casa vostra. E poichè credevo che fosse
innamorato di voi....
— Ab, già, dimenticavo quest’altra invenzione, — disse la signora
Elena. — Ma io vi ho detto, e voi lo crederete, spero, che egli non è
innamorato di me, e che io non sono innamorata di lui. Gli sono amica,
ecco tutto; e sono curiosa....
— Ecco il resto; — aggiunse il contino Anselmi, che non sapeva
rinunziare al gusto di collocare un’arguzia.
— Certamente, ecco il resto; — ripigliò la signora, ridendo a suo
malgrado. — E siccome ho gran timore che il signor Aldo De Rossi sia
invaghito di qualche sciocca....
— Che ve ne importa, Donna Elena? — interruppe l’Anselmi. — Per solito,
la donna che piace non è mai sciocca; anzi, sarei per dire che è un
Pico della Mirandola in gonnella, se non temessi di lasciar credere che
è sapiente e noiosa per giunta.
— Come voi, adesso, non è vero? — ribattè la signora Vezzosi. — State
a sentire. Anselmi, e vi spiegherò tutto, dall’a fino alla zeta. C’è
una bellissima fanciulla, che ama il signor De Rossi. Io conosco i
segreti di quel giovine cuore e i tesori della sua anima innocente. È
ben detto, così? Dunque, come intenderete, speravo un matrimonio, che
avrebbe fatto molto piacere ad una famiglia, che è in strettissima
relazione con Gerardo e con me. Non andate a indagare, ve ne prego;
non sono segreti da farne argomento di chiacchiere e di mormorazioni,
sul genere delle vostre. Vi ho data una prova di stima, accennandovi
semplicemente la cosa; siatene degno.
— Ne sarò degno; — rispose contrito l’Anselmi.
— Dunque, state a sentire. Sarebbe un matrimonio conveniente sotto
tutti gli aspetti. A Gerardo piace; io ne sarei contentissima. Il
signor De Rossi, sulle prime, pareva accostarsi alle nostre idee. Se ne
è parlato più volte, a questo medesimo posto, — soggiunse la signora
Vezzosi rincalzando la bugia con tutte le più audaci invenzioni, —
e speravo già d’essere riuscita a persuaderlo. Ma ecco che, sul più
bello, venuti al punto di conchiudere, il signor Aldo mi si raffredda,
cerca di guadagnar tempo, ha paura di fare il primo passo; insomma,
che vi dirò? vorrebbe rimandare il principio dei negoziati alle calende
greche.
— Oh diamine! — esclamò il contino Anselmi. — E voi dite, signora, che
sulle prime pareva disposto?
— Dispostissimo. Voleva sapere molte cose; ma infine, anche la
sua curiosità, troppo legittima in un caso come questo, faceva
testimonianza di una certa propensione.
— È grave; — ripigliò l’Anselmi. — Non potrebbe darsi il caso che,
pigliando lingua da altri, avesse scoperto qualche amoruccio della
ragazza? Ce n’hanno sempre qualcheduno, queste benedette fanciulle! Son
diventate tanto precoci, a questi soli di libertà!
— No, la ragazza esce a mala pena di collegio.
— O qualche difetto, qualche imperfezione fisica?
— È un portento di bellezza.
— Che Aldo cerchi una dote più vistosa? Gli uomini ne hanno,
qualche volta, di queste malinconie! E se la ragazza non fosse ricca
abbastanza, per determinare la sua scelta?
— È ricca come lui, e alla morte dei parenti lo sarà anche più di lui.
Si convengono per ogni verso.
— Allora, — disse il contino, assumendo un’aria grave, — non c’è più
che una supposizione da fare. Il signor De Rossi s’è innamorato di
un’altra.
— Ve lo avevo detto, io; — rispose la signora Elena. — Ma di chi? Come
saperlo? Questo è il difficile.
— Non tanto, signora, non tanto.
— Ah bene, aiutatemi dunque a trovare.
— È presto fatto. Il signor De Rossi s’è innamorato... di voi. —
La signora Vezzosi fu per andare in collera davvero.
— Calma! calma, Donna Elena, e statemi a sentire; — proseguì il
contino Anselmi. — Credete proprio possibile che si stia impunemente
a ragionare di un’altra donna, accanto ad una donna come voi? Gli
dipingevate le bellezze, gli snocciolavate le grazie e tutti gli altri
pregi fisici e morali di una assente; intanto, quei pregi, quelle
grazie, quelle bellezze, gli si mostravano presenti e irresistibili
nella divina oratrice. Ciò si è veduto altre volte nella storia.
Francesca da Polenta non amò Paolo Malatesta, che andava ad impalmarla
per conto di suo fratello Gian Ciotto? Non ho più in mente i romanzi
di Alessandro Dumas; ma mi pare che ci sia un caso somigliante anche
nella storia di Francia. Che meraviglia, adunque, se un uomo viene ad
intrattenersi così lungamente con voi, e, scambio d’intenerirsi per
una donna lontana di cui gli parlate con tanta eloquenza, si infiamma
lentamente ma profondamente di voi? —
La signora Elena era rimasta pensierosa. — Se fosse vero! — andava
dicendo tra sè. Intanto il contino Anselmi, pigliando ansa da quel
silenzio, proseguiva:
— Ecco il vostro errore, Donna Elena. Si assumono degli incarichi
superiori alle forze proprie e a quelle di chi ci ascolta. Si manda
la paglia ambasciatrice al fuoco, per dirgli: tu brucerai l’acqua. E
il fuoco trova che è più comodo, più pronto, e sopra tutto piacevole,
divorarsi la paglia. Scusate il paragone, non m’è venuto altro alle
mani. Ed anche voi, abbiate pazienza, perchè assumervi di questi uffici
pericolosi? Alla vostra età! Con quel viso!
— Tutte le età son buone, per fare un’opera buona; — ribattè la signora
Vezzosi.
— Giusto! — replicò l’Anselmi. — E vedete come la cosa vi riesce! Aldo
non vuol saperne della vostra protetta.
— E voi chiacchierate, Anselmi, senza venire a capo di nulla.
— Dio buono, se non so nulla! Ma vediamo. Donna Elena. Voi non siete la
fiamma del signor De Rossi. Ne siete ben certa?
— Certissima. Una donna indovina sempre queste cose, anche quando
l’uomo non le ha ancor dette a sè stesso.
— È verissimo. Cerchiamone dunque un’altra. Passiamo in rassegna le
dame di nostra conoscenza. Le rassegne son sempre di moda, dopo quella
delle navi, che si legge in Omero. Chi sospettate voi?
— Ma.... non saprei.... Varii nomi mi son passati per la fantasia; —
disse la signora Vezzosi. — Che direste voi di Margherita?
— Quale Margherita?
— La baronessa. Non è la Margherita per eccellenza? —
Il contino Anselmi si trasse indietro con aria di sommo stupore.
— Donna Elena! — esclamò. — Vorreste voi canzonare il vostro povero
servo?
— E perchè, di grazia? Non è Margherita l’elegantissima tra le nostre
signore?
— Sia pure; ma, a questi patti, Aldo De Rossi farebbe meglio a
innamorarsi a dirittura della sarta. Che vi pare? Un uomo di garbo
innamorarsi del contenente? Eh via!
— Ma il contenuto.... — si provò a dire la signora Vezzosi.
— Il contenuto! — ripetè l’Anselmi. — Il contenuto è così poca cosa! Io
non ci trovo di... come direste voi? Di consistente? di palpabile? Io
non ci trovo di palpabile che il naso.
— Esagerazioni! — rispose la signora Elena. — Esagerazioni di quelle
che fate sempre voi. Quando vi correggerete di questo brutto vizio?
— Avete ragione, Donna Elena, mi correggerò. Ma desidero che incominci
la baronessa. Voi gli siete amica; avete influenza sull’animo suo.
Ditegli, ve ne prego, di rinunziare a quel naso. —
Con quel capo scarico dell’Anselmi non c’era verso di vincerne una. La
signora Vezzosi si appigliò al partito di ridere.
— Dunque, la Corniani no; — diss’ella, abbandonando il naso di
Margherita alle celie del contino. — Vediamo l’Altobelli.
— Quella dei capelli rossi! — esclamò l’Anselmi. — In verità, non siete
amica al signor De Rossi, se gli attribuite un gusto così bizzarro.
— Lasciamo l’Altobelli. Che ve ne pare della Vernetti?
— È sul fare della Corniani.
— La Milani, dunque. Eccone una che non è sul fare della Corniani.
— Giustissimo; essa è sul fare delle corniòle. Perchè non piuttosto la
Rivanera?
A quel nome, buttato là d’improvviso, la signora Elena diede un
sobbalzo, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Perchè? ve lo
dico subito. Generalmente, le cose più strane comportano (per servirmi
di un verbo filosofico) una spiegazione semplicissima. Le altre
donne le aveva nominate lei; la Rivanera, invece, l’aveva ricordata
lui. Perciò la signora Vezzosi potè credere lì per lì che il contino
Anselmi ci avesse qualche particolare, ricordato in quel momento, per
giustificare la citazione di un nome anzi che di un altro. Infatti,
ella fu pronta a domandargli:
— Che cosa sapete? Ditemi tutto.
— Non so nulla, io; — rispose l’Anselmi. — Non le passavamo noi tutte
in rassegna? —
La signora Vezzosi non pose neppur mente a quella circostanza
attenuante.
— Ci va forse in casa? — ripigliò.
— Lo ignoro. Io non mi arrisico mai in quei paraggi. È così noiosa la
società del presidente gran croce!
— Anselmi! — disse la signora Vezzosi, rimettendosi un tratto dalla sua
commozione. — Lo sapete, il proverbio: non c’è rosa senza spina. E chi
vuole la rosa....
— Deve adattarsi alla spina, lo capisco; — rispose l’Anselmi. — Ma chi
non vuole a nessun costo la spina rinunzia volentieri alla rosa.
— È strano! — esclamò la signora, con un accento di sottile ironia. —
Vi piace tanto la Rivanera, e non sapete fare un piccolo sacrifizio ad
una così grande bellezza!
— Grande, sicuro; ma è una bellezza vedova; alla larga. —
La signora Vezzosi alzò il ventaglio in atto di minaccia.
— Signor Anselmi, — diss’ella, — sapete che non siete punto galante,
quest’oggi? Un bell’omaggio lo rendete, alle donne! Quando son libere,
le fuggite.
— Abbiate pazienza, Donna Elena, son fatto così. Del resto, sono così
poco pericoloso, che il mio omaggio alle dame.... non libere, non deve
far paura a nessuno. Si sa, ogni donna ha bisogno di un uomo, come la
vite di un sostegno. Quando la vite perde il palo, il savio agricoltore
si affretta a dargliene un altro. Io.... — soggiunse con tragico
accento il contino Anselmi, — io non sarò quel palo. E son certo che
anche il signor De Rossi la pensa così.
— Vi ha mai manifestate le sue opinioni in proposito?
— No, ma un uomo giunto alla sua età, cioè a dire con tanti anni di
navigazione, e per conseguenza passato per tante burrasche, o sarebbe
naufragato prima, o non ci casca più. Questa è la mia opinione. —
La signora Vezzosi stava per rispondere, quando si udì un rumore di
passi nell’anticamera.
— Ecco Gerardo; — diss’ella. — Son già le sei!
— Signora, ecco un’osservazione e un accento molto lusinghieri per me.
— Ma sì, ma sì! — rispose la signora Vezzosi, sorridendo amabilmente. —
Mi avete fatto volare il tempo, con le vostre follie. —
La bussola si aperse ed entrò nel salotto il commendatore Gerardo
Vezzosi. Non meritava il suo cognome, in verità, ma non poteva neanche
dirsi un uomo antipatico. Portava gli occhiali d’oro e la barba corta
intorno al mento, per somigliare al conte di Cavour, buon’anima sua;
ma non ne veniva a capo. Era ancora troppo smilzo, per essere tolto in
iscambio. Era stato deputato, tant’anni addietro, e si parlava sempre
di lui come di un senatore possibile. Egli, del resto, aspettando
la nomina, ne aveva già l’aria. In gioventù peccava di ruvidezza,
e l’ingratitudine degli elettori e qualche fiasco elettorale,
sopravvenuto a renderla più solenne, non avevano contribuito a farlo
più maneggevole. Ma da qualche anno, e per il solo fatto che i giornali
lo avevano preconizzato senatore in quelle loro liste fantastiche da
cui suol essere preceduta una infornata ministeriale, il commendatore
Gerardo era diventato uno zucchero, un marzapane, sorrideva a tutti,
dava volentieri del tu e versava anche più volentieri nel seno dei
conoscenti la piena delle sue idee sulla politica estera. Come vedete,
faceva il suo mestiere di candidato; cosa che non disdisse neppure a
Cesare, che era Cesare e aveva domate le Gallie.
— Gerardo, — gli disse il contino Anselmi, stendendogli la mano, — son
qui a fare una guerra atroce alla tua signora.
— Ah sì? — fece il commendatore sorridendo benevolmente. — Speriamo
almeno che avrà saputo difendersi.
— Non ne dubitare. È una cittadella. Ed io, poichè tanto le son giunti
i soccorsi, levo prudentemente l’assedio. —
Con quest’ultima arguzia il contino Anselmi prese commiato.
— Meriteresti che ti si facesse prigioniero e che ti si trattenesse a
pranzo; — replicava intanto il commendatore.
— Grazie, grazie di cuore; ho un impegno; — disse l’Anselmi.
E stretta gentilmente la mano alla signora Elena, e dato un crollo
con britannica vigoria alla destra del suo amico Gerardo, il contino
Anselmi si avviò verso l’uscio.
— Diamine! Diamine! — borbottava egli tra sè, nell’atto di scendere le
scale. — Una lo vuole e l’altra lo vorrebbe. Il De Rossi è nato sotto
buona luna. Con quell’aria da scimunito! Che cosa ci trovino le donne
in questi tipi, io non lo so. Ma già, — conchiuse filosoficamente,
mettendo il piede in istrada, — per piacere a loro, un uomo non ha da
essere solamente scimunito; deve anche parerlo. —