Si dà nei lumi.
Il chirurgo Nougarède era un bel giovanotto di statura giusta e di
membra snelle, bianco di carnagione, ma il viso leggermente abbronzato
dal sole e dall’aspra vita del campo. Aveva i capegli biondi, ma corti;
bionda la barba, non folta, e tagliata a punta. Perciò la sua faccia
dava piuttosto nel lungo, e il naso aquilino e le labbra finissime,
sormontate da due baffettini sottili, gli conferivano un’aria molto
elegante, ma anche un tantino presuntuosa. Io feci questa osservazione
vedendolo allora per la terza volta e guardandolo più attentamente
che non avessi fatto alle prime. Quella volta, poi, mi appariva anche
arcigno e niente disposto ai convenevoli.
Così accigliato e duro, il Nougarède rimase un istante sulla soglia,
mentre Adriana, sempre appoggiata alla spalliera del canapè, si voltava
un pochino dalla sua parte, con una grazietta incantevole, a cui
la inclinazione forzata della testa sull’òmero, dava un’espressione
canzonatoria che mai. Per altro, egli non poteva stare più a lungo
ritto impalato sull’uscio, a fare la controscena, come un personaggio
da tragedia; e si mosse, finalmente, venne a due passi da lei, senza
curarsi punto del visitatore importuno, e l’ammonì in questa forma:
— Adriana, lo sapete pure, che non potete ancora parlar troppo! —
La familiarità dell’apostrofe mi diede maledettamente sui nervi. E
poi, sotto quella severità dottorale, avevo fiutato il geloso, quel
personaggio meschino, dalla faccia scura, dagli occhi sospettosi e dai
modi impacciati, che dove capita porta la sensazione del freddo. Non
siate gelosi mai, o almeno fate di nasconderlo. L’uomo più garbato, più
spiritoso e piacevole del mondo, se è geloso e si lascia scorgere in
flagrante, perde ad un tratto tutte le sue belle qualità, per diventare
uggioso, o ridicolo, e qualche volta l’uno e l’altro ad un tempo.
Adriana non si era mossa dal suo posto nè dal suo atteggiamento; ma
aveva sentita la necessità di farmi capire che era seccata di quel tono
severo e che tanta familiarità non era permessa neanche al suo medico.
— E chi vi dice, cittadino Nougarède, — replicò ella, battendo sul
titolo, — che io abbia parlato troppo? —
Il cittadino Nougarède rimase un po’ sconcertato; ma si riebbe subito,
e rispose:
— Il capo infermiere m’ha riferito che siete da oltre un’ora nella sala
di ricevimento. Voi sapete che le passeggiate vi sono concesse, perchè
possono farvi del bene. Un moto regolare, mettendo in opera tutti i
muscoli, non ne stanca in particolar modo nessuno. Può recarvi incomodo
uno sforzo parziale, specialmente quello del soverchio discorrere,
perchè il polmone è costretto a lavorare di più, dilatando con troppa
frequenza il torace, dove s’innestano tutti i muscoli della spalla, e
in particolar modo il...
— Finitela una volta coi vostri paroloni, cittadino Nougarède!
— interruppe Adriana. — Io non son fatta per capire tutta questa
anatomia. Del resto, — soggiunse ella, con accento più rimesso, — io
non mi son mossa un momento di qua; e parlo e lascio parlare, secondo
le circostanze e l’umore. Quando vi capita una vecchia conoscenza, non
bisogna mica lasciarsela sfuggire così presto! A proposito, debbo fare
una presentazione. Eccovi qua una persona che dovete conoscere. —
Messo così alle strette, il Nougarède non potè più astenersi dal
guardare verso di me. Stentava per altro a riconoscermi, e Adriana fu
costretta a rinfrescargli la memoria.
— È il piemontese di Cosseria; — proseguì Adriana; — quello stesso che
mi ha raccolta sul campo, per consegnarmi all’ambulanza, e che poi vi
ha parlato di me, a Carcare; non ricordate?
— Ah! — diss’egli allora, accennando un sorriso.
Ma quel sorriso, che era fatto a contraggenio, gli morì sulle labbra.
Nè aggiunse altro il cittadino Nougarède, nè fece alcun movimento
cortese verso di me. In fondo, egli si trattenne, come io mi ero
trattenuto, nè più nè meno. E ci eravamo fatti tanti complimenti a
Carcare! Era bastata la presenza di una donna tra noi, per inimicarci
di schianto. Le nostre mani, che si erano già strette con tanta
effusione d’amicizia, provarono allora una ripulsione invincibile; non
che restar penzoloni, cercarono istintivamente le tasche.
La ripugnanza del signor Nougarède non poteva sfuggire all’occhio
attento di Adriana. E il diavolo volle che la capricciosa donna ne
fosse annoiata, lì per lì, e che prendesse gusto a tormentare il
geloso.
— Sì, — soggiunse ella insistendo, — è stato tanto gentile da
ricordarsi di me. Che volete, cittadino? Pare che anche su lui io abbia
fatto impressione.
— Anche su lui! — ripetè egli stizzito. — Le vittime sono dunque più
d’una? —
Si era avanzato sotto misura, il poveraccio, e Adriana non volle
risparmiargli il colpo di grazia.
— Vi fa meraviglia? — riprese. — È ciò che capita facilmente alle
donne. Stavo per l’appunto dicendolo, quando voi siete giunto. Anche in
questi tempi di sincerità repubblicana, gli uomini fanno tutti la corte
coi metodi dell’antico regime. La buona novella è sparsa per tutto il
mondo; ma in certe cose restiamo sempre ligi all’antico Testamento.
— E ciò vi dà noia? — chiese il Nougarède, che oramai non sapeva più a
qual santo votarsi.
— No, anzi mi fa ridere. Mi avete trovata che ridevo. Il riso fa buon
sangue. E poi, è così bello sentirsi dire certe cose! —
Il Nougarède perdette la tramontana senz’altro.
— Veramente, — diss’egli, — non è una cura prescritta in un ospedale
militare. E mi meraviglio.... —
Così dicendo, si era rivolto a me. Io ero là ritto, seccato la parte
mia, poichè non giungevo ad intendere che gusto o che ragione ci
avesse madamigella Adriana a seguitare su quel tema scabroso. Forse si
compiaceva di stuzzicarlo; forse voleva rimetterlo a posto, dimostrando
anche a me che il signor Nougarède non aveva nessun diritto a fare il
geloso. Comunque fosse, quel volgersi a me, e quella gran meraviglia,
accompagnata da una reticenza così minacciosa, volevano una pronta
risposta.
— Di che cosa, cittadino? — gli chiesi, con un piglio non meno arcigno
del suo.
Ma egli s’inalberò. Di sicuro, il povero giovanotto aveva perduta la
bussola.
— Una interrogazione, a me? — gridò egli, inasprito. — Vi avverto
ch’essa è fuori di luogo.
— Una cosa è fuori di luogo tra uomini; — replicai; — cominciare e non
finire una frase di dubbio significato. —
Caro il mio cittadino Nougarède! Egli non sapeva come io fossi rimasto
male, esposto ai sarcasmi e ai dispregi della bella Adriana, e che buon
vento me lo avesse portato tra le unghie.
— Vi trovo ridicolo; — diss’egli, crollando sdegnosamente le spalle.
— Io trovo voi impertinente e sciocco; — risposi.
A quelle parole, che gli rendevano raddoppiata l’ingiuria, fece per
avventarmisi contro; ma si trattenne tosto, o perchè io paressi più
forte e tale da respingere con vantaggio l’attacco manesco, o perchè
gli venisse in mente di non dover fare una sfuriata là dentro. Si
trattenne, dico, stringendo i pugni e le labbra; poi, abbassata la
voce, mi disse:
— Sareste capace di ripetermi quelle parole con le armi alla mano?
— Sicuramente, quando vorrete; e meglio oggi che domani.
— Anche subito; v’intenderete coi miei secondi. —
Poscia, volgendosi a madamigella Adriana, soggiunse:
— Vi lascio ai vostri amori; ma, come medico, debbo insistere sulla
raccomandazione di non parlar troppo.
— Sono stata zitta, finora! — rispose ella, senza punto scomporsi. —
Voi mozzate le parole in bocca, con le vostre scenate. Avete il diritto
di farle?
— Se vi piace, dico di no; ma le ho fatte.
— Non siete garbato, cittadino Nougarède. —
Egli voleva rispondere; ma io ero là, e non gli parve conveniente di
proseguire il battibecco alla presenza di un terzo. Fece anche lui una
spallata buonapartesca e diede una giravolta sui tacchi.
— Un momento! — gli dissi, vedendolo andar via.
— _Plait-il?_ — chiese egli, voltandosi a mezzo e fermandosi a
guardarmi con piglio altezzoso.
— Siete un nemico, e tale vi voglio; — risposi; — ma siete francese e
gentiluomo. Io, qui, son fuori di casa mia; non ho compagni d’armi, nè
amici, nè conoscenti a cui rivolgermi, per chiedere la loro assistenza.
— Che intendete, con ciò?
— Non già di ritirarmi, come mi pare che abbiate capito. Volevo
domandare a voi il servigio che io stesso vi renderei, se fossimo a
Torino, o in altra città del Piemonte. Pregate due dei vostri francesi
che vogliano accompagnarmi sul terreno. —
Il cittadino Nougarède stette pensieroso un istante; poi mi rispose
asciutto:
— Sta bene; li avrete. —
E salutò, freddamente cerimonioso, ed uscì.
Io mi volsi allora a madamigella Adriana, per prender commiato da lei.
La vergine del reggimento era sempre immobile al suo posto, appoggiata
alla spalliera del canapè, e mi guardava cogli occhi semichiusi, come
una bella dama dell’antico regime. Lo era infatti, ad onta delle mutate
consuetudini. _Bon sang ne peut mentir_, dicono i francesi.
— Dunque, — incominciò, sorridendo, — battaglia?
— Come vedete; — risposi.
— Debbo io dirvi, — continuò ella, — che mi rincresce di essere stata
cagione di questo litigio?
— No, non mi dite nulla. Capirete che il signor Nougarède è venuto in
buon punto a levarmi d’angustie, con la sua furia gelosa.
— Ah, davvero? Ecco un servigio che egli non sapeva di rendervi.
Diteglielo, al primo incontro; lo farete andar in collera più che
mai. —
E rideva, la bizzarra creatura, rideva d’un suo risolino arguto,
guardandomi con quegli occhi semichiusi, come una gran dama, molto
bella e molto miope (secondo l’uso del secolo scorso), in atto di
dirmi: «_Vous êtes parfait!_»
— Non io certamente; — risposi. — Diteglielo voi, viscontessa!
— Lascia i titoli antichi; — ribattè ella prontamente, ritornando nella
voce e negli atti la vergine del reggimento. — Chiamami cittadina, ed
anche semplicemente donna. È un nome di cui sono orgogliosa, quantunque
lo avviliscano tanto, con le loro debolezze, le mie sorelle in Eva.
— Siete uno spirito forte. Perchè non posso esserlo io? — le dissi
allora, sospirando.
— Lo sei, senza avvedertene, piemontesino astuto! Tu, a buon conto, ti
cavi d’impaccio con uno sfogo di collera. Lo hai confessato poc’anzi, e
in questo momento i tuoi occhi truci promettono un cattivo quarto d’ora
a quel povero Nougarède. Ma bada, per altro; egli non è meno inviperito
di te. Come maneggi la spada?
— Non saprei dirvelo; so che mi sta forte nel pugno.
— È già molto, e tu forse ne sai più di quello che dici. Ma come siete
carini, voi altri, con le vostre durlindane! E per una donna, poi!
Questo è _ancien régime_, e del più schietto che io mi conosca. Lui
soldato repubblicano e tu regio, lui della libertà e tu della tirannia,
siete pari; non vi battete per un’idea, ma per una donna; e a farlo
apposta, per una donna che ride.
— È vero; ma che farci? — replicai. — Se non posso mutarvi il cuore,
Adriana!... A proposito, per chi vi degnerete di far voti? Una piccola
preferenza è naturale, è inevitabile.
— Naturale, sì; inevitabile, no. Ed io per questa volta non ne
avrò nessuna; starò a vedere, imparziale come la giustizia, o come
l’indifferenza. Mi ha raccontato un viaggiatore che nei deserti
africani la leonessa assiste tranquilla sul margine di una fontana e
sotto il verde ombrello di una palma gigantesca, al combattimento di
due leoni innamorati e rivali, aspettando senz’ombra di ansietà che
l’esito della pugna le riveli il suo signore e padrone.
— Vincerò! — gridai infiammato.
— Non ti fidare; — rispose la bella schernitrice. — È bene paragonarsi
alla leonessa, quando l’uomo si paragona tanto volontieri al leone.
Ma nel fatto io sono una donna, e la vergine del reggimento potrebbe
star ferma nel suo quadrato e non appartenere a nessuno. Ciò ti
offende? Ti rivolta? Dillo! Va in collera, insultami! Non sai nulla
di nulla, _blanc-bec_! Una buona insolenza, e detta a tempo, rivela il
carattere.... quando ce n’è! Tu non sai trovar l’una, e manchi affatto
dell’altro. —
Era cattiva, quella donna? Era pazza? E quali cause nascoste l’avevano
resa pazza, o cattiva? o solamente era da vedere in lei il fenomeno
psicologico (benedetti ricordi scolastici!) di una libertà sconfinata
e d’una educazione sviata? L’uso, si sa, conduce per una insensibile
china all’abuso. In una donna che a tutte le audacie rumorose della
filosofia del suo tempo congiungeva tutte le superbie istintive della
nascita, e che per il suo genere di vita libera e vagabonda era più
esposta d’ogni altra alle insidie di cui sempre e dovunque è circondata
la bellezza, questa bizzarria di umore doveva esser fatale. Un paragone
militare vi dirà meglio il mio pensiero intorno a questo argomento
delicatissimo. Al soldato nelle ordinanze si chiede di esser docile,
obbediente al comando, freddo e impassibile al fuoco, anzi che ardente
e voglioso di fare. La sua calma è la sua forza e quella di tutta la
colonna, che, secondo il bisogno, attacca o retrocede. Al soldato in
avanguardia, all’esploratore, al fiancheggiatore, si chiede per contro
di essere agile, ardito, fin anche temerario. Egli deve essere pronto a
ficcarsi da per tutto, a snidare il nemico, a fargli fronte, a girarlo,
a intimorirlo con ogni maniera d’artifizi, non prendendo norma che dal
proprio coraggio. La sua forza non è più nella calma e nella prudenza;
è nella sua furia, nella sua temerità. Così doveva essere Adriana,
audace, temeraria, per ragione di difesa, per simulazione di forza.
Presa in tal modo la piega, non era possibile che Adriana si mutasse
mai, nè per me, nè per altri. La piega, nel carattere, è una seconda
natura.
Sentivo queste cose molto confusamente, e, più assai che ferito, ero
profondamente addolorato da quello scherno feroce.
— Ah, per esempio, questo è troppo! — gridai. — Sono un soldato della
tirannide e nato plebeo, davanti a voi, legionaria della libertà e
nata viscontessa; ma i miei re, che vi spiacciono tanto, furono tutti
cavalieri, e non m’insegnarono mai ad insultare una donna. Se avessi a
dirvi liberamente ciò che penso di voi....
— Ah, vivaddio, ecco un buon principio! — esclamò ella, rizzandosi di
colpo sulla vita. — Sentiamo ciò che tu pensi di me.
— Direi, — soggiunsi allora, stimolato da quella esortazione,
donde traspariva sempre la beffa, — direi che portate nel culto
della vostra repubblica, della libertà, della fraternità e perfino
della eguaglianza, l’orgoglio, la fierezza e la prepotenza di una
razza dominatrice. Scesa dal ponte levatoio del vostro castello per
confondervi col volgo dei combattenti, avete dovuto troppe volte
custodirvi contro le noie di una familiarità, che è sempre molesta,
e riesce offensiva anche quando non è a dirittura brutale. Indossata
l’armatura, e veduto che vi andava bene alla vita, non avete più voluta
deporla. Siete un’Amazzone, una Marfisa, una Bradamante, una Clorinda
moderna, pronta a correre in tutti i passi d’arme, a mettere lancia
in resta, sia Mandricardo o Ruggero, Rinaldo o Tancredi il nemico. La
dolcezza è nel vostro cuore, o Clorinda, e non potrebbe non esserci; ma
una corazza d’acciaio nasconde gelosamente il tesoro. —
Adriana era stata a sentire con molta attenzione, guardando
benignamente il predicatore e accompagnando le frasi con qualche cenno
del capo.
— Sai che come stile non c’è malaccio? — esclamò quando io ebbi finito.
— Dite che non è vero! — soggiunsi.
— Lasciamola lì; non dirò niente.
— E che ci sarà un momento in cui vi darete per vinta.
— «Ci sarà» non vuol dir nulla; mi basta che non ci sia.
— Badate al futuro, Adriana, e che l’uomo a cui crederete non sia poi
il peggiore.
— Alto là! — gridò essa. — La lingua ti tradisce, o la dottrina ti
manca. Che cos’è il peggiore? Che cos’è il migliore? Accetta ancora
una lezione, piemontesino mio. In amore, non c’è nè la buona, nè la
cattiva scelta. Dammi il turbamento e l’ansia, la paura e l’estasi,
il sacrifizio e la beatitudine; tutto il resto è nulla. Che importa
a me che Saint-Preux sia uno spirito fiacco, se Giulia ha conosciuto
l’amore? Che importa a me che Lovelace sia un tristo, se Clarissa
ha vissuto un’ora di cielo? L’essenziale non è l’uomo che si ama, è
l’amore che si sente.
— Chi ve l’ha detto?
— Qualche libro; e me lo ripete il mio cuore.
— C’è dunque da augurarsi di essere un tristo e di piacervi, Adriana! —
conchiusi io, malinconicamente.
— Questo poi è un madrigale e non mi piace; — diss’ella. — Non hai
delle frasi più sonore, come poc’anzi? —
Stanco di quella inutile scherma, non risposi più nulla. In quel
mentre, e per mia grande fortuna si udì uno strepito di sciabole
e un rumore di voci sul pianerottolo. Poco stante, si affacciarono
sull’uscio della sala di ricevimento due ufficiali francesi, a cui il
custode diceva:
— Se non è quel cittadino laggiù.... —
Capii che il Nougarède non aveva perduto il suo tempo, e interruppi
prontamente la frase del custode.
— Chi mi cerca? — domandai. — Vi manda forse il cittadino Nougarède?
— Per l’appunto; — risposero gli ufficiali.
— Sono ai vostri ordini; — replicai.
— Andiamo subito, allora; — disse uno di loro, — perchè gli altri sono
già al posto.
— Ah, bene! Non c’è dunque da andar lungi?
— No, qua di rimpetto, dove alloggia uno di noi. C’è un giardino
abbastanza vasto, dove non scende mai nessuno. Le spade, se vi piace,
saranno le nostre d’ordinanza.
— Mi piace tutto, e vi seguo. —
Adriana, a cui mi ero rivolto per salutarla, mi parve commossa. Si era
alzata dal canapè, ed era molto pallida in viso.
— Cittadina, buon giorno; — le dissero gli ufficiali, inchinandosi.
Io mi accostai, mentre essi andavano verso l’uscio, presi la sua mano e
la sfiorai con le labbra.
— Signorina, siate felice! — le dissi.
Ella non mi rispose parola. Mi guardò fissamente, quasi volesse
dirmi o farmi intendere qualche cosa; poi torse lo sguardo e scosse
sdegnosamente la testa, come chi cerchi scacciare un molesto pensiero.
Io feci un saluto ossequioso, e mossi rapidamente verso l’uscio, per
seguire quei due, che mi aspettavano sulla scala.