CAPITOLO XIV.

Sulle orme di Adriana.

Come ci avrebbero invidiata i legittimisti di Francia la nostra

mattinata del 15 aprile 1796!

Già da oltre un’ora splendeva il sole sopra la valle della Bormida

e noi ci aggiravamo ancora, maledettamente seccati, intorno al pozzo

della piazzetta triangolare di Carcare, aspettando un passaporto che ci

era stato promesso per l’alba e che nessuno si degnava di rilasciarci.

Gli Austriaci, che speravano forse di non essere troppo lontani

dall’esercito del Beaulieu, si erano rassegnati alla benda sugli occhi,

e quella stessa mattina erano stati avviati per Acqui ed Alessandria.

Il capitano Tibaldè incominciava a credere che gli Austriaci fossero

stati più furbi di noi, ed anch’egli, se non fosse stato per la

proposta della sera innanzi, che lo vincolava davanti al generale

Buonaparte come una parola d’onore, avrebbe chiesto di poter mutare

il viaggio a Savona in una corsa a mosca cieca da Ceva a Mondovì. La

qual cosa, come potete immaginare, non conveniva punto a me, che quella

mattina sull’alba avevo veduto madamigella Adriana, ma non altrimenti

potuto parlarle. La vergine del reggimento era sempre assopita; lo era

almeno in quei pochi minuti che avevo rubati alla compagnia de’ miei

superiori per correre all’ospedale di San Sebastiano, e il chirurgo

continuava a fidar molto in quel sonno riparatore.

— Ho trovato una carriuola che pare fatta a bella posta per lei; — mi

disse il chirurgo Nougarède. — C’è molta paglia ed anche un materasso;

la povera ragazza non sentirà troppo le scosse e potrà anche dormire

dell’altro. —

Madamigella Adriana era dunque partita, e noi eravamo ancora a

Carcare. Quant’altro tempo ci saremmo rimasti? E prima di tutto, chi

doveva rilasciarci il passaporto? Aiutanti di campo ed ufficiali di

stato maggiore ne erano usciti parecchi, dal quartier generale; ma

nessuno sapeva niente, nessuno aveva ordini, nessuno voleva cercare

informazioni per noi. Avevano tutti da correre; saltavano in sella, e

via di galoppo, o dalla parte di Millesimo, o da quella di Cairo.

Dopo un’altra ora di quella aspettazione, perdemmo a dirittura la

pazienza e risolvemmo di andare dal generale in capo. Egli non doveva

essere uscito ancora dal suo quartierino; lo assicuravano quelli della

nostra comitiva che non si erano mossi dalla canna del pozzo, e che

nella piazzetta triangolare avevano perfino passata la notte.

— Perdio! — esclamò uno dei nostri ufficiali. — Non sarà mica un

recargli offesa, se andremo a chiedergli ciò che egli ci aveva promesso

e che nessuno si è curato di darci. —

Detto e fatto, ci avviammo su per le scale. La sentinella, che ci aveva

veduti ragionare con tanti ufficiali del quartier generale, non pose

ostacolo al nostro passaggio, e noi giungemmo al primo piano, dove il

general Buonaparte era alloggiato. Bussammo discretamente con le nocche

all’uscio socchiuso, e nessuno ci rispose, nessuno si mosse per venirci

a ricevere. Allora entrammo risolutamente, e da una anticamera vuota

passammo in un salotto che era deserto egualmente. Bussammo ad un altro

uscio, socchiuso anche quello, e, non avendo udito una voce per farci

andar oltre o restare, spalancammo la portiera e riuscimmo in un’altra

anticamera, dipinta a fregi ed ornati barocchi, con un grande camino

di pietra bigia da un lato, un nuovo uscio daccanto al camino, e due di

rincontro. Andammo a tastare quei due; mettevano a due ripiani di scale

interne, l’una verso il pianterreno, l’altra verso il piano superiore.

Non ci restava che di andare a quel terzo uscio, per cui si doveva

entrare in una camera da letto, dalla parte del giardino. Nuova bussata

e nuovo silenzio; pareva di essere in un palazzo incantato. Si prova

allora a girar la maniglia; l’uscio si apre senza rumore; siamo sul

limitare di una camera sontuosamente ornata, con quadri e specchi dalle

cornici di stucco dorato, che si girano in capricciose volute, aderenti

alla superficie dei muri. Spingiamo l’uscio, e vediamo il piede d’un

letto, col copertoio di seta verde a fiorami. C’è là qualcheduno che

dorme, e ne sentiamo il respiro misurato e monotono.

— È il generale Buonaparte; — disse il capitano Corte, che si era

affacciato nel vano; — ritiriamoci. —

Il vincitore di Montenotte e di Dego dormiva solitario in quella casa,

che per una strana combinazione era rimasta senza custodi. Ricordando

i molti e fieri nemici che aveva a suscitargli la sua immensa fortuna,

non posso trattenermi dal pensare che una così bella occasione di

coglierlo non si offerse mai più agli uomini della reazione, che

dovevano far capo, qualche anno più tardi, al tristo espediente della

macchina infernale e alla congiura del Drake.

Al rumore dei passi e delle voci, il dormente si scosse, si svegliò in

soprassalto, e, levandosi sul gomito, chiese ad alta voce:

— Chi è là? Dessolles?

— Scusate, cittadino generale, — disse allora il cavalier Corte, che

era rimasto il primo sull’uscio, — siamo noi, gli ufficiali piemontesi.

— Ah! E che cosa volete?

— Il passaporto che ci avete promesso, e che nessuno ci vuol

rilasciare. Ci mandano tutti da Erode a Pilato, e noi veniamo ad

appellarci direttamente da Cesare. —

Il cavalier Corte non sapeva in quel punto di parlar così bene e di

andare così diritto al cuore del generale repubblicano.

— Avete fatto benissimo, — rispose egli, ridendo. — Non capisco perchè

sia andato fuori anche il mio aiutante. Aspettate un momento; mi vesto.

— Fate il vostro comodo, cittadino generale; noi andremo ad aspettare

nel vestibolo.

— No, no, restate pur lì; — riprese egli, che era già sceso dal letto e

si vestiva in fretta. — È affare di due minuti.

Aspettammo, com’egli desiderava, felici di essere riesciti nel nostro

intento, senza averlo troppo disturbato.

I due minuti erano appena passati, che il generale Buonaparte, mezzo

vestito, comparve nell’anticamera.

— Buon giorno, cittadino generale! — gli disse il cavalier Tibaldè. —

Veramente ci rincresce di avervi dato noia a quest’ora...

— Che! che! Non importa. Il guaio è che mi sono coricato un po’ tardi,

e diciamo pure sull’alba. Dove sarà andato, quel diavolo del mio

aiutante? Ma basta, ecco qua la carta; è l’essenziale.

Così dicendo si era seduto alla tavola, che stava nel mezzo

dell’anticamera, e con la sua rapidità prodigiosa scriveva il nostro

passaporto. Mi pare di vederlo ancora, piantar la penna nel grosso

calamaio bianco di maiolica di Savona, che aveva un bel putto a

cavalcioni sul manico.

— Ecco fatto; — riprese, porgendo il foglio al capitano Tibaldè.

— Non era una gran fatica, in verità. Ma bisogna perdonare ai miei

ufficiali, che avevano troppi ordini da spedire. Del resto, — soggiunse

argutamente, — bisogna anche ricordare il proverbio italiano: chi

comanda e fa da sè, è servito come un re. —

Ho dimenticato di dirvi che il generale Buonaparte, con noi, parlava

sempre italiano. In fondo, era la sua lingua materna, e tutti sanno che

egli non lasciò passar mai le occasioni di parlarla.

Ringraziammo commossi, e prendemmo congedo dall’insigne capitano.

— Buon viaggio, signori; — diss’egli, accompagnandoci cortesemente fino

alla soglia; — e siate felici, in seno alle vostre famiglie.

Confusi dalla bontà del grand’uomo, che veramente possedeva il segreto

di conquistare gli animi con la gentilezza dei modi, come quello di

conquistare i regni col genio delle combinazioni militari, scendemmo

finalmente in istrada, e senza altri indugi ci avviammo verso la

collina, a mezzogiorno di Carcare. Mezz’ora dopo, eravamo al ponte

della Volta, presso Ferrania; un’altra mezz’ora più tardi, traversavamo

il borgo operoso di Altare, donde, guadagnata l’erta del vecchio

castello, riuscimmo al passo di Cadibona e alla vista della torre

quadrata che segnava il confine e portava dipinto lo stemma della

Repubblica genovese.

Di là s’incominciava a discendere, e lo spettacolo era meraviglioso

davvero, per l’ampia distesa dell’orizzonte, sul cui lontano confine

azzurreggiava il mare, e per la lieta ghirlanda dei paeselli, delle

rocche merlate e dei ceppi di case campestri, che biancheggiavano sul

colmo dei poggi, o lungo le falde boscose delle convalli, digradanti in

dolce pendìo fino alla verde spiaggia ligustica.

Alla giocondità dei luoghi facevano un doloroso riscontro lunghe

file di carri, che trasportavano sempre nuove compagnie di feriti a

Savona, incrociandosi con le artiglierie, i treni, le munizioni, le

proviande e i drappelli di soldati, che venivano in su, per raggiungere

l’esercito repubblicano. L’ingombro della strada non permetteva di

correre; nè gli ufficiali piemontesi avevano fretta al pari di me. Se

fossi stato solo, che corsa! Avrei forse raggiunto il carro su cui era

adagiata la bella Adriana, e che era partito dei primi da Carcare. Ma

noi andavamo tutti insieme, al passo ordinario, e rallentando anche

di più, dove la strettezza delle svolte rendeva meno facili i baratti

dei carri. Solamente dopo due ore di discesa giungemmo al borgo di

Lavagnola, donde, per una strada più larga, tutta fiancheggiata di

ville signorili, entrammo dal ponte dello Sbarro nella gentile Savona,

candida gemma incastonata fra i negri pini di Montecurlo e i flutti

azzurri del Tirreno.

L’arrivo di tanti soldati piemontesi liberi ed armati destò la

curiosità e la meraviglia di tutto il borgo che dovevamo traversare,

innanzi di giungere alle porte della vecchia città. Le mura di Savona,

già anguste ai tempi di Gabriello Chiabrera, erano ancora in piedi

al tempo mio; ma la città si stendeva fuor della cinta, sfogava il

soverchio della sua popolazione in due fitte contrade, una a ponente,

lungo la marina, che portava il nome di Borgo da basso, l’altra

a settentrione, verso l’Appennino, detta Borgo da alto, per cui

passavamo appunto noi altri. Ma non ne uscimmo subito, poichè, prima

di giungere al largo della Concezione, avevamo adocchiata la locanda

della Posta, che con la bella apparenza del fabbricato e la maestosa

grandezza dell’insegna ci prometteva un ristoro, di cui tutti sentivamo

il desiderio. La sera innanzi, al quartier generale dell’esercito

francese, si era piuttosto assaggiato il cibo, che mangiato per il

bisogno dello stomaco. Si ordinò dunque da pranzo, e, nel tempo che si

stava preparando ogni cosa, il capitano Tibaldè risolse di condurci,

secondo l’uso militare, a riverire il comandante della piazza.

Prendemmo lingua dal primo soldato francese in cui c’imbattemmo, e

questi ci condusse dalla porta di San Giovanni fino a mezza la via di

Fossavaria, dov’era alloggiato quell’uffiziale superiore; il quale ci

accolse benissimo, con le più grandi e sincere dimostrazioni di stima,

dolentissimo per altro di non poterci offrir nulla.

— Son qua da due giorni soltanto, — ci disse il comandante, — e a mala

pena insediato. Non posso far altro che mettermi a vostra disposizione,

per tutto il tempo che rimarrete in questa città.

— Grazie, signor comandante; — gli rispose il capitano Tibaldé. — Non

ci occorre altro che un imbarco, e noi vi saremo gratissimi, se con la

vostra autorità ci aiuterete a trovarlo. —

Si mandò subito al porto, e si trovò una feluca, che era disposta a far

vela in quel giorno, per trasportarci a Genova. Il bravo comandante la

fissò tosto per noi e ci ottenne un nolo conveniente allo stato delle

nostre povere borse. Preso congedo da lui e detto al padrone della

feluca che ci saremmo imbarcati prima di sera, ritornammo alla locanda,

dove il pranzo ci aspettava. Io frattanto avevo preso lingua per conto

mio, ed avevo anche veduto, a poca distanza dal palazzo del comandante,

la via dell’ospedale di San Paolo.

Il desiderio di fare una corsa fin là era grande nell’animo mio. Per

veder subito Adriana, avrei rinunziato anche al pranzo. Ma il capitano

Corte, a cui mi ero aperto, non approvò quella fretta.

— Vieni a ristorarti; — mi disse. — Avrai tempo a ritornare, mentre

noi faremo quattro chiacchiere bevendo l’ultimo bicchiere. Anche la tua

Clorinda, arrivata da poco, avrà bisogno di riposo.

Quell’ultima ragione finì di convincermi, e perciò seguitai la

comitiva. Il pranzo era allestito e ci sedemmo subito a tavola. Si

mangiò con molto appetito e si bevve a proporzione. Ma io, appena

vidi le frutta, chiesi licenza al mio capitano e mi alzai per andare a

San Paolo. Giunto all’uscio, dovetti fermarmi. L’androne era pieno di

gente, che si affollava per entrare.

— Che cosa vorranno questi importuni? — pensai, mentre mi tiravo da

banda per lasciare il passo libero.

Due o tre che venivano primi avevano la sciarpa tricolore intorno

alla vita. Seguivano parecchie guardie di città; il restante erano

camerieri, sguatteri e ragazzaglia curiosa.

— I rappresentanti del popolo; — disse un cameriere, annunziando quella

visita inaspettata.

— Vengano; — rispose il capitano Tibaldè, levandosi in piedi. — Che

cosa comandano? —

Gli uomini della sciarpa tricolore si erano inoltrati nel mezzo della

sala. Uno di essi, che era il capo, cominciò in questa forma:

— Cittadini uffiziali.... —

Il capitano Tibaldè lo interruppe.

— Dica signori uffiziali, perchè siamo sudditi e soldati di Sua Maestà

il re di Sardegna, e questo suo cerimoniale non è fatto per noi.

— Tutti sono cittadini, oramai; — rispose quell’altro, parlando

italiano con uno spiccato accento piemontese; — anche voi, del resto,

siete debitori della vostra libertà all’esercito della rivoluzione,

che ha cambiato tante cose, e tante altre ne cambierà nei felicissimi

Stati.

— Signor cittadino rappresentante, — replicò il capitano Tibaldè, —

l’avverto che noi siamo debitori della nostra libertà a due giorni

di risoluta difesa e ad una onorata capitolazione. Ma non è di queste

cose che dobbiamo disputare con lei. Ci dica piuttosto in che possiamo

servirla. —

Io avrei potuto escire, in quel momento, poichè i nuovi venuti

occupavano il mezzo della sala, e il passo era libero; ma una giusta

curiosità mi tratteneva presso i miei superiori e compagni d’armi, così

improvvisamente disturbati nella prima ora di riposo.

— Dovremmo chiedere prima di tutto se hanno le loro carte in regola; —

rispondeva frattanto il rappresentante del popolo, seguitando a parlar

l’italiano con uno spiccato accento piemontese, e mostrando uno strano

accanimento contro un manipolo dei suoi concittadini onorati.

— Abbiamo presentato testè il nostro passaporto al comandante francese;

— disse il capitano Tibaldè. — Possiamo mostrarlo anche a lei e alle

persone che l’accompagnano. Eccolo qua; — soggiunse, spiegando il

foglio sotto gli occhi dei tre inquisitori; — come vedono, è scritto

dal generale Buonaparte, e tutto di suo pugno.

— È in regola, sì; — replicò il primo rappresentante, che parlava per

tutti. — Ma noi abbiamo altri doveri, che un semplice passaporto non

può farci dimenticare.

— E sarebbero?... — chiese il capitano Tibaldè.

— Ecco, — rispose il rappresentante, mettendosi sul grave e volgendo

uno sguardo baldanzoso sulla nostra brigata, — noi dobbiamo investigare

se tra loro, in apparenza uffiziali piemontesi, non ci fosse per

caso qualche emigrato francese. È chiaro, — soggiunse con arroganza

il molesto personaggio, — che se un emigrato francese si nascondesse

tra loro, nessuna capitolazione di guerra, fatta soltanto per soldati

piemontesi, potrebbe sottrarlo alla legge repubblicana, e nessun

passaporto coprirlo. —

La legge contro gli emigrati, che doveva essere abrogata qualche anno

più tardi dal Buonaparte diventato primo Console, era molto severa, e

nessuno di noi la ignorava. Essendo la città di Savona sotto il dominio

delle armi francesi, quella legge malaugurata poteva essere applicata

anche a Savona, e un emigrato francese, dato il caso che fosse tra

noi, in uniforme di uffiziale piemontese, esser condotto davanti ad una

commissione militare, giudicato sommariamente e passato per le armi.

Ora, davanti alla quistione posta con tanta asseveranza dal

rappresentante del popolo, era naturale di chiedere se ci fossero

emigrati francesi tra noi. A tutta prima mi era sembrato di no;

ma pensandoci meglio, mi ero ricordato del cavalier Buonadonna,

luogotenente della mia compagnia. Il cavalier Buonadonna non era

piemontese, ma côrso, e perciò soggetto alla legge francese. Da

parecchi anni aveva preso servizio in Piemonte, ma non tutti avevano

dimenticata la sua nazionalità, ed era anche possibile che il

cittadino rappresentante del popolo, piemontese egli stesso, lo avesse

riconosciuto per via, mentre andavamo ad ossequiare il comandante della

piazza.

Diavolo d’un rappresentante! Ci voleva proprio lui, per venire a

scovare nella nostra comitiva un povero côrso, che era sfuggito

all’occhio d’aquila del generale Buonaparte! Dio sa quanto fiele

antico, qual lievito di rancori ignoti, fermentasse nel cuore del

nostro concittadino e nemico! Non si odia mai tanto bene come tra

fratelli, pur troppo; e quell’astioso rappresentante era capace di

tutto. A quei tempi ancora, nella repubblica francese, i circoli e

le congreghe patriotiche comandavano agli eserciti; nè il comandante

di piazza, che si era mostrato tanto cortese con noi, avrebbe potuto

salvare il cavalier Buonadonna, se il cittadino rappresentate del

popolo gli avesse domandato solennemente di far rispettare contro di

lui le leggi della Repubblica.

Monsù Tomè · 第 19 / 31 题