All’arme bianca.
Ritto in piedi e con le spalle appoggiate al muro, stavo guardando il
cavalier Buonadonna, mentre il così detto rappresentante del popolo
aspettava una risposta alla sua intimazione. Il mio luogotenente era
fermo al suo posto e in apparenza tranquillo, ma di sicuro aveva detto
qualche cosa sottovoce al suo vicino di destra, poichè questi, che
era il conte Giovanni Olignani, luogotenente nella prima compagnia dei
granatieri di Susa, saltò su a rispondere per tutti.
Ah, signor conte Olignani, come vi avrei abbracciato volentieri, in
quel punto! E come son dolente di non ricordar più oggi il riverito
nome di quel rappresentante da strapazzo, nel quale voi riconosceste
uno dei più rabbiosi gridatori delle vie di Torino! Anche la capitale
del Piemonte, in quegli anni difficili, aveva avuti i suoi tribuni, e
fra i tribuni, fra gli amici caldi e sinceri della libertà, a cui fin
d’allora si poteva far di cappello, non mancava mica la roba di scarto.
Ma basta, mettiamo, per i bisogni del dialogo, che il personaggio si
chiamasse Tiravia. Il conte Olignani, prendendo a rispondere per tutta
la brigata, lo apostrofò in questa guisa:
— Cittadino Tiravia, siamo venuti a fare il chiasso fino a Savona? E
appoggiati alle baionette francesi, non è vero? —
Il rappresentante si volse stizzito al conte Olignani, che egli non
conosceva, e da cui si vedeva in quella vece così ben conosciuto.
— Che c’entrate voi? — ribattè. — Risponda chi deve alla nostra
domanda. Ci sono tra voi, o non ci sono, emigrati francesi? Il resto
non importa, e alle sciocche impertinenze degli ufficialetti del re di
Sardegna oppongo il più alto disprezzo. —
Il conte Olignani, già poco paziente per natura, non ci vide più lume.
— Ah, tu disprezzi? — gridò, afferrando il primo arnese che gli venne
alle mani. — Ah, tu disprezzi, buffone? Prendi qua, e ripuliscimi il
piatto. —
Così dicendo, gli scaraventò quel disco di maiolica con tutta la forza
del suo braccio, moltiplicata da quella del suo sdegno. Il piatto,
descritta velocemente la sua curva, andò a rompersi proprio sul grugno
del rappresentante.
Il dado era tratto; non si poteva più dare indietro, nè parlamentare.
Tanto meglio, del resto, perchè io non so veramente che cosa si sarebbe
potuto rispondere, per salvar la testa del cavalier Buonadonna. Il
ferito si disponeva a ribattere, spalleggiato dai suoi. Allora ci
affrettammo tutti a prender le parti del conte Olignani. Il nostro
parco era ben fornito di proietti. Volarono i piatti, da prima;
seguitarono le posate, poi le bottiglie e i bicchieri. Sarebbe volato
anche il trionfo di tavola, grazioso gruppo di maiolica savonese che
raffigurava il ratto di Proserpina, se il nemico, oppresso da quella
grandine fitta, non avesse abbandonato il campo di battaglia, fuggendo
in disordine per le scale. Qualche altro po’ di cocci che scagliammo
dalle finestre, persuase gl’importuni cercatori d’emigrati ad
allontanarsi in fretta anche dai pressi della locanda.
Felici della nostra vittoria, riprendemmo posto a tavola, chiedendo
altre bottiglie ed altri bicchieri. Non eravamo ricchi, davvero, ma
avevamo ancor tanto da pagare i danni di quel tafferuglio improvviso, e
bevemmo, senza darci pensiero delle conseguenze di una avventura, che
si poteva credere burlesca. Infine, non avevamo risposto nulla, che
ci potesse compromettere, alla domanda del cittadino rappresentante.
Il cavalier Buonadonna, evidentemente, non era stato riconosciuto;
altrimenti, il cittadino Tiravia, così invelenito contro di noi, non
avrebbe tralasciato di nominarlo. Si doveva credere in quella vece
che il nostro avversario, genericamente informato della presenza di
emigrati francesi nell’esercito del re di Sardegna, volesse col suo
zelo inquisitorio farsi un merito presso gli uomini della rivoluzione,
ma senza essere ben certo di fare una presa tra noi. E noi, dopo tutto,
mettendo mano ai proietti, non avevamo già inteso di rispondere con
vie di fatto ad una intimazione legale, ma solamente di respingere e di
castigare una plateale insolenza. Non si potevano chiamare ufficialetti
i difensori di Cosseria, senza esporsi ad uno scoppio naturalissimo
del più giusto risentimento; ed ogni giudice imparziale doveva darci
ragione, primo fra tutti il comandante di piazza.
Il guaio, pur troppo, era questo, che io non potevo più muovermi di là,
per correre all’ospedale di San Paolo. A tutta prima, non ascoltando
che la voce del cuore, avevo chiesto licenza di escire; ma il cavalier
Corte non durò fatica a dimostrarmi il pericolo grandissimo di andare
da solo per via, in uniforme di soldato piemontese, dopo ciò che era
avvenuto, e più la vergogna che sarebbe toccata a tutti loro, se mi
fosse torto un capello. Ed era molto probabile che, se io cascavo nelle
unghie di certa gente, mi si torcesse anche dell’altro.
— Caro mio, abbi pazienza; — conchiuse il capitano. — Bisogna escire
tutti insieme, dalla locanda, e vedere il comandante di piazza, che ha
una faccia da galantuomo. Poi, se sarà il caso di poter dare una scorsa
all’ospedale, vedremo di appagare i voti del tuo tenero cuore.
— Ella ride, signor capitano; — risposi — Ma io....
— No, non rido; — riprese il cavalier Corte; — chiamo le cose col
loro nome. Amare è una cosa naturalissima; innamorarsi in mezzo alle
schioppettate è strano, ma non a dirittura impossibile. Credo perfino
che sia il modo di innamorarsi davvero. Dorare a fuoco, sigillare a
fuoco, non sono i modi riconosciuti, per rendere queste operazioni
più salde? Eccoti dunque innamorato a fuoco, mio povero sergente! Ed
ecco un messaggero che porterà notizie interessanti, anche per la tua
impresa amatoria. —
Le ultime parole del cavalier Corte erano ispirate dall’apparizione
di un soldato francese alla porta d’ingresso. Era un’ordinanza del
comandante di piazza, e portava una lettera di lui al capitano Tibaldè.
Prese questi il foglio, lo aperse in fretta e vi diede una scorsa con
gli occhi; poi lesse ad alta voce lo scritto.
Il degno comandante ci si mostrava abbastanza informato delle
accoglienze toccate ai rappresentanti del popolo, ed anche delle
parole insolenti che ci avevano fatto dare nei lumi. Soggiungeva la
notizia, veramente poco piacevole, che il cittadino Tiravia percorreva
la città, raccontando la cosa a modo suo, per metterci in mala vista,
e spingeva quanto più poteva di gente alla Marina, dov’era il luogo
d’imbarco, per aizzarla contro di noi. Disgraziatamente, il comandante
di piazza non aveva una forza militare da opporgli; raccomandava ai
cittadini assennati di concertarsi, d’intromettersi, di scongiurare
il tumulto; frattanto, egli aveva fatto il proposito di unirsi a noi,
risoluto di correre la nostra medesima sorte, per attestare in tal
guisa che l’esercito francese non aveva preso parte in quella selvaggia
imboscata. Conchiudeva, pregando il capitano Tibaldè d’indicargli l’ora
della nostra partenza e di attenderlo per quell’ora all’albergo.
In verità, non si poteva procedere più nobilmente, e il capitano
Tibaldè, commosso al pari di tutti noi, rispose subito a quel leale
soldato che i piemontesi erano pronti fin d’allora a’ suoi ordini.
L’ordinanza francese accettò un bicchiere del nostro vino, prese il
viglietto del nostro comandante, e partì.
Non era più il caso di rimanere a tavola, ma di fare i nostri
preparativi di partenza. Pagato lo scotto al locandiere, e la giunta
dei danni arrecati al suo vasellame, ci restò appena tanto da pagare
il nolo al padrone della feluca. A me, poi, non restava neanche più
un ritaglio di tempo, per correre a San Paolo e dare un addio alla
bella Adriana. Povero amor mio, sigillato a fuoco! Bisognava escir
tutti insieme dalla locanda, andar serrati in colonna attraverso le
vie della città, in mezzo ad un popolo ostile, ad una plebe aizzata
contro di noi, fors’anche metter mano alle armi, e darne e buscarne,
prima di raggiungere la calata del porto. Ero tutto stizzito, avevo
un diavolo per occhio. Se fossi stato io il comandante, prima di
andare al luogo d’imbarco, si sarebbe fatta una conversione a destra,
fino a San Paolo, anche a risico di farci tagliare a pezzi sull’uscio
dell’ospedale. Tanto, non c’era il pericolo di andarci egualmente, per
farci rammendare gli strappi?
Mentre stavamo per infilar le tracolle e per mettere i cinturoni
al fianco, secondo i nostri gradi rispettivi, venne il comandante
francese, e fu accolto da noi con tutto il rispetto di cui era degno.
Il capitano Tibaldè voleva raccontargli l’accaduto e dimostrargli come
noi, irritati dalla strana pretesa del cittadino rappresentante, e
provocati dalle sue impertinenze, meritassimo davvero quella protezione
che il valoroso soldato di Francia era venuto così nobilmente ad
offrirci.
— So tutto; — diss’egli, senza lasciarlo parlare; — un galantuomo,
che per ragione d’ufficio aveva dovuto trovarsi nella comitiva del
cittadino Tiravia, mi ha riferito ogni cosa. Ad un passaporto del
generale Buonaparte e ad una capitolazione come la vostra, si ardisce
di fare delle restrizioni? Ma io avrei voluto che foste tutti emigrati
francesi, scambio di essere ufficiali del Piemonte. Che ci hanno da
veder loro, in queste faccende? Il generale in capo dell’esercito
d’Italia rappresenta qui il governo della Repubblica; dove egli dice
«lasciate passare», a noi non resta che di presentare le armi. E poi,
le insolenze non si sopportano, che diavolo! Avete fatto, bene; io, nel
caso vostro, non mi sarei diportato altrimenti. Dunque, eccomi qua.
Non ho forze disponibili per proteggere il vostro imbarco. L’ultimo
battaglione che era in città l’ho avviato ieri a Cadibona. Qui non
è rimasto che il numero d’uomini necessario per ricevere i feriti e
provvedere alle sussistenze. Bella condizione, per un comandante di
piazza, non è vero? Ma niente paura; si va egualmente alla marina e vi
si mette a bordo. Un soldato francese è sempre abbastanza provveduto,
quando ha la spada per compagnia e l’onore per guida. —
Parole stupende, e che non erano quelle di un millantatore! Il degno
uffiziale sostenne le sue nobili promesse coi fatti.
— Siamo ai vostri ordini, comandante; — disse allora il capitano
Tibaldè.
— Andiamo, dunque; — ripigliò prontamente il francese. — Ho già mandato
avviso al padrone del legno di tenersi pronto a partire. —
In fondo alla scala il capitano Tibaldè si volse a noi, per farci
un’utile raccomandazione.
— Amici miei, non facciamo bravate, vi prego. Andiamo tranquilli
e modesti, come pacifici borghesi a passeggio. Ci guardino pure in
cagnesco; purchè non c’impediscano il cammino, noi dobbiamo andare
per i fatti nostri, senza voltarci di qua o di là a raccogliere le
ingiurie, a restituire le provocazioni. Siamo intesi?
— Non dubiti, capitano! — rispondemmo. — Sarà obbedito qui, come in
piazza d’armi.
— E come a Cosseria; — soggiunse egli, tentennando malinconicamente la
testa, al fresco e doloroso ricordo di una nobile sventura.
Esciti sulla strada, incontrammo un gran numero di cittadini al largo
della Concezione. Ma erano curiosi e non mostravano intenzioni ostili.
Quasi tutti salutarono con molta urbanità il comandante francese, che
procedeva a capo della nostra colonna.
Così uniti, e rispettati da tutti, ci avviammo alla porta di San
Giovanni. A que’ tempi non era ancora scavata nel fianco grigio di
Monticello la breve galleria che mette oggi speditamente dal Fosso alla
Marina; e noi, per giungere al luogo d’imbarco, dovevamo attraversare
la città.
Sotto l’arco della porta era una sentinella francese, che presentò le
armi. Otto o dieci soldati di diversi corpi venivano incontro a noi;
e, dopo averci fatto ala come tutti gli altri curiosi, ritornavano
sui loro passi, in apparenza per seguitar la corrente, nel fatto
poi per custodirci le spalle. Il comandante, pover’uomo, non aveva
sotto la mano tanto di forze da comporre un drappello di scorta; ma
si era affrettato a far correre la voce nell’ospedale, nel deposito
delle sussistenze e dovunque fossero soldati suoi, che avrebbe vedute
volentieri le uniformi francesi per le vie, nell’ora in cui dovevano
passare i difensori di Cosseria, avviati al luogo d’imbarco.
I soldati avevano capito a volo; a taluni era giunto anche all’orecchio
qualche cenno del tafferuglio avvenuto alla locanda della Posta. Perciò
accorrevano tutti alla spicciolata, stavano a vederci passare e si
collocavano tosto alla coda del cortèo, segnando il passo, come fanno
i ragazzi dietro ai concerti militari, e senza aver l’aria di venire in
nostro sostegno.
Per altro, anche quella incominciava a parermi una precauzione inutile
del comandante di piazza. Lungo la strada di San Domenico molta gente
si affacciava sugli usci delle botteghe, per vederci passare, ma non
c’era alcun segno di fermento nel popolo. All’angolo dell’Annunziata,
dove io mandai un’occhiata ed un sospiro verso l’ospedale di San Paolo,
stavano in fila quindici o venti cittadini, che non mostravano affatto
intenzioni ostili a noi, e che anzi salutarono cortesemente il bravo
ufficiale francese. Nella Fossavaria, lunga e stretta contrada, tutta
fiancheggiata di bei palazzi antichi, che avrebbero guadagnato un tanto
ad essere cinque metri più indietro, la popolazione si vedeva pigiata
nel vano degli usci, sulle soglie delle botteghe, ai davanzali delle
finestre, in atto di guardare, ma senza alcuna voglia di gridare contro
di noi. Quella era, insomma, la gentil Savona, la colta e garbata città
che voi conoscete, e «del ligustico mar gemma seconda» come l’hanno
chiamata pochi anni fa in un sonetto, stampato, se non m’inganno, per
l’inaugurazione della sua civica biblioteca.
— Guardate che disdetta! — andavo borbottando tra i denti. — Se non
erano le paure di questo comandante, potevo andare a San Paolo ed esser
già di ritorno. Addio, bella Adriana! —
A San Francesco, nobile quadrivio della vecchia Savona, fummo salutati
da un gran numero di persone civili, che si mossero volonterose e
fecero schiera con noi. Così rinforzati scendemmo verso la piazza
Colombo, o della Canapa, come più comunemente si dice, che ha da un
lato il palazzo della Dogana e nel fondo la calata del porto, con la
sua selva di antenne.
Laggiù c’era calca di popolo minuto; di laggiù venivano voci minacciose.
— Ci siamo! — disse il capitano Corte, voltandosi a noi, che
chiudevamo la marcia. — Amici stringete il passo, e andiamo in colonna
serrata. —
Al nostro apparire sul largo della calata, crebbero le grida e
incominciò a volare qualche sasso. Ci fermammo, vedendo fermarsi il
comandante di piazza. Ma questi, facendo una conversione a destra che
noi non dovevamo seguitare, andò risolutamente incontro ai rivoltosi.
— Cittadini! — gridò egli severo. — Lasciate passare i soldati
piemontesi. Essi hanno fatto bravamente e lealmente il loro dovere;
fino a tanto che non siano restituiti alle loro case, sono affidati
alla guardia della Repubblica francese. —
La moltitudine si era fermata, non comprendendo bene la lingua del
comandante di piazza, ma intendendo benissimo che egli non amava punto
la sassaiuola.
Uno, per altro, non la intendeva così, ed era per l’appunto quegli che
aveva condotto laggiù tanta gente, incitandola contro di noi. Al viso
enfiato e ancora sanguinante dalla rottura del piatto che gli aveva
scagliato il conte Olignani, riconoscemmo il cittadino Tiravia.
Anch’egli si fece avanti baldanzoso, e così ribattè le nobili parole
del comandante di piazza:
— La Repubblica francese non protegge gli emigrati, e non si lascia
insultare dai loro amici. Essa protegge i buoni patrioti e dà loro
facoltà di vendicare gli oltraggi ricevuti.
— Che discorso è questo? — replicò il comandante inasprito. — Chi parla
in nome della repubblica francese? Essa, per il momento, in Savona, è
rappresentata da me. Vi comando di rispettarla.
— Noi vi rispettiamo, cittadino comandante; — rispose quell’altro.
— Vogliamo dare una lezione agli ufficialetti del Piemonte, agli
aristocratici, ai degni puntelli della tirannide. Voi non avete
sofferto, come noi, delle loro angherie.
— Come voi e più di voi ha sofferto la Francia, e si è lealmente
vendicata; — disse il comandante. — Lasciate a lei la cura di far
giustizia anche in Italia. E per ora, indietro! —
Così dicendo, il comandante si volse a noi, per invitarci a seguirlo
sulla calata. Ma le grida della moltitudine ripigliarono allora più
forti, volarono i sassi da capo, e qualcheduno dei gentili cittadini
che ci accompagnavano ne fu sconciamente ferito.
Avremmo sopportato, se non si fosse trattato che di noi; ma non
volevamo che un atto di umanità costasse la vita a tante brave persone.
Perciò, vedendo che quei furiosi si serravano addosso alla nostra
piccola schiera, tentando di romperla a di prenderla in mezzo, mettemmo
mano alle sciabole, alle baionette, e caricammo all’arma bianca, come
avremmo fatto un’ultima volta a Cosseria, se ancora fossimo stati
lassù, e non al punto d’imbarco.
La moltitudine, che il cittadino Tiravia ci aveva aizzato contro, era
quasi tutta di ragazzi. E questi, com’erano i primi ad attaccare, così
furono i primi a dare indietro, a fuggire, rovesciandosi sulle ultime
file e trascinandole nella loro medesima fuga. Contento di quella
dimostrazione, e vedendo il cittadino Tiravia che fuggiva più presto
degli altri, il comandante di piazza collocò tra noi e quella gente i
soldati francesi che ci avevano seguitati, e ci condusse speditamente
alla feluca, il cui capo di banda, molto basso, si appoggiava alla
calata e poteva essere facilmente scavalcato.
Quella operazione durò forse un minuto. La folla se ne avvide, mentre
si stava riordinando più lungi, e volle ritornare all’assalto.
I cortesi cittadini, che ci avevano accompagnati fin là, si
erano intromessi, e con le loro esortazioni tentavano di calmare
quell’energumeno Tiravia. Ma, egli che oramai non temeva più una
seconda carica all’arme bianca, respinse ogni mite consiglio, e la
folla incitata da lui alla riscossa, rovesciò quelle brave persone che
cercavano di frenarla, soverchiò i pochi soldati francesi che avevano
fatto argine ad una certa distanza dal punto d’imbarco, e venne ad
assaltarci più inferocita che mai.
La feluca di padron Cabotto aveva sciolto il provese. I marinai
poggiarono forte coi remi contro gli orli della calata, e quella spinta
gagliarda bastò perchè il nostro legno, che era leggerissimo e pescava
assai poco, si allontanasse di lancio una diecina di metri.
Il cittadino Tiravia doveva appiccare la sua voglia all’arpione. La
moltitudine inviperita seguitava a vociare, a mostrarci i pugni, a
scagliarci improperii e sassate. Ma la gran vela latina incominciava a
prendere il vento e secondava il lavoro dei remi lunghi, usati a gran
forza da quattro marinai, per condurre il legno sulla imboccatura del
porto. I furibondi non potevano nulla contro di noi, e il comandante di
piazza, ritto ed impavido sul ciglio della Marinella, ci salutava con
la mano, augurandoci il buon viaggio.
Tutto ad un tratto vedemmo un lampeggio sulla riva, e cinque o sei
palle fischiarono in aria. Erano i meglio armati della folla, che
scaricavano contro di noi le loro pistole. Ma essi avevano mirato
troppo alto, e i loro colpi non ci cagionarono maggior male delle loro
imprecazioni.
Avanti la feluca! Avevamo oltrepassata la gran torre del porto, e
salutata la bella immagine del Tempo, dipinta a buon fresco sotto
la sua merlatura. Pochi minuti dopo eravamo in vista di Albissola,
e, serrando il vento, che spirava piuttosto gagliardo da tramontana,
andammo a forza di vele sotto il capo di Celle.