Quando Van Baerle cominci a dubitare a qual supplizio sia riserbato.
La vettura trottò per tutta la giornata; si lasciò Dordrecht a
sinistra, traversò Rotterdam, toccò Delft: alle cinque di sera erano
state percorse almeno venti leghe.
Cornelio diresse qualche interrogazione all’officiale che servivagli
a un tempo di guardia e di compagno; ma per circospette che fossero le
sue dimande, egli ebbe il cordoglio di vederle restare senza risposta.
Cornelio rimpianse di non aver più a fianco suo quella guardia così
compiacente, che parlava almeno senza farsi pregare.
Colui senz’altro avrebbegli prodigato intorno a questa singolarità,
che sorvenivagli nella sua terza avventura, dettagli così graziosi e
spiegazioni così precise come intorno alle due prime.
Si passò la notte in vettura; l’indomani alla punta del giorno,
Cornelio si trovò al di là di Leida, avendo a sinistra il mar del Nord
e a diritta il mare di Harlem. Tre ore dopo entrava in Harlem.
Cornelio ignorava affatto l’accaduto in quella città, e noi lo
lasceremo in questa ignoranza, finchè non ne sia tratto dagli
avvenimenti.
Ma non può essere così del lettore, che ha il diritto di essere messo
in corrente delle cose prima del nostro eroe.
Abbiamo visto che Rosa e il Tulipano come due fratelli e due orfani
erano stati lasciati dal principe Guglielmo d’Orange presso il
presidente Van Herysen.
Rosa non ricevette nuova alcuna dello Statolder dalla sera del giorno
che avealo visto di persona.
Verso la sera un officiale venne da parte di Sua Altezza in casa di Van
Herysen, per invitare Rosa a portarsi al palazzo comunale, dove, in una
gran sala di consiglio introdotta, trovò il principe che scriveva.
Egli era solo e aveva a’ piedi un gran levriero di Frisia, che
guardavalo fisso, come se il fido animale si volesse ingegnare di fare
quello che non era dato neppure all’uomo: leggere nel cuore del suo
padrone.
Guglielmo continuò a scrivere per un altro momento; poi alzando gli
occhi e vedendo Rosa ritta presso la porta:
— Accostatevi, ragazzina, disse senza lasciare di scrivere.
Rosa fece qualche passo verso la tavola.
— Mio Signore, diss’ella arrestandosi.
— Va bene, profferì il principe. Accomodatevi.
Rosa obbedì perchè il principe la guardava. Ma appena egli ebbe rimessi
gli occhi sulla carta che si ritrasse tutta vergognosa.
Il principe finiva la sua lettera; e intanto il can levriero era andato
di faccia a Rosa, e l’aveva fiutata e accarezzata.
— Ah! ah! fece Guglielmo al suo cane, si vede bene ch’ell’è una tua
compatriotta; tu la riconosci.
Poi rivoltosi verso Rosa, e fissando su lei i suoi sguardi scrutatori e
velati ad un tempo.
— Vediamo, figlia mia, cominciò egli.
Il principe aveva appena vent’otto anni. Rosa diciotto o venti al più;
avrebbe detto meglio: sorella mia.
— Figlia mia, disse con un accento stranamente imponente, che
gelava tutti quelli che lo avvicinavano, non siamo che tra noi due,
discorriamo un poco.
Rosa cominciò a tremare da capo a piedi; contuttochè fosse dipinta sul
viso del principe una tal quale benevolenza.
— Mio Signore, ella malamente espresse.
— Avete un padre a Loevestein?
— Sì, mio Signore.
— Che l’amate?
— Non l’amo tanto, quanto una figlia dovrebbe amare suo padre.
— È male di non amare suo padre, mia ragazza, ma è bene di non mentire
al suo principe.
Rosa abbassò gli occhi.
— E per qual ragione non amate tanto vostro padre?
— È cattivo.
— In qual maniera si mostra la sua cattiveria?
— Maltratta tutti i prigionieri.
— Tutti?
— Tutti.
— Ma non maltratta particolarmente più qualcuno che gli altri?
— Mio padre maltratta particolarmente più Van Baerle, che...
— Che è vostro amante.
Rosa fece un passo indietro.
— Che io stimo, mio Signore, rispose con alterezza.
— Da molto tempo? dimandò il principe.
— Dal giorno che l’ho veduto.
— E l’avete veduto?...
— Il domani del giorno, in cui furono così terribilmente messi a morte
il gran pensionario Giovanni e Cornelio suo fratello.
Le labbra del principe si chiusero, la sua fronte impallidì, e le
sue palpebre abbassaronsi in modo da nascondere per un istante i suoi
occhi. Dopo un momentaneo silenzio, ei riprese:
— Ma che vi giova amare un uomo destinato a vivere e morire in prigione?
— Se non ad altro gioverammi ad aiutarlo a vivere e morire.
— E voi accettereste la condizione d’essere la moglie di un prigioniero?
— Io sarei la più fiera e la più felice delle creature umane essendo la
moglie di Van Baerle; ma...
— Ma che?
— Non l’oso dire, mio Signore.
— Avvi un sentimento di speranza nel vostro accento, che sperate voi?
Alzò i suoi begli occhi sopra Guglielmo, occhi così puri e di una
intelligenza così penetrante, che andarono a ricercare nel fondo di
quel cuore cupo la clemenza addormentatavi di un sonno simile alla
morte.
— Ah! capisco!
Rosa sorrise giungendo le mani.
— Voi sperate in me, disse il principe.
— Sì, mio Signore.
— Ehi!
Il principe piegò la lettera che aveva scritta, e chiamò un suo
officiale.
— Van Deken, disse portate a Loevestein quest’ordine, di cui prenderete
lettura, e eseguirete ciò che vi riguarda.
L’officiale salutò, e s’intese rimbombare sotto le volte sonore della
casa il galoppo di un cavallo.
— Mia figlia, seguitò il prìncipe, domenica è la festa del tulipano,
e domenica è posdimani. Fatevi bella con questi cinquecento fiorini;
perchè voglio che quel giorno sia per voi un gran giorno di festa.
— Come vuole l’Altezza Vostra che io sia vestita? mormorò Rosa.
— Prendete il costume delle spose frisone, disse Guglielmo, che vi
starà molto bene.