Giornata calda.
Filippo Del Carretto discese rapidamente dalla macìa che si stendeva in
largo declivio sotto la breccia della cinta esterna, e percorse tutta
la fronte di difesa, volendo vedere ogni cosa da sè. Passando davanti
alla sua gente, salutava amorevolmente ufficiali e soldati, alternava
comandi e parole di lode, comunicava a tutti lo spirito marziale che
lampeggiava dalle sue pupille azzurre.
Egli aveva collocato nel centro, e poco sotto alla breccia che vi ho
detto, le due compagnie della Marina, sostenute da cento uomini del
generale Provera. Questa volta toccava ai granatieri della Marina
il posto d’onore, poichè Monferrato aveva già avuto il suo, poche
ore innanzi, al passo di Montecàla. Inoltre, le due compagnie della
Marina avevano completo il numero dei loro ufficiali, e abbondavano di
sott’ufficiali, mentre le due di Susa non avevano che due ufficiali
per ciascheduna, e la seconda di esse era comandata da un semplice
luogotenente.
Queste due erano invece collocate sull’estrema sinistra, e sostenute
anch’esse da un centinaio di Croati. Ma laggiù era un posto
importantissimo, poichè da quella estremità si partiva il contrafforte
occidentale della montagna, e su quel contrafforte saliva una delle
due strade che conducevano alla rocca, anzi quella che le girava
attorno, dalla parte di Millesimo, per imboccare la porta castellana.
Laggiù, adunque, dov’era da temersi un altro attacco, il colonnello
Del Carretto pose a sostegno la prima di Monferrato, col cavaliere
Alberione.
Un altro centinaio di Croati erano distribuiti sull’estrema destra,
dov’eravamo noi della seconda di Monferrato, sotto gli ordini immediati
del cavalier Corte. Da quella parte, avevamo a destra una costiera
assai ripida, che sarebbe stata a dirittura impraticabile, senza una
piantata di castagni giovani, che potevano dar ansa a qualche manipolo
più svelto e più temerario d’inerpicarsi lassù e di attaccarci di
fianco. Sulla nostra fronte era un declivio abbastanza largo, che in
parte andava a congiungersi con quello del centro, in parte spariva,
entro una forra, a cinquanta passi da noi. Di quella fronte dovevamo
occuparci, ed anche partecipare coi nostri fuochi a respingere gli
assalti che fossero dati sul centro della posizione. Il nostro fianco
destro e le spalle erano guardati, così per noi, come per tutto il
presidio, da altri duecento Croati, alla cui vigilanza dava il soccorso
della sua grande esperienza e della sua bella calma il generale
Provera.
Aggiungo che tutta la fronte di difesa, a tramontana, cioè verso
la Rocchetta del Cengio, poteva esser lunga un duecento passi. Su
tutta la linea, più folto ai lati e con una larga radura nel centro,
era un bosco di castagni; ma eravamo a mezzo aprile, e le piante
mettevano appena i primi germogli. Più là dal bosco, e dal suo pendìo
verdeggiante di borraccina e di felci, la montagna staccava i due
sproni, o contrafforti che sapete, l’occidentale verso il bosco
della Guardia e il pian dei Giaschi, l’orientale verso San Rocco e
l’abitato di Cosseria. Sovra ambedue, ve l’ho detto, serpeggiavano
strade, l’occidentale più moderna, ma anche più guasta, l’orientale
antichissima e meglio conservata, per la medesima saldezza della sua
costruzione.
A quest’ultima, finalmente, veniva ad allacciarsi una viottola
campestre, che poco si vedeva, anzi nulla dal nostro poggiuolo, poichè
ascendeva al coperto tra i ciglioni e gli scoscendimenti della forra.
Si vedeva in quella vece benissimo, e per lungo tratto, la strada
maggiore, che a cento cinquanta passi da noi risaliva una piccola
eminenza, e poi seguitava bianca bianca tra i roveri e i ginepri fino
al bosco del Cavallo.
Là, dove la strada faceva quel po’ di risalto, si notava qualche
movimento dei nemici. Si avanzavano più nascosti che potevano, dietro
ai ginepri e agli sterpi, ond’era rivestito quel dorso di galestro,
e pareva che proprio in quel punto volessero attendere a qualche
misterioso lavoro. Noi credemmo a tutta prima che di là ci preparassero
l’attacco; ma il colonnello ci disingannò facilmente.
— Non vorranno mica esporsi per così lungo tratto di sentiero allo
scoperto; — diss’egli — Vedrete che pianteranno una batteria di
campagna.
— Vuol esser musica, dunque? — esclamò il cavalier Corte, che non
perdeva mai il suo buon umore.
— Tocca a loro di regalarcela, che hanno gl’istrumenti; — rispose
il marchese Filippo, accogliendo volentieri la celia. — Ma quando
arriveranno i nostri di laggiù, felice notte, suonatori! —
E guardava con desiderio a sinistra, verso i monti oltre la Bormida di
Millesimo, dove si vedeva biancheggiare la salita di Montezemolo.
S’ingannava, fidando nel soccorso del Colli; ma non s’ingannava
altrimenti, argomentando i disegni del nemico. Su quel risalto della
strada era venuto, come si seppe più tardi, il generale Buonaparte
in persona, e aveva dato ordine di costrurre una batteria. Senonchè,
dovendo quel lavoro esser fatto di giorno e a così breve distanza da
noi, il parapetto si innalzava un po’ indietro, per non tenere gli
zappatori esposti al tiro dei nostri moschetti. Ne derivò, come potete
immaginare, un piccolo difetto di posizione, che non permise ai cannoni
francesi il tiro ficcante nei nostri lavori avanzati.
Regnava frattanto sull’erta un silenzio di tomba. L’aria odorava
d’insidie. Ricordo che sorridemmo malinconicamente vedendo passare
svolazzando davanti a noi una farfalletta bianca, forse la prima della
stagione. In un bel luogo, e per il suo primo giorno di vita, era
venuta a ficcarsi!
Un rullo di tamburo si udì nella forra sottoposta, che metteva
all’abitato di Cosseria; un altro rullo rispose dalla valletta che era
davanti a noi, sotto il bosco della Guardia. Due assalti simultanei ci
erano in quella forma annunziati.
— Finalmente! — gridò il marchese Del Carretto. — Granatieri, qui
daremo una buona lezione ai nemici della patria e del re. Lasciateli
avanzare, senza fare un colpo. Rinforzi e munizioni non ci mancheranno,
in giornata; intanto, da buoni soldati, dobbiamo risparmiare le nostre
cartucce. Non fate fuoco se non quando il nemico sarà a venti passi, e
ognuno di voi si scelga il suo uomo. Del resto, il fuoco lo comanderò
io, e vedrò dalla vostra calma se siete vecchi soldati. —
Osservate lo strano effetto che doveva fare su noi l’accorto discorso
del colonnello. Si aspettava di veder comparire il nemico dal ciglio
della collina, e una simile aspettativa è sempre tale da meritare un
certo riguardo, magari anche un pochino d’ansietà, perchè i timidi
ci sono sempre, e incominciano di lì anche coloro che alla prima
circostanza si tramuteranno in eroi, e perchè d’altra parte i più
valorosi, i più esercitati, i più calmi, temono sempre di non poter
fare abbastanza bene il loro dovere. Ma il colonnello Del Carretto, con
le sue magiche parole, ci trasformò d’improvviso quella ansietà nella
mente. Oramai non temevano più l’apparizione delle colonne d’attacco;
temevano di sparar troppo presto, di non parere più a lui quelli che
volevamo essere, cioè vecchi soldati.
I tamburi del nemico suonavano furiosamente la carica. Il rumore si
avvicinava sempre più, da una parte e dall’altra; si udiva il calpestìo
concitato dei fantaccini che serravano il passo lungo i sentieri
nascosti, ond’era cinta la montagna a pochi metri dal colmo; ad un
certo punto il rumore dei passi mutò, divenne sordo, ma più frequente,
come di un gran numero di persone che si affrettino camminando
sull’erba, e a noi parve fin anco di sentire il respiro affannoso degli
assalitori, che guadagnavano l’erta. Ci apparvero, infine, ci apparvero
alla vista i neri cappelli dalla tesa arrovesciata sull’orecchio, e
fermata da una coccarda tricolore. Stettero un momento in forse, da
prima cercando i nostri ridotti, poi la cagione del nostro silenzio; ma
non potevano rimanere più a lungo così, dovevano risolversi, far posto
ai compagni che volevano afferrare anch’essi il ciglio del prato, e che
incominciavano a sbucare dai lati.
— _En avant, soldats de la République!_ — tuonò allora una voce, che io
riconobbi per quella del generale Cervoni.
Era egli, difatti; veniva primo all’assalto, come aveva promesso; e
mi dava noia e mi faceva piacere che quel primo assalitore avesse un
nome italiano. Avevo già spianato il fucile, in attesa del comando,
e aggiustavo la mira su quell’uomo dal cappello piumato e dalla gran
sciarpa tricolore; poi dissi: «no, ci penserà un altro, a costui,» e
sviai di due o tre linee la canna.
Alla sua voce e all’esempio, i soldati si mossero, levando grida
feroci; vennero da prima strisciando, come gatti che hanno adocchiata
la preda, e finalmente si avventarono a passo di corsa.
Da noi era sempre un grande silenzio; non si sentiva volare una mosca.
La farfalletta bianca aleggiava tuttavia fra i due campi.
Il colonnello Del Carretto stava fieramente piantato, con la sua spada
nuda e fiammeggiante, sopra un largo macigno, dominando di quattro o
cinque spanne la sua fronte di battaglia. Mi pare di vederlo ancora,
su quella pietra predestinata, ritto, imperterrito, minaccioso, come
dovrebbero raffigurarcelo un giorno, quando paresse utile di eternare
nel marmo o nel bronzo qualche bell’esempio del valore italiano.
— Fuoco! — gridò egli, con voce che fischiò come la folgore, appena gli
assalitori furono a tiro di pistola.
Una scarica generale succedette al comando. I vecchi soldati avevano
mantenuto il loro buon nome. Ognuno aveva mirato il suo uomo; e quando
la nuvola si sciolse, fu visto il campo seminato di morti. Le prime
linee erano atterrate, le seconde indietreggiarono istintivamente.
Ma, incalzate dai nuovi venuti, incitate dalle grida dei comandanti,
ritornarono tosto all’assalto, e fu allora da parte nostra un fuoco di
fila, rapido, serrato, rabbioso. Crepitavano, fischiavano, guaivano
le palle, ed atterravano sempre; parecchi, più audaci, vennero a
stramazzare sui trinceramenti, davanti alla Marina, che faceva prodigi.
Noi, dalla destra, aiutavamo, cogliendo la colonna di sbieco. Più e più
volte vennero alla riscossa, ma furono sempre ricacciati. Il campo, per
lungo tratto davanti a noi, era diventato un carnaio.
Non fu più visto il Cervoni, morto o ferito che fosse. Un altro
generale guidava, che sapemmo poi essere il Bonel, anch’egli
animosissimo, col cappello levato sulla punta della spada, secondo
la gloriosa costumanza d’allora. Si avanzò alcuni passi, correndo, e
molti, ufficiali e soldati, gli si erano serrati intorno a manipolo.
Ma cadde anch’egli trafitto da più colpi, e disparve quel vessillo
di piume che incuorava la sua gente all’attacco. Un grido di gioia,
partito da tutti i nostri ridotti, ne salutò la caduta, e un urlo di
rabbia disperata rispose dalla rotta falange, che, levato il morto
sulle braccia, lo trafugò sotto il ciglio della collina. Noi incalzammo
il fuoco sulla schiera fuggente. Oramai davano indietro su tutta la
linea, investiti, rincorsi dalle palle, rovesciati, travolti.
Si poteva finalmente ricogliere il fiato. Bevemmo un sorso delle nostre
fiaschette, nient’altro che un sorso, perchè la provvista era scarsa, e
fra non molto saremmo rimasti all’asciutto. Avevamo vinto; questo era
l’essenziale, per allora. I morti e i feriti giacevano a centinaia,
sanguinosi trofei della nostra vittoria, lungo la fronte di battaglia.
Noi avevamo avuto pochi uomini fuori combattimento, colpiti da una
squadra di tiratori, appostati tra i cespugli, sui margini della strada
alta, dove il colonnello argomentava che si stesse collocando una
batteria.
— Vedete? — diceva egli, percorrendo i trinceramenti e distribuendo
sorrisi e strette di mano. — Calma vuol essere: non bisogna sparar
prima del tempo. Seguitiamo così e la vittoria sarà nostra. —
Eravamo caldi, infiammati, pieni di desiderio: avremmo voluto combatter
di nuovo. E l’occasione non si fece aspettar molto. I francesi
tornarono mezz’ora dopo all’assalto. I loro tamburi suonarono la
carica più furiosamente che mai. E venivano in tre colonne, una contro
il cavalier Corte, sulla destra della posizione, salendo dalla forra
laterale; una al centro, dov’era il colonnello coi capitani Tibaldè e
Lomellini; la terza sulla nostra sinistra, dove comandavano i capitani
Alberione e Calieri e il luogotenente Nerand.
Da quella parte era più facile venire fino al tiro, perchè la strada,
riuscendo ad una specie di sella che partiva gli approcci del castello
dal bosco della Guardia, diventava di dolce salita per un centinaio
di passi; ma poi era altrettanto difficile guadagnare la posizione,
perchè ivi la collina offriva una grossa sporgenza, e quasi un bastione
naturale. Forse in quel punto il terreno erboso dissimulava gli avanzi
di uno sprone della vecchia strada, che girava intorno al fosso della
ròcca.
Le colonne d’attacco si presentarono come la prima volta, senza
far colpo, sperando di sbigottirci con la grandezza sterminata del
numero; ma furono anche questa volta scompaginate, ributtate indietro
da un fuoco micidiale, e con una perdita doppia. Anche noi perdemmo
molti uomini, perchè i tiratori appostati sulla strada alta erano
cresciuti di numero, ed anche di audacia, dopo che aveva incominciato
a parlare il cannone. Era entrata in azione la batteria di campagna, e
bersagliava a tiro accelerato il muro di cinta a cui erano addossate le
nostre difese.
Il colonnello aveva l’occhio a tutto. Anche persuaso che l’artiglieria
del nemico poteva far poco guasto nel suo centro, lasciò solamente
guernita la trincea, e raccolse i sostegni sui lati, dove i tronchi dei
castagni impedivano la visuale ai puntatori. E sui lati l’artiglieria
prese anche a tirare alla cieca. Fioccavano le palle, sgretolavano
le pietre, scalcinavano la muraglia, rimbalzavano, ruzzolavano nel
trinceramento, accolte dalle risa e dalle solite arguzie dei soldati.
Allora incominciò per me quel disprezzo del cannone, in cui dovevo
fortificarmi dopo essere entrato nello stesso esercito napoleonico.
Gran fracasso, il cannone, e poco danno; ma è grande, invece, il suo
effetto morale. Napoleone, che conosceva gli uomini, ne usò molto
anche lui, ma nei momenti decisivi, concentrando i suoi fuochi sulla
posizione che voleva occupare.
Protetti dal cannone, come credevano, ritornarono più volte i francesi
e fecero attacchi su attacchi; ma sempre inutilmente. La sinistra
era di ferro; il centro era d’acciaio senz’altro. Quanto a noi,
della destra, non fo per dire, ma si era lì. Ad ogni modo, anche noi
respingemmo tutti gli assalti e mandammo di molta gente ruzzoloni.
Ci eravamo assuefatti a quel giuoco, e qualche volta escivamo anche
dalla trincea, che del resto si scavalcava assai facilmente, per
allungare il collo sullo scrimolo della forra, e vedere dove andassero
a finire i nostri nemici.
In una di quelle esplorazioni, e quando già pareva che gli assalitori
avessero perduto la voglia di ritentare l’impresa, mi occorse di vedere
un gruppo di soldati che stavano rannicchiati sotto la sporgenza di un
masso, come a riparo, ed aspettando una nuova occasione di salire.
Mi parvero temerarii, a voler rimanere così vicini, a venti passi da
noi, e pensai di mandar loro un ricordo salutare. Avevo ancora cinque o
sei cartucce, e una, di certo, era spesa bene in quel crocchio. Perciò,
volendo trovare un buon posto donde prender la mira, feci alcuni passi
avanti, tra i giovani castagni che orlavano la balza.
Udirono il rumore; fors’anche qualche pietra smossa andò a battere
accanto a loro nella forra; fatto sta che si sporsero in fuori, con
gli occhi in alto, per vedere che diavolo fosse. Il più maravigliato di
tutti fui io, perchè mi vidi sotto una testa di donna.
Di donna, laggiù? Era strano, lo so, tanto strano, che rimasi di
stucco, e non pensai più, come potete immaginarvi, a far uso del
fucile.
Quella donna aveva coraggio per quattro, perchè, mentre i suoi compagni
sgambettavano lesti per correre a riparo sotto un altro ripiano della
discesa, ella si trasse fuori con tutta la persona e mi piantò addosso
due occhioni curiosi, che mi rimescolarono il sangue nelle vene. Son
fatto così, io.... Cioè, mi correggo, ero fatto così, cinquant’anni
addietro, e quando una bella donna mi guardava a quel modo, il cuore mi
dava sempre le battute doppie.
Ella, dunque, mi contemplò per parecchi secondi, e poi mi disse....
Ma scusate, bevo, perchè in fede mia non ne posso più, e mi pare di
essere a Cosseria in quel giorno, con tanto di lingua fuori. E poi,
cari amici, la narrazione è al punto difficile, e bisogna chiamare i
pensieri a capitolo. Dunque, alla vostra salute!