CAPITOLO XV.

All’arme bianca.

Ritto in piedi e con le spalle appoggiate al muro, stavo guardando il

cavalier Buonadonna, mentre il così detto rappresentante del popolo

aspettava una risposta alla sua intimazione. Il mio luogotenente era

fermo al suo posto e in apparenza tranquillo, ma di sicuro aveva detto

qualche cosa sottovoce al suo vicino di destra, poichè questi, che

era il conte Giovanni Olignani, luogotenente nella prima compagnia dei

granatieri di Susa, saltò su a rispondere per tutti.

Ah, signor conte Olignani, come vi avrei abbracciato volentieri, in

quel punto! E come son dolente di non ricordar più oggi il riverito

nome di quel rappresentante da strapazzo, nel quale voi riconosceste

uno dei più rabbiosi gridatori delle vie di Torino! Anche la capitale

del Piemonte, in quegli anni difficili, aveva avuti i suoi tribuni, e

fra i tribuni, fra gli amici caldi e sinceri della libertà, a cui fin

d’allora si poteva far di cappello, non mancava mica la roba di scarto.

Ma basta, mettiamo, per i bisogni del dialogo, che il personaggio si

chiamasse Tiravia. Il conte Olignani, prendendo a rispondere per tutta

la brigata, lo apostrofò in questa guisa:

— Cittadino Tiravia, siamo venuti a fare il chiasso fino a Savona? E

appoggiati alle baionette francesi, non è vero? —

Il rappresentante si volse stizzito al conte Olignani, che egli non

conosceva, e da cui si vedeva in quella vece così ben conosciuto.

— Che c’entrate voi? — ribattè. — Risponda chi deve alla nostra

domanda. Ci sono tra voi, o non ci sono, emigrati francesi? Il resto

non importa, e alle sciocche impertinenze degli ufficialetti del re di

Sardegna oppongo il più alto disprezzo. —

Il conte Olignani, già poco paziente per natura, non ci vide più lume.

— Ah, tu disprezzi? — gridò, afferrando il primo arnese che gli venne

alle mani. — Ah, tu disprezzi, buffone? Prendi qua, e ripuliscimi il

piatto. —

Così dicendo, gli scaraventò quel disco di maiolica con tutta la forza

del suo braccio, moltiplicata da quella del suo sdegno. Il piatto,

descritta velocemente la sua curva, andò a rompersi proprio sul grugno

del rappresentante.

Il dado era tratto; non si poteva più dare indietro, nè parlamentare.

Tanto meglio, del resto, perchè io non so veramente che cosa si sarebbe

potuto rispondere, per salvar la testa del cavalier Buonadonna. Il

ferito si disponeva a ribattere, spalleggiato dai suoi. Allora ci

affrettammo tutti a prender le parti del conte Olignani. Il nostro

parco era ben fornito di proietti. Volarono i piatti, da prima;

seguitarono le posate, poi le bottiglie e i bicchieri. Sarebbe volato

anche il trionfo di tavola, grazioso gruppo di maiolica savonese che

raffigurava il ratto di Proserpina, se il nemico, oppresso da quella

grandine fitta, non avesse abbandonato il campo di battaglia, fuggendo

in disordine per le scale. Qualche altro po’ di cocci che scagliammo

dalle finestre, persuase gl’importuni cercatori d’emigrati ad

allontanarsi in fretta anche dai pressi della locanda.

Felici della nostra vittoria, riprendemmo posto a tavola, chiedendo

altre bottiglie ed altri bicchieri. Non eravamo ricchi, davvero, ma

avevamo ancor tanto da pagare i danni di quel tafferuglio improvviso, e

bevemmo, senza darci pensiero delle conseguenze di una avventura, che

si poteva credere burlesca. Infine, non avevamo risposto nulla, che

ci potesse compromettere, alla domanda del cittadino rappresentante.

Il cavalier Buonadonna, evidentemente, non era stato riconosciuto;

altrimenti, il cittadino Tiravia, così invelenito contro di noi, non

avrebbe tralasciato di nominarlo. Si doveva credere in quella vece

che il nostro avversario, genericamente informato della presenza di

emigrati francesi nell’esercito del re di Sardegna, volesse col suo

zelo inquisitorio farsi un merito presso gli uomini della rivoluzione,

ma senza essere ben certo di fare una presa tra noi. E noi, dopo tutto,

mettendo mano ai proietti, non avevamo già inteso di rispondere con

vie di fatto ad una intimazione legale, ma solamente di respingere e di

castigare una plateale insolenza. Non si potevano chiamare ufficialetti

i difensori di Cosseria, senza esporsi ad uno scoppio naturalissimo

del più giusto risentimento; ed ogni giudice imparziale doveva darci

ragione, primo fra tutti il comandante di piazza.

Il guaio, pur troppo, era questo, che io non potevo più muovermi di là,

per correre all’ospedale di San Paolo. A tutta prima, non ascoltando

che la voce del cuore, avevo chiesto licenza di escire; ma il cavalier

Corte non durò fatica a dimostrarmi il pericolo grandissimo di andare

da solo per via, in uniforme di soldato piemontese, dopo ciò che era

avvenuto, e più la vergogna che sarebbe toccata a tutti loro, se mi

fosse torto un capello. Ed era molto probabile che, se io cascavo nelle

unghie di certa gente, mi si torcesse anche dell’altro.

— Caro mio, abbi pazienza; — conchiuse il capitano. — Bisogna escire

tutti insieme, dalla locanda, e vedere il comandante di piazza, che ha

una faccia da galantuomo. Poi, se sarà il caso di poter dare una scorsa

all’ospedale, vedremo di appagare i voti del tuo tenero cuore.

— Ella ride, signor capitano; — risposi — Ma io....

— No, non rido; — riprese il cavalier Corte; — chiamo le cose col

loro nome. Amare è una cosa naturalissima; innamorarsi in mezzo alle

schioppettate è strano, ma non a dirittura impossibile. Credo perfino

che sia il modo di innamorarsi davvero. Dorare a fuoco, sigillare a

fuoco, non sono i modi riconosciuti, per rendere queste operazioni

più salde? Eccoti dunque innamorato a fuoco, mio povero sergente! Ed

ecco un messaggero che porterà notizie interessanti, anche per la tua

impresa amatoria. —

Le ultime parole del cavalier Corte erano ispirate dall’apparizione

di un soldato francese alla porta d’ingresso. Era un’ordinanza del

comandante di piazza, e portava una lettera di lui al capitano Tibaldè.

Prese questi il foglio, lo aperse in fretta e vi diede una scorsa con

gli occhi; poi lesse ad alta voce lo scritto.

Il degno comandante ci si mostrava abbastanza informato delle

accoglienze toccate ai rappresentanti del popolo, ed anche delle

parole insolenti che ci avevano fatto dare nei lumi. Soggiungeva la

notizia, veramente poco piacevole, che il cittadino Tiravia percorreva

la città, raccontando la cosa a modo suo, per metterci in mala vista,

e spingeva quanto più poteva di gente alla Marina, dov’era il luogo

d’imbarco, per aizzarla contro di noi. Disgraziatamente, il comandante

di piazza non aveva una forza militare da opporgli; raccomandava ai

cittadini assennati di concertarsi, d’intromettersi, di scongiurare

il tumulto; frattanto, egli aveva fatto il proposito di unirsi a noi,

risoluto di correre la nostra medesima sorte, per attestare in tal

guisa che l’esercito francese non aveva preso parte in quella selvaggia

imboscata. Conchiudeva, pregando il capitano Tibaldè d’indicargli l’ora

della nostra partenza e di attenderlo per quell’ora all’albergo.

In verità, non si poteva procedere più nobilmente, e il capitano

Tibaldè, commosso al pari di tutti noi, rispose subito a quel leale

soldato che i piemontesi erano pronti fin d’allora a’ suoi ordini.

L’ordinanza francese accettò un bicchiere del nostro vino, prese il

viglietto del nostro comandante, e partì.

Non era più il caso di rimanere a tavola, ma di fare i nostri

preparativi di partenza. Pagato lo scotto al locandiere, e la giunta

dei danni arrecati al suo vasellame, ci restò appena tanto da pagare

il nolo al padrone della feluca. A me, poi, non restava neanche più

un ritaglio di tempo, per correre a San Paolo e dare un addio alla

bella Adriana. Povero amor mio, sigillato a fuoco! Bisognava escir

tutti insieme dalla locanda, andar serrati in colonna attraverso le

vie della città, in mezzo ad un popolo ostile, ad una plebe aizzata

contro di noi, fors’anche metter mano alle armi, e darne e buscarne,

prima di raggiungere la calata del porto. Ero tutto stizzito, avevo

un diavolo per occhio. Se fossi stato io il comandante, prima di

andare al luogo d’imbarco, si sarebbe fatta una conversione a destra,

fino a San Paolo, anche a risico di farci tagliare a pezzi sull’uscio

dell’ospedale. Tanto, non c’era il pericolo di andarci egualmente, per

farci rammendare gli strappi?

Mentre stavamo per infilar le tracolle e per mettere i cinturoni

al fianco, secondo i nostri gradi rispettivi, venne il comandante

francese, e fu accolto da noi con tutto il rispetto di cui era degno.

Il capitano Tibaldè voleva raccontargli l’accaduto e dimostrargli come

noi, irritati dalla strana pretesa del cittadino rappresentante, e

provocati dalle sue impertinenze, meritassimo davvero quella protezione

che il valoroso soldato di Francia era venuto così nobilmente ad

offrirci.

— So tutto; — diss’egli, senza lasciarlo parlare; — un galantuomo,

che per ragione d’ufficio aveva dovuto trovarsi nella comitiva del

cittadino Tiravia, mi ha riferito ogni cosa. Ad un passaporto del

generale Buonaparte e ad una capitolazione come la vostra, si ardisce

di fare delle restrizioni? Ma io avrei voluto che foste tutti emigrati

francesi, scambio di essere ufficiali del Piemonte. Che ci hanno da

veder loro, in queste faccende? Il generale in capo dell’esercito

d’Italia rappresenta qui il governo della Repubblica; dove egli dice

«lasciate passare», a noi non resta che di presentare le armi. E poi,

le insolenze non si sopportano, che diavolo! Avete fatto, bene; io, nel

caso vostro, non mi sarei diportato altrimenti. Dunque, eccomi qua.

Non ho forze disponibili per proteggere il vostro imbarco. L’ultimo

battaglione che era in città l’ho avviato ieri a Cadibona. Qui non

è rimasto che il numero d’uomini necessario per ricevere i feriti e

provvedere alle sussistenze. Bella condizione, per un comandante di

piazza, non è vero? Ma niente paura; si va egualmente alla marina e vi

si mette a bordo. Un soldato francese è sempre abbastanza provveduto,

quando ha la spada per compagnia e l’onore per guida. —

Parole stupende, e che non erano quelle di un millantatore! Il degno

uffiziale sostenne le sue nobili promesse coi fatti.

— Siamo ai vostri ordini, comandante; — disse allora il capitano

Tibaldè.

— Andiamo, dunque; — ripigliò prontamente il francese. — Ho già mandato

avviso al padrone del legno di tenersi pronto a partire. —

In fondo alla scala il capitano Tibaldè si volse a noi, per farci

un’utile raccomandazione.

— Amici miei, non facciamo bravate, vi prego. Andiamo tranquilli

e modesti, come pacifici borghesi a passeggio. Ci guardino pure in

cagnesco; purchè non c’impediscano il cammino, noi dobbiamo andare

per i fatti nostri, senza voltarci di qua o di là a raccogliere le

ingiurie, a restituire le provocazioni. Siamo intesi?

— Non dubiti, capitano! — rispondemmo. — Sarà obbedito qui, come in

piazza d’armi.

— E come a Cosseria; — soggiunse egli, tentennando malinconicamente la

testa, al fresco e doloroso ricordo di una nobile sventura.

Esciti sulla strada, incontrammo un gran numero di cittadini al largo

della Concezione. Ma erano curiosi e non mostravano intenzioni ostili.

Quasi tutti salutarono con molta urbanità il comandante francese, che

procedeva a capo della nostra colonna.

Così uniti, e rispettati da tutti, ci avviammo alla porta di San

Giovanni. A que’ tempi non era ancora scavata nel fianco grigio di

Monticello la breve galleria che mette oggi speditamente dal Fosso alla

Marina; e noi, per giungere al luogo d’imbarco, dovevamo attraversare

la città.

Sotto l’arco della porta era una sentinella francese, che presentò le

armi. Otto o dieci soldati di diversi corpi venivano incontro a noi;

e, dopo averci fatto ala come tutti gli altri curiosi, ritornavano

sui loro passi, in apparenza per seguitar la corrente, nel fatto

poi per custodirci le spalle. Il comandante, pover’uomo, non aveva

sotto la mano tanto di forze da comporre un drappello di scorta; ma

si era affrettato a far correre la voce nell’ospedale, nel deposito

delle sussistenze e dovunque fossero soldati suoi, che avrebbe vedute

volentieri le uniformi francesi per le vie, nell’ora in cui dovevano

passare i difensori di Cosseria, avviati al luogo d’imbarco.

I soldati avevano capito a volo; a taluni era giunto anche all’orecchio

qualche cenno del tafferuglio avvenuto alla locanda della Posta. Perciò

accorrevano tutti alla spicciolata, stavano a vederci passare e si

collocavano tosto alla coda del cortèo, segnando il passo, come fanno

i ragazzi dietro ai concerti militari, e senza aver l’aria di venire in

nostro sostegno.

Per altro, anche quella incominciava a parermi una precauzione inutile

del comandante di piazza. Lungo la strada di San Domenico molta gente

si affacciava sugli usci delle botteghe, per vederci passare, ma non

c’era alcun segno di fermento nel popolo. All’angolo dell’Annunziata,

dove io mandai un’occhiata ed un sospiro verso l’ospedale di San Paolo,

stavano in fila quindici o venti cittadini, che non mostravano affatto

intenzioni ostili a noi, e che anzi salutarono cortesemente il bravo

ufficiale francese. Nella Fossavaria, lunga e stretta contrada, tutta

fiancheggiata di bei palazzi antichi, che avrebbero guadagnato un tanto

ad essere cinque metri più indietro, la popolazione si vedeva pigiata

nel vano degli usci, sulle soglie delle botteghe, ai davanzali delle

finestre, in atto di guardare, ma senza alcuna voglia di gridare contro

di noi. Quella era, insomma, la gentil Savona, la colta e garbata città

che voi conoscete, e «del ligustico mar gemma seconda» come l’hanno

chiamata pochi anni fa in un sonetto, stampato, se non m’inganno, per

l’inaugurazione della sua civica biblioteca.

— Guardate che disdetta! — andavo borbottando tra i denti. — Se non

erano le paure di questo comandante, potevo andare a San Paolo ed esser

già di ritorno. Addio, bella Adriana! —

A San Francesco, nobile quadrivio della vecchia Savona, fummo salutati

da un gran numero di persone civili, che si mossero volonterose e

fecero schiera con noi. Così rinforzati scendemmo verso la piazza

Colombo, o della Canapa, come più comunemente si dice, che ha da un

lato il palazzo della Dogana e nel fondo la calata del porto, con la

sua selva di antenne.

Laggiù c’era calca di popolo minuto; di laggiù venivano voci minacciose.

— Ci siamo! — disse il capitano Corte, voltandosi a noi, che

chiudevamo la marcia. — Amici stringete il passo, e andiamo in colonna

serrata. —

Al nostro apparire sul largo della calata, crebbero le grida e

incominciò a volare qualche sasso. Ci fermammo, vedendo fermarsi il

comandante di piazza. Ma questi, facendo una conversione a destra che

noi non dovevamo seguitare, andò risolutamente incontro ai rivoltosi.

— Cittadini! — gridò egli severo. — Lasciate passare i soldati

piemontesi. Essi hanno fatto bravamente e lealmente il loro dovere;

fino a tanto che non siano restituiti alle loro case, sono affidati

alla guardia della Repubblica francese. —

La moltitudine si era fermata, non comprendendo bene la lingua del

comandante di piazza, ma intendendo benissimo che egli non amava punto

la sassaiuola.

Uno, per altro, non la intendeva così, ed era per l’appunto quegli che

aveva condotto laggiù tanta gente, incitandola contro di noi. Al viso

enfiato e ancora sanguinante dalla rottura del piatto che gli aveva

scagliato il conte Olignani, riconoscemmo il cittadino Tiravia.

Anch’egli si fece avanti baldanzoso, e così ribattè le nobili parole

del comandante di piazza:

— La Repubblica francese non protegge gli emigrati, e non si lascia

insultare dai loro amici. Essa protegge i buoni patrioti e dà loro

facoltà di vendicare gli oltraggi ricevuti.

— Che discorso è questo? — replicò il comandante inasprito. — Chi parla

in nome della repubblica francese? Essa, per il momento, in Savona, è

rappresentata da me. Vi comando di rispettarla.

— Noi vi rispettiamo, cittadino comandante; — rispose quell’altro.

— Vogliamo dare una lezione agli ufficialetti del Piemonte, agli

aristocratici, ai degni puntelli della tirannide. Voi non avete

sofferto, come noi, delle loro angherie.

— Come voi e più di voi ha sofferto la Francia, e si è lealmente

vendicata; — disse il comandante. — Lasciate a lei la cura di far

giustizia anche in Italia. E per ora, indietro! —

Così dicendo, il comandante si volse a noi, per invitarci a seguirlo

sulla calata. Ma le grida della moltitudine ripigliarono allora più

forti, volarono i sassi da capo, e qualcheduno dei gentili cittadini

che ci accompagnavano ne fu sconciamente ferito.

Avremmo sopportato, se non si fosse trattato che di noi; ma non

volevamo che un atto di umanità costasse la vita a tante brave persone.

Perciò, vedendo che quei furiosi si serravano addosso alla nostra

piccola schiera, tentando di romperla a di prenderla in mezzo, mettemmo

mano alle sciabole, alle baionette, e caricammo all’arma bianca, come

avremmo fatto un’ultima volta a Cosseria, se ancora fossimo stati

lassù, e non al punto d’imbarco.

La moltitudine, che il cittadino Tiravia ci aveva aizzato contro, era

quasi tutta di ragazzi. E questi, com’erano i primi ad attaccare, così

furono i primi a dare indietro, a fuggire, rovesciandosi sulle ultime

file e trascinandole nella loro medesima fuga. Contento di quella

dimostrazione, e vedendo il cittadino Tiravia che fuggiva più presto

degli altri, il comandante di piazza collocò tra noi e quella gente i

soldati francesi che ci avevano seguitati, e ci condusse speditamente

alla feluca, il cui capo di banda, molto basso, si appoggiava alla

calata e poteva essere facilmente scavalcato.

Quella operazione durò forse un minuto. La folla se ne avvide, mentre

si stava riordinando più lungi, e volle ritornare all’assalto.

I cortesi cittadini, che ci avevano accompagnati fin là, si

erano intromessi, e con le loro esortazioni tentavano di calmare

quell’energumeno Tiravia. Ma, egli che oramai non temeva più una

seconda carica all’arme bianca, respinse ogni mite consiglio, e la

folla incitata da lui alla riscossa, rovesciò quelle brave persone che

cercavano di frenarla, soverchiò i pochi soldati francesi che avevano

fatto argine ad una certa distanza dal punto d’imbarco, e venne ad

assaltarci più inferocita che mai.

La feluca di padron Cabotto aveva sciolto il provese. I marinai

poggiarono forte coi remi contro gli orli della calata, e quella spinta

gagliarda bastò perchè il nostro legno, che era leggerissimo e pescava

assai poco, si allontanasse di lancio una diecina di metri.

Il cittadino Tiravia doveva appiccare la sua voglia all’arpione. La

moltitudine inviperita seguitava a vociare, a mostrarci i pugni, a

scagliarci improperii e sassate. Ma la gran vela latina incominciava a

prendere il vento e secondava il lavoro dei remi lunghi, usati a gran

forza da quattro marinai, per condurre il legno sulla imboccatura del

porto. I furibondi non potevano nulla contro di noi, e il comandante di

piazza, ritto ed impavido sul ciglio della Marinella, ci salutava con

la mano, augurandoci il buon viaggio.

Tutto ad un tratto vedemmo un lampeggio sulla riva, e cinque o sei

palle fischiarono in aria. Erano i meglio armati della folla, che

scaricavano contro di noi le loro pistole. Ma essi avevano mirato

troppo alto, e i loro colpi non ci cagionarono maggior male delle loro

imprecazioni.

Avanti la feluca! Avevamo oltrepassata la gran torre del porto, e

salutata la bella immagine del Tempo, dipinta a buon fresco sotto

la sua merlatura. Pochi minuti dopo eravamo in vista di Albissola,

e, serrando il vento, che spirava piuttosto gagliardo da tramontana,

andammo a forza di vele sotto il capo di Celle.

Monsù Tomè · 第 20 / 31 题