XIII

Come Van Baerle, prima di lasciare Loevestein, metta in pari i suoi

conti con Grifo.

Ambedue soprastettero un istante. Grifo sulla offensiva, Van Baerle

sulla difensiva.

Poi, siccome la situazione poteva prolungarsi all’indefinito, Cornelio

volendosi informare delle cause di questa recrudescenza di collera

presso il suo antagonista, domandollo:

— Ebbene! che cosa volete?

— Che cosa io voglio, te lo vado a dire. Voglio che tu mi renda la mia

figlia Rosa.

— La vostra figlia! esclamò Cornelio.

— Sì, Rosa! La mia Rosa che mi hai involata con la tua arte diabolica.

Vediamo; vuoi tu dirmi ov’ella sia?

— Rosa non è a Loevestein? esclamò Cornelio.

— Fai il nesci. Me la vuoi tu rendere, ancora una volta?

— Eh! disse Cornelio, l’è un’insidia che tu mi tendi.

— Per l’ultima volta, mi vuoi tu dire ove trovasi mia figlia?

— Oh! indovinalo, farabutto, se non lo sai.

— O guarda, o guarda! pronunziò Grifo pallido e con le labbra tremanti

per la furia, che salivagli al cervello. Ah! non mi vuoi tu dir niente;

ebbene! t’aprirò io i denti.

E fece un passo verso Cornelio, a cui mostrando l’arme che luccicavagli

in mano:

— Vedi, disse, questo coltello? ho ucciso con questo più di cinquanta

galli neri. Ammazzerò pure come quelli il diavolo loro principale:

aspetta, aspetta!

— Dunque, furfante, mi vuoi tu ammazzare davvero?

— Ti voglio spaccare il cuore, per vedervi il luogo dove tu nascondi

mia figlia.

E dicendo queste parole con lo smarrimento febrile, Grifo si precipitò

su Cornelio, che ebbe appena tempo di ripararsi dietro la sua tavola

per ischivare il primo colpo.

Grifo brandiva il suo coltello proferendo orribili imprecazioni.

Cornelio previde che, se egli era fuori di tiro del braccio, non l’era

però fuori della portata dell’arme; perchè lanciata da lontano poteva

traversare lo spazio e venire a conficcarsi nella sua pancia. Non perdè

dunque tempo, e col bastone, che non aveva abbandonato, assestogli un

colpo vigoroso sul pugno che teneva il coltello.

Il coltello cadde a terra, e Cornelio vi pose sopra il piede.

Poi, siccome Grifo pareva volesse attaccarsi a una lotta accanita, la

quale il dolore del colpo di bastone e la vergogna di essere stato per

la seconda volta disarmato avrebbe resa implacabile, Cornelio abbracciò

un gran partito.

Scaricò una tempesta di colpi sul carceriere col più eroico sangue

freddo, azzeccandoli in modo che ogni bussa cadeva appieno.

Grifo non tardò molto a chiedere misericordia; ma prima di chiederla

aveva strillato e molto. Le sue grida erano state intese ed avevano

messo in allarme tutti gl’impiegati della casa. Due soprastanti, un

ispettore e tre o quattro secondini comparvero dunque ad un tratto,

e sorpresero Cornelio in flagrante col bastone in mano e il coltello

sotto il piede.

Alla vista di tutti quei testimoni del misfatto or ora commesso, le

circostanze attenuanti, come si dice oggigiorno, non erano conosciute,

Cornelio sentissi senza scampo perduto.

Difatti tutte le apparenze gli stavano contro.

In un attimo Cornelio fu disarmato e Grifo circondato, rialzato,

sostenuto potè contare le ammaccature, che gonfiavano le sue spalle e

la sua schiena come altrettante giogaie addentellanti le creste di una

montagna.

Fu steso il processo verbale delle violenze esercitate dal prigioniero

sopra il suo guardiano; e questo processo insufflato da Grifo non

potevasi accusare di tiepidezza. Non trattavasi niente meno che di

un tentativo di assassinio premeditato da lungo tempo e attentato sul

carceriere; dunque premeditazione e ribellione aperta.

Mentrechè istruivasi il processo contro Cornelio, i ragguagli dati da

Grifo rendendo il suo confronto inutile, i due soprastanti l’avevano

fatto scendere nel suo quartiere tutto maculato e gemebondo.

Intanto le guardie, che eransi impadronite di Cornelio, occupavansi

cristianamente ad istruirlo degli usi e costumi di Loevestein, che del

resto egli conosceva bene quanto loro, essendogli stata fatta lettura

del regolamento quando entrò in quella prigione, e certi articoli

specialmente essendogli rimasti perfettamente a memoria.

Gli raccontarono inoltre, come l’applicazione di quel regolamento

fosse stata fatta sul conto di un prigioniero nominato Mattias, che nel

1668, cioè cinque anni prima aveva commesso un atto di ribellione ben

altrimenti più lieve di quello che erasi permesso Cornelio.

Egli aveva trovato la sua minestra bollente e aveala schiaffata sul

muso del capoguardia, che al seguito di questa ablazione aveva avuto il

disappunto asciugandosi il viso di venirgli dietro una buona parte di

pelle.

Mattias dentro le dodici ore era stato estratto dalla sua stanza,

poi condotto al guardiolo, dove era stato iscritto come assente di

Loevestein; poi menato alla spianata, la cui visuale è bellissima,

estendendosi a dodici leghe di distanza; poi quivi avendogli legate

le mani e bendati gli occhi, si recitarono tre preghiere; e poi

fu invitato a inginocchiarsi, e le guardie di Loevestein in numero

di dodici a un segnale fatto da un sergente gli applicarono ognuno

abilissimamente una palla nello stomaco.

Per quelle pillole Mattias essere morto nell’atto.

Cornelio ascoltò con la più grande attenzione questo racconto non molto

piacevole; e dopo averlo ascoltato, disse:

— Ah! ah! dentro le dodici ore, dite voi?

— Già, la dodicesima ora, a quel che credo, non era finita di suonare,

disse il narratore.

— Grazie, disse Cornelio.

La guardia non aveva finito la graziosa sua risata, che serviva di

puntuazione al suo racconto, che un passo sonoro risuonò per la scala:

un tintinnio di sproni come di marcia militare.

Le guardie scansaronsi per lasciar passare un officiale, che entrò

nella stanza di Cornelio al momento in cui il cancelliere di Loevestein

stendeva il verbale.

— È questo il N.º 11? domandò.

— Sì, capitano, rispose il sottofficiale.

— Allora è questa la camera di Cornelio Van Baerle? Egli domandò

dirigendosi questa volta allo stesso prigioniero.

— Sì, signore.

— Seguitemi.

— Oh! oh! disse Cornelio il di cui cuore si risollevava, oppresso

dalle prime angoscie della morte, come ci si spiccia alla fortezza di

Loevestein! E il mariolo che mi aveva parlato di dodici ore!

— Ohè! la va come ve l’ho contata? fece il novelliere all’orecchio del

paziente.

— Una bugia.

— Come?

— Mi avete promesso dodici ore.

— Ah! sì. Ma vi si manda un aiutante di campo di Sua Altezza, e anche

uno de’ suoi più intimi, il signor Van Deken. Canchero! Non si fece un

simile onore al povero Mattias.

— Andiamo, andiamo, disse Cornelio gonfiando i suoi polmoni con la

più gran quantità d’aria possibile; andiamo e mostriamo loro che un

popolano, battezzato di Cornelio de Witt, può, senza fare smorfie,

contenere altrettante palle di moschetto, quante quel Mattias di buona

memoria.

E passò fieramente dinanzi all’attuario, che interrotto nelle sue

funzioni si azzardò di dire all’officiale.

— Ma, capitano Van Deken, il processo verbale non è ancora terminato.

— Non vale neppure la pena di finirlo, rispose l’officiale.

— Buono, replicò il processante chiudendo filosoficamente le sue carte

e la sua penna in un portafoglio usato e tutt’unto.

— È stato scritto, pensò il povero Cornelio, che io in questo mondo

non abbia da dare il mio nome nè a un bambino, nè a un fiore, nè a un

libro, tre necessità, di cui Iddio una almeno, come ci si assicura,

impone a ciascun’uomo per organizzato alla meglio che e’ sia, e che

egli si degna che gioisca sulla terra della proprietà di un’anima e

dell’usufrutto di un corpo.

E seguì l’officiale col cuore risoluto e con la testa alta.

Cornelio contava i gradini che conducevano alla spianata,

rimproverandosi di non aver dimandato alla guardia quanti ve ne

fossero; che colui nella sua officiosa compiacenza non avrebbe certo

mancato di dirglielo.

Ciò che oltremodo spiaceva al paziente in questo tragitto da lui

riguardato come l’ultimo suo viaggetto, si era di veder Grifo e non

Rosa. Infatti qual soddisfazione doveva brillare sul viso del padre, e

qual dolore sul viso della figlia.

Grifo come avrebbe applaudito a quel supplizio, vendetta feroce di

un atto eminentemente giusto cui Cornelio aveva la coscienza d’aver

compìto come un dovere!

Ma, Rosa, la povera ragazza, s’ei non vedevala, se andava a morire

senza darle l’ultimo bacio o almeno l’ultimo addio; s’egli andava

a morire in fine senza avere alcuna nuova del gran tulipano nero, e

risvegliarsi lassuso senza sapere da qual parte bisognasse volgere gli

occhi per ritrovarla!

In verità per non disfarsi in lacrime in simile momento il povero

tulipaniere, aveva intorno al cuore più l’_aes triplex_ (triplice

bronzo) di Orazio, da lui attribuiti al navigatore che il primo visitò

l’infami sugli acrocerauni.

Ebbe un bel riguardare a dritta, ebbe un bel riguardare a sinistra;

arrivò sulla spianata senza avere scorto Rosa, e senza avere scorto

Grifo.

Eravi quasi una compensazione.

Cornelio giunto sulla spianata cercò col guardo i suoi esecutori, e

vide di fatti una dozzina di soldati assembrati a chiacchera; ma senza

moschetto, senza essere a rango; condotta che parve a Cornelio indegna

della gravità che presiede d’ordinario a consimili avvenimenti.

Ad un tratto Grifo zoppicante, barcollante, appoggiato ad una gruccia,

apparve fuori del suo guardiolo. Egli aveva acceso per lanciare un

ultimo sguardo d’ira tutto il fuoco de’ suoi occhi grigi di gatto; e

nel tempo stesso si mise a vomitare contro Cornelio una tale tempesta

di abominande imprecazioni, che Cornelio dirigendosi all’officiale:

— Signore, disse, non credo sia ben fatto lasciarmi così insultare da

cotest’uomo, e soprattutto in un momento simile.

— Datemi retta, rispose l’officiale ridendo, è ben naturale che questo

bravuomo vi rampogni: pare che non lo abbiate conciato molto bene.

— Ma, signore, fu per sola difesa.

— Ohè! disse l’officiale dando alle sue spalle un movimento

superlativamente filosofico; ohè! lasciategli almeno il fiotto libero:

non ve ne vien nulla.

Un sudor freddo venne sulla fronte di Cornelio a questa risposta,

che riguardava come una ironia che puzzasse di bestiale, per parte

specialmente di un officiale che gli si diceva stare al fianco della

persona del principe.

Il disgraziato comprese che non aveva più risorsa nessuna, non più

amici, e rassegnossi.

— E sia, mormorò abbassando la testa; se ne fecero delle più acerbe a

Cristo; e la mia innocenza non è alle mille miglia paragonabile alla

sua. Cristo sarebbesi fatto battere dal suo carceriere, e non l’avrebbe

battuto.

Poi rivolgendosi all’officiale, che pareva attendesse gentilmente, che

egli avesse finito le sue riflessioni:

— Via, signore, domandò, dove debbo andare?

L’officiale accennogli una carrozza tirata da quattro cavalli, che

ricordavagli molto la carrozza che in una simile circostanza aveva già

colpito i suoi occhi al Buitenhof.

— Montate là dentro, gli disse.

— Ah! mormorò Cornelio, parrebbe che non mi fosse riserbato l’onore

della spianata!

Pronunziò queste parole abbastanza forte da essere comprese dallo

storico che non avealo lasciato.

Senza dubbio ei credette che fosse suo dovere di dare nuovi

schiarimenti a Cornelio, perchè accostossi alla portiera e intanto

che l’officiale col piede sul montatoio dava alcuni ordini, ei diceva

sommessamente:

— Si è dato che qualche condannato sia stato tradotto nella propria

città e, perchè fosse l’esempio più strepitoso, vi abbia subito il suo

supplizio davanti la porta della propria casa. È forse questo.

Cornelio fece un segno di ringraziamento; e poi a quello di rincontro:

— Ebbene, disse, alla buon’ora! ecco qui un giovanotto che non manca

mai di interporre una consolazione, quando gli si presenti il destro.

Amico mio, ve ne sono davvero obbligato. Addio.

La vettura si mosse.

— Ah! scellerato! ab! brigante! urlò Grifo mostrando le pugna alla sua

vittima che scappavagli di mano. E dire che se ne va senza rendermi mia

figlia!

— Se mi si conduce a Dordrecht, disse Cornelio, vedrò passando da casa

mia almeno le mie casellette se siano ben tenute.

Il tulipano nero · 第 34 / 42 题