Tra sera e mattina.
Avrei più riveduto Adriana? Era in balìa del destino che la mia
avventura amorosa avesse una continuazione, o restasse lì senza chiusa.
Il destino, frattanto, non prometteva niente di buono ai superstiti
compagni di Filippo Del Carretto; ma, per attutire i miei rimorsi
di quel giorno, due cose erano assicurate: Adriana era viva; Adriana
poteva risanare. Questo pensiero mi aveva recato un po’ di sollievo; e
triste, come potete immaginarvi, ma abbastanza tranquillo, feci ritorno
al mio posto.
I nostri uomini, la più parte, riposavano ancora sui trinceramenti,
ma senza abbandonare le canne dei loro moschetti. Vigilavano qua e
là ritte in piedi le scolte; la squadra che aveva consegnati i nostri
feriti al nemico rientrava allora nel campo.
Il cavalier Corte sorrise malinconicamente, vedendomi apparire dal noto
sentiero.
— E così? Sempre in giro, come un saccheggiatore, o come un innamorato?
— mi disse. —
Io gli raccontai sinceramente ogni cosa, ed egli mi lodò con affettuose
parole. Era così nobile, il mio capitano, ed aveva un cuore così ben
fatto!
— Riposati, ora; — soggiunse. — Non credo che i francesi vogliano
riattaccarci questa sera; ma certamente dobbiamo aspettarci sul fare
del giorno tutte le loro forze riunite.
— Saranno un po’ troppe, signor capitano. E che cosa faremo noi altri?
— domandai.
— Mio Dio, quello che si potrà; — rispose il capitano, stringendosi
nelle spalle. — Veramente, io dubito che saremo soverchiati, non avendo
altre armi che i sassi, con cui si lavora a poca distanza, pur troppo!
Ma non importa; guarderemo quella pietra grigia, là in mezzo, dov’egli
è morto da eroe, e sentiremo la forza di fare il nostro dovere fino
all’ultimo. —
«Egli,» come avrete capito, era il nostro colonnello. Non occorreva
nominarlo: era presente a tutti i nostri discorsi.
Il capitano Corte si avviluppò nel suo mantello e si pose a sedere
sul colmo dell’abbattuta, guardando ai quieti lumi della sera le
ultime squadre francesi che si allontanavano dal prato. Le due ore di
tregua non erano bastate a trasportare tutti i feriti e tutti i morti,
assai più numerosi che il nemico non avesse giudicato in principio.
Per tacito accordo, la sospensione d’armi era stata prolungata. Noi,
d’altra parte, privi affatto di munizioni da fuoco, non avremmo potato
denunziarla per i primi.
Proseguendo la conversazione malinconica, mi ero seduto ad una
rispettosa distanza dal mio capitano. Neanch’io sentivo il bisogno di
dormire; mi ardeva la fronte, e l’aria fresca della notte mi era più
grata del sonno. Il cavalier Corte non guardava più verso la strada;
aveva levati gli occhi in alto, e contemplava il cupo sereno del cielo.
La vista del firmamento stellato è un gran conforto a chi soffre. Ci
hanno detto tante volte che lassù è la nostra patria futura, e quella
patria è così vasta, così luminosa, che noi possiamo figurarcela a gran
pezza migliore e più lieta della patria presente. Lo spirito dell’uomo,
irrequieto per sua natura, o turbato dalle miserie che d’ogni parte lo
incalzano, si allontana volentieri dalla terra, acquista, in quelle
volate per lo spazio azzurro, la piena coscienza della sua libertà,
si avvia fiducioso, trascorre, si sprofonda e dimentica. Il cavalier
Corte, dei conti di Bonvicino, era poeta alle sue ore, come tutti
i soldati. Quella sera incominciò a indicarmi le costellazioni più
chiare: l’Orsa maggiore, e la minore, rassomiglianti a due carri,
Cassiopea, che raffigura una M, trapunta di stelle, ed Orione, partito
in due triangoli di vivissima luce, col suo cinto di tre diamanti nel
mezzo. Tutto ad un tratto, interrompendo la rassegna, il mio capitano
esclamò:
— Dove sarà egli, in quest’ora? —
Intesi la domanda, perchè il mio animo era in piena consonanza di
pensieri e di affetti col suo. Filippo Del Carretto era una di quelle
figure soavi e nobilissime, che fanno pensar volentieri e credere
alla immortalità dello spirito, tanto esse, in qualunque condizione le
abbia poste il destino, appariscono elevate, assai lungi dalle sciocche
consuetudini e dalle volgarità della vita. Sì, era ben lecito, era anzi
necessario domandarlo: — dove sarà Filippo Del Carretto, in quest’ora?
— Sarà in quella stella laggiù; — risposi, accennandone una verso
tramontana. — Veda, capitano, come scintilla più vivamente delle altre!
Pare un lume che palpiti.
— Tu hai letto Dante; — mi disse egli allora. — Il nostro divino poeta
colloca in altrettanti astri fiammeggianti gli spiriti più puri che
abbiano mai onorata l’umanità. E Dante ha ragione; deve averla! —
soggiunse il cavalier Corte, come parlando a sè stesso, per rispondere
con quella frase di autorità ad un dubbio della sua mente.
Quel dialogo affettuoso e quella scena solenne mi avevano reso un
altr’uomo. Anch’io, per un istante, ero librato a volo su questo mondo
gramo, e assai più disposto ad escirne nobilmente. Quante volte, nelle
ore lunghe di una guardia notturna, alla vigilia di una giornata
campale, non mi sono io risollevato, confortato lo spirito con la
domanda del cavalier Corte: — «Dove sarà egli a quest’ora?» — Là,
rispondevo a me stesso, là, dove si dimenticano le ingiustizie, le
infamie e le viltà del volgo umano, là dove si pensa, si contempla e
si ama. Son là i veri vivi, quelli che hanno meritato di non morire mai
più; agli altri il fango che hanno voluto, le tenebre eterne che hanno
sognate per tutti.
Ah, Filippo Del Carretto, anima gloriosa e felice, come si disprezza
bene, in quei momenti supremi, tutti coloro che ci hanno lasciati
soli alle fatiche, ai dolori, ai pericoli! tutta quella moltitudine
di codardi, che sa gridar tanto, e non ha fatto mai nulla e trema così
spesso di tutto, come se la sua vita valesse qualche cosa davvero! E di
quei codardi, nel nostro povero paese, ce n’erano molti anche allora.
Napoleone Buonaparte, l’ho udito raccontare più tardi, marciando nella
notte sopra il 13 aprile del 1796 da Carcare a Plodio (la stessa notte
che noi scendevamo da Montezemolo, per andare a Cosseria) diceva a un
carcarese, al cittadino Viglione, che aveva preso per guida: — «Ci sono
in Italia duecentomila poltroni; ma io li _impiegherò_.» Se parlava per
quelli che ha veramente impiegati, il grand’uomo aveva torto, perchè
quelli non erano poltroni, neanche prima d’imbattersi in lui, che
potè farne, senza sforzo, un’ottima carne da cannone. Ma neanch’egli,
onnipotente com’era, è mai venuto a capo di far muovere i poltroni veri
ed autentici. Scusate la digressione, ma io son vecchio, e prima di
morire intendo di vuotare il gozzo, di dire liberamente tutto quello
che penso.
Le nostre meditazioni furono interrotte dal capitano Tibaldè, che,
come uffiziale anziano, aveva il comando del battaglione. Anch’egli
immaginava che il nemico, sopravvenuta la notte, non sarebbe ritornato
all’attacco; ma non sapeva egualmente che cosa significassero certi
rumori, che salivano a lui dalle falde del colle.
Il cavalier Corte si volse allora a me, che mi ero tirato
rispettosamente in disparte e mi disse:
— Vuoi andar tu in esplorazione? Tu conosci la scorciatoia meglio di
qualunque altro.
— Vado subito, capitano.
— Ma bada, non troppo avanti, appena quanto basta per farti un’idea di
ciò che avviene laggiù. —
Volsi un’occhiata all’astro di Filippo Del Carretto, come per prender
gli auspici da quello, e mi mossi. In quella scorciatoia, lo sapete,
avrei potuto andarci ad occhi chiusi; ma li apersi due volte tanto,
per corrispondere degnamente alla fiducia dei miei superiori. Disceso
molto più giù del luogo in cui avevo poc’anzi prestate le mie cure a
madamigella Adriana, sentii distintamente le voci dei soldati francesi,
che si affollavano tra la cascina dei Calleri e il piede della salita.
Insieme con le voci si udiva un cigolìo di ruote, ed io a tutta prima
pensai che si avviassero gli ultimi feriti sui carri, non bastando più
le barelle a trasportarli verso il Marghero e la strada di Plodio. Ma
allora, perchè affollarsi verso le falde del monte? E che venivano
a fare quei carri, lungo la salita? Non potevano esser pezzi di
artiglieria e carri di munizioni? Il mio secondo pensiero fu quello
di un assalto notturno, che si stesse preparando. Lo avevamo creduto
impossibile, ed era in quella vece imminente? Io, per averne l’intiero,
per non dover ritornare dal mio capitano con una mezza certezza, mi
ficcai tra i cespugli a sinistra della viottola, donde mi appariva
l’altipiano intieramente scoperto, ed ebbi modo di convincermi, che
si portavano avanti dei letti di cannoni. Dei letti, dico, perchè
veramente non si distinguevano i pezzi, e la leggerezza con cui si
movevano le ruote faceva supporre che i cannoni fossero stati smontati.
— Non vorranno certamente collocare una batteria alle falde del monte!
— pensai. — Questa roba deve andare a rinforzo della batteria che ha
lavorato senza frutto quest’oggi. —
Fatto questo ragionamento, proseguii la mia esplorazione a sinistra,
salendo gradatamente verso il colmo del contrafforte. Di laggiù, senza
fallo, avrei veduto passare l’artiglieria, se proprio si fosse trattato
di portare altri cannoni in sostegno. Ma qui, un altro pensiero
mi passò per la mente. Se il nemico aveva disegnato di rinforzare
l’artiglieria, di certo lavorava a fabbricare un nuovo parapetto, e
un parapetto, perdinci, collocato in posizione migliore che non fosse
quella del primo. Lassù, dunque, bisognava inerpicarsi, per avere
un’idea giusta e precisa delle intenzioni del nemico.
Anche di lassù mi giungeva all’orecchio un suono confuso di voci.
Parendomi di esser tuttavia molto lontano, mi cacciai sotto, di
cespuglio in cespuglio, e corsi risico di esser preso, perchè ad un
certo punto mi ritrovai sul rialto della strada, a forse quindici passi
dagli artiglieri francesi. Ero ai primi posti, perbacco, e qualche
cosa dovevo sentire, dei loro discorsi, qualche cosa capire, delle loro
intenzioni.
— Se non portano legna abbastanza, bisogna abbattere qualche castagno;
— diceva un uffiziale, che dirigeva i lavori. — L’abbattuta deve andare
di qua fino al basso, per raggiungere il sentiero di destra. —
Capii allora che cosa si stesse architettando contro di noi. Il nemico
sospettava che noi, approfittando delle tenebre, volessimo aprirci un
varco e fuggire; perciò asserragliava le strade. E quello che si faceva
da quella parte là, doveva farsi egualmente dalle altre.
Parendomi di saperne abbastanza, mi tirai indietro con molta
precauzione, per ritornare verso la viottola. E la cosa mi andò bene
per una diecina di passi, che furono fatti, si può dire, sotto gli
occhi del nemico. Ma ad un certo punto, o fosse che io incominciassi ad
affrettarmi troppo, o che battessi del piede in una pietra mal ferma,
ruzzolai, trascinando la pietra smossa con me. L’attenzione del nemico
fu prontamente svegliata, e parecchi artiglieri si fecero avanti da
quella parte.
— Chi va là? — mi gridarono.
Io, non che rispondere, trattenni anche il respiro. Mi ero aggrappato
con le dita a un ramo di ginepro, e stavo là, reggendomi appena, non
senza temere che da un momento all’altro mi restasse in mano quel
fragile appoggio di spine.
— Niente; — disse uno degli artiglieri. — Sarà stata una lepre.
— O un ramarro; — soggiunse un altro. — Il ramarro è l’amico dell’uomo.
— Che! — disse un terzo. — Non è stagione di ramarri, nè di lepri. Qui
sotto c’è un esploratore piemontese.
— Diavolo! — pensai. — Ci voleva proprio il naturalista, per darmi noia!
— Avanti, e prendiamolo! — ripigliò il naturalista, cacciandosi in
mezzo ai cespugli.
Io non durai fatica ad intendere che era tempo di andarmene, anche
a rischio di far rumore, e mi lasciai sdrucciolare giù per la balza.
Gli artiglieri erano entrati bensì nella macchia, ma dovevano andare
guardinghi, non conoscendo il declivio del terreno, nè il numero dei
nemici a cui davano la caccia, ed io potei mettere ben presto fra essi
e me una considerevole distanza.
Così, sdrucciolando da prima, poi saltando alla libera, giunsi al piede
della scorciatoia a me nota, mentre i miei persecutori stavano ancora
impigliati tra i cespugli della discesa. Ero in salvo, laggiù; ma, per
aver tempo e modo di vedere qualche cosa ancora, traversai il sentiero
e mi arrampicai dall’altra parte, nella palina dei castagni. Gli uomini
che avevo veduto muovere verso di noi dalla cascina dei Calleri, si
erano fermati a mezza strada, e lavoravano anch’essi a chiudere il
passo con una abbattuta di legna e di carri rovesciati. Non c’era più
dubbio, intorno alle loro intenzioni, ed io non avevo più altro da
osservare; perciò ritornai speditamente alla posizione, per riferire
ogni cosa al capitano Corte, che stava in grande ansietà, aspettando
l’esito della mia esplorazione.
— Ahimè! — esclamò il bravo cavaliere, quando io ebbi finito. — Si
sarebbe potuto tentarlo, un passaggio a mano armata, se egli fosse
vissuto, per condurci attraverso le linee nemiche. Ed anche sarebbero
giovate poco, tutte quelle precauzioni, a trattenerci per via! Ma ora,
e senza lui, che si farà? Basta, andiamo al consiglio di guerra, dove
io porterò le tue preziose notizie. —
Mentre io ero occupato in quella esplorazione, il generale Provera
aveva chiamato gli uffiziali a consiglio, per ragionare intorno alle
condizioni tristissime della difesa, e prendere, se pur si fosse
potuto, una risoluzione per il giorno seguente. Di aprirsi subito
una via tra le linee nemiche non era più il caso, e ne convennero
tutti, dopo avermi fatto narrare partitamente tutto ciò che avevo
veduto. Resistere ad ogni costo? Era l’idea del maggior numero; ma si
domandava con ragione dove fossero le munizioni da fuoco, per ripetere
le prodezze del giorno innanzi, dove fossero il pane e l’acqua per
ristorare tanti poveri stomachi illanguiditi. Arrenderci? Ne parlarono
alcuni, anche riconoscendo che di ciò si poteva discorrer meglio la
mattina vegnente; ma fin d’allora si vedeva il lato brutto, anzi i
parecchi lati brutti di quella debolezza, mentre forse era vicino un
aiuto, e dalla nostra resistenza, dal nostro sacrifizio, dipendeva la
salvezza di tutto l’esercito.
— Perchè, — diceva a questo proposito il capitano Tibaldè, — io faccio
un dilemma: o il generale Colli è in ritirata su Ceva, o sta facendo
uno spiegamento di forze, per dar la mano al generale Beaulieu. Se
è in ritirata (e domando perdono di questa supposizione offensiva,
che io faccio soltanto per modo di ragionamento) dobbiamo dargli il
tempo di sottrarsi davanti ai vincitori di Montenotte.... che pure han
dovuto rodersi le unghie sotto le rovine di Cosseria. Se è in atto di
spiegarsi, come io voglio sperare, dobbiamo dargli il tempo di giungere
in linea, mentre Cosseria, o sulla sua destra, o sulla sua sinistra, ha
forse da essere il perno delle sue operazioni.
— Assai lente, quelle operazioni! — scappò detto al cavalier Corte.
L’osservazione, che feriva un generale di S. M. Apostolica, non poteva
piacere al vecchio Provera.
— Pensi, signor capitano, — diss’egli con molta gravità, — che il
general Colli non ha una compagnia da muovere, ma un esercito intiero.
Egli è prudente quanto valoroso ed esperto. —
Il cavalier Corte non rispose parola; ma io, che gli ero alle spalle,
notai una scrollatina di testa che significava chiaramente ciò ch’egli
pensasse di tante belle qualità messe in riga.
— Lasciamo questi discorsi; — ripigliò il capitano Tibaldè. — Tutti i
ragionamenti che noi potremmo fare intorno ai disegni e alle operazioni
del generale in capo si restringono nel mio dilemma di poc’anzi. Io
dunque propongo tre cose: rimandare a domani ogni deliberazione di
resa; vegliare attentamente questa notte contro ogni possibile sorpresa
del nemico; mandare un messaggero al general Colli, per significargli
lo stato nostro, che è certamente cattivo, se non addirittura
disperato, e chiedergli un pronto soccorso, o un’utile diversione,
secondo che a lui potrà sembrare più acconcio. —
Quello del capitano Tibaldè era il consiglio più assennato, e
rispondente in pari tempo alle necessità del momento. Il generale
Provera lo approvò senza indugio.
Certamente, non era facile di passare inosservati attraverso la
linea d’investimento, specie dopo i lavori che aveva fatti il nemico
per asserragliare intorno a noi tutte le strade. Ma, osservando
attentamente la posizione, si doveva ammettere che una strada fosse
ancor libera, cioè da quella parte dove non erano strade. Un uomo
ardito non poteva calarsi fino a mezza costa, di là, dove la balza
scendeva più ripida? E da quel punto, piegando verso ponente, fino al
bosco della Guardia, non poteva sfuggire alla vigilanza del nemico, o
ingannarlo con qualche stratagemma?
I soldati udivano i discorsi dei loro ufficiali, poichè il consiglio
si teneva a piè del muro. Uno di essi, un caporale dei granatieri di
Susa, si offerse volonteroso per tentare l’impresa. Era un giovane
montanaro, dall’occhio accorto e dal garretto d’acciaio. Per esser
pronto agli stratagemmi, il bravo caporale indossò l’uniforme d’un
soldato francese, che era venuto a morire nel nostro trinceramento e
che nessuno aveva pensato a toglier di là. Inoltre, sapeva il francese
e lo parlucchiava abbastanza, come ogni buon piemontese nato alle falde
del Cenisio. Se lo fermavano nell’atto di traversare il sentiero che
da quella parte metteva alla ròcca, tra l’uniforme e la parlata poteva
destreggiarsi ancora e passarla liscia. Di notte, poi, non è mica
facile distinguere tra lupo e can bigio!
Il giovinotto ardito si calò dalla balza, davanti alla porta castellana
della ròcca, aggrappandosi ai cespugli che vestivano l’erta. Noi lo
seguimmo a lungo con gli occhi, e lo vedemmo finalmente traversare
leggiero la linea bianchiccia che c’indicava il passo pericoloso della
strada battuta. Tendemmo l’orecchio, dopo che l’amico era sparito
nell’ombra, e non ci venne udito nè un grido di scolte, nè un colpo di
moschetto, nè altro che potesse far sospettare di un cattivo incontro
per lui.
— Se Dio vuole, — conchiuse il capitano Tibaldé, che stava con gli
altri in ascolto, — ecco un uomo avviato. Ed ora, giovinotti, alla
guardia! —
Il resto della notte passò malamente, tra le ansie di una vigilanza
continua e i tormenti di un digiuno prolungato, a cui non sorridevano
le speranze del domani. Si stava con l’animo in soprassalto, udendo
i rumori del campo francese e temendo ad ogni istante una sorpresa,
a cui non avremmo potuto rispondere con una buona scarica a tiro
di pistola, come quelle che ci avevano fatto così buon giuoco per
tre volte di seguito. E si cascava dal sonno, e gli stimoli della
fame non ci consentivano di chiuder gli occhi. Frattanto, i vapori
che salivano dal fondo della valle assumevano davanti a noi forme
fantastiche di combattenti, assiepati, incalzanti d’ogni parte fino al
colmo del monte. Ma quelle ombre paurose si dileguavano nell’atto di
avvilupparci, e il nemico, che avrebbe potuto coglierci in quell’ora
e soverchiare il nostro campo, non venne. Lo teneva lontano l’ombra
di Filippo Del Carretto, che a me pareva di veder sempre là, in prima
linea, con la spada levata a minaccia.
Povero colonnello! Noi gli avevamo scavata la fossa dall’altra parte
della ròcca, a pochi passi da quella porta castellana, donde i suoi
maggiori escivano a cacce o a gualdane, su cavalli riccamente bardati,
con lieta comitiva di dame, e seguito numeroso di scudieri e di paggi.
Dormiva là, più felice di noi, ravvolto nel suo mantello, come un
guerriero che si corica sul campo e vuole esser pronto alla sveglia.
Ma pur troppo la diana non lo avrebbe destato più, il nostro eroe
prediletto, e una manata di terra, che ancora non avevamo ardito
gettare su quella fossa, doveva nasconderci per sempre la sua cara
sembianza.