CAPITOLO XVIII

Si dà nei lumi.

Il chirurgo Nougarède era un bel giovanotto di statura giusta e di

membra snelle, bianco di carnagione, ma il viso leggermente abbronzato

dal sole e dall’aspra vita del campo. Aveva i capegli biondi, ma corti;

bionda la barba, non folta, e tagliata a punta. Perciò la sua faccia

dava piuttosto nel lungo, e il naso aquilino e le labbra finissime,

sormontate da due baffettini sottili, gli conferivano un’aria molto

elegante, ma anche un tantino presuntuosa. Io feci questa osservazione

vedendolo allora per la terza volta e guardandolo più attentamente

che non avessi fatto alle prime. Quella volta, poi, mi appariva anche

arcigno e niente disposto ai convenevoli.

Così accigliato e duro, il Nougarède rimase un istante sulla soglia,

mentre Adriana, sempre appoggiata alla spalliera del canapè, si voltava

un pochino dalla sua parte, con una grazietta incantevole, a cui

la inclinazione forzata della testa sull’òmero, dava un’espressione

canzonatoria che mai. Per altro, egli non poteva stare più a lungo

ritto impalato sull’uscio, a fare la controscena, come un personaggio

da tragedia; e si mosse, finalmente, venne a due passi da lei, senza

curarsi punto del visitatore importuno, e l’ammonì in questa forma:

— Adriana, lo sapete pure, che non potete ancora parlar troppo! —

La familiarità dell’apostrofe mi diede maledettamente sui nervi. E

poi, sotto quella severità dottorale, avevo fiutato il geloso, quel

personaggio meschino, dalla faccia scura, dagli occhi sospettosi e dai

modi impacciati, che dove capita porta la sensazione del freddo. Non

siate gelosi mai, o almeno fate di nasconderlo. L’uomo più garbato, più

spiritoso e piacevole del mondo, se è geloso e si lascia scorgere in

flagrante, perde ad un tratto tutte le sue belle qualità, per diventare

uggioso, o ridicolo, e qualche volta l’uno e l’altro ad un tempo.

Adriana non si era mossa dal suo posto nè dal suo atteggiamento; ma

aveva sentita la necessità di farmi capire che era seccata di quel tono

severo e che tanta familiarità non era permessa neanche al suo medico.

— E chi vi dice, cittadino Nougarède, — replicò ella, battendo sul

titolo, — che io abbia parlato troppo? —

Il cittadino Nougarède rimase un po’ sconcertato; ma si riebbe subito,

e rispose:

— Il capo infermiere m’ha riferito che siete da oltre un’ora nella sala

di ricevimento. Voi sapete che le passeggiate vi sono concesse, perchè

possono farvi del bene. Un moto regolare, mettendo in opera tutti i

muscoli, non ne stanca in particolar modo nessuno. Può recarvi incomodo

uno sforzo parziale, specialmente quello del soverchio discorrere,

perchè il polmone è costretto a lavorare di più, dilatando con troppa

frequenza il torace, dove s’innestano tutti i muscoli della spalla, e

in particolar modo il...

— Finitela una volta coi vostri paroloni, cittadino Nougarède!

— interruppe Adriana. — Io non son fatta per capire tutta questa

anatomia. Del resto, — soggiunse ella, con accento più rimesso, — io

non mi son mossa un momento di qua; e parlo e lascio parlare, secondo

le circostanze e l’umore. Quando vi capita una vecchia conoscenza, non

bisogna mica lasciarsela sfuggire così presto! A proposito, debbo fare

una presentazione. Eccovi qua una persona che dovete conoscere. —

Messo così alle strette, il Nougarède non potè più astenersi dal

guardare verso di me. Stentava per altro a riconoscermi, e Adriana fu

costretta a rinfrescargli la memoria.

— È il piemontese di Cosseria; — proseguì Adriana; — quello stesso che

mi ha raccolta sul campo, per consegnarmi all’ambulanza, e che poi vi

ha parlato di me, a Carcare; non ricordate?

— Ah! — diss’egli allora, accennando un sorriso.

Ma quel sorriso, che era fatto a contraggenio, gli morì sulle labbra.

Nè aggiunse altro il cittadino Nougarède, nè fece alcun movimento

cortese verso di me. In fondo, egli si trattenne, come io mi ero

trattenuto, nè più nè meno. E ci eravamo fatti tanti complimenti a

Carcare! Era bastata la presenza di una donna tra noi, per inimicarci

di schianto. Le nostre mani, che si erano già strette con tanta

effusione d’amicizia, provarono allora una ripulsione invincibile; non

che restar penzoloni, cercarono istintivamente le tasche.

La ripugnanza del signor Nougarède non poteva sfuggire all’occhio

attento di Adriana. E il diavolo volle che la capricciosa donna ne

fosse annoiata, lì per lì, e che prendesse gusto a tormentare il

geloso.

— Sì, — soggiunse ella insistendo, — è stato tanto gentile da

ricordarsi di me. Che volete, cittadino? Pare che anche su lui io abbia

fatto impressione.

— Anche su lui! — ripetè egli stizzito. — Le vittime sono dunque più

d’una? —

Si era avanzato sotto misura, il poveraccio, e Adriana non volle

risparmiargli il colpo di grazia.

— Vi fa meraviglia? — riprese. — È ciò che capita facilmente alle

donne. Stavo per l’appunto dicendolo, quando voi siete giunto. Anche in

questi tempi di sincerità repubblicana, gli uomini fanno tutti la corte

coi metodi dell’antico regime. La buona novella è sparsa per tutto il

mondo; ma in certe cose restiamo sempre ligi all’antico Testamento.

— E ciò vi dà noia? — chiese il Nougarède, che oramai non sapeva più a

qual santo votarsi.

— No, anzi mi fa ridere. Mi avete trovata che ridevo. Il riso fa buon

sangue. E poi, è così bello sentirsi dire certe cose! —

Il Nougarède perdette la tramontana senz’altro.

— Veramente, — diss’egli, — non è una cura prescritta in un ospedale

militare. E mi meraviglio.... —

Così dicendo, si era rivolto a me. Io ero là ritto, seccato la parte

mia, poichè non giungevo ad intendere che gusto o che ragione ci

avesse madamigella Adriana a seguitare su quel tema scabroso. Forse si

compiaceva di stuzzicarlo; forse voleva rimetterlo a posto, dimostrando

anche a me che il signor Nougarède non aveva nessun diritto a fare il

geloso. Comunque fosse, quel volgersi a me, e quella gran meraviglia,

accompagnata da una reticenza così minacciosa, volevano una pronta

risposta.

— Di che cosa, cittadino? — gli chiesi, con un piglio non meno arcigno

del suo.

Ma egli s’inalberò. Di sicuro, il povero giovanotto aveva perduta la

bussola.

— Una interrogazione, a me? — gridò egli, inasprito. — Vi avverto

ch’essa è fuori di luogo.

— Una cosa è fuori di luogo tra uomini; — replicai; — cominciare e non

finire una frase di dubbio significato. —

Caro il mio cittadino Nougarède! Egli non sapeva come io fossi rimasto

male, esposto ai sarcasmi e ai dispregi della bella Adriana, e che buon

vento me lo avesse portato tra le unghie.

— Vi trovo ridicolo; — diss’egli, crollando sdegnosamente le spalle.

— Io trovo voi impertinente e sciocco; — risposi.

A quelle parole, che gli rendevano raddoppiata l’ingiuria, fece per

avventarmisi contro; ma si trattenne tosto, o perchè io paressi più

forte e tale da respingere con vantaggio l’attacco manesco, o perchè

gli venisse in mente di non dover fare una sfuriata là dentro. Si

trattenne, dico, stringendo i pugni e le labbra; poi, abbassata la

voce, mi disse:

— Sareste capace di ripetermi quelle parole con le armi alla mano?

— Sicuramente, quando vorrete; e meglio oggi che domani.

— Anche subito; v’intenderete coi miei secondi. —

Poscia, volgendosi a madamigella Adriana, soggiunse:

— Vi lascio ai vostri amori; ma, come medico, debbo insistere sulla

raccomandazione di non parlar troppo.

— Sono stata zitta, finora! — rispose ella, senza punto scomporsi. —

Voi mozzate le parole in bocca, con le vostre scenate. Avete il diritto

di farle?

— Se vi piace, dico di no; ma le ho fatte.

— Non siete garbato, cittadino Nougarède. —

Egli voleva rispondere; ma io ero là, e non gli parve conveniente di

proseguire il battibecco alla presenza di un terzo. Fece anche lui una

spallata buonapartesca e diede una giravolta sui tacchi.

— Un momento! — gli dissi, vedendolo andar via.

— _Plait-il?_ — chiese egli, voltandosi a mezzo e fermandosi a

guardarmi con piglio altezzoso.

— Siete un nemico, e tale vi voglio; — risposi; — ma siete francese e

gentiluomo. Io, qui, son fuori di casa mia; non ho compagni d’armi, nè

amici, nè conoscenti a cui rivolgermi, per chiedere la loro assistenza.

— Che intendete, con ciò?

— Non già di ritirarmi, come mi pare che abbiate capito. Volevo

domandare a voi il servigio che io stesso vi renderei, se fossimo a

Torino, o in altra città del Piemonte. Pregate due dei vostri francesi

che vogliano accompagnarmi sul terreno. —

Il cittadino Nougarède stette pensieroso un istante; poi mi rispose

asciutto:

— Sta bene; li avrete. —

E salutò, freddamente cerimonioso, ed uscì.

Io mi volsi allora a madamigella Adriana, per prender commiato da lei.

La vergine del reggimento era sempre immobile al suo posto, appoggiata

alla spalliera del canapè, e mi guardava cogli occhi semichiusi, come

una bella dama dell’antico regime. Lo era infatti, ad onta delle mutate

consuetudini. _Bon sang ne peut mentir_, dicono i francesi.

— Dunque, — incominciò, sorridendo, — battaglia?

— Come vedete; — risposi.

— Debbo io dirvi, — continuò ella, — che mi rincresce di essere stata

cagione di questo litigio?

— No, non mi dite nulla. Capirete che il signor Nougarède è venuto in

buon punto a levarmi d’angustie, con la sua furia gelosa.

— Ah, davvero? Ecco un servigio che egli non sapeva di rendervi.

Diteglielo, al primo incontro; lo farete andar in collera più che

mai. —

E rideva, la bizzarra creatura, rideva d’un suo risolino arguto,

guardandomi con quegli occhi semichiusi, come una gran dama, molto

bella e molto miope (secondo l’uso del secolo scorso), in atto di

dirmi: «_Vous êtes parfait!_»

— Non io certamente; — risposi. — Diteglielo voi, viscontessa!

— Lascia i titoli antichi; — ribattè ella prontamente, ritornando nella

voce e negli atti la vergine del reggimento. — Chiamami cittadina, ed

anche semplicemente donna. È un nome di cui sono orgogliosa, quantunque

lo avviliscano tanto, con le loro debolezze, le mie sorelle in Eva.

— Siete uno spirito forte. Perchè non posso esserlo io? — le dissi

allora, sospirando.

— Lo sei, senza avvedertene, piemontesino astuto! Tu, a buon conto, ti

cavi d’impaccio con uno sfogo di collera. Lo hai confessato poc’anzi, e

in questo momento i tuoi occhi truci promettono un cattivo quarto d’ora

a quel povero Nougarède. Ma bada, per altro; egli non è meno inviperito

di te. Come maneggi la spada?

— Non saprei dirvelo; so che mi sta forte nel pugno.

— È già molto, e tu forse ne sai più di quello che dici. Ma come siete

carini, voi altri, con le vostre durlindane! E per una donna, poi!

Questo è _ancien régime_, e del più schietto che io mi conosca. Lui

soldato repubblicano e tu regio, lui della libertà e tu della tirannia,

siete pari; non vi battete per un’idea, ma per una donna; e a farlo

apposta, per una donna che ride.

— È vero; ma che farci? — replicai. — Se non posso mutarvi il cuore,

Adriana!... A proposito, per chi vi degnerete di far voti? Una piccola

preferenza è naturale, è inevitabile.

— Naturale, sì; inevitabile, no. Ed io per questa volta non ne

avrò nessuna; starò a vedere, imparziale come la giustizia, o come

l’indifferenza. Mi ha raccontato un viaggiatore che nei deserti

africani la leonessa assiste tranquilla sul margine di una fontana e

sotto il verde ombrello di una palma gigantesca, al combattimento di

due leoni innamorati e rivali, aspettando senz’ombra di ansietà che

l’esito della pugna le riveli il suo signore e padrone.

— Vincerò! — gridai infiammato.

— Non ti fidare; — rispose la bella schernitrice. — È bene paragonarsi

alla leonessa, quando l’uomo si paragona tanto volontieri al leone.

Ma nel fatto io sono una donna, e la vergine del reggimento potrebbe

star ferma nel suo quadrato e non appartenere a nessuno. Ciò ti

offende? Ti rivolta? Dillo! Va in collera, insultami! Non sai nulla

di nulla, _blanc-bec_! Una buona insolenza, e detta a tempo, rivela il

carattere.... quando ce n’è! Tu non sai trovar l’una, e manchi affatto

dell’altro. —

Era cattiva, quella donna? Era pazza? E quali cause nascoste l’avevano

resa pazza, o cattiva? o solamente era da vedere in lei il fenomeno

psicologico (benedetti ricordi scolastici!) di una libertà sconfinata

e d’una educazione sviata? L’uso, si sa, conduce per una insensibile

china all’abuso. In una donna che a tutte le audacie rumorose della

filosofia del suo tempo congiungeva tutte le superbie istintive della

nascita, e che per il suo genere di vita libera e vagabonda era più

esposta d’ogni altra alle insidie di cui sempre e dovunque è circondata

la bellezza, questa bizzarria di umore doveva esser fatale. Un paragone

militare vi dirà meglio il mio pensiero intorno a questo argomento

delicatissimo. Al soldato nelle ordinanze si chiede di esser docile,

obbediente al comando, freddo e impassibile al fuoco, anzi che ardente

e voglioso di fare. La sua calma è la sua forza e quella di tutta la

colonna, che, secondo il bisogno, attacca o retrocede. Al soldato in

avanguardia, all’esploratore, al fiancheggiatore, si chiede per contro

di essere agile, ardito, fin anche temerario. Egli deve essere pronto a

ficcarsi da per tutto, a snidare il nemico, a fargli fronte, a girarlo,

a intimorirlo con ogni maniera d’artifizi, non prendendo norma che dal

proprio coraggio. La sua forza non è più nella calma e nella prudenza;

è nella sua furia, nella sua temerità. Così doveva essere Adriana,

audace, temeraria, per ragione di difesa, per simulazione di forza.

Presa in tal modo la piega, non era possibile che Adriana si mutasse

mai, nè per me, nè per altri. La piega, nel carattere, è una seconda

natura.

Sentivo queste cose molto confusamente, e, più assai che ferito, ero

profondamente addolorato da quello scherno feroce.

— Ah, per esempio, questo è troppo! — gridai. — Sono un soldato della

tirannide e nato plebeo, davanti a voi, legionaria della libertà e

nata viscontessa; ma i miei re, che vi spiacciono tanto, furono tutti

cavalieri, e non m’insegnarono mai ad insultare una donna. Se avessi a

dirvi liberamente ciò che penso di voi....

— Ah, vivaddio, ecco un buon principio! — esclamò ella, rizzandosi di

colpo sulla vita. — Sentiamo ciò che tu pensi di me.

— Direi, — soggiunsi allora, stimolato da quella esortazione,

donde traspariva sempre la beffa, — direi che portate nel culto

della vostra repubblica, della libertà, della fraternità e perfino

della eguaglianza, l’orgoglio, la fierezza e la prepotenza di una

razza dominatrice. Scesa dal ponte levatoio del vostro castello per

confondervi col volgo dei combattenti, avete dovuto troppe volte

custodirvi contro le noie di una familiarità, che è sempre molesta,

e riesce offensiva anche quando non è a dirittura brutale. Indossata

l’armatura, e veduto che vi andava bene alla vita, non avete più voluta

deporla. Siete un’Amazzone, una Marfisa, una Bradamante, una Clorinda

moderna, pronta a correre in tutti i passi d’arme, a mettere lancia

in resta, sia Mandricardo o Ruggero, Rinaldo o Tancredi il nemico. La

dolcezza è nel vostro cuore, o Clorinda, e non potrebbe non esserci; ma

una corazza d’acciaio nasconde gelosamente il tesoro. —

Adriana era stata a sentire con molta attenzione, guardando

benignamente il predicatore e accompagnando le frasi con qualche cenno

del capo.

— Sai che come stile non c’è malaccio? — esclamò quando io ebbi finito.

— Dite che non è vero! — soggiunsi.

— Lasciamola lì; non dirò niente.

— E che ci sarà un momento in cui vi darete per vinta.

— «Ci sarà» non vuol dir nulla; mi basta che non ci sia.

— Badate al futuro, Adriana, e che l’uomo a cui crederete non sia poi

il peggiore.

— Alto là! — gridò essa. — La lingua ti tradisce, o la dottrina ti

manca. Che cos’è il peggiore? Che cos’è il migliore? Accetta ancora

una lezione, piemontesino mio. In amore, non c’è nè la buona, nè la

cattiva scelta. Dammi il turbamento e l’ansia, la paura e l’estasi,

il sacrifizio e la beatitudine; tutto il resto è nulla. Che importa

a me che Saint-Preux sia uno spirito fiacco, se Giulia ha conosciuto

l’amore? Che importa a me che Lovelace sia un tristo, se Clarissa

ha vissuto un’ora di cielo? L’essenziale non è l’uomo che si ama, è

l’amore che si sente.

— Chi ve l’ha detto?

— Qualche libro; e me lo ripete il mio cuore.

— C’è dunque da augurarsi di essere un tristo e di piacervi, Adriana! —

conchiusi io, malinconicamente.

— Questo poi è un madrigale e non mi piace; — diss’ella. — Non hai

delle frasi più sonore, come poc’anzi? —

Stanco di quella inutile scherma, non risposi più nulla. In quel

mentre, e per mia grande fortuna si udì uno strepito di sciabole

e un rumore di voci sul pianerottolo. Poco stante, si affacciarono

sull’uscio della sala di ricevimento due ufficiali francesi, a cui il

custode diceva:

— Se non è quel cittadino laggiù.... —

Capii che il Nougarède non aveva perduto il suo tempo, e interruppi

prontamente la frase del custode.

— Chi mi cerca? — domandai. — Vi manda forse il cittadino Nougarède?

— Per l’appunto; — risposero gli ufficiali.

— Sono ai vostri ordini; — replicai.

— Andiamo subito, allora; — disse uno di loro, — perchè gli altri sono

già al posto.

— Ah, bene! Non c’è dunque da andar lungi?

— No, qua di rimpetto, dove alloggia uno di noi. C’è un giardino

abbastanza vasto, dove non scende mai nessuno. Le spade, se vi piace,

saranno le nostre d’ordinanza.

— Mi piace tutto, e vi seguo. —

Adriana, a cui mi ero rivolto per salutarla, mi parve commossa. Si era

alzata dal canapè, ed era molto pallida in viso.

— Cittadina, buon giorno; — le dissero gli ufficiali, inchinandosi.

Io mi accostai, mentre essi andavano verso l’uscio, presi la sua mano e

la sfiorai con le labbra.

— Signorina, siate felice! — le dissi.

Ella non mi rispose parola. Mi guardò fissamente, quasi volesse

dirmi o farmi intendere qualche cosa; poi torse lo sguardo e scosse

sdegnosamente la testa, come chi cerchi scacciare un molesto pensiero.

Io feci un saluto ossequioso, e mossi rapidamente verso l’uscio, per

seguire quei due, che mi aspettavano sulla scala.

Monsù Tomè · 第 23 / 31 题