CAPITOLO XVII.

Scuola d’amore.

Il capo infermiere mi avrebbe sciorinata una teorica compiuta intorno

alla influenza della vittoria sulla guarigione delle ferite, se non

fosse stato interrotto dall’arrivo di Adriana.

Io riconobbi il passo leggiero e svelto di lei, che era giunta allora

sul pianerottolo, e subito dopo udii la sua voce argentina.

— Chi mi chiama? — diceva ella al custode.

— Un giovane cittadino, che è venuto con un permesso del comando di

piazza; — rispose il custode. — Forse è un parente, cittadina.

— Che! — replicò ella. — Io non aspetto parenti. —

Ed apparì allora nel vano dell’uscio, dove fu trattenuta dal capo

infermiere che ritornava alle sue faccende.

— Buon giorno, cittadina; — le disse costui. — Si va di bene in meglio?

— Come vedete, Roland. Ieri ho fatta una lunga camminata verso il mare.

Sono anche entrata in un bel giardino, dove mi hanno regalato un mazzo

di fiori. Oggi, dopo la zuppa, ci ritorno. Fa così bene passeggiar tra

le siepi fiorite!

— Benissimo! Fortificatevi, cittadina Adriana; — riprese il capo

infermiere. — Vi lascio col vostro visitatore. —

Io la guardavo, tutto confuso e palpitante, cercando e non trovando

la frase, con cui attaccare il discorso. Ero colpito in una nuova

maniera dalla sua gentile figura, che mi pareva tutt’altra da quella

che avevo veduta ed amata sul colmo di Cosseria. Era sempre Adriana,

con le sue belle fattezze, co’ suoi capegli biondi, la sua voce

melodiosa e i suoi moti vivaci; ma, dopo tanti giorni di separazione,

mi era diventata quasi straniera, e mi pareva di vederla allora per

la prima volta. Era più bianca dell’usato, e ciò si poteva intendere

facilmente, pensando che non faceva più la vita faticosa del campo;

ma il suo aspetto non aveva punto sofferto, o si era prontamente

rifatto dei danni patiti. Portava il braccio sospeso al collo e la

testa leggermente inclinata sull’omero; ma quel nuovo atteggiamento la

rendeva più bella, le conferiva una grazia incantevole. I capegli, non

più coperti da quella berretta di panno, piantata alla sgherra, che

dava un’aria così bizzarra al suo volto giovanile, mostravano tutta la

loro pompa luminosa di oro filato. Per dirvi ogni cosa in poche parole,

la vivandiera del reggimento era sparita: restava la vergine, e, se

volete, anche la viscontessa Adriana.

Io la vedevo benissimo, poichè ella, entrando nella sala, era colta in

pieno dalla luce della finestra. Ma ella non vide in me che un profilo

oscuro, poichè, rivolto verso di lei, davo le spalle alle luce.

— Non mi riconoscete più, madamigella Adriana? — le dissi, con voce

tremante di commozione.

Ella si avanzò, guardandomi con gli occhi socchiusi, come se volesse

accrescere in tal modo la sua potenza visiva. Inutile sforzo; io

restavo un enigma vivente per lei. Allora mi avvicinai, tirandomi un

poco da banda, per modo che la luce mi cogliesse nel viso, e soggiunsi:

— Ebbene, madamigella? Non riconoscete ora il sergente piemontese di

Cosseria?

— Ah! — esclamò ella, sorridendo. — È vero. In quegli abiti borghesi

non vi avrei più ravvisato. Che buon vento vi ha portato a Savona?

— Il desiderio di saper vostre nuove, signorina. Son proprio felice

di vedervi ristabilita e di sentire che siete già andata fuori, a

passeggio.

— Sicuro, e con che gusto! Mi pareva di rinascere. Ancora dieci giorni

di questa vita, e ritorno al reggimento.

— Ancora? — esclamai.

— Che volete? È la famiglia; — mi rispose.

— La famiglia! In mezzo a tanti uomini più disposti a riconoscere la

bellezza che a rispettarla!

— Non dite male dei miei compagni! — gridò ella, interrompendomi. —

Nel reggimento mi amano e mi rispettano tutti egualmente. Non vi dirò

che sui primi giorni fossero tutte rose; no, certo, ed io ho dovuto

rimettere a posto più d’uno. Ma il soldato non ha che una brutalità

superficiale; nel fondo è quasi sempre un buon ragazzo; risente

della famiglia e delle sue oneste consuetudini, che ha lasciate da

poco. Basta mostrargli di non voler essere per lui che una sorella,

all’occorrenza una madre, e se ne fa quel che si vuole. Io amo il mio

reggimento e ci sto bene; non ho più altro appoggio nel mondo e non

voglio avere che quello. Se anche volessi cambiare, dove mi troverei

più tranquilla e più sicura? Io lo domando a voi. —

Rimasi perplesso, non volendo andar contro alla sua opinione. Ma mi

premeva egualmente di ricondurre la conversazione ad un argomento più

intimo, e ripigliai, dopo un istante di pausa:

— Vi ricordate del giorno che ci siamo conosciuti?

— Certamente; — mi rispose. — Un gran giorno, e faceva anche un gran

caldo.

— E allora, — soggiunsi, — voi mi davate del tu.

— Ah sì! — esclamò ella, mostrandomi in un’allegra risata due file

di candidissimi denti. — Mi avviene spesso di passar sopra a certe

cerimonie.

— Perchè non ci passate ancora?

— Ma... Non saprei, veramente. Non siete più soldato. A proposito, e

come va che avete abbandonato il servizio?

— La capitolazione di Cosseria ha voluto così. Non posso più ritornare

sotto le armi fino a che la mia parola non sia cambiata con quella

di un sott’ufficiale francese, il quale si ritrovi nella mia stessa

condizione. Ora, con l’andamento che ha preso la guerra, mi par

difficile che un certo numero di francesi abbia a finire come noi di

Cosseria. Per effetto di un semplice armistizio il generale Buonaparte

è già diventato padrone delle nostre piazze forti.

— Quell’uomo farà molto cammino; — disse Adriana. — Purchè sia fedele

alla libertà, come la fortuna è fedele a lui! —

La fortuna del generale Buonaparte e la causa della libertà mi

premevano poco, in quel punto, e cercai un’altra volta di ravviare il

discorso.

— Dunque, — ripresi, — voi siete risanata; questo è l’essenziale. Ero

tanto in apprensione per voi!

— Perchè? Le palle piemontesi, come vedete, non fanno mica troppo male.

— Ah, maledetta palla! — gridai.

— Ecco un nobile sentimento; — diss’ella — Ma viene un po’ tardi!

— Cattiva! — mormorai, chinando la testa fin presso al suo braccio. —

Siete sempre in collera con noi? —

Adriana levò la fronte e mi fissò addosso i suoi grandi occhi bianchi,

che luccicavano come diamanti.

— Scommetto, — diss’ella, — che siete venuto per dirmi delle

sciocchezze.

— No, davvero; — risposi.

— E allora, sentiamo, perchè siete venuto? —

Così dicendo, la bella Adriana fece l’atto di adagiarsi meglio sul

canapè, e volse la faccia annoiata alla statua giallognola di un

benefattore dell’ospedale, che decorava una gran nicchia, nella parete

di rincontro.

Io avrei dato non so che, per essere quel gentiluomo di marmo e non

sentire la ferita che quella sdegnosa domanda mi faceva nel cuore.

Ma quella domanda, sdegnosa o no, mi era stata rivolta; io non ero di

pietra, dovevo farmi forza, e rispondere.

— Son venuto per aver vostre nuove; — le dissi; — e un atto di amicizia

come questo, se non è per avventura un gran fatto, non merita neanche

il brutto nome che voi vorreste applicargli. Sceso coi miei compagni

a Carcare, dopo la nostra capitolazione, e giunto alla presenza del

generale Buonaparte, ebbi la fortuna di ottenere che noi ritornassimo

alle nostre case per la via più lunga del mare, anzi che per quella dei

monti. Vi avevo cercata in ogni ricovero di feriti; vi avevo seguita

a Savona; speravo di vedervi qui, di conoscere il vostro stato, e di

ritornarmene al mio paese con qualche speranza nel cuore. Un fatto

disgraziato, di cui forse sarà giunto l’eco fino a voi, ci costrinse a

partire tutti insieme, ad imbarcarci la sera medesima, senza concedermi

il tempo di venire al vostro capezzale. Da Genova a Torino, da Torino

a Mondovì, non ebbi più un momento di pace. Un aspro desiderio mi

consumava, lontano da voi; volli ad ogni costo ritornare dove voi

eravate, vedervi, sapere di voi, che avevo raccolta morente sotto i

nostri ripari e consegnata ai vostri buoni compagni. Voi lo vedete,

Adriana; queste non sono sciocchezze.

— Ne promettono, per altro; — rispose ella, inflessibile. — Al

sentimento dell’amicizia sarebbe bastata una semplice nuova, chiesta ed

ottenuta per lettera. Perchè venire fin qua? Perchè volermi vedere ad

ogni costo?

— Perchè vi amo.

— Ah! La vecchia storia?

— È sempre nuova. Vi amo, come il primo giorno che vi ho veduta. —

Ella si scosse, a quelle parole, e mi gittò l’elemosina d’uno sguardo.

— È troppo poco, allora! — soggiunse. — Rammento di avervi chiesto

qualche cosa, quel giorno. Ma il vostro amore, questo maraviglioso

amore di cui oggi vi empite la bocca, era ben piccolo ancora!

Eppure....

— Eppure?... Continuate!

— Eppure, in quel punto, non so come, tu mi avevi interessato,

_blanc-bec_! Avevo detto tra me: Ecco un ragazzo, che può essere il

destinato. L’uomo che ama davvero, si conosce all’occasione, ed anche

l’uomo che si dovrà amare; se costui fa un sacrifizio per me... se mi

butta a’ piedi tutto quello che ha di più caro...

— L’onore, Adriana! Non lo dimenticate; era il mio onore di soldato.

— Ebbene? Ed io non ti davo in ricambio il mio di fanciulla? Non hai

voluto, e tal sia di te. Non mi ricordare quel giorno; non toccar più

quella corda, che rende mal suono. Oramai è finita. —

Se l’aveste veduta in quel punto! Si era fatta pallida in viso, come

una morta; le labbra scolorite tremavano; le pupille dilatate mandavano

lampi.

Dimenticato il luogo in cui eravamo, non vedendo che quello sdegno, non

pensando che a quella dolorosa sentenza, mi buttai in ginocchio davanti

a lei, tentando di afferrar la sua mano.

— Oh, non parlate così, Adriana! — gridai. — Mi fate troppo soffrire.

Il mio amore per voi non ha meritato questa severità di linguaggio.

— Su, via! — diss’ella sottovoce, ma con accento imperioso, e levandosi

a mezzo, per obbligarmi a ripigliare il mio posto. — Anche il vostro

onore d’uomo potrebbe soffrirne, se qualcheduno vi vedesse. Ma torniamo

al vostro onor di soldato. Sapete che è veramente grazioso? Scommetto

che sareste capace, se le circostanze ve lo permettessero, di riprender

le armi contro di noi.

— Per la difesa della mia patria, senza dubbio! — risposi.

— Ebbene, la vostra patria è liberata dalle nostre armi; ma domani

potrebbe essere invasa da uno sforzo supremo dell’Austria, e tutti i

germi di libertà che vi ha deposti la Francia rivoluzionaria potrebbero

essere soffocati. Perchè non entrereste nell’esercito francese?

— Sarebbe oggi una viltà; il Piemonte esiste tuttavia, e vive e regna a

Torino il suo re.

— Il Piemonte! Il suo re! Quanti giorni dureranno essi ancora? In

verità, ecco un acciecamento singolare. Il tuo paese sei tu, che non

leggi nel libro del destino, già aperto davanti all’Europa; che non

senti la voce della gloria, chiamante all’armi ogni valoroso, per la

conquista di tutti i diritti; che intendi soltanto le ragioni della

servitù, della abiezione in cui sei nato e cresciuto. Il tuo re...

Parliamone, del tuo re. Egli è il vassallo dell’Austria, che lo ha

condannato alle sconfitte e sarà lieta di farlo sparire dal numero dei

sovrani d’Italia. Non capisce nulla, il tuo re. Aborre la Francia, ed

ha ricusata la sua alleanza, perchè, dice lui, la più vecchia dinastia

d’Europa non può far patti con la rivoluzione, nè avere amicizie con

la canaglia repubblicana. Ce ne sono, dei nomi illustri, ed antichi

quanto il suo, che hanno accettata l’alleanza col popolo, che hanno

abbracciati gli immortali principii della redenzione sociale. Il mio,

per esempio; — soggiunse Adriana, levando superbamente la testa.

— Ho sangue dei Montmorency nelle vene, e i Montmorency risalgono

al diluvio. Invenzioni degli armeristi, sicuramente; ma di queste

invenzioni son tessute le genealogie dei principi di corona come quelle

dei loro ufficiali più illustri. Comunque sia, — conchiuse la bella

ragionatrice, scendendo da quelle altezze vertiginose, ove io non avrei

potuto seguirla, — vediamo il presente. È un tiranno, il tuo re. Ci

vedi onore a servir la tirannide?

— Il giuramento è sacro; — risposi.

— Il giuramento! — replicò ella con piglio sarcastico. — Di qual

giuramento mi parli? Il giuramento dello schiavo al padrone non tiene;

la rivoluzione è passata e lo ha distrutto col soffio. La rivoluzione

è la luce, è la giustizia, è la verità. Ribellarsi alla verità per

difender l’errore, ecco il delitto e l’infamia. Questo avevo il

bisogno di dirti, _blanc-bec_! Tu potevi ottenermi, quel giorno, e

salvare anche la vita a tanti soldati della libertà. Invece, che cosa

è avvenuto? Migliaia di preziose esistenze sono state mietute, e per

giungere allo stesso risultato, alla resa! Ma infine, tu hai fatto

ciò che hai creduto meglio, ed io sono ben sciocca a dolermi. Volevo

dimostrarti soltanto che non era una gran fiamma la tua, e che male ti

vanti oggi di un amore, il quale non ha saputo umiliarsi. Ma questo,

non te lo avevo io già detto, lassù? C’era bisogno di dirtelo ancora?

È vero, non ti è bastato allora; hai voluto una nuova lezione. Basterà

finalmente? Sarà necessario offenderti, per guarirti di questa tua

sciocca passione, che non sa vivere, nè morire degnamente? Ecco qua:

sei ridicolo, non mi piaci, non voglio saperne di te. —

Lo stato dell’animo mio, sotto quella pioggia fitta di amari sarcasmi e

di superbi dispregi, non si descrive, s’immagina. Ella aveva detto bene

pur troppo; la mia passione non sapeva nè vivere nè morire degnamente.

E cercavo una via, e brancolavo miseramente nel buio.

— Povero amor mio! — mormorai, singhiozzando. — Ed ero venuto a voi con

tante speranze?

— Torna indietro con quelle, o lasciale in un canto; è tutt’uno; —

rispose ella, sdegnosa. — Vedete la pretensione di questo soldato! A

quanti non è avvenuto di sperare invano? E che tesoro credevi tu di

portarmi, con quel tuo carico di speranze? Va, piemontesino, va; tu non

conosci le donne. Quanto era meglio per te il farti prete, e non sapere

dei loro segreti se non ciò che t’avrebbero raccontato in confessione!

Le donne, ragazzo mio, sono creature bizzarre, il cui modo di essere

e di operare sfugge alle norme della vostra logica mascolina, rigorosa

e meschina. Bisogna prenderle, quando vogliono concedersi; guai a non

indovinare, a non saper cogliere il punto! C’è tale che le ha, e non

le possiede, e non le possederà mai intieramente; perchè questo è il

diritto, questa è la difesa dei deboli: di poter chiudere il cuore, di

poter suggellare e sottrarre ai profani, ai violatori prepotenti, il

tesoro delle proprie tenerezze, i sentimenti più dolci, le fragranze

più soavi dell’anima. Se amerai un giorno, fa di meritare la donna

che ti avrà resistito. Ma tu non la meriterai, tenendo gelosamente per

te una parte di te. Darsi intieramente, buttarsi a capo fitto, senza

riguardi umani e senza restrizioni mentali, commettere un grave errore

ed una solenne pazzia, non temere di farsi deboli e vili, quando si

poteva esser forti e grandi, questa è l’unica via per esser amati.

Vedi? ti ho data una lezione. E valga il carico di speranze, che mi

avevi portato. Ti va?

— Siete molto cattiva! — esclamai.

— No, sono sincera; un po’ selvaggia, se vuoi, ma non ti misuro la

verità. Un’altra donna più raffinata, ma niente migliore di me, ti

parlerebbe più accortamente, per giungere al medesimo fine; ti farebbe

un lungo e melato discorso, tanto onorevole per lei quanto inefficace

per te. Tu hai perduto un buon punto, e non vuoi persuadertene. Giovine

inesperto, ma guidato dalla cieca fortuna, giungevi di primo lancio

dove nessuno era giunto fino allora; l’occasione, in quel mentre,

passava daccanto a te, e tu non hai saputo afferrarla. _Blanc-bec!_

— soggiunse ella ghignando, — _Tu as failli me blesser au coeur.

Heureusement tu n’as touché qu’à l’épaule._

— Ah! — gridai. — Per questo mi odiate?

— No, non è per questo; — rispose. — Tu hai fatto il tuo dovere, in

quel punto.

— Non ho mirato, per altro; — ripresi. — Non potevo credere che

voi foste così ostinata, da presentarvi in prima linea, allo

scoperto. —

La vergine del reggimento alzò sdegnosamente la spalla che il mio

piombo aveva rispettata.

— Ecco un altro torto che ti sei fatto a’ miei occhi; — diss’ella. —

Volevo esser mirata, amata ed uccisa. Per tua norma, io amo la tragedia

e i suoi fieri contrasti.

— Ahimè! — risposi. — Voi amate anche un altro.

— T’inganni; non amo nessuno. Sono stati parecchi, i pretendenti; che

ci vuoi fare? Ma nessuno ha mai saputo cogliere il buon punto. Ed altri

lo cerca, che non lo ha trovato ancora.

— Chi, per esempio?

— Ah, pretino fallito! Debbo io confessarmi a te? Ebbene, sia. Credi

forse di aver occhi tu solo? Metti anche il medico che mi ha curata.

— Il Nougarède?

— Ah, tu lo conosci? — chiese Adriana, stupita.

— Sì; egli è il primo che a Carcare mi ha dato notizie di voi, la sera

del nostro arrivo al quartiere generale.

— Senti, — diss’ella, con un tono di voce da cui traspariva una sottile

ironia. — Eri dunque tu la persona di cui egli mi parlava ancora

ier l’altro? In un momento di affettuosa espansione il mio galante

chirurgo mi ha detto: — «E pensare che io ho corso il rischio di non

vedervi più, ventiquattr’ore dopo avervi prodigate le prime cure! Se

qualcheduno, parlandomi con molta premura di voi, non mi avesse fatto

pensar meglio al vostro stato, io non sarei venuto nella determinazione

di condurvi coi feriti men gravi a Savona, e voi sareste rimasta a

Carcare, nella piccola infermeria di San Sebastiano. In questo modo,

Adriana, voi eravate separata per sempre da me.» Un bel pensiero,

il suo, non è vero? Povera me, se il pietoso Nougarède non pensava a

mettermi nel suo convoglio, per trasportarmi all’ospedale di San Paolo!

Io perdevo l’occasione dei suoi sospiri e delle sue dichiarazioni

irresistibili.

— È un bel giovane; — osservai, non bene persuaso della sincerità di

quella canzonatura.

— Che ne sai tu? — mi disse di rimando Adriana. — Il bello che

riconoscete voi altri non è quasi mai il bello che piace alle donne.

Ed anche quello che può piacere a novantanove donne non piace alla

centesima. Se così non fosse, povere noi! Una medesima tentazione

dovrebbe perderci tutte. Io ho potuto osservare, nella bella

tranquillità del mio spirito, che ogni donna la quale sia nulla nulla

appariscente, o solo per qualche lato piacevole, è circuita, insidiata,

direi quasi covata da cento adoratori, più o meno vicini, più o meno in

vista, ma tutti assidui, tutti costanti ad un modo. Voi non la vedete,

questa caccia, quando siete indifferenti; non ne vedete neanche la

decima parte, quando siete interessati nel giuoco; eppure è così, e

per via, nei teatri, nelle conversazioni, dovunque la donna va e gli

uomini possono seguirla, è una gara di piccole attenzioni, di occhiate

assassine, di manovre sapienti, che debbono far capitolare la piazza.

Ella non bada a tutti quei fuochi incrociati; qualche volta ne ride;

qualche altra volta si annoia; raramente le avviene di riconoscere i

pregi personali di uno fra tanti; più spesso l’uomo che essa sceglie

non è quello che a tutta prima le era sembrato il più bello. Che ci

vuoi fare? La scelta, in amore, è quasi sempre istantanea. Un lampo

improvviso che guizzi dagli occhi, un sorriso che fiorisca sul labbro,

una parola che prorompa dal cuore, e sopra tutto il momento opportuno,

il momento fatale perchè quei nonnulla sian colti in aria e facciano

colpo qua dentro, ecco le ragioni della vostra vittoria e della nostra

sconfitta. Tu l’hai avuto, piemontesino, il momento fatale; e quel

momento è fuggito. Sei un altro, ora; sei uno dei cento, a’ miei occhi.

Perchè ti preferirei al Nougarède? Perchè preferirei il Nougarède ad un

altro? Nessuno di voi vale la prima pena del mio cuore; nessuno di voi

vale la libertà divina, a cui mi sono votata, per cui corro il mondo,

figlia adottiva dell’esercito repubblicano, vergine del reggimento, e

se occorre casco ferita in un fosso, per essere raccolta in un carro

d’ambulanza e finire in una corsìa d’ospedale. —

Così ragionava quella strana creatura, il cui linguaggio immaginoso e

vivace contrastava chiaramente con l’atteggiamento stanco e rimesso,

quando apparve sull’uscio il Nougarède. _Lupus in fabula!_

Monsù Tomè · 第 22 / 31 题