Se Elena Vezzosi fosse stata un’antica romana, avrebbe notato quel
giorno tra i nefasti. Ma era una gentildonna moderna, e si restrinse a
dolersi d’aver fatto troppo per quel signorino, che, messo al punto di
parlar bene, aveva parlato così male, o almeno così diversamente da ciò
che ella era in diritto d’aspettarsi.
Fors’anche a voi, lettrici cortesi, parrà che la signora Elena si fosse
buttata, come suol dirsi, un po’ via. Ma di certo non pensereste in tal
guisa, se sapeste appuntino in che termini fosse la relazione di quei
due personaggi. Perchè io non v’ho detto nulla, accennandovi brevemente
che si conoscevano da oltre un anno e che si vedevano molto spesso.
Bisognerebbe tessere la storia di quell’anno, anzi farne a dirittura
il diario, e notarvi ad una ad una tutte le delicatezze, le graziette
e sarei quasi per dire le moinerie di quella amicizia, apparentemente
mantenuta da una specie di commercio librario. La signora Vezzosi
aveva, secondo me, il grave torto di credere che un uomo non possa
provare per una donna quel sentimento pacato e fine, che Lord Byron
chiamò giustamente un amore senz’ali. Ella conosceva poco gli uomini,
anche vedendosene molti d’attorno; o forse il conoscerne troppi e il
vederli quasi tutti uguali per lei, le aveva tolto di riconoscere le
eccezioni. Perchè era bellissima e perchè glielo dicevano a gara, la
signora Elena era giunta facilmente, quasi fatalmente, a non ammettere
che un uomo potesse resistere all’incantesimo delle sue grazie, e ci
avesse l’originalità non artificiale di star saldo sulla galanteria
cavalleresca, rinunziando all’amore; infine, non sospettava nemmeno
che vivessero uomini, i quali, stanchi dei falsi amici e sazii di
amori violenti, si riducessero a cogliere presso una leggiadra e
colta signora i fiori innocenti di una quieta amicizia. Venendo al
caso concreto, e notando quella corte assidua che le faceva Aldo De
Rossi, corte riguardosa nella forma, ma tutta impastata di dolcezze,
la signora Elena aveva creduto che quel giovinotto fosse invaghito
fieramente di lei, ma che appartenesse alla categoria degli innamorati
che non parlano. C’è tanta noia cogli innamorati che parlano, specie
quando parlano troppo presto, come generalmente avviene! Perciò la
signora Elena aveva gradita quella corte muta, l’aveva assaporata per
un anno, se n’era impietosita; e, senza promettere nulla a sè stessa,
quasi senza pensarci su, era venuta al punto di aiutarlo a parlare, di
aprirgli la bocca, come il papa usa coi nuovi cardinali.
In quella vece, come sapete oramai, Aldo De Rossi era tutt’altro, e la
sua bocca doveva aprirsi per dire alla signora Vezzosi ciò ch’ella non
avrebbe amato d’intendere. Tipo curioso d’ingannatore senza volerlo!
Pieno di delicatezza verso le dame, ne sentiva l’influsso benefico, ed
anche quando il suo cuore taceva, la sua immaginazione si riscaldava
per la più bella metà del genere umano. Figuratevi dunque se non
dovesse cercarla, essendo innamorato! In tutte le donne egli vedeva
quell’una che sapete già, quantunque non la conosciate ancora; e stando
vicino alla signora Elena Vezzosi, tanto gentile e buona, gli pareva
di sentire come un profumo di quell’altra, più rigorosa e più fredda,
che lo aveva conquistato. E non vi sembri inverosimile il fatto.
Generalmente, non si esce della compagnia di una orgogliosa bellezza,
che per andare a far pazzie, a dar del capo nei muri per tutte le
vie più deserte della città, o ad affogare il rammarico in una cena
chiassosa. È questa la moda, e lo Sciampagna ed il ponce sono indicati
da tutti i maestri del dolore elegante come ottimi condimenti ad una
passione infelice. Aldo De Rossi, per seguire l’andazzo, aveva fatto
anche questo; ma la sua indole si era presto ribellata a quel genere di
cura, e il nostro giovinotto aveva finito a ritornarsene tra le dame,
per far la cura omeopatica del _similia similibus_. Povera signora
Vezzosi! A lei doveva toccare di portarne la pena.
Dopo il colloquio che v’ho narrato, la bella signora Elena non ebbe
più pace. Non già che si disperasse. Oibò! Ad una donna come lei non
potevano mancare le consolazioni, e del resto il suo amor proprio era
salvo. Ma restava una curiosità da soddisfare, e questo sentimento
andava innanzi a tutti gli altri. Occorrendo, si sarebbe doluta poi
di ciò che le era toccato con Aldo De Rossi; per intanto le premeva di
sapere il nome della beltà preferita.
— Chi sarà questa Dea? questo portento di bellezza, che Fidia ha
sognato e che non ha saputo scolpire nel marmo? —
Fatta e ripetuta dentro di sè questa domanda, non senza giulebbarla
di tutte le ironie, di tutti i sarcasmi che le erano suggeriti dal
suo demone familiare, la signora Elena Vezzosi passò diligentemente
in rassegna tutte le dame di sua conoscenza. Certo, fra queste doveva
essere la donna amata con tanto calore dal signor Aldo De Rossi, poichè
egli frequentava la medesima società in cui ella viveva, e in cui fino
a quel giorno aveva creduto di regnare. Ma nessuna di quelle dame
rispondeva al tipo, di cui, a parer suo, avrebbe dovuto innamorarsi
il De Rossi. La signora Graziani, per esempio? Quanto agli occhi,
non c’era male; anzi potevano passare per belli; ma, Dio buono, per
invaghirsi della signora Graziani, sarebbe bisognato proprio avere
una predilezione spiccata per le acciughe. La marchesa Altobelli?
Peggio che mai; aveva i capegli rossigni, e il signor Aldo, mentendo
al suo proprio casato, non amava che le brune. La signora Milani,
forse? Ma era troppo in carne, quella là, e con le sue trentatrè
primavere incominciava a dare nel floscio. La contessa Albaresi? Dei
immortali, una sciocca, e non metteva conto parlarne. La Vernetti? Una
secca allampanata, che faceva pena a guardarla. O forse la Salieri?
Belloccia, in verità, ma d’un colore, anime sante del purgatorio,
d’un colore così vivo, che si era sempre sul punto di consigliarle
un salasso. E forse avrebbe fatto bene, ad alleggerirsi un poco, di
tanto in tanto. Aveva anche il collo così corto! La Rivanera, poi! Ma
era troppo piccola, e poteva contare al più al più su d’un madrigale
del Guadagnoli. Carina, la testa; ma il corpo, il corpo!... Niente più
lungo d’un raperonzolo.
Notate, lettrici garbate, la signora Elena ragionava in buona fede e
passava proprio in rassegna tutte le bellezze più famose della città.
Non era poi colpa sua, se le accomodava tutte in salsa piccante. Dov’è
la donna che, mettendosi a giudicare, non abbia trovato il neo nella
bellezza di un’altra? Io dunque prego le signore Salieri, Vernetti,
Albaresi, Milani, Altobelli, Graziani e via discorrendo, a non andare
in collera per simili inezie. A buon conto, possono ricattarsene,
pettinando a loro volta la signora Vezzosi. Non possono dire, per
esempio, che ella somigliava ad una serpe? Il collo lungo e flessuoso
lo aveva; la testa piccina e la fronte depressa, egualmente; il
paragone veniva dunque da sè. I poeti, a dir vero, la paragonavano ad
un cigno; ma i poeti, si sa, non dicono che bugie.
Torniamo alle indagini della signora Vezzosi. Secondo lei, nessuna
tra le più celebrate bellezze di sua conoscenza poteva esser quella
che aveva colpita la fantasia e piagato il cuore di Aldo De Rossi.
Ella non sapeva, o non voleva sapere, che gli uomini guardano le donne
con occhi ben diversi da quelli con cui le signore donne si guardano
tra loro, e che essi non sogliono badare a certe piccolezze di cui i
giudici femminini fanno invece un gran caso. Inoltre, ella non sapeva,
o non voleva sapere, che un diploma di bella non basta a comandar
l’affetto, e che, per invaghirsi della tale, o della tal altra, un uomo
non ha mestieri di sentirla celebrare sui tetti. Vi sono anzi certuni,
i quali si ristuccano di queste bellezze tanto strombazzate e non le
guardano neanche, parendo loro che debbano essere palloni gonfiati e
sempre lì lì per iscoppiare. L’uomo, veramente, è pronto ad accendersi,
come un fiammifero ad ogni strofinatura, e tanto più pronto quanto più
è raffinato. Ma, comunque egli sia, credete pure, lettrici garbate,
che egli s’innamora sempre di qualche cosa che le donne non avvertono
neanche; d’una cosa da nulla, come a dire d’un atto, d’un gesto, d’una
parola. Io ne conosco uno, il quale s’invaghì d’una donna, a cui non
aveva pensato mai, solo perchè ella gli disse un giorno: — Signor Zeta,
vi siete divertito iersera dagli Ipsilon? — La voce era soave, non lo
nego; ma non l’aveva egli sentita impunemente altre volte? Quanto alla
frase, converrete con me che non aveva nulla di singolare. A che cosa
dobbiamo noi dunque attribuire l’innamoramento del mio amico Zeta?
Forse al momento, al terribile quarto d’ora, in cui cadono gli uomini,
le donne e gli imperi.
Per fare il paio con questa brevissima istoria dell’amico Zeta, vi
dirò che una signora s’innamorò d’un uomo, a lei niente più simpatico
d’un altro, perchè egli, sedendo un giorno a tavola daccanto a lei, si
prese l’incomodo di mescerle il vino nel bicchiere, quantunque ci fosse
dietro la sedia il servitore gallonato, a cui, trattandosi di un pranzo
magno, era serbato quel nobile ufficio. Il vicino di tavola ebbe,
agli occhi della signora, il merito grande di non aver badato alle
convenienze, ma solamente al piacere di servirla. E quando, passato
il famoso quarto d’ora in cui cadono gl’imperi, gli uomini e le donne,
si sentì confessare in che modo l’amore fosse entrato nel cuore della
dama, il buon cavaliere pensò.... pensò, se permettete, che la felicità
umana pende da un filo, e che forse un’altra dama, a cui egli avesse
fatta più ardentemente la corte, trovandosi a giudicare del suo atto,
avrebbe detto in cuor suo: — Ma quest’uomo non ha proprio uso di mondo!
La signora Elena, intanto, cercava e non trovava. Evidentemente, non
era sulla buona via. Per sapere di qual donna sia innamorato un uomo,
non ce ne sono che due. Anzi tutto, osservarlo attentamente in tutte
le occupazioni della sua giornata. Ma questa è una via lunga, e ci
sono degli uomini così astuti, che, a tenergli dietro, ci si rimettono
le spese. Oppure, c’è lo spediente di domandarne a lui. È la via più
diritta, ed anche la più sicura, quando l’uomo ha voglia di rispondere
in tono.
Ora, come sapete, la signora Elena gentilissima gliene aveva domandato,
ma senza andare troppo a fondo, per la prima volta; ed egli le aveva
risposto con molta sincerità, ma anche con molto riserbo per ciò che
risguarda la persona, lasciandole capire che su quel particolare non
si sarebbe aperto di più. Restava di osservarlo. Ma come? La signora
Vezzosi non aveva occasione di vedere il De Rossi vicino ad altre
donne, fuorchè a balli e teatri: ma la stagione invernale era passata
da oltre due mesi e una nuova occasione bisognava aspettarla altri sei.
Quantunque, se pure ci fossero state le occasioni, non era mica facile
indovinare il segreto del signor Aldo alle prime. Non aveva egli
confessato candidamente che si trattava di un amore infelice? Un amore
di questa fatta è quasi sempre un amore a distanza, nutrito di occhiate
più o meno timide, che non è dato di cogliere a volo, con la certezza
di colpire nel segno.
Ed era un peccato che la signora Vezzosi non sapesse quel nome di
donna, che esercitava tanto la sua curiosità; era proprio un peccato,
perchè ella aveva promesso di aiutare il suo gentil provveditore. Lei?
Sicuramente lei; sebbene dopo il colloquio che vi ho riferito, una
lagrima di dispetto le avesse fatto pizzicare le palpebre.
Aldo De Rossi non era quel bellissimo giovane sul cui taglio si
fabbricano, da Lancillotto del Lago in qua, tutti gli eroi da romanzo.
Era un giovane serio, pallido, con una gran fronte bianca, la cui
severità appariva temperata da due ciocche di capegli, voltate in giù
ed appiastricciate a furia di cosmetico secondo l’ultima moda; gli
occhi grandi e pensosi, i baffi neri, le labbra tumide e abitualmente
contratte; suppergiù un misto di pensatore e di damerino, che non
mancava di attrattive e che certamente era fatto per destare una mezza
curiosità. A quell’aspetto rispondeva un carattere chiuso, non altiero,
ma inaccessibile. Pari a certe fortificazioni moderne, a cui bisogna
giunger sotto, per avvedersi della difficoltà somma d’entrarci, Aldo
De Rossi non aveva l’aria di tenere indietro la gente, e sapeva anche
stare alle chiacchiere, ma senza che ai suoi interlocutori venisse
fatto di leggergli nel cuore, più di quello che al giovinotto mettesse
conto di lasciar leggere altrui.
A farvela breve, egli apparteneva alla categoria dei tenebrosi; specie
di sètta sociale, che non ha simboli, nè riti particolari, ma che pure
è facile di distinguere. Sono uomini uguali a tutti gli altri nelle
esteriorità del vivere; ma ci hanno questo di singolare, che non è mai
dato di coglierli alla sprovveduta. Vi parlano e si lasciano parlare
d’ogni cosa, ma non c’è verso di intravedere un barlume di ciò che
pensano o fanno, poichè essi sono capaci di passare rasente al segreto
della loro vita, senza batter le palpebre, o dare un altro segno di
turbamento. In casa loro si penetra a stento, ed essi ci vanno sempre
da soli, per non aver aria di novità quando hanno mestieri di cansare
gl’importuni. Li vedete da per tutto, ma generalmente, dopo una breve
apparizione, scappano via. Dove? Non chiedete di accompagnarli, perchè
sarebbero capaci di accettare, per condurvi nel più noioso dei ritrovi,
e farvi assistere magari ad una discussione di politica. La politica
è l’unico argomento su cui non siano circospetti. Da troppo tempo è
cessato il pericolo di manifestare le proprie opinioni sulla miglior
forma di governo, e, non dubitate, su questo particolare i tenebrosi
vi aprono intieramente l’animo loro. Essi, poi, non amano troppo le
persone della loro medesima età; prediligono i vecchi, che non sono
noiosi, o lo sono altrimenti, e che non cercano mai di ficcare il
naso nelle faccende del prossimo. Con le donne sono molto cortesi;
vecchie e giovani, belle e brutte, sono trattate da essi con una forma
di galanteria quasi solenne, che merita loro il titolo di cavalieri
compiti. Del resto, i loro più spiccati esemplari hanno per massima:
«servirle tutte, non amarne che una.» Il servirle, s’intende, sta qui
per ossequiarle; chè in verità i tenebrosi servono poco, e, passata
l’ora dei soliti complimenti, se ne vanno pei fatti loro, si pèrdono
nel buio delle proprie abitudini.
Chi ha dato origine a questa efflorescenza, che parrà morbosa ai miei
candidi lettori? La società, con le sue indagini curiose e con le sue
ciarle assassine. I tenebrosi sono circospetti per ragione di difesa
ed anche un tantino per disprezzo della moltitudine. Non già che siano
certi di sottrarsi in tal modo alla curiosità, o alla maldicenza del
prossimo; ma almeno sanno di non averci dato appiglio con nessuna
indiscrezione. Sono giovani vecchi, ed esercitano per questa ragione un
fascino bizzarro sulle donne. Anche meno favoriti dalla natura, sono
amati più di tanti Adoni, che battono i marciapiedi delle strade, e
si sospettano di loro assai più trionfi che non ne abbiano veramente
ottenuti. Perchè, bisogna dir tutto, ci sono anche i falsi tenebrosi;
certi sciocchi scaltriti, i quali con un finto riserbo giungono a far
credere un visibilio di cose. Non parlano mai, ma si diportano in guisa
da lasciar dubitare. E questo, pei falsi tenebrosi, è il gran punto.
Aldo non apparteneva alla categoria dei falsi, lo avete capito. Perciò
il suo segreto era sfuggito anche all’attenzione della signora Vezzosi,
che potè ingannarsi fino al segno di credersi lei la prescelta. Se non
parlava lui, con quella schiettezza che sapete, di certo la signora
Elena non avrebbe saputo mai che nel cuore del giovinotto covasse un
incendio di quella fatta.
Dice un proverbio francese: _ce que femme veut Dieu le veut_. Il
proverbio è galante; ma è poi giusto del pari? Anche non essendo
francese, io credo di sì. La donna è stata l’ultima opera del Signore;
e aggiungerei, se mi fosse permesso di far confronti, la più accurata.
Ora, voi lo sapete tutti per quotidiana esperienza, ogni babbo ha
sempre una certa predilezione per l’ultimo nato. Aspettiamo dunque che
Domineddio si degni di appagare la curiositi della signora Vezzosi,
operando per lei uno de’ suoi miracoli abituali, poichè ella non ha
potuto giovarsi dei due spedienti che ho detti più sopra.
Due giorni dopo il dialogo col signor Aldo De Rossi, era un mercoledì,
giorno di visite per la signora Vezzosi. Giorno ufficiale, solenne, e
tutto ciò che vorrete, poichè era destinato a ricevere ogni sorta di
visitatori, anche i noiosi; anzi più specialmente questi, dell’uno e
dell’altro sesso. Nei rimanenti sei giorni della settimana la signora
Elena riceveva egualmente, ma senza obbligo di trovarsi in casa, se
i suoi intimi capitavano senza darne l’annunzio. Generalmente era
lei che invitava, dicendo al tale o al tal altro: — venite domani;
avrò l’emicrania. — Il che significava che non sarebbe escita di
casa e che si poteva esser sicuri di trovarla. Per contro, nel giorno
ufficiale, nel giorno solenne, destinato al maggior numero, andavano
a salutarla le amiche, i cavalieri che si contentavano di non esser
soli e quelli che amavano di trovar compagnia; cioè a dire tutti quegli
Alcibiadi ritinti e rimessi a nuovo, che, non avendo più la fortuna dei
giorni riservati, godono il benefizio dei giorni solenni, dei giorni
di parlatorio, col diritto annesso di veder sfilare tre o quattro
visitatrici, senza levarsi dalla poltrona, o dal _puff_, di cui si sono
impadroniti.
Poveri Alcibiadi rimessi a nuovo! Come sono felici di poter dire la
sera al _Club_: — Sono stato oggi dalla Bice; c’era la Ninì; poi venne
la Fanny, poi la Violante, poi la Dumont Cadigan. Si è stati allegri.
Un vero fuoco d’artifizio! Quella Dumont Cadigan è veramente una cara
donnina. —
La signora che si chiama così, per il suo casato e non per il suo nome
di battesimo, è una forastiera di alti natali, o creduti tali. Fa bene
all’anima di conoscerla, e ai polmoni di pronunziarne il nome, con
quello strascico di pronunzia che è la regola dei ben parlanti del
Jockey-Club. In questa guisa i miei Alcibiadi rimessi a nuovo hanno
la fortuna di conoscere l’Europa, senza muoversi dalla loro poltrona.
Poi vanno in giro, come i devoti della _Via Crucis_, a raccontare
al giovedì della Clarice, al venerdì della Cleonice, al sabato della
Berenice, quello che hanno udito dalla Alice in martedì, dalla Euridice
in lunedì, e da ogni generazione di sfaccendati in domenica.
Alcibiadi, Alcibiadi! Voi passate gloriosamente sulla scena del mondo,
senza aver neanche mestieri di tagliare la coda al vostro cane. È vero,
per contro, che nessun Plutarco e nessun Cornelio Nepote scriverà la
vostra vita. Consolatevi, per altro; sarà questo l’unico modo perchè
nessuno ve l’abbia a leggere dietro le spalle.
Quel mercoledì che v’ho detto, di Alcibiadi rimessi a nuovo ce n’erano
due, nel salotto della signora Vezzosi. E si alternavano frattanto
le visitatrici eleganti, baronesse, contesse, marchese, banchieresse,
cavalieresse, e via discorrendo; tutte dame che stavano bene insieme,
poichè si trovavano nella condizione sociale richiesta dal codice della
buona compagnia. Poichè non è più vero oggi, come una volta, che le
signore donne stiano in sussiego secondo i gradi dei rispettivi mariti
e secondo i quarti della loro nobiltà. Il mondo moderno poggia tutto
oramai sul parere. Ora, per parere, bisogna aver quattrini, o poterne
spendere. Vi sembrerà tutt’uno, e non è, vi assicuro, non è. Se fosse
questo il luogo vi farei notare la distinzione tra le due cose; mi
basti invece di osservare che tutte le varietà sociali concorrono,
quando possono brillare di luce propria o riflessa, allo splendore
d’un ballo, d’una conversazione, d’un ricevimento, e chi più n’ha ne
metta. Cionondimeno, quando la dama può metter fuori uno scampoletto
di corona... _C’est très-bien porté_, come dicono i francesi, che ho
citati poc’anzi. Laonde, se non passa sulla faccia della terra un altro
Novantatrè, ho paura, lettori umanissimi.... Ma perchè desiderarlo, e
per così piccola cosa? I miei francesi sullodati osserverebbero qui che
_le jeu ne vaut pas la chandelle._
Dunque, dicevamo, erano annunziati nel salotto della signora Elena
molti titoli e nomi pomposi, ma erano poche le belle. La signora
Vezzosi poteva consolarsi di non essere che commendatrice. So bene che
questo titolo non è ammesso ancora dal vocabolario; ma, non temete,
lo sarà. Al giorno d’oggi, le mogli dei ministri non fanno scrivere a
lettere da speziali sulle valigie, sui bauli, sulle cappelliere, e su
tutte l’altre carabattole di viaggio, «_S. E. la signora ecc., ecc._»?
Siamo in tempi di largo progresso; l’Edison manda fuori un’invenzione
al giorno; il Tanner insegna con l’esempio a vivere di fumo; dunque
avanti, e diciamo pure la commendatrice Vezzosi. Perchè neghereste ad
un collo così leggiadro uno straccio di collare? Per me, gli voterei
anche quello dell’Annunziata, a patto che il più fedele tra i miei
lettori (siete voi, non dubitate) fosse incaricato dell’annunzio, e
della relativa collazione. Dico bene?