Un pizzico di filosofia.
Arrivato a questo punto della sua narrazione, Monsù Tomè fece un gran
sospiro, prese il suo quinto bicchiere, stette un pochino a guardarlo,
e poi lo accostò lentamente alle labbra. Aveva gli occhi turgidi, il
bravo veterano, e una lagrima gli cadde nei vino; lagrima vecchia,
lagrima dimenticata, che aveva trovata l’occasione di escire. Così
temperato d’amaro il suo calice, Monsù Tomè lo bevve d’un fiato.
Pensando a tutti quei casi ch’egli ci aveva raccontati, e rispettando
la sua commozione, ci eravamo raccolti, io e l’amico Tommaso, in
un religioso silenzio. Ma io ero giovane, e impaziente nella mia
curiosità. Dopo tre o quattro minuti liberalmente concessi alla
mestizia dei ricordi, non potei più stare alle mosse.
— E non l’avete più riveduta? — incominciai. —
Monsù Tomè non rispose alla domanda. Evidentemente, bisognava lasciarlo
fare a suo modo e contentarci delle notizie che egli voleva dare
seguendo un filo determinato da lui.
— L’armistizio di Cherasco, — diss’egli, — era stato firmato il 26
di aprile. Cedute le fortezze, non c’era da far altro che accettare
la pace, che fu difatti conchiusa il 15 di maggio a Parigi. Da quel
giorno il Piemonte, spogliato della Savoia e della contea di Nizza,
rimase sotto la dipendenza della Repubblica francese. Le scorrerie,
le imposizioni, le estorsioni, le angherie d’ogni maniera, commesse
a danno nostro dagli invasori, mentre il generale Buonaparte aveva
condotta la guerra in Lombardia, abbreviarono i giorni di Vittorio
Amedeo III. Morto lui nel novembre, gli successe Carlo Emanuele IV,
a cui, dopo la caduta della fortezza di Mantova, ultimo baluardo
dell’Austria, fu gran ventura conchiudere con la Francia un’alleanza
offensiva e difensiva, che in verità si sarebbe potuto stringere
con più vantaggio sei anni prima. Dovevamo fornire diecimila uomini
all’esercito francese, e la pace di Leoben e il trattato di Campoformio
ci liberarono dall’obbligo; ma l’Austria ci serbò rancore di quella
clausola, e la Francia non ebbe occasione di mostrarsi grata dei nostri
servigi.
Passo rapidamente sulle cose minute, come a dire sulle continue noie
che ci cagionò la politica del signor Ginguené, ambasciatore francese
a Torino. Dovevamo ristabilir l’ordine ad ogni tratto qua e là, dove
apparivano bande d’insorti, e più particolarmente sui confini liguri
e lombardi; ma anche questo parve un cospirare contro la Francia,
e fummo costretti a dare in pegno la cittadella di Torino. Un bel
giorno s’inventa la storiella di una lettera scritta da un nostro
uomo di Stato, nella quale si accennava ad un accordo tra le corti
di Torino e di Napoli, per assalire simultaneamente e schiacciare
l’esercito repubblicano. Il presidio francese si chiude in cittadella;
l’ambasciatore fa partire la moglie per Genova, fingendo di non
crederla sicura a Torino, e il generale Victor marcia con dodicimila
uomini sulla nostra capitale. Si tenta di persuaderlo a più miti
consigli, ma invano; è guerra dichiarata e non si torna più indietro;
soltanto si può fare una convenzione, per assicurare la partenza ai
reali di Piemonte e metterli in via per l’isola di Sardegna. E bisognò
passare di là. Il 9 dicembre 1798 la famiglia reale escì dal palazzo,
donde fu scortata per tutto il viaggio da Torino a Parma, e da Parma
a Bologna, fino alla frontiera toscana, in mezzo a continui pericoli.
Imbarcata a Livorno, e protetta da una fregata inglese contro la caccia
dei corsari francesi, prese terra finalmente a Cagliari, il 13 marzo
del 1799.
Io ero rimasto qualche tempo a casa, sopportando i miei dolori
e assistendo a quelli del nostro povero paese. Vincolato dalla
convenzione di Cosseria, non avevo potuto nel primo anno riprender
servizio; potei farlo dopo l’alleanza conchiusa tra il nuovo re e la
repubblica francese, e partecipai nel 1798 alle ripetute spedizioni
dell’esercito piemontese contro le bande giacobine, che il signor
Ginguené ci tirava abilmente in casa, dai confini della repubblica
Ligure e da quelli della repubblica Cisalpina. Poi vennero i tristi
giorni della monarchia, e noi fummo licenziati, restando il Piemonte
sotto l’amministrazione francese. Seguirono gli errori del Direttorio
e le sue guerre sfortunate in Italia. Il generale Buonaparte era
andato a cercar gloria in Egitto; l’Austria spadroneggiava da capo sul
Ticino e sul Po; rinascevano da per tutto le speranze della reazione
europea e quelle della restaurazione piemontese ad un tempo; perchè,
a farlo a posta, la causa cattiva si confondeva colla buona, e noi,
non ancora educati dalla esperienza, dovevamo aspettare dalle vittorie
austriache la libertà del Piemonte. Ritornò il Buonaparte, cacciò
l’imbelle Direttorio, fu primo Console, vinse a Marengo, e col trattato
di Luneville assicurò la sua prima conquista. Molti ne furono lieti
a Torino, o perchè amassero la Repubblica, o perchè sentissero l’aria
fecondatrice dei tempi nuovi. Noi, vecchi soldati della monarchia, si
capisce, eravamo mal veduti e lasciati in disparte.
Ma potevamo noi restare di buona voglia segregati dal mondo? Non
dovevamo vivere la vita del nostro paese anche noi? Nel 1804 il Primo
Console diventava imperatore; nel 1805 scendeva in Italia, per cingere
a Milano la corona di ferro. Fu anche a Torino, e il generale Menou,
che comandava la piazza, radunò per quella occasione al palazzo reale i
notabili della città, non dimenticando i vecchi soldati. Strano uomo,
quel generale Menou! Per amore della moglie, che era egiziana, aveva
abbracciato l’islamismo al Cairo, e si faceva chiamare Abdallah. Or
dunque, Abdallah Menou volle a palazzo Reale tutti coloro che avevano
servito con qualche onore nell’esercito, e tra gli altri anche noi
granatieri del 1796, e difensori di Cosseria.
Napoleone (perchè oramai bisogna chiamarlo così) venuto a fermarsi
davanti a noi, ci riconobbe all’uniforme, e ricordò la bella resistenza
che avevamo fatta, usando parole che ci toccarono il cuore. Ah, se
fosse stato là il nostro colonnello, l’eroe di Cosseria, ad udirlo!
— Il valore è da onorarsi sempre, dovunque si trovi; — disse tra
l’altre cose il grand’uomo, — Stamane ho provveduto con un decreto,
perchè sia assicurata una pensione alla vedova di Filippo Del Carretto,
morto da eroe per la gloria d’Italia, che è oramai gloria della mia
stessa corona. Il giovine marchese Del Carretto avrà per mia prima cura
una educazione militare, degna del padre suo e delle nobili tradizioni
della sua illustre famiglia. —
Fattosi quindi a parlare con ciascheduno di noi, chiese al cavalier
Birago perchè, così giovane, avesse lasciato il servizio.
— Sire, — rispose questi, — ho due fratelli feriti ed invalidi; una
madre, di età molto avanzata, richiede tutte le mie cure. —
L’imperatore fece la sua solita spallata e bisbigliò qualche parola al
fido Abdallah. Mi parve d’intendere che gli raccomandasse di vincere la
ritrosia del cavaliere, facendogli accettare un grado nell’esercito.
— E voi, chi siete? — soggiunse poscia, rivolgendosi a me.
— Sire, — risposi, — ero sergente a Cosseria, ed ebbi l’onore di sedere
alla vostra mensa, nel quartier generale.
— Ah, il diplomatico! — esclamò egli, sorridendo.
Proprio così! Quell’uomo maraviglioso si ricordava perfino di quel
ridicolo particolare.
— Vediamo; — ripigliò; — anche voi avete impedimenti di famiglia.
— No, Sire, nessuno.
— Ah, bene! Sergente dei granatieri piemontesi, passerete sottotenente
nell’esercito d’Italia, per combatter presto contro i nemici della
vostra patria ampliata. —
Così dicendo, mi posò una mano sulla spalla, come aveva fatto nove
anni prima Filippo Del Carretto, e a me parve di aver già un secondo
spallino. Ma questo, pur troppo, indugiò molto a venire. Non ebbi per
un pezzo occasioni di avvicinare il grand’uomo e di destare la sua
attenzione. Mi parve già una grande fortuna, dopo Ulm ed Austerlitz,
esser chiamato a far parte del drappello che portava a Parigi le
bandiere ed i trofei della doppia campagna contro l’esercito francese
ed il russo. Era una grande ricompensa, esser mandati a Parigi in que’
tempi, e molti prodi del grande esercito morirono senza ottenerla.
Fui dunque alla capitale della Francia, anzi, per allora, del mondo
civile; e là, una mattina, sulla piazza delle Vittorie, m’imbattei nel
chirurgo Nougarède. Egli aveva lasciato il servizio ed era vestito alla
borghese; ma io lo riconobbi facilmente allo sfregio del viso e alla
guardata di stupore che mi diede nell’atto di ravvisarmi. Sperando
di non essere osservato da me, tirò di lungo per la sua strada; ma
certamente non tacque ad altri di avermi incontrato a Parigi, poichè il
giorno dopo ricevetti una graziosa letterina. La persona che l’aveva
scritta, desiderava vedermi e dirmi un mondo di cose, epperciò mi
pregava di essere ad una cert’ora della mattina seguente al Palais
Royal, sotto gli archi della Galleria d’Orléans.
— Ah! — esclamai io, sentendo fremere da capo le corde tese del dramma.
— Lo credereste? — seguitò tranquillamente il narratore. — Non andai,
non risposi, non mi feci vivo coi morti.
— Coi morti! E perchè?
— Perchè io li avevo per tali, i miei poveri affetti d’una volta;
— rispose il veterano. — A che frugar nelle ceneri? C’è sempre da
scottarsi, o da tingersi. Amico mio, credete a me, non è bene rivedere
la donna che si amò inutilmente. Già troppo male avevo ripetuta a
Savona la scena di Cosseria. Pensate forse che non avrei fatto qualche
altra sciocchezza a Parigi? Sciocchi si nasce e sciocchi si muore. Del
resto, vediamo: se ella fosse stata felice, mi avrebbe addolorato per
un verso; se fosse stata infelice, mi avrebbe addolorato per un altro.
Ed io, pieno di tristi presentimenti, mi sono sottratto ad una terza
sconfitta, ho lasciata la vergine del reggimento nel limbo dei ricordi
giovanili, bella immagine luminosa, e strana per giunta, come era tutto
strano in quel tempo eroico e pazzo, che si è dileguato oramai, e che
vive soltanto nella memoria d’un migliaio d’invalidi.
— Beviamo! — diss’io, rassegnato.
— Sì, beviamo; — riprese Monsù Tomè. — Infine, la gioia più vera e
costante è qua dentro. Si arriva agli onori, e si trova la noia nel
fondo; o non si arriva, e la vita è sciupata egualmente. Non c’è altro
di buono, nel mondo, che la gioventù e la speranza; ma questa è vana,
e l’altra è passeggera. La morte delle passioni è lo stadio vitale
più lungo; ora, questo misero stadio vuole la quiete; ama il caldo e
gradisce un bicchiere di buon vino. A chi vi dice che ciò è volgare,
rispondete: E noi che cosa siamo? Angioli, forse? E poi, nel vino è una
dolce ebbrezza, un principio d’oblìo, immagine del grande, e nero, e
freddo, oblìo, che tutti ci attende alla svolta della strada.
— Quello è per la vile argilla; — osservai.
— Già, — rispose egli, — perchè tutto si restituisce. Abbiamo preso
alla terra; rendiamo dunque alla terra.
— Pensiero giustissimo! — replicai. — Il corpo dunque alla terra, e lo
spirito ai cieli. Ho questa fede io, e mi auguro l’abbiate anche voi,
che sulla terra avete amato, sofferto, operato; sopra tutto operato!
— Sicuro; — conchiuse Monsù Tomè; — incominciando da tutti i fiumi
della Russia. E nella speranza dei giorni immortali, non abbiamo paura
d’un bicchiere di vino. —
Così dicendo, il nostro vecchio amico si recò il sesto alle labbra.
Io non istarò a riferirvi i discorsi che si fecero, o le frasi scucite
che si barattarono tra il sesto e il decimo della serie, perchè non
hanno che fare con la storia narrata, e, se Dio vuole, finita. Vi basti
sapere che l’eroe filosofo finì secondo l’uso la sua giornata festiva,
cioè sotto la tavola. Per quella volta, via, egli se l’era guadagnato,
un momento di riposo! Teresina, la nerboruta fantesca, venne alla sua
ora, raccolse quel sacco d’ossa e di memorie, e lo portò _more solito_
a letto. Per un valoroso della campagna di Russia, che era ritornato da
Mosca, quella conclusione domenicale si poteva chiamare «il passaggio
della Teresina.»
Monsù Tomè, vecchio e venerato fantasma della mia adolescenza, ho
aspettato molti anni a parlare di voi, e almeno da trenta voi bevete
il nèttare al banchetto dei celesti, senza pericolo di andar sotto la
tavola. Bevete in pace, nobile amico, che mi avete fatto pensare tante
volte con calma filosofica, non disgiunta da qualche sorriso, alle
grandezze e alle miserie del mondo. Beato voi, che saprete tante cose,
a me rimaste oscure, non che ai lettori discreti! Adriana, per esempio,
è stata amata dal Nougarède così fortemente come fu amata da voi? E per
contro, sarebbe stata amata così e ricordata da voi per tutta la vita,
se vi fosse caduta nelle braccia come una povera sciocca, e vi avesse
tolto ciecamente per suo signore e padrone? Ecco un problema, perbacco!
Lo aggiungeremo a tutti quelli che già affliggono l’umanità, e che la
scienza, bontà sua, promette ad ogni tanto di risolvere.