CAPITOLO VI.

Giornata calda.

Filippo Del Carretto discese rapidamente dalla macìa che si stendeva in

largo declivio sotto la breccia della cinta esterna, e percorse tutta

la fronte di difesa, volendo vedere ogni cosa da sè. Passando davanti

alla sua gente, salutava amorevolmente ufficiali e soldati, alternava

comandi e parole di lode, comunicava a tutti lo spirito marziale che

lampeggiava dalle sue pupille azzurre.

Egli aveva collocato nel centro, e poco sotto alla breccia che vi ho

detto, le due compagnie della Marina, sostenute da cento uomini del

generale Provera. Questa volta toccava ai granatieri della Marina

il posto d’onore, poichè Monferrato aveva già avuto il suo, poche

ore innanzi, al passo di Montecàla. Inoltre, le due compagnie della

Marina avevano completo il numero dei loro ufficiali, e abbondavano di

sott’ufficiali, mentre le due di Susa non avevano che due ufficiali

per ciascheduna, e la seconda di esse era comandata da un semplice

luogotenente.

Queste due erano invece collocate sull’estrema sinistra, e sostenute

anch’esse da un centinaio di Croati. Ma laggiù era un posto

importantissimo, poichè da quella estremità si partiva il contrafforte

occidentale della montagna, e su quel contrafforte saliva una delle

due strade che conducevano alla rocca, anzi quella che le girava

attorno, dalla parte di Millesimo, per imboccare la porta castellana.

Laggiù, adunque, dov’era da temersi un altro attacco, il colonnello

Del Carretto pose a sostegno la prima di Monferrato, col cavaliere

Alberione.

Un altro centinaio di Croati erano distribuiti sull’estrema destra,

dov’eravamo noi della seconda di Monferrato, sotto gli ordini immediati

del cavalier Corte. Da quella parte, avevamo a destra una costiera

assai ripida, che sarebbe stata a dirittura impraticabile, senza una

piantata di castagni giovani, che potevano dar ansa a qualche manipolo

più svelto e più temerario d’inerpicarsi lassù e di attaccarci di

fianco. Sulla nostra fronte era un declivio abbastanza largo, che in

parte andava a congiungersi con quello del centro, in parte spariva,

entro una forra, a cinquanta passi da noi. Di quella fronte dovevamo

occuparci, ed anche partecipare coi nostri fuochi a respingere gli

assalti che fossero dati sul centro della posizione. Il nostro fianco

destro e le spalle erano guardati, così per noi, come per tutto il

presidio, da altri duecento Croati, alla cui vigilanza dava il soccorso

della sua grande esperienza e della sua bella calma il generale

Provera.

Aggiungo che tutta la fronte di difesa, a tramontana, cioè verso

la Rocchetta del Cengio, poteva esser lunga un duecento passi. Su

tutta la linea, più folto ai lati e con una larga radura nel centro,

era un bosco di castagni; ma eravamo a mezzo aprile, e le piante

mettevano appena i primi germogli. Più là dal bosco, e dal suo pendìo

verdeggiante di borraccina e di felci, la montagna staccava i due

sproni, o contrafforti che sapete, l’occidentale verso il bosco

della Guardia e il pian dei Giaschi, l’orientale verso San Rocco e

l’abitato di Cosseria. Sovra ambedue, ve l’ho detto, serpeggiavano

strade, l’occidentale più moderna, ma anche più guasta, l’orientale

antichissima e meglio conservata, per la medesima saldezza della sua

costruzione.

A quest’ultima, finalmente, veniva ad allacciarsi una viottola

campestre, che poco si vedeva, anzi nulla dal nostro poggiuolo, poichè

ascendeva al coperto tra i ciglioni e gli scoscendimenti della forra.

Si vedeva in quella vece benissimo, e per lungo tratto, la strada

maggiore, che a cento cinquanta passi da noi risaliva una piccola

eminenza, e poi seguitava bianca bianca tra i roveri e i ginepri fino

al bosco del Cavallo.

Là, dove la strada faceva quel po’ di risalto, si notava qualche

movimento dei nemici. Si avanzavano più nascosti che potevano, dietro

ai ginepri e agli sterpi, ond’era rivestito quel dorso di galestro,

e pareva che proprio in quel punto volessero attendere a qualche

misterioso lavoro. Noi credemmo a tutta prima che di là ci preparassero

l’attacco; ma il colonnello ci disingannò facilmente.

— Non vorranno mica esporsi per così lungo tratto di sentiero allo

scoperto; — diss’egli — Vedrete che pianteranno una batteria di

campagna.

— Vuol esser musica, dunque? — esclamò il cavalier Corte, che non

perdeva mai il suo buon umore.

— Tocca a loro di regalarcela, che hanno gl’istrumenti; — rispose

il marchese Filippo, accogliendo volentieri la celia. — Ma quando

arriveranno i nostri di laggiù, felice notte, suonatori! —

E guardava con desiderio a sinistra, verso i monti oltre la Bormida di

Millesimo, dove si vedeva biancheggiare la salita di Montezemolo.

S’ingannava, fidando nel soccorso del Colli; ma non s’ingannava

altrimenti, argomentando i disegni del nemico. Su quel risalto della

strada era venuto, come si seppe più tardi, il generale Buonaparte

in persona, e aveva dato ordine di costrurre una batteria. Senonchè,

dovendo quel lavoro esser fatto di giorno e a così breve distanza da

noi, il parapetto si innalzava un po’ indietro, per non tenere gli

zappatori esposti al tiro dei nostri moschetti. Ne derivò, come potete

immaginare, un piccolo difetto di posizione, che non permise ai cannoni

francesi il tiro ficcante nei nostri lavori avanzati.

Regnava frattanto sull’erta un silenzio di tomba. L’aria odorava

d’insidie. Ricordo che sorridemmo malinconicamente vedendo passare

svolazzando davanti a noi una farfalletta bianca, forse la prima della

stagione. In un bel luogo, e per il suo primo giorno di vita, era

venuta a ficcarsi!

Un rullo di tamburo si udì nella forra sottoposta, che metteva

all’abitato di Cosseria; un altro rullo rispose dalla valletta che era

davanti a noi, sotto il bosco della Guardia. Due assalti simultanei ci

erano in quella forma annunziati.

— Finalmente! — gridò il marchese Del Carretto. — Granatieri, qui

daremo una buona lezione ai nemici della patria e del re. Lasciateli

avanzare, senza fare un colpo. Rinforzi e munizioni non ci mancheranno,

in giornata; intanto, da buoni soldati, dobbiamo risparmiare le nostre

cartucce. Non fate fuoco se non quando il nemico sarà a venti passi, e

ognuno di voi si scelga il suo uomo. Del resto, il fuoco lo comanderò

io, e vedrò dalla vostra calma se siete vecchi soldati. —

Osservate lo strano effetto che doveva fare su noi l’accorto discorso

del colonnello. Si aspettava di veder comparire il nemico dal ciglio

della collina, e una simile aspettativa è sempre tale da meritare un

certo riguardo, magari anche un pochino d’ansietà, perchè i timidi

ci sono sempre, e incominciano di lì anche coloro che alla prima

circostanza si tramuteranno in eroi, e perchè d’altra parte i più

valorosi, i più esercitati, i più calmi, temono sempre di non poter

fare abbastanza bene il loro dovere. Ma il colonnello Del Carretto, con

le sue magiche parole, ci trasformò d’improvviso quella ansietà nella

mente. Oramai non temevano più l’apparizione delle colonne d’attacco;

temevano di sparar troppo presto, di non parere più a lui quelli che

volevamo essere, cioè vecchi soldati.

I tamburi del nemico suonavano furiosamente la carica. Il rumore si

avvicinava sempre più, da una parte e dall’altra; si udiva il calpestìo

concitato dei fantaccini che serravano il passo lungo i sentieri

nascosti, ond’era cinta la montagna a pochi metri dal colmo; ad un

certo punto il rumore dei passi mutò, divenne sordo, ma più frequente,

come di un gran numero di persone che si affrettino camminando

sull’erba, e a noi parve fin anco di sentire il respiro affannoso degli

assalitori, che guadagnavano l’erta. Ci apparvero, infine, ci apparvero

alla vista i neri cappelli dalla tesa arrovesciata sull’orecchio, e

fermata da una coccarda tricolore. Stettero un momento in forse, da

prima cercando i nostri ridotti, poi la cagione del nostro silenzio; ma

non potevano rimanere più a lungo così, dovevano risolversi, far posto

ai compagni che volevano afferrare anch’essi il ciglio del prato, e che

incominciavano a sbucare dai lati.

— _En avant, soldats de la République!_ — tuonò allora una voce, che io

riconobbi per quella del generale Cervoni.

Era egli, difatti; veniva primo all’assalto, come aveva promesso; e

mi dava noia e mi faceva piacere che quel primo assalitore avesse un

nome italiano. Avevo già spianato il fucile, in attesa del comando,

e aggiustavo la mira su quell’uomo dal cappello piumato e dalla gran

sciarpa tricolore; poi dissi: «no, ci penserà un altro, a costui,» e

sviai di due o tre linee la canna.

Alla sua voce e all’esempio, i soldati si mossero, levando grida

feroci; vennero da prima strisciando, come gatti che hanno adocchiata

la preda, e finalmente si avventarono a passo di corsa.

Da noi era sempre un grande silenzio; non si sentiva volare una mosca.

La farfalletta bianca aleggiava tuttavia fra i due campi.

Il colonnello Del Carretto stava fieramente piantato, con la sua spada

nuda e fiammeggiante, sopra un largo macigno, dominando di quattro o

cinque spanne la sua fronte di battaglia. Mi pare di vederlo ancora,

su quella pietra predestinata, ritto, imperterrito, minaccioso, come

dovrebbero raffigurarcelo un giorno, quando paresse utile di eternare

nel marmo o nel bronzo qualche bell’esempio del valore italiano.

— Fuoco! — gridò egli, con voce che fischiò come la folgore, appena gli

assalitori furono a tiro di pistola.

Una scarica generale succedette al comando. I vecchi soldati avevano

mantenuto il loro buon nome. Ognuno aveva mirato il suo uomo; e quando

la nuvola si sciolse, fu visto il campo seminato di morti. Le prime

linee erano atterrate, le seconde indietreggiarono istintivamente.

Ma, incalzate dai nuovi venuti, incitate dalle grida dei comandanti,

ritornarono tosto all’assalto, e fu allora da parte nostra un fuoco di

fila, rapido, serrato, rabbioso. Crepitavano, fischiavano, guaivano

le palle, ed atterravano sempre; parecchi, più audaci, vennero a

stramazzare sui trinceramenti, davanti alla Marina, che faceva prodigi.

Noi, dalla destra, aiutavamo, cogliendo la colonna di sbieco. Più e più

volte vennero alla riscossa, ma furono sempre ricacciati. Il campo, per

lungo tratto davanti a noi, era diventato un carnaio.

Non fu più visto il Cervoni, morto o ferito che fosse. Un altro

generale guidava, che sapemmo poi essere il Bonel, anch’egli

animosissimo, col cappello levato sulla punta della spada, secondo

la gloriosa costumanza d’allora. Si avanzò alcuni passi, correndo, e

molti, ufficiali e soldati, gli si erano serrati intorno a manipolo.

Ma cadde anch’egli trafitto da più colpi, e disparve quel vessillo

di piume che incuorava la sua gente all’attacco. Un grido di gioia,

partito da tutti i nostri ridotti, ne salutò la caduta, e un urlo di

rabbia disperata rispose dalla rotta falange, che, levato il morto

sulle braccia, lo trafugò sotto il ciglio della collina. Noi incalzammo

il fuoco sulla schiera fuggente. Oramai davano indietro su tutta la

linea, investiti, rincorsi dalle palle, rovesciati, travolti.

Si poteva finalmente ricogliere il fiato. Bevemmo un sorso delle nostre

fiaschette, nient’altro che un sorso, perchè la provvista era scarsa, e

fra non molto saremmo rimasti all’asciutto. Avevamo vinto; questo era

l’essenziale, per allora. I morti e i feriti giacevano a centinaia,

sanguinosi trofei della nostra vittoria, lungo la fronte di battaglia.

Noi avevamo avuto pochi uomini fuori combattimento, colpiti da una

squadra di tiratori, appostati tra i cespugli, sui margini della strada

alta, dove il colonnello argomentava che si stesse collocando una

batteria.

— Vedete? — diceva egli, percorrendo i trinceramenti e distribuendo

sorrisi e strette di mano. — Calma vuol essere: non bisogna sparar

prima del tempo. Seguitiamo così e la vittoria sarà nostra. —

Eravamo caldi, infiammati, pieni di desiderio: avremmo voluto combatter

di nuovo. E l’occasione non si fece aspettar molto. I francesi

tornarono mezz’ora dopo all’assalto. I loro tamburi suonarono la

carica più furiosamente che mai. E venivano in tre colonne, una contro

il cavalier Corte, sulla destra della posizione, salendo dalla forra

laterale; una al centro, dov’era il colonnello coi capitani Tibaldè e

Lomellini; la terza sulla nostra sinistra, dove comandavano i capitani

Alberione e Calieri e il luogotenente Nerand.

Da quella parte era più facile venire fino al tiro, perchè la strada,

riuscendo ad una specie di sella che partiva gli approcci del castello

dal bosco della Guardia, diventava di dolce salita per un centinaio

di passi; ma poi era altrettanto difficile guadagnare la posizione,

perchè ivi la collina offriva una grossa sporgenza, e quasi un bastione

naturale. Forse in quel punto il terreno erboso dissimulava gli avanzi

di uno sprone della vecchia strada, che girava intorno al fosso della

ròcca.

Le colonne d’attacco si presentarono come la prima volta, senza

far colpo, sperando di sbigottirci con la grandezza sterminata del

numero; ma furono anche questa volta scompaginate, ributtate indietro

da un fuoco micidiale, e con una perdita doppia. Anche noi perdemmo

molti uomini, perchè i tiratori appostati sulla strada alta erano

cresciuti di numero, ed anche di audacia, dopo che aveva incominciato

a parlare il cannone. Era entrata in azione la batteria di campagna, e

bersagliava a tiro accelerato il muro di cinta a cui erano addossate le

nostre difese.

Il colonnello aveva l’occhio a tutto. Anche persuaso che l’artiglieria

del nemico poteva far poco guasto nel suo centro, lasciò solamente

guernita la trincea, e raccolse i sostegni sui lati, dove i tronchi dei

castagni impedivano la visuale ai puntatori. E sui lati l’artiglieria

prese anche a tirare alla cieca. Fioccavano le palle, sgretolavano

le pietre, scalcinavano la muraglia, rimbalzavano, ruzzolavano nel

trinceramento, accolte dalle risa e dalle solite arguzie dei soldati.

Allora incominciò per me quel disprezzo del cannone, in cui dovevo

fortificarmi dopo essere entrato nello stesso esercito napoleonico.

Gran fracasso, il cannone, e poco danno; ma è grande, invece, il suo

effetto morale. Napoleone, che conosceva gli uomini, ne usò molto

anche lui, ma nei momenti decisivi, concentrando i suoi fuochi sulla

posizione che voleva occupare.

Protetti dal cannone, come credevano, ritornarono più volte i francesi

e fecero attacchi su attacchi; ma sempre inutilmente. La sinistra

era di ferro; il centro era d’acciaio senz’altro. Quanto a noi,

della destra, non fo per dire, ma si era lì. Ad ogni modo, anche noi

respingemmo tutti gli assalti e mandammo di molta gente ruzzoloni.

Ci eravamo assuefatti a quel giuoco, e qualche volta escivamo anche

dalla trincea, che del resto si scavalcava assai facilmente, per

allungare il collo sullo scrimolo della forra, e vedere dove andassero

a finire i nostri nemici.

In una di quelle esplorazioni, e quando già pareva che gli assalitori

avessero perduto la voglia di ritentare l’impresa, mi occorse di vedere

un gruppo di soldati che stavano rannicchiati sotto la sporgenza di un

masso, come a riparo, ed aspettando una nuova occasione di salire.

Mi parvero temerarii, a voler rimanere così vicini, a venti passi da

noi, e pensai di mandar loro un ricordo salutare. Avevo ancora cinque o

sei cartucce, e una, di certo, era spesa bene in quel crocchio. Perciò,

volendo trovare un buon posto donde prender la mira, feci alcuni passi

avanti, tra i giovani castagni che orlavano la balza.

Udirono il rumore; fors’anche qualche pietra smossa andò a battere

accanto a loro nella forra; fatto sta che si sporsero in fuori, con

gli occhi in alto, per vedere che diavolo fosse. Il più maravigliato di

tutti fui io, perchè mi vidi sotto una testa di donna.

Di donna, laggiù? Era strano, lo so, tanto strano, che rimasi di

stucco, e non pensai più, come potete immaginarvi, a far uso del

fucile.

Quella donna aveva coraggio per quattro, perchè, mentre i suoi compagni

sgambettavano lesti per correre a riparo sotto un altro ripiano della

discesa, ella si trasse fuori con tutta la persona e mi piantò addosso

due occhioni curiosi, che mi rimescolarono il sangue nelle vene. Son

fatto così, io.... Cioè, mi correggo, ero fatto così, cinquant’anni

addietro, e quando una bella donna mi guardava a quel modo, il cuore mi

dava sempre le battute doppie.

Ella, dunque, mi contemplò per parecchi secondi, e poi mi disse....

Ma scusate, bevo, perchè in fede mia non ne posso più, e mi pare di

essere a Cosseria in quel giorno, con tanto di lingua fuori. E poi,

cari amici, la narrazione è al punto difficile, e bisogna chiamare i

pensieri a capitolo. Dunque, alla vostra salute!

Monsù Tomè · 第 10 / 31 题