I tamburi del nemico incominciarono in quel punto a battere la carica.

— Tutti a posto! — gridò il colonnello, sfoderando la spada. — Oggi

è il gran giorno del terzo Granatieri. Laggiù grideranno: viva la

repubblica; noi risponderemo: viva il re. Essi grideranno: viva la

Francia; noi risponderemo: viva il Piemonte. Così potessimo dire: viva

l’Italia! —

— E perchè no? — proruppe il capitano Tibaldè. — Infine, è guerra di

razze. Viva il re, viva l’Italia!

Il rullo dei tamburi incalzava. Io corsi al mio posto di combattimento.

Tenevo con la mia squadra l’ultimo lembo della collina; ma non mi

bastò di vigilare sulla nostra piccola fronte, e collocai qualche

scolta anche sul fianco, dove la balza scendeva più ripida, e dove i

cespugli erano anche più fitti. Dopo il colloquio avuto con la vergine

del reggimento, temevo molto da quella parte; non mi bastava più la

vigilanza dei sostegni, nè quella degli uomini del generale Provera,

che per tutto il ciglio delle rovine si collegavano a noi. L’immagine

di quella donna mi passò davanti agli occhi, e sospirai. Per altro,

fu l’unica mia debolezza, in quel momento supremo. Ero triste, ma

risoluto; e mentre i tamburi, là sotto, battevano furiosamente la

carica, palpavo la canna del mio fucile con le dita convulse.

Monsù Tomè · 第 12 / 31 题