XV

Harlem.

Harlem, dove noi fin da tre giorni fa siamo entrati con Rosa, e dove

noi rientriamo seguendo il prigioniero, è una graziosa città, che

a buon dritto è superba di essere una delle città più ombreggiate

dell’Olanda.

Mentrechè altre mettevano il loro amor proprio a brillare per gli

arsenali e per i cantieri, per i magazzini e per i bazar, Harlem

metteva tutta la sua gloria a primeggiare su tutte le altre città

degli Stati con i suoi olmi fronzuti, co’ suoi pioppi slanciati, e

soprattutto con i suoi passeggi ombreggiati a cui facevano volta la

quercia, il tiglio e il castagno.

Harlem, vedendo che Leida sua vicina, e Amsterdam sua regina prendevano

l’una il cammino per diventare una città di scienze, e l’altra quello

di diventare una città di commercio, Harlem aveva voluto essere una

città agricola, o piuttosto orticola.

In effetto ben riparata, ben riscaldata dal sole, ella dava ai

giardinieri tal garanzia, che ogni altra città co’ suoi venti marini, o

col suo suolo di piano non avrebbe a loro potuto offrire.

Così vedevansi stabilire ad Harlem tutti li spiriti tranquilli,

che amano la terra e i suoi beni, come vedevansi a Rotterdam e ad

Amsterdam tutti gli spiriti inquieti e girovaghi che amano i viaggi

e il commercio, come vedevansi stabilire all’Aya tutti i politici e i

galanti.

Abbiam detto che Leida era stata la conquista dei sapienti; Harlem

dunque prese il gusto delle cose dolci, della musica, della pittura,

dei verzieri, dei passeggi, dei boschetti e dei viali.

Harlem divenne pazza pei fiori e tra gli altri dei tulipani. Propose

premii a onore dei tulipani, e giungiamo così naturalissimamente, come

si vede, a parlare di quello che la città propose il 15 maggio 1673 in

onore del gran tulipano nero, senza macchia e senza difetto, che doveva

portare cento mila fiorini al suo inventore.

Harlem avendo messo in luce la sua specialità, avendo fissato il suo

gusto pe’ fiori in particolare in tempi, in cui tutto era volto alla

guerra o alle sedizioni; Harlem avendo avute l’insigne gioia di veder

fiorire l’ideale delle sue pretensioni e l’insigne onore di veder

fiorire l’ideale dei tulipani: Harlem graziosa città piena di boschetti

e di sole, d’ombra e di luce, aveva voluto fare della cerimonia

dell’inaugurazione del premio una festa, che durasse eternamente nella

memoria degli uomini.

Ed ella aveane tanto più il diritto, essendo l’Olanda il paese delle

feste; giammai natura più flemmatica spiegò ardore più brillante,

cantante e danzante di quei dei buoni repubblicani delle Sette

Provincie all’occasione dei divertimenti.

È meglio vediate i quadri dei due Tenier.

Egli è certo che i flemmatici sono di tutti gli uomini i più ardenti

a spossarsi, non già quando mettonsi al lavoro, ma quando mettonsi al

piacere.

Harlem erasi dunque messa in triplice gioia, perchè aveva da

festeggiare una triplice solennità: era stato scoperto il tulipano

nero, poi il principe Guglielmo d’Orange assisteva alla ceremonia

da vero Olandese come egli era, finalmente era onore degli Stati di

mostrare ai Francesi in seguito di una guerra così disastrosa, com’era

stata quella del 1672, che le dighe della repubblica batava erano

solide a segno da potervi ballare sopra con l’accompagnamento dei

cannoni dei vascelli.

La società orticola di Harlem erasi mostrata degna di sè, dando

centomila fiorini per una cipolletta di tulipano. La città non aveva

voluto rimanere indietro, e aveva votata una somma eguale, che era

stata rimessa in mano de’ suoi notabili per festeggiare quel premio

nazionale.

Però alla domenica fissata per questa ceremonia eravi un tale

accalcarsi di gente, un tale entusiasmo dei cittadini, che era gioco

forza, anco col sorriso narcotico dei Francesi che di tutto ridono,

ammirare il carattere di que’ buoni Olandesi; pronti a spendere il

loro denaro tanto per costruire un vascello destinato a combattere il

nemico, cioè a sostenere l’onore della nazione, quanto per ricompensare

l’invenzione di un fiore nuovo destinato a brillare un giorno, e

destinato a distrarre per quel giorno le donne, i sapienti e i curiosi.

A capo dei notabili e del comitato orticolo brillava il signore Van

Herysen, addobbato dei suoi più ricchi abiti.

Il degno uomo aveva fatto tutti i suoi sforzi per rassomigliare al suo

fiore favorito con la eleganza dimessa e severa degli abiti suoi, e ci

affrettiamo a dire per gloria sua che eravi riuscito a meraviglia.

Nero di spolverino, velluto a squamme, seta violetta, tale era con

biancheria nettissima il vestiario di ceremonia del presidente, che

procedeva alla testa del suo comitato con un mazzo mostro eguale a

quello che portava dugento ventuno anni dopo Robespierre alla festa

dell’Ente Supremo.

Solo il bravo presidente in luogo del cuore tumido d’ira e di

risentimenti ambiziosi del tribuno francese, aveva in petto un fiore

più innocente del più innocente che egli tenesse in mano.

Vedevansi dietro al comitato, stretto come piota erbosa, profumato come

una primavera, le corporazioni sapienti della città, le magistrature,

le milizie, i nobili e i contadini.

Il popolo anco presso i signori repubblicani delle Sette Province non

aveva luogo in questa marcia ordinata; facevale ala.

Era del resto il miglior posto di tutti per vedere... e per avere.

Gli è il posto delle moltitudini, che aspettano, filosofia degli Stati,

che i trionfi abbiano sfilato, per poi sapere ciò che dirne, e qualche

volta ciò che farne.

Ma questa volta non trattavasi nè del trionfo di Pompeo nè di quello di

Cesare; questa volta non celebravasi nè la sconfitta di Mitridate, nè

la conquista delle Gallie. La processione era placida come il passaggio

di un branco di pecore, e inoffensiva come il volo di una schiera di

uccelli.

Harlem non aveva altri trionfatori che i suoi giardinieri; adoratrice

dei fiori, Harlem divinizzava i coltivatori dei fiori.

Vedevasi nel centro del corteggio pacifico e profumato il Tulipano

Nero, portato sopra una barella addobbata di velluto bianco a frange

d’oro. Quattro uomini portavano le stanghe, e vedevansi rimpiazzati da

altri, come erano egualmente a Roma rimpiazzati coloro, che portavano

la madre Cibele, quand’ella entrò nella città eterna portatavi

dall’Etruria al suono delle fanfare e all’adorazione di tutto il

popolo.

Cotale esibizione del tulipano era un omaggio reso da tutto un popolo

senza coltura e senza gusto al gusto e alla coltura dei capi celebri

e pietosi, il cui sangue sapevano spargere sulla fangosa piazza del

Buitenhof, o più tardi a iscrivere i nomi delle sue vittime sulla

pietra più bella del Panteon Olandese.

Era convenuto che il principe Statolder conferirebbe certamente in

persona il premio dei cento mila fiorini, il che interessava tutti in

generale, e che forse pronunzierebbe un discorso, il che interessava i

suoi amici e nemici in particolare.

Difatti nei discorsi i più indifferenti degli uomini politici gli

amici o nemici di costoro vogliono sempre travedervi, e credono sempre

potervi interpretare per conseguenza un raggio del loro pensiero.

Come se il cappello dell’uomo politico non fosse un coperchio destinato

a intercettare ogni luce.

Finalmente quel gran giorno tanto aspettato del 15 maggio 1673 era

dunque arrivato, e Harlem tutta intera rinforzata dai suoi dintorni

erasi sfilata lungo i magnifici alberi del bosco con la risoluzione

col proposito fermo di non applaudire questa volta nè i conquistatori

guerrieri, nè scienziati, ma prettamente i conquistatori della natura,

i quali obbligavano questa inesauribile madre al parto finallora

creduto impossibile, del tulipano nero.

Ma niente tien meno presso il popolo che la risoluzione presa di non

applaudire che a tale o a tal’altra cosa. Quando una città è in treno

d’applaudire, è come quando l’è in treno di fischiare; non sa mai

finirla.

Ella dapprima applaudì dunque a Van Herysen e al suo mazzo, applaudì le

sue corporazioni, applaudì sè stessa; difatti giustamente questa volta,

confessiamolo, ella applaudì all’eccellente musica che i signori della

città prodigavano generosamente ad ogni fermata.

Tutti gli occhi cercavano presso il semidio della festa, che era il

tulipano nero, l’eroe della festa che era naturalmente l’autore del

tulipano.

Quest’eroe conoscendosi dal discorso, che abbiamo visto con tanta

coscienza elaborare da Van Herysen, avrebbe prodotto dicerto più

effetto dello stesso Statolder.

Ma per noi l’interesse della giornata non è nè nel venerabile discorso

del nostro amico Van Herysen, per eloquente che fosse, neppure nella

gioventù aristocratica masticante i suoi gravi pasticci, e nemmeno alla

povera meschina plebaglia mezza nuda trangugiante anguille affumicate

simili a bastoni di vainiglia. Non è l’istesso interesse per le belle

olandesi dalle trecce rosse e dal candido seno, nè per i loro ortolani

grassi pinzati che non erano mai usciti quattro braccia fuori della

porta di casa, neppure per gli smilzi e gialli viaggiatori giunti da

Ceylan e da Giava, e nemmeno pel popolaccio alterato che ingozza come

un rinfresco il cetriolo acconciato nella salamoia. Per noi non istà

qui l’interesse della situazione scenico-drammatica.

L’interesse è nella figura raggiante e animata che cammina in mezzo

ai membri del comitato di orticoltura, l’interesse è nel personaggio

fiorito a cintola, leccato, lisciato, vestito tutto di scarlatto,

colore che fa risaltare il suo nero pelame e la sua tinta giallastra.

Questo trionfatore raggiante, inebriato, questo eroe destinato

all’insigne onore di far dimenticare il discorso di Van Herysen e la

presenza dello Statolder, gli era Isacco Boxtel, che vedeva alla sua

diritta andarsi innanzi sopra un drappo di velluto il Tulipano nero,

suo prezioso figlio; a sinistra in una vasta borsa i cento mila fiorini

in belle monete d’oro luccicanti, abbaglianti, che egli avea preso il

partito di sbirciarli di fuori per non perderli un istante di vista.

Di tempo in tempo Boxtel affretta il passo per strisciare il suo gomito

al gomito di Van Herysen. Boxtel da ciascuno prende un po’ del suo

valsente per formarne un valsente proprio, tale quale ha fatto rubando

a Rosa il suo tulipano per farsene sua gloria e sua fortuna.

Anche un quarto d’ora e il principe arriverà e il corteggio farà alto

all’ultima posata; il tulipano essendo posto sopra il suo trono, il

principe cedendo il primo posto al suo rivale nell’adozione pubblica,

prenderà una pergamena squisitamente miniata, sulla quale è scritto

il nome dell’autore, e proclamerà a voce alta e intelligibile, che è

stata scoperta una meraviglia; che l’Olanda per l’intermediario di quel

Boxtel ha forzato la natura a produrre un fiore nero e che questo fiore

chiamerassi per l’avvenire _Tulipa nigra Boxtellea_.

Di tratto in tratto perciò Boxtel leva gli occhi per un momento dal

tulipano e dalla borsa, e guarda timidamente nella folla, perchè in

questa paventa soprattutto di scorgere la pallida faccia della bella

Frisona.

La gli sarebbe uno spettro, si capisce, il quale turberebbe la festa,

presso a poco come lo spettro di Banco turbò il convito di Macbetto.

E lo ripetiamo, questo miserabile, che scavalcò un muro che non era

suo, che scalò una finestra per entrare nella casa del suo vicino, che

con una contracchiave riaprì la camera di Rosa, costui finalmente che

ha rubato la gloria di un uomo e la dote di una ragazza, costui non si

crede mica un ladro.

Egli ha talmente vegliato sul tulipano, lo ha seguito così ardentemente

dall’armadio del prosciugatoio di Cornelio fino al palco del Buitenhof,

da questo alla prigione della fortezza di Loevestein; hallo visto

nascere così bene e crescere sulla finestra di Rosa, ha tante volte

intorno a lui intiepidita l’aria col suo alito, che niuno più di lui

può vantarsene autore; cosicchè chi adesso a lui prendesse il tulipano

nero, parrebbegli che gliel derubasse.

Ma non scorse punto nè poco Rosa.

Ne resultò che la gioia di Boxtel non fosse minimamente turbata.

Il corteggio arrestossi nel centro di una rotonda ricinta di alberi

magnificamente decorati di ghirlande e di iscrizioni; e arrestossi

al suono di una musica fragorosa, e allora le giovinette Olandesi

fecersi innanzi per scortare il tulipano all’alto seggio, ch’ei doveva

occupare sulla gradinata accanto alla poltrona d’oro di Sua Altezza lo

Statolder.

E l’orgoglioso Tulipano, collocato sul suo piedistallo dominò ben

presto l’assemblea, che battè le mani, e fece risuonare gli echi di

Harlem di un applauso prolungato.

Il tulipano nero · 第 36 / 42 题