Ex ungue leonem.
Passammo, lungo la strada, in mezzo ad una moltitudine di francesi. I
soldati, sottosopra, sono gli stessi in tutti i paesi del mondo, cioè
un pochettino invasori; ma i francesi, non faccio per vantarmi, poichè
ho fatto parecchie campagne con loro, danno dei punti a tutti gli
altri. Entrati appena in un paese, vanno frugando di qua e di là, per
impadronirsi della posizione; un’ora dopo, hanno già fatto conoscenza
con tutti gli abitanti, vi sbucano dai portoni e dai vicoli, vi
appariscono dalle finestre e magari dai tetti; l’orto e il pollaio, la
cucina e il tinello non hanno più segreti per loro.
A Carcare, dov’erano da ventiquattr’ore, potevano già dirsi di
famiglia. Il borgo, del resto, essendo stato tanto tempo sotto il
dominio della Repubblica di Genova, non sentiva affatto di piemontese,
e, come tutte le terre di Liguria in quegli anni, parteggiava a
dirittura per l’esercito repubblicano, vessillifero delle idee liberali
che dovevano fare tanta strada anche nei dominii del vicino Piemonte.
Tutto intorno alla piazzetta i bottegai avevano messe fuori le sedie,
e ufficiali e soldati sedevano mescolati ai cittadini, chiacchierando
allegramente, comunicandosi le notizie del giorno, fraternizzando,
infine, per esprimervi la novità della cosa con la novità del vocabolo.
Il nostro arrivo, sul far della sera, destò una grande curiosità,
non già perchè una quarantina di prigionieri fossero bestie rare per
quel valoroso esercito a cui da parecchi giorni sorrideva la fortuna,
ma perchè tutti, uffiziali e sott’uffiziali, portavamo la spada al
fianco, e prigionieri che conservino le loro armi non sono in nessun
luogo prigionieri da dozzina. A buon conto, eravamo «quei di Cosseria,»
e le nostre grinte dure meritavano di essere guardate con una certa
curiosità, dopo due giorni di resistenza ad una intiera divisione, e
tante perdite inflitte al nemico.
— _Tiens! Les officiers de Cosseria!_ — esclamavano d’ogni parte
intorno a noi. — _Une poignée d’hommes avec qui il a fallu compter!
Voilà des braves!_ —
Dico _braves_ così per dire, ma veramente era un altro vocabolo più
energico, e molto più usato nel gergo militare francese, che indica
ad un tempo la fierezza, l’ostinazione e il valore, e nella sua stessa
volgarità rende più vivo, più scolpito l’elogio.
Meno male; questo avevamo guadagnato noi, resistendo. Giungemmo, così
salutati, davanti al portone della casa Ferreri, e l’uffiziale della
scorta si avvicinò alla sentinella.
— Il cittadino generale? — chiese egli.
— Non è ancora rientrato.
— Tarderà molto, che tu sappia?
— Non so. È partito stamane per Dego, dove per tutta la giornata ha
brontolato il cannone.
— Ah! diavolo! — esclamò l’uffiziale. — E che notizie si hanno?
— Le hanno portate un’ora fa, e sono eccellenti. Vittoria su tutta la
linea. _L’Autrichien en a eu pour son argent, et même au delà._
— _Bon!_ — disse l’ufficiale, che subito dopo si rivolse a noi, per
farci entrare nel vestibolo.
Lo seguimmo taciturni e ci schierammo ad un suo cenno contro la parete.
Quelle notizie di Dego, raccolte a volo, ci avevano profondamente
addolorati. Il generale Beaulieu sconfitto! Sconfitto come l’Argentau!
Erano i due austriaci con nome francese. E il Colli, quell’altro
austriaco con nome italiano, se ne era rimasto inoperoso sulle alture
di Montezemolo!
— Signori, — ci disse l’ufficiale francese, — mi duole che dobbiate
aspettare. Ma il generale in capo non può tardar molto, oramai.
— Si è trattenuto a San Donato; — aggiunse un aiutante di campo, che
era giunto allora allora.
— Hanno trasportato dei feriti nella chiesa, ed egli ha voluto vederli;
ma fra pochi minuti sarà qui.
— Tanto meglio; — riprese l’ufficiale che ci aveva condotti. — Io
volevo domandarvi, signori, se avevate appetito, per farvi portare
almeno un po’ di pane e un po’ di formaggio; il cibo della pazienza,
— soggiunse egli, sorridendo, — a cui siamo stati condannati per due
giorni anche noi. Ma anche per trovare questa roba ci vuole il suo
tempo, in mezzo a tanta confusione, e il generale Bonaparte arriverà
molto prima del nostro fornitore.
— Non c’è premura; aspetteremo; — rispose filosoficamente il conte
Provera. — Noi non sappiamo neanche più di avere uno stomaco. —
Frattanto, nel vestibolo e su per le scale si erano accesi i lampioni;
e noi ci vedevamo assai gialli, a quel lume.
— L’hai tu, uno stomaco? — bisbigliò il cavalier Corte, voltandosi a me
che gli stavo dietro, con le spalle appoggiate al muro.
— Signor capitano, non so; ma sento di avere una testa, perchè mi gira
maledettamente. —
In quella che noi ci ricambiavamo i nostri pensieri a bassa voce, si
udì uno scalpitìo di cavalli sul selciato. L’ufficiale di scorta si
avanzò sulla soglia del portone e tese lo sguardo verso tramontana.
— Dev’esser qua; — diss’egli. — C’è tutto lo stato maggiore.
— Vittoria! vittoria! — gridavano intanto i soldati, per via. — Evviva
il cittadino Bonaparte! Evviva il vincitore di Dego!
— Di Dego! — esclamai. — Hanno vinto anche là! Vinceranno dunque da per
tutto?
— Che farci? — mormorò il cavalier Corte, sospirando. — Sono i loro bei
giorni!
I cavalli si erano fermati sulla piazza. Noi udimmo tintinnire gli
sproni e battere sul lastrico le spade dei cavalieri che balzavano di
sella. Il vincitore di Dego era giunto; ancora un istante e lo avremmo
veduto anche noi.
Eravamo schierati, ed anche abbastanza pigiati, da una parte del
vestibolo; ma dovemmo stringerci dell’altro, per lasciare uno spazio
sufficiente al passaggio dei nuovi arrivati.
Entrò allora un uomo piccolo e scarno, che portava un mantello
grigio sull’uniforme verde cupa, e che mi parve, in quel suo modesto
abbigliamento, un aiutante del generale in capo. L’ufficiale di scorta
si avanzò, mettendo la mano al cappello, e gli presentò il generale
Provera; quindi, accennando la nostra schiera, soggiunse:
— Sono gli ufficiali e i sott’ufficiali della guarnigione di Cosseria,
che debbono, secondo la capitolazione d’oggi, essere rimandati in
Piemonte. —
Quell’uomo piccolo e scarno si fermò su due piedi e stette un istante a
guardarci; fece alcuni passi sulla nostra fronte; ritornò indietro con
un rapido movimento, e si piantò davanti a noi, ficcandoci addosso due
occhi neri, che luccicavano come diamanti, sotto le ciglia aggrondate;
poscia, con voce stridente da cui traspariva la collera, gridò:
— Ah, siete voi, i difensori di Cosseria? Di quella bicocca, che ci ha
dato da fare come una piazza forte? —
A quelle parole avevamo riconosciuto il generale in capo. Nessuno
fiatò; guardavamo tutti il vincitore di Montenotte, che, dopo una breve
pausa, soggiunse:
— Avete combattuto da barbari. Sì, da barbari; — replicò, notando lo
stupore che cagionava in noi quel biasimo inaspettato. — Non posso
congratularmi con voi di un valore che ha passata la misura. Cacciati
lassù, accerchiati, incalzati come la fiera nel covo, privi di ogni
soccorso e di ogni speranza, era inutile di resistere con tanta
ostinazione, di uccidermi i miei generali, di decimarmi il fiore
dell’esercito. —
Il capitano Tibaldè si muoveva già per rispondere a quella invettiva;
ma il vecchio Provera lo chetò con un gesto, e gli rispose egli in sua
vece:
— Signor generale, non intendiamo il rimprovero. Ci sostiene la
coscienza di aver fatto il nostro dovere. —
Il Buonaparte si rivolse a guardarlo, mentre egli parlava; poi fece
una spallucciata, come quella che avevo già visto fare al generale
Augereau, e con voce ancor burbera rispose:
— Il vostro dovere! Bella cosa, far sempre il proprio dovere! E avrete
fame, ora?
— Come si può averla dopo cinquanta ore di digiuno; — disse il generale
Provera.
— Ostinati! — brontolò il Buonaparte. — Venite a cena con me. La mensa,
vi avverto, sarà molto frugale. —
Ciò detto, si mosse per andare nel tinello, che era al pian terreno,
daccanto alla cucina. Gli ufficiali, che erano entrati con lui, si
tennero indietro, per lasciarci passare dopo il grand’uomo.
— Uhm! — mormorò il cavalier Corte. — Questo è come le pere bugiarde;
non bisogna fermarsi alla buccia. —
Entrammo nel tinello, dov’era la mensa imbandita. Sebbene la camera
fosse vasta, e la tavola proporzionata alla camera, non potevamo
averci posto tutti quanti, e la maggior parte dei sott’ufficiali
andarono a sedersi in una stanza vicina. Il generale Buonaparte si
pose in capo alla tavola e chiamò alla sua destra il conte Provera,
alla sua sinistra il cavaliere Tibaldè. Noi altri sedemmo in giro,
mescolatamente, come ci aveva distribuiti il caso. Avremmo voluto far
posto ai generali francesi; ma essi, quantunque pregati con insistenza,
ricusarono.
— Qualcheduno ha da servire in tavola, perbacco! — dicevano essi. —
Lasciateci l’onore di farvi da camerieri e di darvi da mangiare.
— Dopo avervi affamati, è il meno che possiamo fare; — aggiunse ridendo
il generale Augereau, diventato tutto fiori e baccelli con noi.
Così avvenne che i difensori di Cosseria, minacciati tante volte di
fucilazione, avessero per servitori a tavola, pronti a distribuire il
pane, a mescere il vino, a presentar le vivande, a levare i piatti, i
primi ufficiali dell’esercito nemico. I sopravvissuti di quei camerieri
improvvisati diventarono tutti marescialli di Francia.
E spinsero, quei valorosi, la loro cortesia a tal segno, da non fare il
menomo cenno della strepitosa vittoria che avevano riportato poche ore
prima nella stretta di Dego. La ragione di questo delicato riserbo la
intendemmo più tardi, quando sapemmo che i due reggimenti piemontesi
di Monferrato e della Marina, essendo stati mandati in sostegno al
generale Beaulieu, avevano preso parte a quella terribile giornata.
Poveri nostri compagni d’armi! Anch’essi, non ostante la loro bella
difesa, avevano dovuto arrendersi.
Ma non si può sempre tacere, in una comitiva di soldati, intorno
alle imprese che essi hanno compiute. Ad un certo punto, ne parlò
risolutamente il Provera, reputando necessario di congratularsi col
Buonaparte. Si era nemici; le vittorie sue erano nostre sconfitte; ma
all’ingegno e al valore bisognava render giustizia.
Il Buonaparte fu modesto, e attribuì l’esito della giornata alla sua
buona stella.
— Lasciatemi sperare, — diss’egli, — che essa mi assista ancora, perchè
le difficoltà sono molte, e noi non abbiamo fatto che la prima parte di
ciò che è necessario, per ottenere alla Repubblica francese una pace
onorevole con l’Austria e col re di Sardegna. A proposito di Dego, —
soggiunse il nostro ospite, volgendosi al cavalier Tibaldè, — a che
corpo appartenete voi, capitano?
— Al reggimento della Marina.
— Era dunque della Marina un valoroso ufficiale che trovai ferito
per via; — riprese il Buonaparte. — Ad onta delle ferite, ond’era
crivellato, serbava una calma meravigliosa. Non avevo mai veduto un
uomo più tranquillo, in mezzo a così acerbe sofferenze, e mi sono
fermato per attestargli il mio profondo rammarico.
— Che grado aveva, signor generale? — chiese allora il cavalier Tibaldè.
— Era capitano, come voi.
— Chi sarà, dei tanti? — disse il cavaliere Tibaldè, volgendosi al
collega Lomellini.
Ma un altro, accanto al capitano Lomellini, si mostrava profondamente
colpito da quella notizia, ed era il sottotenente cavaliere Birago.
— Cittadino generale, — cominciò egli, non potendo più stare alle
mosse, — permettete che io vi domandi qualche particolare, intorno a
questo ferito?
— Il cavaliere Carlo Birago, mio sottotenente; — entrò a dire il
capitano Tibaldè, parendogli necessario di far precedere a quel dialogo
due parole di presentazione.
— Domandate pure, — rispose affabilmente il Buonaparte. — Mi sembra già
di capire che siete in ansietà per qualche vostro congiunto.
— Sì, generale; ho due fratelli, capitani ambedue, uno nel reggimento
di Monferrato e l’altro nel reggimento della Marina. Era alto, di capel
bruno, il ferito?
— Se fosse alto non saprei dirvi, poichè lo vidi sdraiato a terra,
contro un ciglione di strada. I capegli erano bruni, di sicuro;
l’occhio scintillante, il naso aquilino.
— Ah, non c’è dubbio, è lui, mio fratello. E il suo stato è grave, voi
dite?
— Grave, sì, per il sangue che ha dovuto perdere da tante ferite.
Ma egli era in sensi, molto tranquillo, come vi ho detto, e mi ha
fatto maravigliare con la serenità delle sue risposte. Del resto,
cavalier Birago, — soggiunse il Buonaparte, con una grazia che finì
di soggiogare tutti i suoi ascoltatori, — andate voi a cercarlo. Un
mio aiutante di campo vi accompagnerà per tutti i luoghi dove abbiamo
feriti. Se voi lo trovate, come credo, e se egli è in caso di seguirvi,
come gli auguro, vi permetto di portarlo con voi in Piemonte, libero
alle medesime condizioni che sono state fatte a voi ed ai vostri
compagni.
— Grazie, generale! Voi permettete che io non indugi un minuto?
— V’intendo e vi approvo; — disse il Buonaparte. — Dessolles,
accompagnate il cavaliere, ve ne prego. Potete guardar prima nelle
chiese qui vicine, fino alla Madonna della Neve, dov’è più probabile
che siano stati portati i feriti di Dego. Se non è di qua, bisogna
andare nel borgo, sull’altra riva del fiume, dove abbiamo i feriti di
Cosseria. —
Quelle ultime parole del Buonaparte mi scossero. Approfittando della
confusione che cagionava l’escita del cavalier Birago e dell’aiutante
Dessolles, mi alzai e corsi anch’io nel vestibolo.
— Posso accompagnarla, signor cavaliere? — dissi al sottotenente Birago.
— Sì, vieni; — mi rispose.
Le strade erano buie e si camminava in mezzo a file d’uomini coricati,
che non avevano trovato ancora un ricovero al coperto. Il capitano
Dessolles ci condusse a visitare la chiesa degli Scolopii e quindi
la parrocchiale di San Giovanni. In nessuna delle due trovammo il
capitano Birago del reggimento Marina. Alla Madonna della Neve, che è
un dugento passi fuori dell’abitato, sulla strada di Cairo, trovammo
invece l’altro capitano Birago, del reggimento Monferrato, ma con
ferite piuttosto lievi, e ignaro affatto della sorte di suo fratello.
Il capitano Dessolles lo raccomandò vivamente alle cure del chirurgo,
e ritornò indietro con noi, per andare nel borgo, sull’altra riva del
fiume. Si era quasi certi di trovar là il ferito più grave, poichè il
chirurgo aveva detto che poco prima era passato per l’appunto un carro,
con parecchi feriti di Dego, che non aveva potuti scaricare, essendo
già piene tutte le chiese e tutte le scuderie della riva sinistra.
La sollecitudine fraterna del sottotenente Birago ci faceva correre
speditamente da un angolo all’altro del borgo. Andammo a far capo in
una scuderia di là dal ponte, presso la chiesa di Santa Rosalia, dove
ci avevano detto che fossero stati scaricati gli ultimi feriti di
Dego. E là veramente trovammo il capitano Birago del reggimento Marina,
con tre palle in corpo e due colpi di baionetta, steso sulla paglia,
vergine ancora di ogni soccorso e intieramente depredato.
Il capitano Dessolles mandò subito a chiamare un chirurgo. Venne quello
di Santa Rosalia, un bel giovanotto, chiamato Nougarède.
— Visitate subito questo ferito, che è particolarmente raccomandato dal
generale in capo. Il cittadino Bonaparte vuole che sia rimandato libero
in Piemonte, appena si possa trasportarlo senza pericolo.
— Non domani, nè doman l’altro, di sicuro; — rispose il chirurgo,
mentre stava esplorando le ferite. — Il capitano è un uomo forte, come
vedo, e pieno di coraggio, ma le ferite son cinque.
— E ne basta una per andare all’altro mondo; — aggiunse il ferito.
— Speriamo che non sia il caso, capitano; — disse il chirurgo. — Per
intanto, appena fatta la prima medicazione, vedremo di trasportarvi
nel nostro alloggio, dove il mio collega Durosier vi prodigherà le sue
cure.
— Non potete curarlo voi, Nougarède? — chiese allora il bravo Dessolles.
— Per ora sì, ma domattina debbo andare a Savona, con un convoglio
di feriti molto gravi. Bisogna sgomberar le chiese di Santa Rosalia e
di San Sebastiano, per far posto a tutti i nuovi clienti che ci avete
mandati da Dego.
— E ne avete da condur molti, a Savona? — domandai io al chirurgo.
— Sì, un centinaio, che allogheremo laggiù, nell’ospedale di San Paolo.
— Sono feriti di Cosseria?
— Per l’appunto.
— E, perdonate alla mia curiosità.... ci sarebbe tra quei feriti una
donna?
— La vivandiera?
— Sì, madamigella Adriana.
— Sapete anche il nome? E chi ha detto a voi, piemontese, che fosse
ferita?
— L’ho raccolta io per il primo, sotto i nostri trinceramenti, e l’ho
consegnata ai soldati del suo reggimento.
— Ah, bravo! — disse allora il Nougarède, stendendomi la mano. — Avete
compiuto un atto di umanità. Se volete vedere la vostra protetta,
venite domattina a San Sebastiano, verso le sei, che è l’ora della
partenza.
— Grazie; — risposi. — E va meglio, la poverina?
— Sì, abbastanza. Dorme molto. Il sonno è riparatore. —
Consolato da quella buona notizia, animato dalla speranza di rivedere
madamigella Adriana, seguitai al quartiere generale il capitano
Dessolles e il sottotenente Birago.
Quando fummo alla casa Ferreri, trovammo ancora il generale Buonaparte
in mezzo ai nostri compagni, sul punto di congedarsi da loro, non per
andare a riposo, ma per dettar l’ordine di marcia al suo esercito, che
sulle prime ore del mattino doveva levare il campo da Carcare.
Egli si mostrò lieto di sapere che il cavalier Birago avesse trovati
due fratelli ad un tempo; la qual cosa permetteva a lui, Buonaparte, di
rendere due servizi in una volta al vecchio marchese Birago di Vische.
— È una bella cosa per un padre, — diss’egli, — che tutti i suoi
figli capaci di portare le armi si siano trovati al fuoco nel medesimo
giorno, partecipando in egual modo all’onore e al pericolo. È una bella
cosa; — ripetè, con quella energia di accento che soleva mettere in
ogni discorso. — Quando le necessità della patria domandano i maggiori
sacrifizi, tutti debbono essere al loro posto, e le grandi famiglie si
onorano a dare di questi nobili esempi. Non conosco nelle aristocrazie
un ufficio più alto e più efficace di questo, se pure esse vogliono
conservarsi, dimostrare la loro utilità, in mezzo a tanta rovina di
vecchie istituzioni. Qui è veramente il caso di osservare che il vostro
Piemonte ha una aristocrazia vigorosa, intelligente, degna del posto
che occupa. La vorrei solamente più aperta a tutte le nuove glorie, a
tutti i nuovi ed eminenti servigi. Nella storia dei popoli che sentono
la loro gioventù e non hanno una tiepida fede nel futuro, ci dev’essere
sempre luogo per un capostipite. In questo, o signori, la vecchia
Inghilterra dà lezione all’Europa. Ognuno che accresca d’un fiorone
o d’una gemma la corona di Riccardo Cuor di Leone e di Elisabetta,
ha il suo posto naturalmente assegnato nel più alto consesso della
nazione. —
Noi ascoltavamo ammirati quel giovane soldato repubblicano, che rendeva
così nobilmente giustizia ad un governo nemico che egli aveva testè
combattuto in due grandi giornate, e che ragionava con tanta serenità
intorno ad istituzioni e consuetudini, di cui la Francia era in quei
giorni, o pareva, la negazione trionfante.
— Ma noi abbiamo conversato abbastanza; — riprese egli, dopo un
istante di pausa; — e i miei doveri di comandante in capo mi fanno
rinunziare al piacere d’intrattenermi ancora con voi, nobili difensori
di Cosseria. Il mio capo di stato maggiore darà gli ordini perchè i due
capitani Birago, appena si possa farlo senza danno della loro salute,
siano trasportati a Torino, dove saremo lieti di consegnarli alla loro
famiglia. Mi permetterete, — soggiunse egli, sorridendo, — di sperare
che ciò avverrà presto, e di fare ogni poter mio per mutare la speranza
in realtà.
— I soldati fanno il loro dovere, — rispose nobilmente il cavaliere
Tibaldè. — Iddio concede la vittoria a chi l’ha meritata. —
Il generale Buonaparte approvò le parole del nostro comandante con un
cenno benevolo.
— Mi duole, — aggiunse egli, — che dovrò cagionarvi un piccolo disagio.
Il mio esercito sarà domattina tutto in marcia per Ceva e Mondovì. Non
potrò dunque lasciarvi andare agli avamposti piemontesi senza qualche
precauzione, di cui, soldati come siete, non vorrete disconoscere la
suprema necessità.
— Occhi bendati, generale? — disse il conte Provera.
— Sì, e per molte ore; forse per più di un giorno, secondo i casi; —
replicò il Buonaparte, tentennando malinconicamente la testa. — Me ne
duole davvero, credete, ma non potrei operare altrimenti. —
Quelle parole del generale Buonaparte furono come un raggio di luce per
me.
— È dolente; — bisbigliai all’orecchio del cavalier Corte. — E se
noi gli offrissimo di passare da un’altra parte, per evitargli il
dispiacere?
— Da un’altra parte! — esclamò il cavalier Corte, stupito. — Avresti
tu, per caso, mutata la geografia del Piemonte?
— No, capitano, — risposi; — il Piemonte sta bene dov’è. Ma se noi
andassimo a Savona, e di là c’imbarcassimo per Genova, donde ci
sarebbe facile di restituirci a casa per la via di Alessandria, si
guadagnerebbero due punti in uno: non si andrebbe con la benda agli
occhi, che è tanto incomoda, e si farebbe un piacere al generale
Buonaparte.
— Perbacco, hai ragione! — esclamò il capitano.
E senza por tempo in mezzo, si accostò al cavalier Tibaldè, per
riferirgli la proposta.
— È una trovata del sergente diplomatico; — gli aggiunse il bravo
cavalier Corte, che mi amava molto e coglieva volentieri le occasioni
di farmi figurare.
Il cavalier Tibaldè approvò il disegno e lo espose subito al generale
Buonaparte, che del resto aveva già udita la conversazione dei due
capitani.
— Per far piacere a me, — diss’egli allora, — voi rinunziate ad un
vostro diritto e andate a cercare la vostra libertà per un tragitto
molto più lungo e fastidioso.
— Generale, — riprese il nostro comandante, — non dobbiamo noi
corrispondere in qualche modo a tante vostre cortesie? Poichè uno
dei nostri ha avuto una buona idea, permettete che ci affrettiamo a
cogliere l’occasione di farvi cosa grata, risparmiandovi una piccola
noia.
— Eh, non tanto piccola! — esclamò il generale Buonaparte. — Voi sapete
come siano gelose certe faccende, e in particolar modo il segreto
delle marce. Io dunque accetto la vostra offerta, e ve ne ringrazio
vivamente. Il mio capo di stato maggiore preparerà subito i passaporti
per il vostro tragitto fino a Genova. —
Ciò detto, si mosse per ritirarsi nelle sue stanze. Ma, nel passare
in mezzo a noi, volle conoscer tutti per nome. Quando toccò a me di
essergli presentato, il generale Augereau aggiunse ridendo queste note
caratteristiche:
— _Ancien seminariste! Il y a de l’étoffe._
— Ah! — disse il Buonaparte, volgendosi a me. — Eri destinato alla vita
ecclesiastica?
— No, cittadino generale; — risposi. — Facevo solamente i miei studi
classici, ma avevo tutt’altra vocazione.
— Quella del soldato, non è vero? È la condizione dell’uomo libero;
sarà presto quella di tutti gli italiani. Perchè ti chiamano il
sergente diplomatico? —
Ero impacciato e non sapevo che cosa rispondere; ma il generale
Augereau fu pronto a darmi una mano.
— È un calligrafo eccellente; — rispose egli per me. — Ha scritto sotto
la nostra dettatura il protocollo della resa di Cosseria e si può dire
che abbia fatto della diplomazia sul tamburo. —
Il generale Buonaparte si degnò di sorridere a quella spiegazione delle
mie qualità diplomatiche.
— Ah, se non ci fosse altra diplomazia che questa! — esclamò egli,
muovendosi per uscire. — Sarebbe una diplomazia da valere tant’oro.
Sbrigativa, sbrigativa vuol essere. —
E se ne andò, ripetendo ancora un paio di volte quel gustoso aggettivo.
Fu questo il mio primo incontro col grand’uomo, il cui genio portentoso
ha scosso tutti gli uomini della mia generazione, la cui immagine
ci è rimasta viva nella mente, e il cui ricordo ci strappa ancora le
lagrime.
Io non so se vedo il Buonaparte d’allora con gli occhi stessi che
videro poi Napoleone imperatore dei Francesi e re d’Italia. Forse,
rispetto a ciò, nell’animo mio si è fatto un pochino di confusione.
E tuttavia mi sembra di potervi assicurare che il generale Buonaparte
ci appariva già un miracolo d’uomo. Montenotte e Dego, due strepitose
vittorie in due giorni, erano presenti al nostro spirito profondamente
turbato, e il nome di fulmine di guerra, che lo dipingeva con tanta
evidenza, era già in tutte le menti, prima di essere su tutte le
labbra. Notate che nulla, nel suo aspetto esteriore, annunziava il
grand’uomo, se non forse la modestia somma del vestire, in mezzo a
tanto sfarzo di mostreggiature, di sciarpe, di colletti arrovesciati
e di penne, per cui si distinguevano i suoi generali, e che la sua
personcina grama non ispirava certamente quella vaga curiosità, quel
desiderio di analisi, che ci fanno ritrovare qualche volta i segni
di un forte carattere e i presagi di una grandezza imminente sotto la
grigia velatura di una mediocrità che non ha speranze per sè medesima,
e non ne lascia concepire agli osservatori superficiali o distratti.
Quel profilo d’imperatore romano che tanti hanno veduto in lui, glielo
dovevano comporre più tardi, e neanche ben chiaro, ma vagante tra
Cesare ed Ottaviano, i pittori e gli scultori come l’Appiani e il
Canova. L’uso del potere supremo e gli agi della vita fastosa aiutarono
nel corso degli anni a favorire il concetto degli artisti. Per allora,
debbo confessarlo, il romano non c’era. Aveva le labbra e il naso
sottili, più che non si convenisse all’ampiezza e alla prominenza della
fronte, e gli zigomi sporgevano poco. Ma gli occhi, neri e vivi, con
quella loro mobilità fulminea, resi anche più vivi e più neri dalla
magrezza e dal pallore del viso, gli occhi, sicuro, promettevano Giulio
Cesare, Ottaviano Augusto, e quant’altri grand’uomini ha dato Roma alla
storia sua, alla storia del mondo.