CAPITOLO XVI.

Piccola Odissea.

Padron Cabotto, armatore e comandante della feluca su cui avevamo

preso imbarco, era un vecchio lupo di mare, che da cinquant’anni

almeno batteva la costa. Qualche volta si spingeva da levante

fino a Viareggio, qualche altra da ponente fino a San Remo, ma

per solito andava a Genova, carico di terraglie savonesi, o di

pentole d’Albissola. Faceva insomma il piccolo cabotaggio, ignorando

probabilmente la relazione etimologica che esisteva tra il suo nome e

l’ufficio, ignorando sopra tutto di appartenere ad una stirpe di famosi

navigatori, che l’Inghilterra e la Francia si attribuivano a gara.

Vecchio ed amico delle vecchie istituzioni, che non gli avevano mai

proibito di navigare con ogni vento, nè di apprender voti o regalar

libbre di cera a Santa Lucia, patrona del suo legno e guardiana del

porto di Savona, padron Cabotto non poteva veder di buon occhio i

furibondi che ci avevano data la caccia, e li chiamava liberamente

mascalzoni, non risparmiando al rappresentante del popolo il nome di

affamato, ma soggiungendo o premettendo sempre la formola rispettosa:

«con loro buona licenza.» Ne ridevamo, noi altri, ignorando dal canto

nostro che quel titolo di affamato lo regalavano allora gli abitanti

della marina ai loro vicini e consanguinei d’oltre Appennino; donde la

necessità di chiederci scusa, ogni volta che gli veniva in taglio di

applicare il solito dispregiativo al cittadino Tiravia.

Gentilissimo con noi, padron Cabotto ci offerse di assaggiare il

cappone di galera, strana vivanda di biscotto inzuppato con olio ed

aceto, a cui si mescolavano capperi, acciughe ed olive in salamoia. Era

il piatto dei marinai, che s’alternava allora con lo stoccafisso nei

due pasti quotidiani di bordo, e a noi parve detestabile senz’altro,

forse perchè gli mancava il condimento della fame di Cosseria, e noi

eravamo caldi caldi di un buon pranzo alla locanda della Posta.

Il qual pranzo.... Ahimè, come debbo io esprimermi, per farvi intendere

tutti gli affanni e le angosce che ci costò prima di sera? Tranne il

cavalier Buonadonna, isolano di Corsica, eravamo tutti piemontesi,

cioè nati dentro terra, e quelle onde verdastre che non istavano mai

ferme, se ci avevano rallegrati da principio come una graziosa novità,

riuscivano poi ad intronarci la testa e da ultimo a rivoltarci lo

stomaco. Aggiungete che con quel battere continuo dei marosi contro il

fianco del naviglio non potevamo tenerci ritti in coperta, e che quando

eravamo sdraiati ci pareva di tornar bambini in fasce e di essere

cullati dalla balia.

Io, come permettevano le fisiche sofferenze, mi rifacevo spesso alle

sofferenze morali, e pensavo alla bella Adriana. L’avevo perduta,

irremissibilmente perduta, e dopo aver tanto lavorato, con arte

sopraffina, per ravvicinarmi a lei! Perchè, veramente, quell’alzata

d’ingegno del viaggio a Savona era stata mia, e tanta scaltrezza e

tanta fortuna, senza giovare a me, erano tornate a danno di tutti.

Avevamo corso il rischio di farci accoppare per le vie di Savona, e là,

su quel mobile elemento, sostenevamo una nuova battaglia, di cui doveva

soffrire il nostro stomaco, ma più ancora il nostro orgoglio militare,

davanti ai quattro marinai della feluca, i quali andavano da poppa a

prora e tornavano da prora a poppa, dondolandosi sulle gambe inarcate e

non perdendo mai il loro centro di gravità.

Adriana! Adriana! La _Santa Lucia_, girato il capo di Celle e

oltrepassata la spiaggia di Verazze, costeggiava le balze rocciose

e biancastre d’Invrea. Non si vedeva più, come prima, nereggiare da

ponente la fortezza di Savona, e a me, sparito appena dall’orizzonte il

profilo di quel vecchio castello, pareva di essere spiccato per sempre

dalla donna dei miei pensieri, di affondarmi nelle regioni iperboree,

di andare agli antipodi, in un mondo senza luce, senza calore,

senz’aria.

Frattanto, alla tramontana fresca rispondeva un vento gagliardo di

mezzogiorno, contrasto non raro nel golfo ligustico: e il mare, di

agitato che era sul capo di Albissola, diventava furioso davanti alla

costa rocciosa d’Invrea. Vedevo il mare per la prima volta, e quei

flutti mobilissimi, del color dell’acciaio, coronati di creste bianche,

mi parevano animati, tanta era la rabbia con cui muovevano l’uno contro

l’altro, tanto l’accanimento con cui si azzuffavano, rompendosi nel

cozzo e distruggendosi a vicenda. E quei marosi enormi, che andavano

impetuosi a frangere nelle scogliere del lido, levando in alto le

candide spume, come facevano parer piccoli i nostri sdegni umani

davanti a quelli del mare! Il matematico vede le forze motrici in atto,

le masse moltiplicate per le velocità, calcola le resistenze, trova gli

angoli, le curve, e tante altre diavolerie di quella fatta, con cui si

sciolgono tutti i problemi della dinamica; il modesto osservatore non

vede che gl’impeti, e immagina le guerre dei flutti, le collere di un

popolo di mostri. Un soldato di Cosseria, davanti a quei cavalloni che

d’ogni banda incalzavano su noi con le fauci aperte e spumanti, doveva

pensare che fosse meglio aver da respingere un quarto assalto di tutta

la divisione Augereau.

— Perchè non cerchiamo di tirarci più in fuori? — chiese il cavalier

Corte a padron Cabotto. — Ho sempre sentito dire che al largo si naviga

meglio.

— Eh, signor capitano! — rispose il vecchio lupo di mare. — Non dico

veramente di no ma ci vorrebbe un altro legno, e sopra tutto un altro

timone. Qui, sotto alla costa, abbiamo il mezzogiorno, che ci dà noia;

più al largo avremmo anche la tramontana, che si farà più gagliarda

quanto più andremo verso notte. Piacerebbe a lei di barattare l’approdo

di Genova con un naufragio a capo Corso?

— No, davvero; — disse il mio capitano; — preferisco l’approdo a

Genova, poichè voi ce lo promettete.

— Quanto a promettere, lasciamola lì, — replicò padron Cabotto. — In

terra, alle nostre gambe comandiamo noi soli; in mare comandiamo noi,

comanda il vento, e comanda qualche volta il timone, quando non vuole

obbedire. —

Il mio capitano, che durava già molta fatica a discorrere, come

a tenersi ritto, non ribattè parola, e padron Cabotto, che doveva

stare attento alla barra, non aggiunse più altro alle sue profonde

considerazioni.

Eravamo giunti in vista di Cogoleto, che è una delle sette patrie di

Cristoforo Colombo. Di là da Cogoleto ci aspettava la gola del Leirone,

con un refolo diabolico, che fece scricchiolare l’antenna e piegar la

feluca sul fianco.

— Padron Cabotto! — disse il cavalier Corte, dopo essersi aggrappato

ad una caviglia del capo di banda. — Se non si può andare in alto,

stringiamoci alla terra. A questi giuochi d’equilibrio non si regge.

— Un po’ di pazienza! — rispose quell’altro. — Val meglio fare un po’

di ginnastica qui, che andare a rompere nei frangenti della costa.

Vedrà, del resto, che sotto il promontorio di Arenzano il vento ci darà

un po’ di respiro. —

Così avvenne di fatti. Passato il Leirone, e venuti a ridosso della

pineta di Arenzano, il legno si raddrizzò; poscia, serrando il vento di

mezzogiorno, corse in una sola bordata fino alla spiaggia di Voltri. Ma

laggiù doveva essere un altro guaio; per lungo tratto di mare, davanti

a noi, non si vedeva che spuma.

— Diavolo! — esclamò il mio povero capitano, levando gli occhi dal capo

di banda.

— Quella è peggio del diavolo; — rispose padron Cabotto, — è la suocera.

— Come sarebbe a dire?

— Sicuro, la suocera che litiga con la nuora. Qui la discordia è come

in casa sua. —

Il cavalier Corte ed io non intendemmo che a mezzo il linguaggio

figurato del vecchio marinaio. Solamente più tardi io dovevo sapere

che i liguri chiamano Suocera la Cerusa, torrente e valle omonima,

a ponente di Voltri. Ma fin d’allora, mentre la _Santa Lucia_ era

costretta a passare in mezzo a quel diavoletto, capii che il nome

volgare di Suocera non poteva esser meglio applicato.

Del resto, Suocera più, Suocera meno, ogni gola di quei monti ci

mandava la sua ràffica, e fra mezzogiorno e tramontana si faceva un

ballo continuo. Nelle acque di Voltri bisognava prendere il largo, per

andare con due o tre sapienti bordate ad infilare la bocca del porto

di Genova. Ma il contrasto dei venti era più forte che mai; padron

Cabotto, fermo alla barra, batteva le labbra e scuoteva ad ogni tanto

la testa.

— Boridda, — diss’egli finalmente, rivolgendosi ad un vecchio marinaio

che vigilava alla scotta, — non vorrei mica pagare il pedaggio al gatto

mammone!

— Eh, padron Cabotto! — rispose quell’altro, con accento malinconico e

calmo. — Questa è la volta che si bacia! —

Per intendere questa celia vernacola, non basta sapere che il gatto

mammone è una grossa scimmia; bisogna ricordare che _Gatto maimone_ si

chiamò volgarmente, nel Medio Evo, un feroce corsaro, forse Gaid el

Memun, saraceno di Spagna, che diede gran noia ai genovesi sul mare.

L’assonanza del nome mutò facilmente l’uomo in bestia; la fantasia

popolare, dopo che ebbe compiuto il prodigio, diede alla bestia un

alloggio conveniente al passo della Lanterna, e finse che per entrare

in Genova bisognasse pagare al _Gatto maimone_ un pedaggio; curioso

pedaggio, che levava ai fanciulli di Liguria la voglia di andare

alla metropoli, poichè si diceva loro che, prima di entrare in città,

dovessero baciare quella brutta bestia; e non sulle gote, pur troppo.

Ora che avete inteso la mia spiegazione, sentite quella di padron

Cabotto. Il vecchio lupo di mare (bisogna sempre dir così, quando si

parla di un marinaio) si volse al capitano Tibaldè, che stava seduto a

piè dell’albero, in mezzo ad un crocchio di ufficiali, e gli disse:

— Signor comandante, per guadagnare il porto di Genova, sarà necessario

prendere una bordata in fuori. Ma, a dir le cose come stanno, con

questa mareggiata, io non rispondo di nulla.

— Che pericolo ci vedete? — chiese il capitano Tibaldè.

— Eh, per dire le cose come stanno, ce ne vedo parecchi; quello, per

esempio, di lasciarci la tela, e l’altro più grave, di farci spezzare

la barra del timone. E allora come si governa? L’uomo in terra, il

timone in mare, e Dio da per tutto. Ora, se il timone ci manca e

Dio non ci assiste, mi par già di vedere questa povera feluca nella

scogliera della Lanterna.

— Diamine! E che cosa proporreste di fare?

— Di agguantar Pegli, signor comandante; — rispose padron Cabotto. — A

Pegli c’è buona spiaggia, e noi portando la _Santa Lucia_ un miglio più

sotto, avremo anche meno contrasto di mare. Vede quel fortino laggiù,

sulla destra del paese? Girato quello, si mette la prora in terra e il

mare stesso ci porta. Che gliene pare?

— Fate quel che credete meglio; — disse il capitano Tibaldè. — Voi ne

sapete più di noi. Mi rincresce soltanto di non poter andare a Genova.

— Capisco, ma come si fa? Per girar la punta della Lanterna, con questo

tempaccio, e mettendo che ci riesca, ci vorranno due ore, fors’anche

tre. Da Pegli, per la via di terra, in un’ora di marcia, si può

arrivare in città, e senza pericolo.

— Vada per Pegli; — disse il capitano Tibaldè, con grande consolazione

di tutti noi, che avevamo lo stomaco affranto e la testa intronata dal

mal di mare.

Padron Cabotto non se lo fece dire due volte, e affrettò a dare i

comandi per quel cambiamento di rotta. Tirato un bordo in alto, verso

il Deserto di Sestri, la _Santa Lucia_ girò sul fianco verso sinistra,

mettendo la prora tra il fortino di Pegli e la foce della Varenna.

La povera feluca ballò per un pezzo il trescone sui flutti; finalmente

arrivò in acque meno sconvolte, ed entrata a ridosso del fortino, potè

gittare il provese ai pescatori che si erano affollati sulla spiaggia.

— Avete fatto bene a prender terra; — dicevano tutti. — Questa notte

vuol essere una tempesta da romper le ossa a più d’uno. —

Non era facile afferrare la spiaggia, con quelle ondate lunghe che

coglievano la poppa del naviglio, facendolo girare di qua e di là, e

allontanando ad ogni tratto il burchiello che i pescatori avevano messo

in acqua per noi. L’operazione del trasbordo fu lunga e pericolosa

parecchio, non essendo noi avvezzi a sostenerci in aria con le funi,

mentre il mobile appoggio di uno schifo si sottraeva al nostro piede,

proprio sul punto che eravamo per raggiungerlo. Come Dio volle, in

un’ora di stenti, e dopo qualche tuffo a mezza vita nell’acqua, ci

ritrovammo tutti sul lido, ma stanchi, rifiniti, più morti che vivi,

così debole era in noi la volontà e così fioco il pensiero. Altro che

andare a Genova! Era notte, del resto, e bisognava pensare a trovarci

un ricovero.

— Povera gente! — dicevano i pescatori. — Dove alloggiarli? Hanno

bisogno di confortarsi lo stomaco e di passare la notte al caldo.

— Al convento dei Cappuccini! — propose uno di loro. — Non c’è che il

convento dei Cappuccini, che possa avere alloggio per tutti. —

Guidati da quei bravi Pegliesi, ci trascinammo al convento dei

Cappuccini. Udito il caso e riconosciuto facilmente il nostro bisogno,

quei frati ci accolsero con molta amorevolezza, ci condussero a

riscaldarci presso una buona fiammata e ci prepararono un’ottima

zuppa. Eravamo in venerdì e non poteva esser zuppa di brodo; ma a

stomachi vuotati dal mal di mare e sorpresi dal freddo di quella serata

tempestosa, non poteva apparir differenza tra la zuppa e il pancotto.

Un bicchier di vino e sei ore di sonno sulla paglia finirono di

restaurarci.

La mattina seguente, ci parve di esser tutt’altri da quelli della

sera innanzi. Fatto quel po’ di pulizia che potevamo lassù, mangiato

un tozzo di pane e bevuto un bicchier d’acqua, ringraziammo quei

buoni Cappuccini e ci rimettemmo in viaggio. Passavamo per luoghi

amenissimi, in mezzo a ville sontuose, che ci davano una prima idea

della grandezza genovese. Multedo, Sestri, il Deserto, Corneliano, che

pezzi di paradiso! Ma noi si correva come cani frustati; quelle delizie

non erano per noi, poveri viandanti stranieri, che dovevamo recarci a

Genova, per prendere la via del Piemonte, e pensavamo con angoscia ai

pochi soldi rimasti nelle nostre tasche, insufficienti a farci vivere

per mezza giornata.

Ma infine eravamo giovani; la fortuna non aveva l’obbligo di aiutarci?

A Corneliano, proprio sull’estremo confine del paese, ci fermammo

qualche minuto ad ammirare un gran palazzo giallo, il più grande

che avessimo veduto mai, dopo il palazzo Reale di Torino. Un vecchio

signore, che faceva la sua passeggiata mattutina nel piazzale, ci vide

e si accostò al cancello per chiedere chi fossimo e se egli potesse

servirci in qualche cosa.

Rispose per tutti noi il capitano Tibaldè. E lì, di discorso in

discorso, il vecchio signore, che già aveva fatto aprire il cancello e

ci aveva invitati ad entrare nella sua villa, venne a riconoscere nel

nostro comandante il figlio d’un gentiluomo piemontese, da lui molto

conosciuto a Torino.

— Molto belle ore ho passato in compagnia del conte di Rolasco; —

diss’egli. — Quando sarete di ritorno a Torino, signor cavaliere,

vogliate salutarlo a nome del marchese Durazzo. Per intanto, non sarà

detto mai che tanti valorosi uomini siano passati davanti a casa mia,

senza onorarla di una loro visita. —

E ci tirò dentro, con quel suo garbo signorile, e ci fece passare due

ore bellissime. Noi ammirammo la sua villa principesca, che si stendeva

per lunghi viali, fiancheggiati di querci, fino alla riva del mare e

alla sponda destra della Polcevera; visitammo nel sontuoso palazzo una

ricca biblioteca e una strana collezione di animali; da ultimo sedemmo

alla tavola imbandita per noi, rendendo piena giustizia alla cucina, ed

anche alla cantina dell’egregio marchese.

Le oneste accoglienze di casa Durazzo ci tornarono di buon augurio.

Dice un vecchio proverbio che chi ride in venerdì piange in domenica.

Noi, il venerdì, avevamo passato una cattivissima giornata. Il sabato

incominciava bene; la domenica doveva esser magnifica.

Il degno gentiluomo volle ad ogni costo farci accompagnare a Genova da

uno de’ suoi camerieri, per agevolarci l’entrata e servirci in ogni

nostro bisogno. Sarebbe venuto egli stesso, se ragioni di famiglia

non lo avessero trattenuto laggiù. Preso congedo da lui, ci avviammo

per il bellissimo ponte della Polcevera, che quattro anni più tardi

doveva acquistare una fama europea dalla capitolazione del generale

Massena, e dopo un’altra passeggiata in mezzo ad alti cancelli di ville

patrizie e di palazzi monumentali, giungemmo al passo della Lanterna,

che la Serenissima Repubblica genovese non aveva mai voluto allargare,

e che offriva allora l’aspetto di una viottola campestre. Forse i

reggitori di Genova erano stati consigliati a ciò dalle ragioni della

difesa militare, forse da quelle, non meno forti in anime liguri, del

rispetto alle consuetudini antiche. E certamente le une e le altre

concorrevano a produrre un effetto stupendo. Accessibile a stento per

quella viottola, che in tempo di guerra poteva essere facilmente difesa

e magari anche colmata, la città dominante di Liguria, coperta dalla

balza rocciosa di San Benigno e dal balzo della Lanterna, appariva

inespugnabile per i mezzi d’attacco di quei tempi. Inoltre, varcata

quella stretta, senza pagare il favoloso pedaggio al gatto mammone,

riuscivate alla porta vecchia della Lanterna, donde vi si parava

davanti agli occhi la scena meravigliosa della grande città, disposta

ad anfiteatro sulle colline, intorno allo specchio azzurro del suo

porto, protetta da una vastissima cerchia di mura e di forti, e chiusa

a levante dalla lunga collina d’Albaro.

La regina del Tirreno ci accolse con la cortesia tranquilla e maestosa

che è sempre stata nelle sue consuetudini. I patrizi, poco amici dei

re di Sardegna, che già qualche volta avevano tentato d’impadronirsi

della vecchia repubblica oligarchica, ma niente affatto persuasi della

libertà francese, che ancora sapeva di sangue e d’anarchia, vedevano

volontieri i difensori di Cosseria, che avevano saputo resistere

per due giorni al vincitore di Montenotte. Il popolo, già in parte

guadagnato dalle nuove idee, ma sempre costante negli usi del vecchio

reggimento, non poteva venir meno alla sua fama di schietta cordialità.

I genovesi hanno il far largo, come tutti quelli che son nati signori.

Mi si dice che qualche volta amino beccarsi tra loro, e, se la cosa

e vera, si può dire che proseguono le tradizioni della loro medesima

storia, e non copiano niente da nessuno. Ma è certo altresì che coi

forastieri sono molto buoni e nobilmente liberali, secondo il vecchio

costume. Non parlerò dei signori, di coloro che potevano usarci

cortesia senza sforzo, e che diffatti ci furono larghi di generose

profferte; dirò invece dei modesti abitanti di Prè, del Molo vecchio e

d’altri quartieri popolari, ove tutti c’invitavano a gara, e volevano

sempre condurci a bere, senza lasciarci metter mano alla tasca. È anche

vero che nelle nostre borse noi avevamo frugato invano, e che presto ci

avvezzammo a non fare neanche l’atto di cercare i quattrini. Ricordo

che in una via stretta e popolosa, tra il piano di Sant’Andrea e la

piazza di Sant’Agostino, mi ero fermato a guardare certe melarance

di Sicilia, molto appariscenti e tali da far venire l’acquolina

alla bocca. La fruttaiuola, giovine bella e cortese, rivolgendomi il

discorso in italiano, mi offerse di scegliere nel suo canestro, e non

fu contenta finchè non mi vide accettare almeno una coppia d’arance, le

più vistose e le più colorite del colmo. Non chiesi il suo nome, per

mandarle almeno un ringraziamento; non seppi più nulla di lei; ma ne

ho sempre conservata una dolce memoria nell’anima. Se ci rivedremo un

giorno nelle isole Esperidi, le dimostrerò tutta la mia gratitudine e

fors’anche le potrò rendere la pariglia, spiccando per lei dall’albero

più gelosamente custodito la ciocca più colorita e più fitta.

Ma io andrei troppo per le lunghe, se dovessi qui raccontarvi

partitamente ogni atto cortese di quei nobili genovesi. Alcuni egregi

cittadini, saputo che noi eravamo affatto sprovveduti di danaro,

e che per mero impulso di gentilezza verso il generale Buonaparte

avevamo proposto di restituirci in Piemonte per la via di Liguria, ci

offersero ragguardevoli somme. Il capitano Tibaldè non volle accettare

che il danaro strettamente necessario per il nostro viaggio da Genova

a Torino, una quarantina di doppie, se non erro, che furono subito

spartite fra tutti noi, e che il buon cavaliere Tibaldè e il conte

Olignani s’impegnarono a restituire, a mala pena fossimo rimpatriati.

Ma qui, per non averlo a dimenticare nel corso del racconto,

soggiungerò che quella somma non ebbero a restituirla i due generosi

ufficiali. Il re di Sardegna, saputa la cosa, si affrettò egli stesso

a far rimborsare puntualmente il gentil genovese che l’aveva fornita,

non senza aggiungere alla restituzione la testimonianza della sua

gratitudine particolare.

Tre giorni dopo, eravamo a Torino. E là, consegnato al comando militare

il protocollo della capitolazione di Cosseria, avemmo parole di lode, a

noi più care di ogni ricompensa, e libertà di restituirci alle nostre

case, poichè le condizioni della resa non ci permettevano di servire

per un lungo spazio di tempo contro l’esercito repubblicano di Francia.

Io partii subito per Mondovì, e là, nel seno della famiglia, tra le

affettuose dimostrazioni dei congiunti e degli amici, mi consolai

degli affanni patiti. Ma non di una pena più acerba, che mi durava nel

profondo del cuore. Dopo una settimana di riposo, io non reggevo più

dall’idea di star chiuso laggiù. Il mio spirito varcava i monti delle

Langhe, scendeva alla marina, guizzava per le corsie di un ospedale,

cercando una immagine cara, sperando una felicità che mi era tanto

necessaria quanto più mi sfuggiva. Il tormento del desiderio mi divenne

ben presto insopportabile. Un giorno, che fu il 28 aprile, corsa appena

la voce dell’armistizio di Cherasco, mi presentai al comando francese

di Mondovì, e chiesi ed ottenni un passaporto per Savona. Il giorno

seguente ripassavo sotto le rovine di Cosseria, e non mi bastò l’animo

di salire sulla costa memoranda, dove tanti valorosi dormivano il lungo

sonno della morte.

I borghi di Carcare e di Altare ospitavano ancora molti feriti,

francesi, piemontesi ed austriaci, ma la più parte convalescenti, e

già in volta coi loro bastoncelli per le vie, sulle piazze, o lungo le

poetiche rive della Bormida. Al tiepido soffio di primavera rinasceva

la natura, e in mezzo al suo verde rifioriva la vita. Quello spettacolo

mi parve di lieto augurio per la salute di Adriana, a cui sempre

ricorreva il pensiero, sulle famose ali del desiderio.

Giunsi poco prima del mezzogiorno a Savona, col cuore pieno di

speranza e di allegrezza. Ero in abiti civili, che dovevano rendermi

irriconoscibile anche al cittadino Tiravia, se pure quell’alto

personaggio avesse avuto tempo e voglia di osservare un povero sergente

mio pari. Del resto, possedevo il mio bravo passaporto francese, e con

esso mi presentai subito al comando di piazza. Il degno comandante,

a cui esposi la mia qualità e il mio desiderio di visitare i feriti

dell’ospedale di San Paolo, mi riconobbe tosto e volle sapere da me,

insieme con le notizie dei miei compagni, tutti i particolari della

piccola nostra odissèa. Egli, dal canto suo, mi raccontò di aver

rimesso a posto il cittadino Tiravia. Il giorno dopo la scenata del

porto, gli erano giunte parecchie compagnie di soldati da Nizza, ed

egli, fatto forte da quel po’ di presidio, aveva mandato il troppo

rumoroso rappresentante a dar rappresentazione altrove della sua

dignità improvvisata.

— Noi vogliamo distribuire i benefizi della libertà a tutti i paesi

d’Europa; — mi disse in quella occasione il bravo comandante; — ma in

Francia, e dovunque, il tempo dei matti furiosi è finito. —

Ottenuto un permesso in iscritto, mi congedai da quel gentilissimo

ufficiale, e corsi all’ospedale di San Paolo. Con che cuore mi

accostassi a quel luogo, immaginatelo voi.

Il soldato di guardia vide il permesso del comandante e mi accennò la

scala, che era in fondo al vestibolo. Feci i quindici o venti gradini

in un attimo, e trovai sul pianerottolo un custode, che mi condusse dal

capo infermiere, ultima autorità a cui dovevo presentarmi per essere

introdotto nell’ospedale.

Il capo infermiere lesse il foglio del comando di piazza, e, mentre mi

accennava di entrare nella sala di ricevimento, disse ad uno de’ suoi

uomini che passava in quel punto dal pianerottolo:

— Scendete in giardino e chiamate madamigella Adriana. C’è qualcheduno

che domanda di vederla.

— Come? — esclamai. — È già alzata?

— Sì, da quattro giorni; e ieri ha incominciato a fare qualche

passeggiata in città.

— Ah, sia lodato il cielo! — gridai. — Ecco una guarigione

miracolosa. —

Il capo infermiere non potè trattenersi dal ridere.

— Ignorate il meglio; — mi disse. — I francesi guariscono tutti, qua

dentro. —

Non era il caso di ricordare che io ero piemontese, e che nell’ospedale

di San Paolo ci potevano essere dei feriti piemontesi.

— E come va, questa faccenda? — domandai.

— La vittoria è una gran medichessa; — rispose il capo infermiere.

— Si è potuto dire ai feriti che il generale Buonaparte marciava su

Cherasco, di vittoria in vittoria, che il re di Sardegna aveva dovuto

chiedere un armistizio, e le piaghe si sono cicatrizzate di prima

intenzione. —

Monsù Tomè · 第 21 / 31 题