La vergine del reggimento.
Ella, dunque, mi contemplò per alcuni minuti secondi, con una cert’aria
tutta sua, tra impertinente e curiosa; poscia, socchiudendo gli occhi e
facendomi una smusata in faccia, mi domandò:
— _Qu’est ce que tu regardes, à present?_ —
Intendevo la sua lingua come ogni buon piemontese d’allora, ma non la
parlavo con molta franchezza. Cionondimeno mi provai, sapendo benissimo
che non c’era altro modo di farmi capire da quella diavola laggiù. I
nostri vicini hanno sempre avuto il difetto di studiar poco la lingua
degli altri popoli; per contro, hanno la virtù di non ridere, quando si
assassina la loro, e vi tengono conto della buona intenzione.
Risposi dunque in francese, ma asciutto, come è naturale che faccia
chi si ritrova impastoiato dalle regole di una grammatica nuova e dalla
povertà del suo vocabolario tascabile.
— _Je fais mon devoir, madame._
— _Tiens!_ — gridò ella. — _Tu parles français? Ç’est charmant de ta
part._
— _Charmant!_ — brontolai. — _Allez-vous-en; ce n’est pas ici la place
des femmes._
— _Qui te l’a dit, blanc-bec? Monsieur le curé de ta paroisse?_ —
E rise, scagliandomi quel frizzo, e mi mostrò intiere due file di
bianchissimi denti.
Aveva una bella testina, la mia strana interlocutrice, una di quelle
teste rotonde, ricche di capegli, notevoli per i lineamenti larghi
e finamente contornati, dalle quali i nostri vicini hanno preso
l’immagine della loro repubblica una e indivisibile, certamente
preferibile a quei medaglioni adiposi di Borboni e di Orléans, che
decorarono prima e dopo i loro scudi da cinque lire. Dei denti vi ho
già detto che li aveva tutti e bianchissimi; ma il momento e il modo di
farmeli vedere, mi diedero noia; perciò gridai, indispettito:
— Andate indietro! —
Ella non doveva essere molto avvezza ad obbedire, quantunque
appartenesse alla milizia, e, cacciando un po’ indietro la sua
berrettina a tetto di capanna, in guisa da mostrarmi scoperta la sua
fronte bianca e i primi ciuffi dei suoi capegli biondi, mi ribattè con
aria di sfida:
— E se mi piacesse di venire avanti?
— Indietro, o faccio fuoco; — replicai, levando il fucile.
— Ah, per esempio!... — diss’ella. — _Allons voir ça!_ —
E venne avanti, quella gran diavola, venne avanti come aveva
minacciato di fare. Salì con piglio risoluto per la viottola,
facendomi ballonzolare davanti agli occhi il suo guarnello turchino
di vivandiera, filettato di rosso, e venne a piantarsi a cinque o sei
passi da me.
Io avevo il fucile già ritto all’altezza della guancia e facevo una
figura abbastanza ridicola. Come? Un granatiere piemontese vedrà una
donna venir leggiera e confidente verso di lui, e non troverà altra
cortesia da farle, che quella di spianarle addosso la canna d’un
fucile? Questo pensiero, passato veloce attraverso le nebbie del
mio intelletto, mi fece fremere e rabbrividire ad un tempo. Trassi
indietro il fucile e mi parve di essere ritornato un altr’uomo; lo
accostai al braccio e gli detti sulla seconda fascetta il colpo voluto
dai regolamenti; poi, con molta destrezza, lo feci saltare davanti
al petto, gli detti un altro colpo di palma sulla cassa, e presentai
l’arma, ridendo.
— Alla buon’ora! — esclamò la mia bionda vicina. — Lo dicevo bene, io,
che ti sarebbe mancato il coraggio!
— Sì, quel che volete; — risposi; — ma andate via subito, madama! —
Capirete che tutto questo discorso, che io vi rendo in italiano, era
fatto in francese. Il mio «_madame_» dette probabilmente sui nervi
ai soldati che avevano accompagnata la vivandiera nella forra, e che
stavano allora appiattati dietro una ceppaia di castagno, che sporgeva
le negre radici dal ciglio della strada.
— _Dis-lui mademoiselle, sacrebleu!_ — gridò uno di essi. — _Sais-tu
bien à qui tu parles? C’est la vierge du régiment._
— _Taisez-vous là-bas!_ — diss’ella, con voce alta e con accento di
rimprovero, probabilmente seccata di quella presentazione fatta a
distanza.
Poi, rivolgendosi a me, soggiunse:
— Scendi: ragioneremo.
— Ah! scendere, poi, è un altro paio di maniche.
— Hai paura, _blanc-bec_? —
Il sospetto mi offendeva; ma alle donne si può lasciar dire ciò che non
si potrebbe tollerare da un uomo.
— Il mio dovere mi tiene quassù; — le risposi.
— Anche durante una sospensione d’armi? — diss’ella.
— Eh, se ci fosse davvero una sospensione d’armi, vi confesso,
madamigella, che scenderei volentieri.
— Guarda laggiù; — riprese la mia interlocutrice, accennando col dito
verso la strada alta.
Mi volsi a guardare dov’ella indicava, e vidi avanzarsi un
parlamentario, con la bandieruola bianca, preceduto dal solito
trombettiere.
— Avete ragione; — dissi allora. — Possiamo chiacchierare per qualche
minuto. —
E spiccato un salto, fui tosto nella viottola, accanto alla mia strana
visitatrice.
Che era bella, ve l’ho già detto; aggiungerò brevemente che era
alta di statura e molto elegante di forme. Se fosse stata vestita di
bianco, se, scambio di quella berrettina a tetto di capanna, piantata
capricciosamente sul capo, avesse portato un velo e una corona di
verbena, avrei creduto di essere al cospetto di una giovane druidessa,
di quelle che accompagnavano in guerra gli antichi Galli, cantando
dall’alto dei carri l’inno della battaglia. Aveva gli occhi grigi,
quasi bianchi, ma vivissimi, che mettevano lampi ad ogni batter di
ciglia, e sosteneva con un piglio trionfale, non senza un certo che di
canzonatorio, le mie guardate curiose. Per altro, non doveva essere
scontenta di me, osservando che la mia ispezione volgeva chiaramente
all’omaggio. Se è debito, per un galantuomo, render giustizia a tutti,
anche ai nemici, immaginate con che piacere si adempia quest’obbligo
sacro con le donne dei nostri nemici.
— Veniamo a quel che preme di più; — mi disse ella, finalmente. — Hai
tu da bere?
— Ahimè! — risposi. — La mia fiaschetta è vuota, e non ho nulla da
offrirvi.
— Son ricca io; fàtti avanti e prendi la tua razione; — rispose ella,
mettendo mano alla barletta che portava a tracolla.
— Grazie! — mormorai, mentre ella versava nella mia fiaschetta la sua
acquavite allungata.
— Di che? Tra soldati, è dovere.
— Ma io sono un nemico.
— Lo credi? Per tua norma, un uomo e una donna non sono mai nemici, se
non quando l’uomo è ineducato, o la donna noiosa. —
In quel mentre, mi vennero udite parecchie voci dall’alto. Guardai
verso il ciglio della strada e vidi alcuni dei miei granatieri
affacciati.
— Sergente, si beve, eh? — mi domandarono.
— Che cosa gridate voi altri? — disse la mia bella vicina. — Avete sete?
— E fame; — rispose uno più ardito.
— Luigi! — diss’ella, volgendosi al basso della viottola, e rinforzando
la voce. — Fatevi in qua! Date da mangiare a questi bravi granatieri.
Tra voi e i vostri compagni, avrete in tasca qualche cosa.
— Delle castagne, — rispose un soldato francese, uscendo fuori dal suo
riparo. — Ma sono castagne storiche, oramai; castagne di Montenotte.
— Benissimo! Datele ai vostri nemici di Cosseria. Ed anche un po’ da
bere, se non avete asciugate le vostre fiaschette. Io ve le riempirò,
appena saremo tornati al posto. —
Il soldato obbedì all’esortazione della vivandiera, come avrebbe
obbedito ad un comando del suo capitano. Ed altri compagni suoi,
sbucati dalla forra, si arrampicarono tra i cespugli, per offrire ai
nostri granatieri le loro castagne, il loro pane, qualche sorsata di
vino, o d’acquavite. Qualcheduno discese nel fossato, alle falde del
monte, dov’era una piccola fontana, e tornò con due bottiglie d’acqua,
che offerse fraternamente «_pour les citoyens officiers_.»
— _Prenez, prenez!_ — dicevano. — _Vous êtes des braves! Ah, et des
autrichiens aussi?_ — soggiungevano, vedendo la divisa dei croati. —
_Prenez tout-de-même! Ce n’est pas de la confiture, vraiment; mais,
vous savez, la plus belle fille du monde ne peut donner que ce qu’elle
a._ —
Così celiavano, offrendo le loro castagne, i vincitori di Montenotte.
I nostri rispondevano timidi, perchè dovevano accettare i doni, senza
poterli contraccambiare.
Frattanto, la mia bella interlocutrice si era tirata in disparte.
— Siedi, e discorriamo; — diss’ella.
— Discorriamo; — risposi, prendendo posto al suo fianco. — Ma la
sospensione d’armi non vorrà durar molto.
— Cogliamo i fiori che l’occasione semina sotto i nostri piedi;
— replicò ella, in tuono di madrigale. — Per intanto, vedo che si
raccolgono i morti e i feriti. Ne avremo per una mezz’ora almeno; _je
connais ça_. Vuoi mangiare? Eccoti un pezzo di pane. Non ho di meglio
da offrirti.
— No, grazie, non ho fame.
— Se lo dici per fierezza, hai torto.
— No, non è per fierezza; ho pure accettata la tua acquavite.
— È vero, biondino, è vero. Vediamo un po’, che grado hai
nell’esercito? — diss’ella, guardandomi le spalle, e dalle spalle
scendendo a guardarmi le braccia, su cui luccicavano i miei modesti
galloni di sergente. — Come? così giovane, e non sei almeno colonnello?
— La carriera del soldato è lunga, in Piemonte; — risposi io, non
potendo trattenere un sorriso, a quella strana forma di ragionamento.
— Bonaparte ha ventisei anni, ed è generale in capo; — osservò
ella, rispondendo in una alle mie parole e al sorriso da cui erano
accompagnate. — Vieni con noi.
— Fai presto a dire: vieni con noi! Il soldato non ha che una patria.
— Ecco una massima! — diss’ella. — Ma eccone un’altra, che vale la tua.
La patria è la libertà.
— In Francia e per i francesi, capisco; ma qui siamo in Piemonte. La
terra dove il piemontese è nato, vale la libertà, l’eguaglianza e la
fraternità messe insieme. Del resto, meglio star male in casa propria,
che bene in casa d’altri.
— Sei un filosofo, ma della vecchia scuola; — mi replicò la bella
vivandiera. — Non hai studiati gli Enciclopedisti; eppure mi piaci.
— Anche tu a me, bella nemica! — mormorai.
— Vero? — chiese ella, fissandomi con que’ suoi occhi bianchi, che
lampeggiavano come faccette di diamante, ed avvicinando così il
suo viso al mio, che io sentii l’alito della sua bocca sfiorarmi la
guancia.
— Perdio! — risposi. — Sono innamorato. —
E mi tremava la voce, proferendo la frase di rito.
— _Déjà?_ — esclamò ella ridendo. — È dunque più facile conquistar te,
che la ròcca di Cosseria?
— Cosseria, — risposi gravemente, — non è cinta d’assedio da mille
donne come te. Agli uomini serbiamo polvere e piombo; alle donne omaggi
e servitù.
— Andiamo, via, è cosa combinata; — ripigliò la mia interlocutrice. —
Tu meriti di esser francese. Guadagnami.
— In che modo?
— In un modo facilissimo; — rispose ella, abbassando la voce. —
Lasciami passare con una compagnia, appena sarà finita la tregua.
— Lasciarti passare?... — esclamai, sconcertato da quella inattesa
proposta.
Ella non voleva lasciarmi il tempo di riflettere. Avvicinatasi a me, a
capo chino, co’ suoi capegli biondi contro la mia guancia infiammata,
sottovoce, quasi parlando alle mie mani che stringevano istintivamente
le sue, la bella maliarda soggiunse:
— Ascoltami, bel granatiere! Hai udito poc’anzi come mi chiamano. Sono
la vergine del reggimento, e merito il nome che mi dànno i soldati
dell’Augereau. Son nata viscontessa; i filosofi mi hanno tenuta
in braccio bambina; per la santa libertà, redentrice del mondo, ho
rinunziato alla mia corona di perle, non alla nobiltà del mio sangue,
e vado, come una nuova Amazzone, portando fieramente per i campi
di battaglia i miei ventidue anni e la mia virtù. Ti parrà strano,
eppure è così. «_Sans crainte hasard et peine_» era il motto dei
miei antenati. Una donna è ciò che vuole, dovunque ella sia. Orbene,
— mormorò ella, accostandosi ancora e quasi alitandomi le parole
all’orecchio, — lasciami passare di lì, tra i cespugli, senza avvederti
di nulla, e sarò tua. —
Il caldo soffio delle sue labbra mi bruciava le guance, mi penetrava
nel sangue; strani bagliori mi guizzavano davanti agli occhi; mi
sentivo confuso, vicino a perdere il lume della ragione.
— Tua, — ripeteva ella frattanto, — mi capisci? E chiederò per te gli
spallini al generale Augereau.
— Hai tanto potere su lui? Lo ami forse? — domandai.
Dovevo essermi fatto bianco in viso, parlando così.
— Il bel granatiere è geloso! — diss’ella, ridendo. — E se mi piacesse
di amarlo?... È un valoroso, ed è anche il più fedele alla causa della
divina libertà, fra tutti i generali dell’esercito d’Italia. —
Sudavo freddo, ascoltandola. Avrei voluto essere io quell’uomo, che
meritava tante lodi da quella bocca bellissima. Non essendolo, era
naturale che lo odiassi.
— Ma non lo amo; — ripigliò la vergine del reggimento. — Amerò te, se
mi lasci passare.... se rallenti la tua vigilanza da questa parte.
— Grazie! — risposi, tutto tremante, e facendo uno sforzo supremo per
sottrarmi al fascino di quella donna. — Non posso.
— Non puoi? E poc’anzi hai detto di amarmi!
— Ti amo, sì, e non posso accettare il tuo patto.
— Bada! Noi ci presenteremo ad ogni modo, di qua.
— Non lo tentare!
— E sarò io in prima linea. Vedrò se avrai il coraggio di
respingermi.... di far fuoco su me.
— Non mi dir questo! — risposi supplicando. — Se ti lasciassi passare,
mi sprezzeresti tu per la prima.
— Che ne sai tu? La donna ama l’uomo che per lei è pronto a fare ogni
cosa.
— Anche una viltà?
— Se è un sacrifizio per lui, sicuramente, anche una viltà.
— Mi fai paura; taci! — mormorai rabbrividendo, e tuttavia non sapendo
svincolarmi da lei.
La salvezza venne dall’alto, dove parecchie voci andavano ripetendo il
mio nome.
— Che vorranno da me? — esclamai, dopo essere stato un tratto in
ascolto. — Ah, la voce del tenente.
— Ti chiamano dunque per servizio; — diss’ella. — Va a vedere. Io ti
aspetto qui. —
Aggrappatomi ai cespugli, mi tirai sulla balza, e uscii dalla palina
dei castagni, andando verso la compagnia.
Seppi allora tutto quello che era avvenuto in quell’ora di tregua. Il
nuovo parlamentario ci aveva ripetuta l’intimazione di resa. — «Che
cosa aspettate? — aveva detto. — Di essere sostenuti? Disingannatevi.
Avete sentite le fucilate di poc’anzi, alla vostra sinistra, nel fondo
della valle? Veniva un carro di munizioni per voi, mandato dal general
Colli. Abbiamo messa in fuga la scorta, e ci siamo impadroniti delle
munizioni.»
Il colonnello aveva capito che ogni speranza era perduta, e che il
Colli non sarebbe venuto in soccorso. Ma volle farlo vergognare per
tutto il rimanente della sua vita, lasciandogli al cospetto della
storia la malleveria e il rimorso di quell’abbandono. Fors’anche
gli passò davanti agli occhi la grande figura di Leonida e il suo
fortissimo esempio. E aveva ripetuta la sua fiera dichiarazione: — «I
granatieri piemontesi non si arrendono mai.»
Grida e minacce avevano risposto alle nobili parole di Filippo Del
Carretto. Si aspettava un nuovo attacco, fra pochi minuti, e si
prendevano tutte le disposizioni per ricevere il nemico. Io ero stato
chiamato in quel mentre, perchè alla mia squadra toccava per l’appunto
di custodire l’estrema destra della posizione.
Ma venne ancora il parlamentario davanti ai nostri trinceramenti.
— Volete la vostra perdita, — diss’egli, — e tal sia. Il generale
Bonaparte non darà quartiere a nessuno; sarete tutti passati per le
armi.
— Abbiamo ancora in pugno le nostre, — rispose Filippo Del Carretto, —
e daremo morte per morte. —
Il parlamentario si allontanò, lasciandoci quindici minuti di tempo per
riflettere.
Io ritornai prontamente al mio posto, desideroso di vedere quella
donna, se, come mi aveva promesso, era rimasta ad attendermi. Entrato
nella palina, mi affacciai tra i cespugli a guardare sul sentiero, e la
vidi.
— Non ti aspettavo già più; — diss’ella, malinconica.
— Ahimè, bella mia! — le risposi. — È finita per me. Si riprendono le
ostilità fra quindici minuti.
— E ciò ti spiace, bel granatiere?
— Sì, perchè ti ho conosciuta, e non so adattarmi al pensiero di
perderti. Come ti chiami?
— Che te ne importa?
— Se lo domando, è segno che desidero di saperlo. Bella nemica, il tuo
nome!
— Non te lo voglio dire.
— Te ne prego.... te ne supplico....
— Sei tu che comandi, in quest’angolo; — osservò ella, ritornando
all’assalto. — Lasciami passare di qua, sulla tua destra, senza aver
aria di avvedertene, e ti amerò per tutta la vita.... o per un giorno,
come vorrai tu. —
Se l’aveste veduta in quel momento, come era bella, col vezzo
delle labbra umide, che invitavano ai baci, col balenìo degli occhi
limpidissimi, che accendevano il sangue nelle vene, e mutavano le
vaghe promesse in vive immagini di felicità! Tutta una vita di amore,
o un giorno di ebbrezza, a mia scelta! Ah, vergine del reggimento,
amabile lusinghiera, incantatrice diabolica! E non avevo da far altro
che chiudere un occhio, il destro, per lasciarvi penetrare inosservata
nella palina dei castagni! Nell’ardore della mischia, chi ci avrebbe
badato? A cose fatte, chi lo avrebbe risaputo? Voi entravate nella
ròcca, insieme coi vostri compagni; piombavate alle spalle dei
difensori, gridando vittoria, mentre essi erano impegnati a respingere
un furioso assalto di fronte. L’effetto era certo, infallibile; noi si
finiva di colpo una resistenza inutile, e, chi sa? forse si sarebbe
salvata una vita a noi cara, preziosa all’esercito, necessaria alla
patria.
Io vidi tutte queste cose nello splendore di un sorriso affascinante,
nel lampo di un’occhiata assassina, e gridai, spaventato:
— No, tentatrice, non posso. E l’onore? il soldato non ha che questo da
custodire, quando non lo assiste più la speranza di vincere.
Quella donna mi si cangiò in un attimo davanti agli occhi, come se
le mie parole avessero avuta la virtù di un antico scongiuro. Si fece
bianca, nel volto, quasi livida; le pupille torve mandarono lampi di
sdegno; le parole fischiarono, come serpi incollerite.
— Custodisci il tuo onore, _blanc-bec_! — gridò ella, stizzita. — Ed
io, sciocca, ti facevo padrone del mio!
— Senza rancore! — le dissi, tentando di placarla. — Io ti adoro.
— Va al diavolo! — rispose ella, voltandomi sdegnosamente le spalle.
E se ne andò, lenta, forse sperando che io l’avrei richiamata, ma senza
degnarsi di volgere il viso dalla parte mia.
Così finiva l’intermezzo d’amore, che mi aveva trattenuto e turbato,
fra un attacco ed un altro. L’avventura era strana, e tale da far
girare la testa a più d’uno. A me sapeva male di lasciar partire quella
bellissima bionda, così fieramente sdegnata; ma come fare, buon Dio,
come fare altrimenti? Dovevo io tradire la patria e l’onor militare,
per meritarmi un sorriso da lei? Qual donna può mai pretendere una
cosa simile dall’uomo che ella dice di amare? Capisco benissimo;
quando si rifiuta alle donne di sacrificar loro la nostra dignità, il
nostro carattere, quel complesso delicatissimo di idee, di doveri, di
speranze, di ambizioni, e aggiungiamo pure di vanità, che costituisce
il nostro culto particolare, la nostra religione esclusivamente
mascolina, esse dicono che noi non le amiamo davvero, intieramente, con
tutte le forze dell’anima, come bisogna amare, quando si ama. E sarà
come dicono esse. In fatti, noi abbiamo posto per parecchi amori, nel
cuore, tutti diversi d’indole e di oggetto; esse per uno solo, anche
se giovi a parecchi. Ma via, non diciamo di queste cose, che possono
essere in molti casi non vere, e che in fondo non provano nulla. Ognuno
giudica con la sua propria esperienza; e tutte le esperienze riunite
non bastano a darci una teorica certa, una dottrina sicura, veramente
scientifica.
Ragiono ora, amici miei, col sangue freddo, quasi gelato, dei miei
settantacinque anni suonati. Ma ragionavo poco allora, col sangue vivo
dei ventidue, che mi bruciava le arterie. Profondamente turbato da quel
dialogo, mi ero ritirato dalla balza, per ritornare alla mia squadra.
— Bravo, sergente! — gridò il cavalier Corte, vedendomi comparire in
mezzo ai castagni. — Siamo stati ancora un pochino a chiacchiera coi
nemici?
— Sì, capitano; — risposi. — Essi mi hanno dato da bere, ed io ho
voluto dimostrar loro tutta la mia riconoscenza.
— In verità, sono strani, questi francesi! — esclamò il cavalier Corte.
— Di là ci minacciano ad ogni momento di passarci per le armi; di qua
fanno a spartire il loro pane e il loro vino con noi.
— Signor comandante, — entrò a dire uno dei miei compagni, — il
sergente Tomè ha anche fatto breccia, là sotto. Una bella vivandiera si
è innamorata di lui.
— Di bene in meglio! — disse il capitano, ridendo. — Speriamo almeno
che egli abbia fatto onore alla vecchia galanteria piemontese. —
Altro che galanteria! Avevo un diavolo per occhio. Vidi in quel
punto sull’erba una delle bottiglie d’acqua che ci avevano regalate
i francesi, e, per levarmi di là, proposi di portar da bere al nostro
colonnello.
— Sì, va pure, egli ne avrà bisogno; — mi disse il capitano.
Filippo Del Carretto era al suo posto, nel mezzo della linea, dove
faceva rafforzare con nuovi tronchi d’alberi le abbattute del nostro
piccolo campo, e rotolar sassi delle macerie vicine.
— Sei tu? — diss’egli, vedendomi e ricordandosi del nostro dialogo di
quella mattina. — Che cosa mi porti?
— Acqua; — risposi. — È dono del nemico. Vuol bere, signor colonnello?
— Grazie, non bevo. Se incominciassi, dovrei vuotar la bottiglia. È
meglio conservarla per quella povera gente che soffre lassù. Viglietti,
— soggiunse, volgendosi al suo fedel servitore, — porta quest’acqua ai
nostri feriti. —
Paolo Viglietti prese la bottiglia e si avviò a malincuore
verso la breccia, per cui si entrava nel castello. Ma poco lunge
trovò qualcheduno, a cui affidare quella piccola cura, e ritornò
immediatamente al suo posto.
— Come? — gli chiese il colonnello, vedendoselo nuovamente daccanto. —
Non sei andato?
— Signor marchese, — ripigliò Paolo Viglietti, — a momenti saranno
finiti i quindici minuti, ed io, se permette, amo meglio trovarmi
vicino a Lei.
— Ah, Viglietti, Viglietti! — mormorò il colonnello. — E non pensi che
qualcheduno della mia casa ha pur da rimanere in vita, per portare un
saluto a mia moglie e un bacio a mio figlio?
— Signor Filippo.... — balbettò Paolo Viglietti, con le lagrime agli
occhi. — Speriamo che andrà Lei, ad abbracciare la sua famiglia. Quanto
a me....
— Via, via! — interruppe Filippo Del Carretto. — Non parliamo di queste
cose. Fa conto che io non ti abbia detto nulla. —