Il Leonida di Cosseria.
Quel nuovo assalto, annunziato dalla ripresa dei tamburi, fu anche
appoggiato dal cannone, che incominciò ben presto a fulminare il
castello. A cento cinquanta metri da noi, lo ricordate, era stata
collocata la batteria francese, dietro un parapetto innalzato
a furia presso un rialto della strada. L’opera improvvisata era
sufficientissima al bisogno, perchè noi non potevamo opporre cannoni
a cannoni, e perchè i soli che potessero trarre utilmente sugli
artiglieri nemici erano i cacciatori austriaci, appostati tra le
rovine, ma anch’essi in grande penuria di munizioni.
Or dunque, il cannone lavorava a sua posta; i proietti battevano nei
muri, non potendo colpire nei trinceramenti più bassi; ma rimbalzavano
fino a noi, insieme con pietre smosse e frantumi, levando un polverìo
maledetto ed accrescendo la confusione del nostro piccolo campo.
Nello spesseggiare dei colpi, si affacciarono sul pendìo le colonne
d’attacco. Io ero in uno stato d’animo che non vi posso descrivere
oggi, avendo di quel momento un ricordo confuso, come di cosa veduta
in un accesso di febbre. E dovevo averla senz’altro, con quella sua
conseguenza immediata, che è la percezione inesatta delle cose o dei
nessi delle cose, quando si crede di parlare e di operare, rimanendo
muti ed immobili, o si parla e si opera a caso, credendo di obbedire
alle norme della logica, e si ha in pari tempo una vaga coscienza di
sognare.
Spianavo macchinalmente il fucile e sparavo; macchinalmente ricaricavo
l’arma e tornavo a sparare. Intanto, nel fragore della mischia, strane
voci mi suonavano all’orecchio, e ad esse io rispondevo con una voce
fioca e cavernosa, che non mi pareva la mia.
— Bravo sergente! — mi disse qualcheduno daccanto. — È stato un bel
colpo!
— Che colpo? Che cosa ho fatto io? — rispondevo.
— Perdio! La vivandiera... È stata pagata delle sue gentilezze, in
lire, soldi e denari.
— Pagata? La vivandiera? Che diavolo dite?
— Sicuro; si è presentata alla testa della colonna, gridando: _en
avant_!
— Ah, sì, mi par bene; — balbettai. — E dopo?
— E dopo, pàffete, un colpo che l’ha mandata ruzzoloni nella forra.
— Ah, povera donna! E chi l’avrà uccisa?
— Il primo colpo è stato il tuo; — mi risposero.
Rabbrividii, a quelle parole di accusa. Ero dunque io, l’assassino?
Mi prese allora una rabbia feroce. Come il colpevole, dopo aver
commesso il primo delitto, si dà alla macchia e cerca di stordirsi, di
soffocare la voce della coscienza tuffando le mani nel sangue di nuove
vittime, mi diedi anima e corpo alla strage. Il sangue mi martellava
alle tempia; la gola m’ardeva; bevetti un sorso d’acquavite, e mi
parve tossico. Povera donna! Me lo aveva dato lei, quel refrigerio dei
momenti terribili. Dovevo anche esser ferito. Un umor caldo mi gocciava
dalla fronte sugli occhi. Lo credetti sudore, ed era sangue; certamente
il suo, ricaduto su me!
Frattanto, gli assalitori incalzavano. Per la scarsità del nostro
fuoco, erano potuti venire fin sotto ai trinceramenti. Ah, perdio, ci
si poteva sfogare corpo a corpo! Si afferravano i macigni, le schegge
dei muri, di cui avevamo fatto provvista, e si avventavano nelle file
nemiche, fracassando, squarciando, atterrando. In mezzo a quella
tempesta, guizzavano fuori le baionette e tornavano insanguinate;
grida, urli, bestemmie, rintronavano il monte.
Tratto tratto, le voci degli ufficiali francesi si udivano:
— Arrendetevi! Arrendetevi!
— No, per Cristo! No, maledetti cani! —
E la voce del nostro colonnello, dominando tutte le altre, tuonava:
— Per il re, per la patria, granatieri! Alla baionetta! —
Che orrore divino di battaglia! Davano indietro disfatti, i tracotanti
assalitori; tornavano ingrossati, furibondi, all’attacco. Volavano
i sassi a centinaia, rompendo le intiere ordinanze; le baionette
trafiggevano il petto a coloro che avevano cansata la grandine, e
nessun manipolo potè mai sormontare le nostre abbattute. I pochi
temerarii che la fortuna ci sbalestrava nel trinceramento, erano finiti
a colpi di baionetta, prima che potessero levar le braccia e ferire.
Fu un momento che la mischia era più accanita sul centro e noi della
destra ci sentivamo più sciolti. Il cavalier Corte, guardando verso il
colonnello, temette che la posizione potesse, con uno sforzo supremo
dei nemici, esser presa.
— Là! un buon colpo di mano per liberar la Marina! — gridò egli,
ispirato. — Saltiamo fuori e prendiamoli di fianco.
In quel punto, una voce si udiva dal centro:
— Il colonnello! Il colonnello è morto! —
Guardammo tutti istintivamente il largo macigno, su cui poc’anzi
avevamo veduto il nostro comandante, ritto e terribile come Aiace sul
vallo. Egli era ancora là, ma caduto sulle ginocchia, e due granatieri
lo sorreggevano.
— Morto? — gridò il capitano Corte.
— No, ferito, ferito soltanto; — rispose il capitano Tibaldè, che era
il più vicino a noi. — Vendichiamolo!
— Sì, vendichiamolo! — gridarono trecento voci. — Mille ferite per una!
Viva Del Carretto e viva il re! —
Noi, come vi ho detto, eravamo già fuori, in colonna serrata, pronti a
caricare, e il nostro improvviso atteggiamento aveva scosso il nemico,
che oramai doveva guardarsi il fianco, per non essere avviluppato e
fatto a pezzi sotto la trincea. Tutto ad un tratto, le due compagnie
della Marina scattarono fuori alla lor volta, mobile selva di baionette
puntate.
Fu uno spettacolo, che io non ho mai più veduto l’eguale in nessun
combattimento, quantunque il genio e l’ambizione del Buonaparte mi
abbiano fatto assistere a molte e più sanguinose giornate. Balzar
di tigri dal covo, piombar di leoni sulla preda, avventarsi di fiere
scatenate in un circo, tutte le immagini più spaventevoli del furore
e della strage, che sogliono colpire più terribilmente la nostra
fantasia appunto perchè non le abbiamo vedute mai, non bastano a dare
un’idea di ciò che fu quel momento supremo della difesa di Cosseria.
Una valanga umana si rovesciò sul nemico; un flutto enorme, pari a
quelli che suscita l’uragano dalle profondità dell’Oceano, involse
quella fronte di combattenti, che da un’ora, con assidui vicenda, si
abbatteva e si rinnovellava, ritornando sempre all’assalto. Le grida
feroci straziavano gli orecchi, le palle fischiavano d’ogni parte,
i bagliori succedevano ai bagliori in mezzo ad un nembo di polvere
e di fumo, e si andava oltre, furibondi, urtando con la baionetta, o
battendo col calcio del fucile nella massa, guidati dall’istinto più
che dall’occhio, e riconoscendo il nemico alla fuga.
Il generale Augereau, il terribile uomo di guerra, comandava in persona
l’attacco. Ed egli, immaginate con quanta rabbia, dovette retrocedere
davanti a quell’impeto prepotente. Avevo veduto il suo cappello
piumato, che sovrastava alle file dei francesi in tutte le alternative
di assalti e di ritirate; riconobbi il comandante della divisione con
cui avevamo a fare, vedendo i soldati che gli si affollavano intorno,
facendogli scudo dei loro petti, e udendo le loro grida ripetute:
«Salviamo Augereau! Salviamo Augereau!»
Io non avevo più una cartuccia. Gli avrei assestato volentieri un
colpo, a quindici passi di distanza, per vendicare il mio colonnello,
ed anche (perchè tacerlo?) anche per lavar l’onta di aver fatto fuoco
sopra una donna. Era poi vero che fossi stato io, il feritore? Le
parole dei miei compagni mi risuonavano ancora all’orecchio, e mi
facevano fremere. Ma non potevano essersi anche ingannati?
Il nemico fu ricacciato in disordine giù per le falde del monte. Se
avessimo avuto con noi il nostro colonnello, ci saremmo precipitati
fin sopra la batteria ed avremmo presi a forza i cannoni. Ma a lui
bisognava pensare, dopo la vittoria; a lui bisognava ritornare, per
ricevere i suoi ordini. E a lui ritornerò io, col racconto, per farvi
intender meglio quel che era accaduto.
Filippo Del Carretto aveva preveduta l’importanza dell’attacco. Il
giorno stava oramai per morire, e il nemico certamente voleva finirla
con la nostra resistenza accanita, facendo contro di noi il suo
sforzo maggiore. Dovevamo aspettarci l’assalto di una intiera brigata,
fors’anche di tutta la divisione Augereau. Il nostro colonnello non
temeva molto dalle spalle, dove la montagna scendeva quasi a precipizio
verso la valle di Montecàla, e dove i difensori erano fin troppi a
guernire una posizione formidabile; temeva bensì per il lato opposto,
dove egli stava insieme con noi, dove già si erano sostenuti due
assalti, e dove, per la poca pendenza del colmo, attaccati con forze
quadruple, potevamo essere soverchiati dal numero, anche dopo aver
fatto miracoli di valore. Le munizioni erano scarse; vi ho già detto
che restavano quattro o cinque cartucce per uomo. Filippo Del Carretto
doveva fare assegnamento sulle armi del furore e della disperazione, le
baionette e le pietre.
Molti erano già i feriti, e dei nostri granatieri e dei cacciatori
croati. Ma tutte le compagnie gareggiarono di bravura, attendendo anche
quella volta il nemico con la massima calma.
Quando gli assalitori furono ad un tiro di pistola, si aperse il fuoco,
e fu tanto micidiale, che la fronte d’attacco dovette rinnovarsi più
volte. Ma il fuoco andava scemando, diradandosi sempre più, per difetto
di munizioni. Ne trassero profitto i francesi, avanzandosi tra monti di
cadaveri, e cacciandosi sotto alla nostra trincea.
In quel momento supremo, il valoroso Del Carretto era salito sul colmo
del macigno che sorgeva sul limite della difesa, dominando tutta la
linea. E di là, veduto ed udito da tutti, aveva comandato ai suoi
granatieri di difendersi fino all’estremo, con le baionette e coi
sassi. I francesi avevano allora riconosciuto il comandante, e parecchi
fucilieri aggiustavano le mira su lui. Paolo Viglietti, il suo fedel
servitore di Camerano, gli si era gittato davanti, per fargli riparo
col suo corpo, e aveva ricevuto egli nel fianco il colpo mortale
destinato al padrone. Il povero Viglietti, esempio di fedeltà e di
affetto domestico, era caduto riverso, lasciando il colonnello scoperto
sul masso, contro del quale si affollavano in maggior numero gli
assalitori. Due ne uccise di sua mano il marchese Filippo, menando la
spada come un antico eroe; ma proprio allora, mentre stava per calare
un fendente sul cranio del terzo, lo coglieva una palla nel petto.
Fu visto balenare e si accorse a lui; fu visto cadere in ginocchio,
e si gridò: è morto! — No, solamente ferito; — rispose il capitano
Tibaldè; — vendichiamolo. — Il rimanente vi è noto. I temerarii che
si erano cacciati fin là, pagarono con la vita il loro ardimento. Le
schiere dell’Augereau erano in fuga su tutta la linea. Avevamo in pugno
la terza vittoria, anzi la quarta, contando la bella e fortunata carica
di Montecàla.
Sgominato e messo in fuga il nemico, ritornammo ai nostri ripari.
Io, seguitando il capitano Corte, volli anzi tutto avvicinarmi al
colonnello.
Filippo Del Carretto era là, disteso sulla pietra larga, con la
testa sollevata fra le braccia di un granatiere, che non aveva voluto
abbandonarlo in quel tristo momento. Aveva il viso smorto, le labbra
scolorite e le palpebre chiuse; si sarebbe potuto crederlo già passato
di vita, se non si fosse sentito il calor naturale della pelle, e
il battito abbastanza frequente, quantunque irregolare, del cuore. I
capitani Tibaldè, Lomellini, Corte, Alberione, Calleri, e tutti gli
altri ufficiali del battaglione, si erano raccolti intorno al ferito,
mettendo ai suoi servigi la loro esperienza; che non era molta in
verità, ma pur sempre qualche cosa, in mancanza di medici. Subito si
lavorò a slacciargli il cinturone, a sbottonargli la tunica, e una
macchia nerastra con grumi di sangue, nel petto della camicia, indicò
il luogo della ferita.
Eravamo tutti percossi, esterrefatti da quella vista dolorosa. Ma
bisognava trovar acqua per ripulire le labbra della ferita, acqua per
dargli da bere, se mai quel piccolo ristoro avesse potuto richiamarlo
alla coscienza di sè. Io rammentai la bottiglia, recata poc’anzi ai
feriti, e corsi, volai tra i ruderi della chiesuola per rintracciarla.
Non era anche vuota, come temevo, e m’affrettai a portare quel poco che
rimaneva, per bagnarne la camicia e sciogliere il sangue che vi si era
rappreso.
La frescura improvvisa al petto e alcune gocce d’acquavite allungata
della mia fiaschetta sulle labbra del nostro povero colonnello, gli
fecero ricuperare i sensi smarriti. Sospirò, aperse gli occhi languidi,
e si guardò lentamente dintorno. Quando mi vide, inginocchiato al
suo fianco, attediò le labbra ad un mesto sorriso e con voce fioca mi
disse:
— Sei tu, buon amico? La tua acqua è ancora servita a qualche
cosa. —
Volevamo parlare, per confortarlo, ma non sapevamo che dirgli, e
stavamo tutti chini su lui, con le lagrime agli occhi.
Egli riaperse le labbra, accennando di voler parlare.
— Viglietti.... — mormorò. — Dov’è il mio Viglietti? —
E poichè ebbe osservati i nostri volti compunti, mise un sospiro
faticoso, che significava tutte le pene della sua anima afflitta e del
suo petto squarciato.
— Paolo!... povero Paolo! — soggiunse. — Ma.... il nemico.... lo
abbiamo respinto?
— Respinto, rovesciato nel fondo della valle; — gridò il capitano
Tibaldè. — Nel suo nome, signor colonnello, lo abbiamo costretto a
fuggire, lasciandoci ancora mezzo migliaio di morti. —
Gli occhi di Filippo Del Carretto mandarono un lampo di gioia.
— No, nel mio nome; — diss’egli allora! — nel nome della patria. —
Accennava, con le mani aperte e distese, di volersi rizzare sul fianco,
e noi ci affrettammo ad obbedirgli, sollevandolo tra le nostre braccia.
Com’egli fu seduto, volse gli occhi in giro, guardando il declivio
tutto coperto di cadaveri, e sorrise.
— Bravi granatieri! — esclamò, alzando a stento la voce, come se
volesse con quello sforzo supremo dare efficacia al pensiero. — Ora si
può morire.
— Che dice, colonnello? Vivrà, vivrà per confortarci a nuovi cimenti;
vivrà per vedere altre vittorie dei suoi granatieri. —
Così dicevamo, tentando d’ingannar noi medesimi. Ma un fiotto di sangue
gli venne gorgogliando alle labbra, mosse rapidamente le ciglia, quasi
cercando ancora la luce che gli moriva negli occhi, reclinò la fronte
sull’òmero e ci ricadde inerte tra le braccia.
Filippo Del Garretto, il Leonida di Cosseria, aveva spirata l’anima
invitta.
Non vi descriverò la costernazione, le lagrime, lo strazio dei nostri
cuori. Queste cose non si raccontano; si pensano.
Il vecchio generale Provera, disceso dal suo posto di comando, era
venuto a contemplare il nostro glorioso estinto, e un senso di profonda
pietà gli inumidiva le ciglia.
Noi volevamo trasportare la preziosa spoglia nel recinto del castello,
e già stavamo per metterci all’opera, quando si udì uno squillo di
tromba, che ci annunziava il solito parlamentario. Ah, per la croce
di Dio, avremmo amato meglio il rullo dei tamburi e una nuova carica
dell’esercito francese. Saremmo morti tutti volentieri, gittandoci a
furia sulle baionette nemiche.
L’uffiziale francese, invitato a farsi avanti, passò silenzioso e
triste in mezzo a monti di caduti. Lo spettacolo, anche per occhi
esercitati alle stragi, era veramente terribile.
— Il comandante di Cosseria? — diss’egli interrogando, come fu davanti
al crocchio dei nostri uffiziali.
— Son io; — rispose malinconicamente, facendo un passo avanti, il
vecchio generale Provera.
— Non è più il marchese Del Carretto, col quale ho già avuto l’onor di
parlare? — riprese l’uffiziale parlamentario.
— Il marchese Del Carretto è morto da eroe, alla testa dei suoi
valorosi granatieri; — replicò tristamente il vecchio guerriero. — Son
io, il conte Provera, generale di S. M. Apostolica, che lo sostituisco
per ora. —
Il parlamentario s’inchinò, in atto di omaggio alla dignità del vivo e
alla memoria del morto.
— Che domandate? — soggiunse il Provera.
— Per la terza volta, che vi arrendiate a discrezione. —
Il vecchio generale si volse a guardar gli uffiziali, che stavano
disposti a cerchio, dintorno a lui, muti, immobili, chiusi nel dolore e
nell’ira.
— Lo vedete? — ripigliò il conte Provera. — Davanti alla salma di quel
glorioso, che volle resistere ad ogni costo, la volontà dei superstiti
è una sola. Ciò che voi domandate è impossibile.
— Badate; non vi daremo quartiere. Sarete tutti fucilati.
— È una minaccia che abbiamo già udita, e che vorremmo, per l’onor
vostro, dimenticare; — rispose nobilmente il Provera. — Nessun uomo
di guerra giudicherà che meriti una morte ignominiosa chi resiste ad
oltranza, per difendere la sua bandiera e la posizione a lui affidata.
Ma voi farete ciò che vorrete, secondo la nuova legge militare che vi
piacerà di stabilire. Noi ci difenderemo fino all’ultima cartuccia,
terremo queste rovine fino all’ultima pietra. Che ne pare a voi,
capitano? — soggiunse il vecchio generale, volgendosi al cavaliere
Tibaldè.
— Parole degne di Filippo Del Carretto; — rispose con voce ferma il
nostro comandante. — Egli è morto, ma la sua anima è qui.
— Sia come vorrete, signori; — disse allora il francese. — Io non
ho da discutere con voi sulla legge che il vincitore avrebbe diritto
d’imporre. La vostra resistenza, nelle condizioni in cui siete, è più
che temeraria, e può parer degna di un castigo esemplare. Ma di ciò
vedrà il nostro comandante supremo. Io ho frattanto qualche altra cosa
da chiedere.
— Parlate, signore.
— Propongo una sospensione d’armi per due ore, tanto che possiamo
raccogliere i nostri morti e i nostri feriti.
— E sgombrare il terreno per la nuova carica; — soggiunse il Provera.
Il parlamentario sentì la bottata, e amaramente rispose:
— Vorreste voi tenere tanti valorosi a farvi scudo della loro agonia?
— Me ne guardi il cielo; — replicò il generale. — Avevo fatto una
semplice osservazione, di cui la vostra medesima risposta mi prova
la giustezza e la opportunità; ma colgo volentieri l’occasione che
voi mi offrite, con questa lezioncina di umanità, per mettere una
condizione. Anche noi abbiamo dei feriti, dei valorosi che soffrono,
senza assistenza, senza medici, senza ristoro d’acqua, o di cibo. Non
raccoglierete voi anche i nostri?
— Li raccoglieremo anzi per i primi, e con cuor da soldati; — disse
l’uffiziale francese, assentendo. — Volete che mandiamo una squadra con
le nostre lettighe a pigliarli?
— Grazie, noi stessi li trasporteremo fuori, e saremo felici di
confidarli alla lealtà ed alla generosità dell’esercito francese; —
rispose il generale Provera, anch’egli rabbonito, e contento di avere
ottenuta in quel modo la salvezza dei nostri feriti.
Il parlamentario rispose alla lode con un inchino della vecchia
scuola, di quella scuola cerimoniosa e cavalleresca, che i furori delle
rivoluzioni non hanno potuto distruggere in Francia, e soggiunse:
— Siamo dunque intesi; sospensione d’armi per due ore.
— Fino alle sei; — rispose il generale Provera, dopo aver guardato il
suo orologio. — Siamo d’accordo. —