CAPITOLO IX.

In fondo al burrone.

Ero stanco, disfatto di corpo e di spirito; ma la ragione pietosa

per cui era stata convenuta la tregua, facendomi ritornare alla mente

quella povera donna che era ruzzolata poc’anzi nella forra, mi rese

ad un tratto le forze perdute. E mentre i miei compagni, approfittando

della sospensione d’armi, si coricavano sui trinceramenti, per prendere

un riposo che avevano così ben meritato, io mi cacciai risolutamente

dentro la palina dei castagni, donde, per il noto ciglione, balzai

nella viottola nascosta.

Quel tratto di sentiero, incavato nel burrone, offriva uno spettacolo

orrendo. Ad ogni passo si vedeva un cadavere; e tra i cadaveri

giacevano in gran numero i feriti, quali contorcendosi negli spasimi

dell’agonia, quali rammaricandosi fiocamente, e implorando sul mio

passaggio la carità di un sorso d’acqua, per chetare i tormenti della

sete, più forti di ogni altra sofferenza in quell’ora.

Era crudeltà non trattenersi, anche sapendo di non poter bastare a

tanti bisogni. Ma io, udendo i gemiti e le preghiere, non potevo dare

ascolto a nessuno, incalzato com’ero dal timore di non giungere in

tempo, di non trovare abbastanza presto la povera donna, che i miei

soldati avevano veduta cadere fulminata, e rovesciarsi dal ciglio

della strada. Finalmente, alla prima svolta, dietro una ceppaia

di castagno, mi si parò davanti agli occhi una forma conosciuta.

Riconobbi il guarnello di panno azzurro, filettato di rosso, e corsi

laggiù, con l’anima straziata da una grande paura. Era lei; la vergine

del reggimento, la bionda viscontessa, travolta dal turbine della

rivoluzione, affascinata dai sogni della divina libertà, giaceva

riversa, insanguinata, fra i suoi compagni di fatiche e di pericoli,

carne plebea del sobborgo di Sant’Antonio e dei campi di Borgogna,

che il genio delle battaglie disseminava nelle oscure gole dei

nostri Appennini, per fecondare anche qui il santo germe dei diritti

dell’uomo. Scusate la riflessione, che parrà in questo luogo una

stonatura. Posso parlare così, a tanta distanza di tempo, con serenità

di giudizio; ma anche allora, difendendo casa mia e non amando ancora

la libertà portata attorno col ferro e col fuoco, riconoscevo la

nobiltà di quel popolo che combatteva contro di noi, rendevo giustizia

a quel buon sangue che scorreva intorno alle rovine di Cosseria e si

confondeva col nostro.

Tremavo, già ve l’ho detto, tremavo, accostandomi a lei, che

giaceva supina, con la testa arrovesciata fra le pietre. Raccolsi la

bella persona sulle braccia e la trassi a me, per adagiarla un po’

meglio, contro la proda del sentiero. Il viso era livido, ammaccato,

insanguinato dai colpi che quella poveretta aveva toccati, battendo tra

i sassi e gli sterpi della balza. Il segno della ferita non si vedeva,

ma doveva essere nel busto, poichè la sopravveste era tutta bagnata di

sangue.

Slacciai quella sopravveste con le mani tremanti, dubitando ad ogni

istante di guastare, con la mia ruvidezza soldatesca. Nondimeno, ne

venni a capo senza incomodarla troppo, e l’aria fresca della sera,

alitandole sul petto, le trasse un sospiro di sollievo. Ma, insieme con

la coscienza del proprio stato, si ridestò in lei il sentimento del

pudore, e la sua mano corse istintivamente al seno, che avevo dovuto

scoprire.

— Non temete, signorina; — le dissi. — È per farvi respirare un po’ più

liberamente. —

Ella non parve riconoscere la mia voce. Muoveva la testa e le labbra,

come persona dormente, che duri fatica a svegliarsi. Io allora le

accostai la fiaschetta alle labbra, facendole scorrere in bocca un

sorso della sua acquavite, che, dopo aver data a bere al nostro povero

colonnello, non mi ero più attentato di assaggiare, per quanto bisogno

ne avessi.

Sciogliendo la sopravveste e allargando lo scollo del camicino che le

copriva le spalle, avevo veduto rosseggiare la carne presso all’omero

destro. La poveretta mise un gemito, quando io tentai di scoprire più

avanti, distaccando il tessuto che si era appiccicato alle carni, per

il sangue aggrumato intorno alla ferita. Giudicai, dalla posizione

della piaga, che la palla, penetrando sotto all’òmero, avesse spezzata

la clavicola. Infatti, anche il braccio destro era inerte, e spenzolava

sul terreno, mentre ella si raccoglieva l’altro con tanta cura sul

petto.

Io mi sentivo morire, guardando quella povera carne lacerata, donde

il sangue sgorgava. E che potevo fare per lei? Piangere, maledire,

mentr’ella forse mi agonizzava tra le braccia.

In quel mentre vidi venire in su per la viottola una squadra di

francesi. Ah, benedetti! Anch’essi, appena bandita la sospensione

d’armi, accorrevano da quel lato, a raccogliere la parte loro di morti

e di feriti.

— Venite! — gridai allora. — Affrettatevi! C’è una donna ferita.

Morirà, se non si arresta il getto del sangue. —

Alle mie grida disperate, quei bravi soldati presero tutti il passo di

corsa. Era con essi un ufficiale, in cui riconobbi tosto un chirurgo

di reggimento. Ah, lode al cielo! La povera donna poteva essere

efficacemente soccorsa.

Mentre il chirurgo, inginocchiatosi accanto a lei, stava esplorando la

ferita, i soldati si ricambiavano le loro osservazioni.

— _Ah, la vierge du régiment! La pauvre enfant! Qu’elle doit souffrir!

Et on l’a frappée à la gorge, encore! Fallait ça, pour en voir un

bout!_ —

La prima medicazione non fu lunga. Tagliata alla svelta col filo del

mio coltello la spalla della sopravveste, per denudar tutto l’òmero,

il chirurgo aveva lavata la piaga con una posca d’acqua e d’aceto;

poi, tolto dalle mani dell’aiuto un po’ di filaccia intrise d’unguento

refrigerante, le applicò alla bocca della ferita.

In quel punto la giacente aperse le palpebre e girò intorno gli occhi

smarriti.

— _Du courage, mademoiselle Adrienne!_ — le disse un soldato,

curvandosi con fraterna sollecitudine verso di lei.

— _J’en ai, mon brave;_ — rispose ella, sforzandosi di sorridere; —

_j’en ai_.

— _Ah, le lâche qui l’a blessée!_ — esclamò un altro ringhiando.

— _Savait-il même de tirer sur une femme?_ — entrò a dire un terzo, che

ragionava più calmo. — _Les balles sont aveugles._ —

Quella riflessione venne in buon punto a rinfrancarmi.

— Sì, diteglielo voi, che son cieche; — gridai. — Si tira a frullo,

senza sapere a chi vadano.

— _Ah, c’est toi, grenadier?_ — disse rabbonito quell’altro, che aveva

fatta la stizzosa esclamazione e in cui riconobbi il soldato che la

vergine del reggimento chiamavano col nome di _Louis_.

— Son io; — risposi. — L’ho veduta cadere alla prima scarica, e, appena

ho potuto, son corso per darle aiuto, per bagnarle la bocca.

— _Tu lui devais bien ça, grenadier;_ — diss’egli ricordandosi. —

_C’est la vierge du régiment qui a rempli ta gourde._

— Appunto per questo; — replicai. — E lo avrei fatto egualmente,

trattandosi di una donna. —

Gli occhi della giacente si erano posati su me. Ma quelle pupille fisse

non mi dicevano nulla, ed io finsi di guardare altrove.

— Si può trasportarla, dottore? — domandai al chirurgo, vedendo

ch’egli, riposti i suoi ferri nella busta, si alzava per andarsene.

— Sicuramente; — rispose; — non può rimaner qua esposta al freddo della

notte. A voi; — soggiunse, volgendosi alla sua squadra; — andiamo, che

pur troppo ci sarà molto da fare, anche in questo pezzo di strada. Due

uomini vadano laggiù, alla cascina Calleri, e prendano una barella per

questa donna, da trasportarla subito a Carcare, prima che la strada sia

troppo ingombra di lettighe e di carri. —

Detto ciò, ed aggiunta una parola di conforto alla povera bella, il

chirurgo si mosse, per visitare gli altri feriti.

Luigi e un altro soldato erano rimasti indietro, per andare a prendere

la barella.

— _A ta garde, grenadier, puisque tu es venu jusqu’ici;_ — mi disse

Luigi, accennando la donna.

— Vi aspetterò, non dubitate; — risposi. —

Essi andarono svelti verso la cascina, che era poco distante, sul colmo

di un colle, ed io rimasi solo, inginocchiato accanto alla vergine

del reggimento. Ella aveva il seno mezzo scoperto, per gli strappi

del chirurgo, ed io mi affrettai ad avvolgerle intorno al collo un

fazzoletto di seta.

— Che fortuna, — le dissi, — che io abbia conservato questo ricordo di

casa mia!

— Grazie, — mormorò ella, raccogliendo le due cocche sul petto.

— Adriana! — ripresi allora più sommessamente. — Mi perdonate?

Ella mi fissò in volto i suoi grandi occhi bianchi dalle iridi

glauche fosforescenti, in cui si accennava una leggera espressione di

maraviglia; poi lentamente mormorò:

— Sai il mio nome?

— Lo han detto poc’anzi i vostri compagni; — risposi. — O Adriana, se

sapeste come son triste! È morto il mio colonnello, l’uomo che amavo di

più sulla terra. E voi siete ferita... voi!...

— Che te ne importa, di me?

— Non ve l’ho detto? Non lo sapete oramai? Vi amo; — proruppi

infiammato, prostrandomi a’ suoi piedi. — Come mi è nato questo grande

amore? Vedendovi. Non è egli sempre così che ciò avviene? E un po’

prima, o un po’ dopo, quando una donna ci ha vivamente colpiti, non

s’impadronisce ella, e per sempre, di noi? Infine, quand’è che ci

accorgiamo di amare? Nei giorni tranquilli, fra tutte le piccole e

vane cure dell’esistenza, si crede di meditar molto, perchè molto

si ragiona intorno alle nostre sensazioni. Una donna è piaciuta, al

primo vederla; pare che sia piaciuta di più, rivedendola; finalmente

si conosce di esserne innamorati. Questa è l’apparenza; ma sapete voi

qual sia la verità? Che da principio non si amava, e poi sì. Dietro a

quel poi si nasconde il segreto dell’anima nostra; quel poi ci confonde

e ci offusca la coscienza del moto subitaneo che ci ha trasformati,

dell’attimo che ci ha trovati liberi e ci ha fatti schiavi. Immaginando

dei gradi, non abbiamo fatto altro che allontanare la difficoltà; il

fatto sembra più naturale, se dimentichiamo di studiarne i principii.

Ma l’amore, badate, è istantaneo, o non è. Vi amo da due ore, Adriana,

e mi pare di avervi sempre amata. Vorrei dedicarvi la mia vita, e già

sento che è vostra. —

Queste, ed altre cose consimili, andavo dicendo. Erano sottigliezze

d’amore, che avrebbero potuto trovar luogo più adatto e tempo più

opportuno di quello. A me facevano comodo allora, perchè mi sembrava

di poter offuscare anch’io qualche cosa nella mente di quella donna:

per esempio, il ricordo di un brutto momento, che doveva farmi un gran

torto presso di lei, se pure mi aveva veduto far fuoco.

La sua risposta non mi diede alcun lume intorno a ciò che io temevo.

Andò in quella vece diritta in fondo al pensiero che mi aveva armata la

mano contro di lei.

— Tu hai la tua patria; — diss’ella, sorridendo freddamente. — Hai la

tua bandiera... Segui quella... obbedisci ai tuoi re... vivi come un

servo della gleba... È la tua sorte. —

Rimasi avvilito, sotto quella lenta pioggia di sarcasmi. Le parole di

Adriana mi dimostravano ch’ella era sempre in collera con me. Nella

loro lentezza faticosa mi dicevano ancora che ella era affievolita

dalla perdita del sangue, ed io non osai prolungare un discorso, che

l’avrebbe affaticata di più. Chinai la fronte, sospirando, e stetti

rannicchiato al suo fianco, guardando la sua mano sottile, così morbida

e così bianca, sotto le macchie di sangue e di polvere, ond’era tutta

insozzata.

In quel mentre venivano su per l’erta i due soldati francesi, portando

una piccola barella, che poco stante deposero presso a noi, nel mezzo

della viottola. Più delicatamente che mi venne fatto, presi tra le

braccia la povera Adriana, l’alzai di soppeso ed ebbi la consolazione

di deporla sul lettuccio, senza farla soffrire.

— Andiamo! — disse Luigi. — Di lì cominciano a venir giù gli altri

feriti, e sarà bene che giungiamo dei primi a Carcare, per trovare un

buon posto all’ospedale. Come vi sentite, madamigella Adriana?

— Grazie, Luigi; abbastanza bene.

— Ah, vedrete che ne faremo ancora delle altre. Che diavolo! — diceva

il buon soldato, mettendosi sotto alle cinghie. — Se l’aveste veduta,

sergente, come veniva svelta incontro a voi altri! È una vera Amazzone,

la nostra vergine del reggimento! E così delicata, poi! Quantunque,

— soggiunse egli, a mo’ di correttivo, — ella abbia appiccicato dei

sonori schiaffi, con quelle sue manine da _ci-devant_! Ma già, ella

potrebbe mettere nel suo blasone una pianta d’ortica. _Qui s’y frotte

s’y pique._ —

Madamigella Adriana, dolcemente cullata dai due portatori, ascoltava

e taceva. Io provavo una gioia profonda, a sentir raccontare le sue

verginali prodezze.

Il burrone per cui eravamo avviati riusciva come una scorciatoia del

castello alla strada maggiore, cioè a quella stessa che con giro più

vasto scendeva dalla batteria dei francesi all’abitato di Cosseria.

Quando fummo giunti al riscontro, il signor Luigi disse al compagno di

fermarsi, per ricogliere il fiato; poscia soggiunse, rivolgendosi a me:

— Sergente, sarà meglio che voi ritorniate indietro.

— Vorrei accompagnare madamigella Adriana ancora un tratto di strada; —

risposi. — Almeno fin laggiù, sull’aia della cascina.

— No, no, tornate indietro; — diss’egli. — Se scendete più in là,

dentro le nostre linee, potete correre il rischio di essere trattenuto

come prigioniero di guerra. E questo sarebbe un cattivo servizio, da

parte nostra, dopo tutto quello che avete fatto per madamigella.

Capii che non potevo più insistere, e curvatomi verso Adriana, le dissi

con accento malinconico:

— Mi mandano via.

— È giusto; — rispose ella asciutto.

— Giusto, ma doloroso; — replicai. — Vi rivedrò ancora,

madamigella? —

— Ritorna alla tua bandiera; — ribattè quella bella sdegnosa. —

Incontrerai ancora una volta la mia che io non potrò seguire lassù.

Addio, granatiere!

— No, a rivederci! — gridai. — Lasciatemi sperare, bellissima Adriana.

— _Tiens, tiens!_ — esclamò Luigi, ridendo. — Avremmo noi destata una

passione nel cuoricino del granatiere piemontese? Ebbene, sergente,

state di buon animo. Fate di cansare il nostro piombo, come vi è

accaduto finora, e avremo tempo di passarne una parolina ai parenti.

— Tu hai un bel ridere! — gli dissi io gravemente. — Sarà permesso

di dolersi, vedendo soffrire una donna, mi pare, ed anche di sentire

interesse per lei.

— Sì, sì; — rispose egli, stendendomi la mano; — tu hai buon cuore,

granatiere. _Sans rancune, et bonne chance!_ —

Avrei baciata volentieri la manina morbida e bianca di madamigella

Adriana; dovetti contentarmi di stringere quella ruvida e nera del

cittadino Luigi, vecchio _troupier_ dell’esercito d’Italia.

E ritornai verso la viottola, non senza voltarmi indietro a guardar la

barella, che portava la vergine del reggimento. Pochi minuti dopo ella

spariva dietro l’angolo della cascina dei Calleri, ed io sospirando

affrettai il passo per restituirmi al mio posto.

Tristi comitive erano in moto per tutti i sentieri che mettevano alla

ròcca. D’ogni parte si trasportavano morti e feriti verso le falde

del monte, i morti a due o tre per volta, su tronchi di castagno e di

rovere, per deporli in cataste sui primi ripiani dell’erta, i feriti

ad uno ad uno sulle braccia, per collocarli più giù nelle lettighe e

nei carri. Tra i feriti era anche un uffiziale superiore. Ne chiesi

il nome, e mi fu risposto: «l’aiutante generale Quentin.» Seppi più

tardi che l’infelice era morto nella notte, mentre lo trasportavano in

lettiga, da Plodio a Carcare. Bonel, e Quentin, due generali caduti

in quella fazione! Altri v’ha aggiunto il generale Joubert, come

gravemente ferito; ma non è punto vero, e gli storici hanno fatto

errore per identità di cognome. Il ferito fu un fratello del glorioso

estinto di Novi. Una pietra, scagliata dai nostri ripari, aveva rotta

la testa al giovanotto. Il generale Joubert, che quel giorno non si

era mosso da Carcare, dovendo apparecchiare i suoi uomini all’attacco

delle posizioni di Dego, quando gli fu portato a Carcare il fratello

malconcio e col capo bendato, andò su tutte le furie, come seppi di

poi, e parlò anche lui di far fucilare dal primo all’ultimo tutti gli

ostinati di Cosseria. La fucilazione, come vedete, era all’ordine del

giorno. Per fortuna non ne fecero nulla, e la valle della Bormida non

ebbe il suo Quiberon.

Prima che io mi dimentichi, tiriamo le somme. Il generale Augereau

aveva avuto in tutta quella giornata duemila settecento uomini fuori

combattimento; noi, quantunque favoriti dalla elevatezza del luogo,

contammo i nostri cent’ottanta, mancanti all’appello. Essi perdevano

due generali e non so quanti ufficiali di grado inferiore; noi il

nostro glorioso comandante Del Carretto, il prode cavaliere Rubin e un

valoroso capitano dei cacciatori croati, che mi perdonerà, dal luogo di

pace in cui si ritrova, e dove son merce ignota le vanità della terra,

se io non ho tenuto a mente il suo nome, un po’ lungo e difficile.

Monsù Tomè · 第 14 / 31 题