CAPITOLO XIX.

Indovinarla!

Giunti nel vestibolo dell’ospedale, i miei due secondi si fermarono,

per far conoscenza con me.

— L’amico Nougarède ci ha pregati di servirvi da testimoni; — mi disse

uno di loro, dopo che io gli ebbi dato il mio nome e cognome. — Siamo

ai vostri ordini. Ma la ragione dello scontro, qual è?

— Non ve l’ha esposta il vostro amico? — domandai.

— No, egli ci ha detto soltanto, combinandoci per via: «Ho quistione

con un borghese, già soldato nei granatieri di Cosseria; vorrei finir

subito, ma egli è nuovo nel paese, non ha secondi e li chiede a me; mi

fareste un piacere a servirgli; andate su all’ospedale; egli è là che

vi aspetta.» Abbiamo accettato e siam qua; ma non sappiamo nulla di

nulla, e voi converrete che è poco.

— Se non vi ha detto lui quello che è stato, — risposi, — come dovrei

dirvelo io?

— È giusto; ma non vogliate averci per curiosi indiscreti, se

insistiamo nella nostra domanda. Potremmo anche supporre, indovinare

il motivo.... averlo già indovinato.... Ma intanto, per venire alle

condizioni dello scontro, dobbiamo almeno essere intesi con voi,

intorno alla gravità dell’offesa. E prima di tutto, da chi parte

l’offesa?

— Mettete pure da me; immaginatela pure gravissima.

— E sia; — replicarono gli ufficiali. — Ma ce ne sono di diverse

specie: e la gravità, secondo la specie, ha pure le sue gradazioni. È

gravissima offesa aver dato all’avversario uno schiaffo; è gravissima,

eppure non paragonabile all’altra: avergli rapita una donna. Qui, poi,

è da vedere se la donna gli apparteneva legalmente, o se era soltanto

un’amica. Lo schiaffo, od altra maniera di percossa, non ci pare che

sia in quistione; il Nougarède non ci ha parlato che di un alterco,

d’uno scambio di parole vivaci. Perchè? Per una donna, forse? E in che

grado l’avete offeso? Insidiando a mala pena, o prendendo a dirittura?

Ecco il punto.

— Cittadini; — risposi, — se la intendete così, non ci siamo più. Mi

avete veduto or ora a colloquio con una donna, che è qui, sotto la cura

del vostro amico Nougarède. Non debbo calunniarla, lasciandovi credere

che io potessi rapirgli una conquista, o che egli avesse qualche

diritto a contrastarmela. Ecco invece la verità pura e semplice. Ero

venuto a salutare una donna, rimasta ferita in campo mentre combatteva

contro di noi, e che io stesso avevo raccolta da terra, per consegnarla

ai suoi compagni d’armi. Il cittadino Nougarède avrà molta dottrina,

non lo nego, ma voi mi permetterete di credere ch’egli non abbia

un carattere eccellente. È venuto con aspre parole a dolersi della

lunghezza del colloquio; io ho prese quelle parole per me; ne è venuto

uno scambio di motti pungenti, e a questi è seguita la sfida.

— Tanto meglio, allora! Due colpi alla svelta, e basterà il primo

sangue.

— No, ora non basta a me; voglio un combattimento ad oltranza. Ci sono

state parole assai gravi. Mi ha detto ridicolo.

— Nell’ira, è un epiteto di poco significato; e ad ogni modo, voi non

avete l’aria di meritarlo.

— Grazie! — risposi. — Ma non ve lo sembrerò io in questo punto

medesimo, accettando con tanta facilità il vostro complimento? Mettete,

vi prego, mettete che sia stata una parola grave. —

La mia insistenza li fece ridere; ma io ottenni quel che desideravo.

— Vada per la parola grave; — rispose uno di loro, che parlava per

tutt’e due. — Scenderete in campo come due cavalieri erranti, e vi

batterete a tutto spiano, come Rolando e Oliviero di Vienna.

— Ah! questa volta, grazie di cuore! — esclamai. — Dove si va?

— Dall’altra parte della strada. Vedete quell’uscio? Il campo chiuso è

là dentro. —

Proprio di rimpetto all’entrata dell’ospedale di San Paolo, la strada

si allargava per otto o dieci metri in forma di piazzuola, e un muro

grigio ed alto, sormontato da un po’ di verde, indicava tra due case

alte, che sorgevano sui lati, lo sfogo di un piccolo orto, o giardino,

o cortile che fosse. Bussammo all’uscio, che ci fu prontamente aperto e

con eguale prontezza richiuso dietro a noi. Erano là ad aspettarci due

ufficiali e il chirurgo Nougarède, che ci salutarono, egli contegnoso

e freddo, gli altri più liberali, ma anche molto cerimoniosi. Non ci

sono che i duelli, per render gli uomini straordinariamente garbati.

L’esagerazione è visibile, la caricatura evidente, e la gravità della

circostanza ci stende su la sua pompa (stavo per dire la sua pàtina)

funerale e grottesca. Ma così è, amici miei, e nessuno ha ragione di

dolersene. La civiltà ha fatto un gran cammino, da un migliaio d’anni

a questa parte. O non ammazzarsi, dice essa, o ammazzarsi con tutte le

regole della buona creanza.

Il giardino era abbastanza grande, e lo faceva parere più grande

lo stato di desolazione in cui lo avevano lasciato a gara i suoi

proprietarii ed inquilini. Correva un lungo pergolato nel mezzo,

ma scarso di viti, sguernito di pali e con la vòlta in più luoghi

disfatta. Nel fondo era un grand’albero di fico, dalle braccia

squallide e nere, che parevano cresciute per far venire la voglia

d’impiccarsi, anzi che per dar frutti alla gente. Di fiori e d’erbe

non si vedeva più traccia, su quella vasta superficie di terra

grigia e polverosa, che attestava l’incuria di parecchie generazioni

d’uomini spensierati, e il mal governo d’altrettante, se non più, di

lombrichi gaudenti. Era un brutto giardino, insomma, e uggioso che mai;

degnissimo campo ad una impresa come la nostra.

I secondi stettero un bel pezzo a colloquio; poi vennero sotto l’albero

di fico, dove io e il Nougarède facevamo dieci passi avanti e dieci

indietro, senza guardarci mai, e ci comandarono di metterci in maniche

di camicia. Obbedimmo prontamente e ci avanzammo tutti e due ad un

tempo verso il luogo assegnato.

Uno dei secondi aveva presa una coppia di spade, e la portava

incrociata nel forte delle lame, per offrirci con bel garbo la sua

merce dal lato della guardia. Come fu davanti a me col suo gesto

grazioso, ne afferrai una, salutando; e così fece il mio avversario.

Frattanto un altro dei secondi, nominato mastro di combattimento, così

prese a parlare, con la solennità conveniente all’ufficio:

— Cittadini! Noi non conosciamo che molto superficialmente la vostra

quistione, ma abbiamo dovuto conformarci alla vostra espressa volontà

di scioglierla con le armi, ad oltranza. Speriamo tuttavia non si

tratti che di un equivoco, di un malinteso, come ne occorrono tanti tra

uomini d’onore, facendoli trascorrere a parole acerbe, di cui ognuno si

duole in cuor suo, ma che nessuno vuol più ritrattare. Ad ogni modo,

poichè non vedete altra forma di aggiustamento tra voi, fuor quella

di tagliarvi la faccia, noi confidiamo che ciò avverrà lealmente, da

buoni cavalieri, con franco ardimento, con tutti i bollori del sangue,

se vi piace, ma senza odio barbaro, senza animosità, senza rancore,

tutte passioni indegne di valorosi soldati. Avete le armi nel pugno. Al

comando «_allez!_» sarete padroni di assalirvi; al comando «_arrêtez!_»

dovrete fermarvi, e vi meriterebbe un’accusa di fellonia il non farlo

in sull’atto. Avete capito?

— Sì; — rispondemmo ambedue ad un tempo.

— Da bravi, dunque; _allez!_ —

Andammo, come portava il comando. Il Nougarède, forse più astuto che

impetuoso per natura, mi saltò subito addosso per darmi un taglio di

primo appetito. Ma avvenne che io volessi la medesima cosa, e che noi

ci trovassimo faccia a faccia e pugno a pugno, coi ferri in aria e

impotenti a colpire. Io ero quattro o cinque dita più alto, ed anche

più forte di lui; nè mi sarebbe stato difficile un guadagno di lama.

Sentì egli il pericolo, e spiccò un salto indietro, tirandomi un colpo

di traverso che io parai istintivamente, mettendo il pugno in linea,

cosicchè il taglio della sua spada si arrestò sulla mia guardia.

Sorrisi, mandando a vuoto il terribile disegno, e quel sorriso lo

esasperò. Si morse le labbra, stette alcuni secondi fermo con le membra

raccolte, guardandomi fiso come una tigre sul punto di scagliarsi;

poscia tornò all’assalto con un paio di finte. Io non feci altro che

mettergli la punta al petto, e lo costrinsi a dare una seconda volta

indietro; quindi incalzai, minacciandogli un colpo alla testa. Credette

di potermi cogliere con una puntata, ma toccò un soprammano che gli

fece abbassare il pugno, e subito dopo, avendo io potuto guadagnargli

la lama, vide calare un fendente, che parò ritirando la testa ed il

petto, ma dimenticando di ritirare egualmente il piè destro. La mia

lama, scendendo impetuosa senza trovare nessuna parte nobile (scusate

il termine di macelleria cavalleresca), lo ferì invece alla gamba, poco

sopra il ginocchio.

— _Arrêtez!_ — gridò il mastro di combattimento.

Io mi fermai subito, mettendomi in posizione di difesa.

— Niente, niente! — esclamò il Nougarède. — È una miseria, una

sciocchezza. —

Ma sottovoce aggiunse, parlando co’ suoi secondi, che erano accorsi col

chirurgo:

— Non è stato neanche un colpo di scuola.

— È stato un fendente; — risposi io, che avevo udito il commento. — Non

era di scuola sottrarsi a mezzo, lasciando una gamba sul posto.

— Là, là, cittadini! — ammonì il mastro di combattimento. — Non

dimenticate che siete due lame mute, e che qui il diritto di

chiacchierare lo abbiamo solamente noi altri. —

Frattanto, il chirurgo esaminava la ferita. Essa era più lunga

che profonda, e, come diceva quel giovane alunno d’Esculapio, «non

interessava che gl’integumenti.» Il panno, di certo, aveva ammorzata la

furia del colpo. E a quel panno il nostro chirurgo fece anche più lungo

lo strappo, per poter condurre alla svelta la medicazione di un taglio,

che senza alcun dubbio si sarebbe saldato di prima intenzione.

— Ebbene, Nougarède, come ti senti ora? — chiese egli al ferito, dopo

avergli annodata la benda intorno alla gamba.

— Ti dico che non è nulla; — rispose quell’altro. — Vedi? Mi muovo

benissimo. —

Il chirurgo si strinse nelle spalle e diede un’occhiata espressiva

ai secondi, come se volesse dir loro: — Fate quel che vi pare; io non

c’entro.

— Va bene, — disse il mastro di combattimento, dopo aver udito il

parere dei colleghi. — Cittadini in guardia; _allez!_ —

Il Nougarède dimostrò subito col fatto che quella ferita non lo

incomodava punto. Per altro, stette più fermo alla posizione, non

si sbracciò più tanto, come aveva fatto prima. Io, per rendergli la

pariglia, ed anche un poco per cansargli la fatica (tanto è vero che

in ogni cuore umano si conserva un briciolo di compassione!) attaccai a

mia volta, senza troppo incalzare. Ci buscai, a quel giuoco, una botta

rovescia alla parte interna del braccio, che guai al mio bicipite, se

niente niente la lama avesse potuto scorrervi sopra col filo. Il colpo

doveva intormentirmi il muscolo; ma proprio allora anche la mia spada

era in aria, ed ebbe il tempo di giungere il Nougarède alla faccia.

Però, mentre io sentivo il dolore del colpo ricevuto, che a tutta

prima mi parve una piattonata, sul volto del mio avversario appariva

uno sberleffe, che dal mezzo della fronte, attraversando la radice del

naso, gli scendeva in fondo alla guancia.

Fummo tosto fermati, come potete immaginarvi, e tutti si strinsero

intorno al Nougarède, per veder la ferita e udir la sentenza del

chirurgo.

Anche quella volta poteva darsi che fossero interessati a mala pena

gl’integumenti. Ma lo squarcio era largo e ne sgorgava molto sangue;

inoltre, poteva essere intaccato l’osso frontale, o semplicemente il

periostio, magari anche l’etmoide, e Dio sa quale altra diavoleria.

Mentre il chirurgo esaminava, e i secondi stavano tutti attenti alle

sue spiegazioni, io davo un’occhiata pietosa al mio braccio. Nessuno

se ne era avveduto, poichè l’attenzione dei testimoni aveva dovuto

rivolgersi alla ferita molto visibile del Nougarède; ma io avevo la

manica tagliata, e il pesce, o bicipite che vogliam dire, segnato

da una linea sanguinosa, per tutta la sua lunghezza fin quasi alla

piegatura interna del braccio. Se le spade d’ordinanza, usate da noi,

fossero state più curve e affilate, o se il mio avversario avesse avuto

tempo di tirar l’arme a sè, facendola strisciar meglio sulla mia carne,

vi so dir io che mi affettava per bene.

Tirai prudentemente a posto i lembi della manica, accostai il braccio

al fianco, e giustificai quella nuova posizione mettendo la mano in

tasca. Anzi per dirvi tutto, non ci misi neanche la mano intiera, ma

solamente il pollice, e finsi con le quattro dita libere di battere

il tamburo sulla coscia. Non era una operazione piacevole, in verità;

ma mi premeva di nascondere i danni sofferti, e la vanità soddisfatta

comandava al dolore.

— Dunque, è una ferita grave? — chiese il mastro di combattimento al

chirurgo.

— Abbastanza; — rispose questi.

— Si può ripigliare?

— Sul mio onore, no. Io non consiglierò mai la continuazione dello

scontro in queste condizioni. —

Il mastro di combattimento rimase alcuni istanti a colloquio coi tre

colleghi, e poi profferì la sentenza:

— L’onore è salvo; cittadini, deponete le armi. —

Io ero già per accostare la mia ad un palo di vite, quando vennero i

miei due secondi a raccoglierla.

— Avete avuto fortuna! — mi disse uno di loro.

— Perchè? — domandai.

— Perchè il Nougarède è un forte schermitore, e avrebbe potuto

spaccarvi la testa, così scoperto come eravate quasi sempre. Ma oggi

egli era troppo riscaldato, e non ha fatto neanche la metà del suo

giuoco. —

Gradii poco il complimento dei miei rispettabili secondi; e il malumore

che n’ebbi, fu cagione che io dimenticassi perfino di ringraziarli

della cortesia che mi avevano usata, prestandomi i loro servigi.

Ho sempre veduto nel corso della mia vita avventurosa che l’uomo si

contenta di apparire secondo in molte cose, ma che nelle imprese di

guerra, e nella scherma, che è una piccola guerra, vuol far sempre

lui la prima figura, e non sa rassegnarsi nè dall’idea di aver dato

con l’aiuto del caso, nè a quella di aver ricevuto per l’abilità

dell’avversario. Egli ha sempre la dottrina e la pratica dalla sua,

l’occhio accorto, il braccio fulmineo, e tutte le altre qualità

maestre dello schermidore eccellente; ferito, potrà ammettere di aver

avuto sfortuna; feritore, non ammetterà mai che la fortuna lo abbia

assistito. Vanità, il tuo nome è.... uomo!

Io, per allora, avevo quella di nascondere il colpo ricevuto. Infilai

frettolosamente la sottoveste e il soprabito, voltandomi in guisa da

non lasciar vedere la manica insanguinata, che feci passare per la

prima al coperto. Infine era una cosa da nulla, e i secondi non ci

avevano neanche badato; che bisogno c’era egli di accusar ricevuta?

Povero orgoglio umano! Come sarebbe stato meglio un pochino di modestia

ed anche di sincerità!

I miei due secondi mi chiesero se fossi disposto a riconciliarmi col

Nougarède, stringendogli la mano, secondo l’uso.

— Viene da lui la proposta? — domandai.

— No, — mi risposero. — Facciamo la domanda a voi, mentre a lui la

fanno gli altri secondi. —

Io esitavo, pensando ad Adriana. E forse avrei detto di sì, rammentando

che il vincitore era in obbligo di mostrarsi generoso, se in quel punto

Adriana non fosse capitata in mezzo a noi. Com’era potuta entrare nel

giardino? L’uscio di certo era semplicemente chiuso col saliscendi.

Ella entrò frettolosa, ed io mi tirai da un lato per lasciarla passare.

Ma ella si fermò davanti a me, mi squadrò dal capo alle piante, e mi

disse:

— Come? Non vi siete ancora battuti?

— Abbiamo finito; — risposi.

— E non siete ferito?

— No, signorina.

— Ah! — gridò ella. — Nougarède?... —

E corse, così dicendo, verso il crocchio che gli altri due secondi e il

chirurgo facevano intorno al ferito.

— Vi prego, cittadina; — disse il chirurgo, volgendosi a lei; — non

turbate il nostro povero amico. —

Il Nougarède era adagiato sopra un seggiolone, che avevano portato

poc’anzi dalla casa vicina. Il suo collega aveva finito allora di

lavargli la ferita.

— Adriana! — diss’egli, sforzandosi di sorridere. — In che stato mi

vedete!...

— Ah, Edmondo! — esclamò ella, piangente. — E per cagion mia?

— Datevi pace, Adriana; — rispose il Nougarède; — io ho veduto scorrere

il vostro sangue, e voi ora vedete scorrere il mio.

— Povero Edmondo! — riprese Adriana. — Vorrei esser morta io, anzi che

vedervi soffrire così. —

Io mi ero avvicinato per un moto istintivo di curiosità. A quelle

parole di Adriana, intesi che il mio posto non era laggiù, e me ne

andai stizzito verso l’uscio.

Ma il chirurgo, inflessibile, aveva allontanata anche lei. Doveva

cucire le labbra della ferita, e la presenza di quella donna dava noia

a lui, mentre poteva turbare il ferito.

Senza volerlo, mi ritrovai di bel nuovo al cospetto di Adriana. Chinai

umilmente la testa e le dissi:

— Abbiate compassione!

— Compassione, di te? — mi rispose. — Perchè non ti sei fatto ferire?

— Adriana, il duello è come la guerra; si è colti, o si è risparmiati,

senza sapere il perchè.

— No; — diss’ella, con accento sdegnoso. — Dovevi farti ferire. Hai

preferito avere il vantaggio anche qui. Va, piemontesino orgoglioso,

che ferisci tutti, che ferisci sempre, e porti la pelle salva da tutti

gli scontri! Hai troppo orgoglio, per vincere anche in amore. Va, io

avrei potuto amarti, e se t’odio, è colpa tua! —

Non so che cosa avrei potuto risponderle. Balbettai qualche parola

vuota di senso; ma essa non volle neanche sentirmi, e tornò verso il

ferito.

— Edmondo, — mormorò ella, appena il chirurgo ebbe compiuta

l’operazione, — mi perdonate voi?

— Che cosa? — disse il Nougarède, stendendole la mano. — Io debbo

chiedere scusa a voi, per le parole che mi sono lasciato sfuggire in un

momento di collera, mentre io non avevo nessun diritto su voi.

— Li avete tutti, ora, — rispose Adriana, — perchè vi amo. M’intendete

voi bene? — soggiunse incalzando, e quasi con l’anima sulle labbra. —

Vi amo! —

Io non potevo e non volli udir altro. Salutai col gesto i miei secondi,

e fuggii da quel triste luogo, maledicendo alla mia sciocchezza, e a

tutte le umane passioni, dall’amore all’orgoglio.

Strana creatura, che io ero destinato a non intender mai! Ella mi

avrebbe amato, se io mi fossi lasciato ferire dal bel Nougarède! Ma

bisognava indovinarla, Dio santo; ed io, non che indovinar quella,

dovevo farla bassa in molte altre congiunture della mia vita. Che dire,

amici miei? Non ero nato per le donne. Potevo farmi prete, come mi

consigliava la Vergine del reggimento; ma voi sapete che io avevo già

perduta l’occasione. Se fossimo vissuti in altri tempi, ve lo confesso,

dopo quella triste scena, mi sarei fatto volontieri frate, per

dimandare al chiostro la pace del cuore. I tempi nuovi e grossi vollero

altro da me; mi rifecero soldato. —

Monsù Tomè · 第 24 / 31 题