La canzone dei fiori.
Intanto che compievansi gli avvenimenti da noi or ora raccontati,
lo sfortunato Van Baerle, obliato nella stanza della fortezza di
Loevestein, soffriva per parte di Grifo tutto ciò, che un prigioniero
può soffrire, quando il suo carceriere si sia prefisso di trasformarsi
in carnefice.
Grifo non avendo nuova nessuna di Rosa, nuova nessuna di Giacobbe, si
persuase che tutto ciò che eragli accaduto, fosse opera del demonio, e
che il dottore Van Baerle fosse un di lui inviato sulla terra.
Ne resultò che una bella mattina, — era il terzo giorno della
sparizione di Rosa e di Giacobbe, — ne resultò che una bella mattina
che salì nella stanza di Cornelio era anche più furioso del solito.
Costui con i gomiti appoggiati alla finestra e la testa dentro alle
mani, gli sguardi perduti nell’orizzonte nebbioso, che i molini di
Dordrecht rompevano con le loro ali, spirava l’aria per respingere le
sue lacrime e per impedire alla sua filosofia che si evaporasse.
Eranvi sempre i piccioni ma non v’era più la speranza, ma l’avvenire
mancava.
Ahimè! Rosa sorvegliata non più sarebbe potuta venire; potrebbe
scrivere forse? ma scrivendo potrebbe fargli pervenire le sue lettere?
No! Aveva scorto la sera, e la sera innanzi troppo furore e
malignità negli occhi del vecchio Grifo, perchè la di lui vigilanza
si rallentasse un istante; e poi oltre la reclusione, oltre
l’allontanamento, chi sa che non soffrisse tormenti ancora peggiori.
Quel bestiale, quel sacripante, quell’ubriacone non vendicherebbesi
alla maniera dei padri del teatro greco? Quando il ginepro montavagli
al cervello non dava al suo braccio troppo bene rimesso da Cornelio, la
vigoria di due braccia e di un bastone?
L’idea che Rosa forse fosse maltrattata, esasperava Cornelio. Sentiva
allora la sua inutilità, la sua impotenza, il suo niente. Dimandava a
sè stesso se fosse giusto che due creature innocenti soffrissero tanto;
e certamente in quel momento la sua fede vacillava. La disgrazia non
rende credenti.
Van Baerle aveva bene formato il progetto di scrivere a Rosa; ma Rosa
dov’era?
Aveva bene avuto l’idea di scrivere all’Aya per allontanare dalla sua
testa il nuovo uragano, che Grifo senza dubbio stava suscitandogli
contro per una denunzia.
Ma con che scrivere? Grifo aveagli tolto apis e carta. D’altronde
avesse avuto pure l’uno e l’altra, dicerto non sarebbe stato Grifo che
sarebbesi incaricato della sua lettera.
Allora Cornelio andava e riandava nella sua testa tutte quelle povere
furberie solite impiegarsi dai prigionieri.
Aveva ancora pensato a una evasione, cosa a cui non aveva pensato,
quando vedeva Rosa tutti i giorni. Ma più vi pensava, più una evasione
parevagli impossibile. Egli era di quelle nature perfette, che hanno
orrore anco dell’apparenza del disonesto; e perciò ogni buona occasione
della vita loro manca, sbaglio imperdonabile di non aver preso la via
dei volgari, battuta dalla gente di mezza tacca, la quale menali a
tutto.
— Come sarebbe possibile, dicevasi Cornelio, che io me ne possa fuggire
di Loevestein, donde già se ne fuggì Grozio? dopo questa evasione, non
è stato a tutto previsto? Le finestre non sono assicurate? le porte
non sono doppie e anco triplicate? I guardioli non sono dieci volte più
vigilanti?
«E poi oltre le finestre assicurate, le porte doppie, i guardioli più
vigilanti di prima, non ho io un Argo infallibile, un Argo tanto più
maligno, che ha gli occhi dell’ira, non ho io Grifo?
«Infine non evvi una circostanza che mi paralizza? L’assenza di
Rosa. Quand’anco impiegassi dieci anni della mia vita a fabbricarmi
una lima per segare le mie sbarre, a intrecciare le mie corde per
discendere dalla finestra, o ad attaccarmi delle ali alle spalle
per involarmi come Dedalo... Ma sono in un pessimo bivio! La lima
potrebbesi consumare, le corde rompere, le mie ali struggersi al sole:
mi ammazzerei malamente. E al più mi rialzerei zoppo, monco, sfilato;
e sarei classato nel museo dell’Aya tra la porpora tinta di sangue di
Guglielmo il Taciturno e la femmina marina raccolta a Stavoren, non
avendo la mia intrapresa avuto per resultato che di procurarmi l’onore
di far parte delle curiosità dell’Olanda.
«Ma no; un bel giorno, ed è assai meglio, Grifo farammi qualche
angheria. Perdo la pazienza dopo aver perduto la gioia e la società
di Rosa, e soprattutto dopo aver perduto il mio tulipano. Non cade
dubbio che un giorno o l’altro Grifo non mi attacchi d’una maniera
sensibile al mio amor proprio, al mio amore o alla mia sicurezza
personale. Dalla mia reclusione in poi mi sento una forza strana,
stizzosa, insopportabile; ho un pizzicore d’accapigliarmi, un appetito
di adoprare le mani, una sete di pugni; salterei insomma con tutta
la buona volontà del mondo alla gola del mio vecchio aguzzino, e lo
strangolerei!»
Cornelio a quest’ultimo proponimento arrestossi un istante con la bocca
contratta e l’occhio fisso. Un’idea, che sorridevagli, affacciavasi
alla sua mente.
— E già! continuò Cornelio, una volta Grifo strangolato, perchè non
prendergli le chiavi? Perchè non prendere la scala, come se io avessi
commesso l’azione la più virtuosa? Perchè non andare a trovar Rosa
nella sua camera? Perchè non ispiegarle il fatto e saltar seco lei
dalla finestra nel Wahal? Io so certo nuotare per due. Con Rosa? ma
Grifo, mio Dio, è suo padre; ella per quanto mi ami, non potrebbe
perdonarmi giammai d’averle strangolato il padre benchè bestiale,
benchè più che severo cattivo. Bisognerà allora entrare in discussione,
in ragionamento, durante il quale sopraggiungerà qualche aiuto, qualche
soprastante, che avendo trovato Grifo ancora scalciante o strozzato
affatto, mi rimetterà le mani a dosso; e rivedrò allora il Buitenhof
e il lampeggiare di quella maledetta spada, che questa volta non si
arresterebbe a mezzo, e farebbe conoscenza con la mia nuca. Niente di
tutto questo, Cornelio, amico mio, niente; gli è un cattivo mezzo! Ma
allora cosa almanaccare? come ritrovar Rosa?»
Tali erano le riflessioni di Cornelio, tre giorni dopo la scena funesta
della separazione tra Rosa e suo padre giusto nel momento, in cui noi
abbiamo mostrato Cornelio appoggiato sulla sua finestra. E in questo
stesso momento entrò Grifo.
Ei teneva in mano un enorme bastone; gli occhi suoi balenavano un
pensiero sinistro; un sinistro sorriso increspava le sue labbra;
un sinistro ondeggiamento agitava la sua persona, e il suo contegno
silenzioso spirava disposizioni sinistre.
Cornelio affranto, come lo abbiamo visto, dalla necessità, che il
raziocinio avea condotto fino alla convinzione, Cornelio lo intese
entrare, indovinò che fosse lui, ma non si volse nemmeno un tantino.
Ei sapeva che questa volta Rosa non verrebbegli dietro.
Non avvi cosa più spiacevole a chi sia in vena di stizza, della
indifferenza di coloro, cui deve essa dirigersi.
Fatta la spesa, si vuol godere. Uno che siasi montato la testa, uno che
abbiasi messo il sangue a bollore, vuole almeno la soddisfazione di una
piccola scarica.
Ogni onesto briccone, che abbia aguzzato il suo cattivo genio, desidera
di fare almeno una buona ferita a qualcuno.
Così Grifo, vedendo che Cornelio non fiatava, si mise a interpellarlo
con un vigoroso:
— Ohè! ohè!
Cornelio canticchiò tra’ denti la canzone dei fiori, triste ma graziosa
canzone.
Del fuoco segreto
Del fuoco, che serra
Per entro ogni vena
Fecondo la terra;
Dell’Alba dai crini
Lucenti, vermigli,
E della rugiada
Noi tutti siam figli.
Siam figli dell’aria,
Siam figli del rio,
Ma prima di tutto
Siam figli di Dio.
Questa canzone di un’aria calma e soave accresceva la placida
melanconia, esasperava Grifo.
Percosse l’impiantito col suo bastone, gridando:
— Eh! signor cantante, non mi date retta?
Cornelio si volse:
— Buon giorno, disse.
E riprese la sua canzone.
Amando, ci uccide
Ognuno; che solo
Un fragile filo
Ci tiene qui al suolo;
Un fil, che la vita
Qui solo ci allaccia.
Ma in alto ben alto
Sporgiamo le braccia;
— Ah! stregone maledetto, tu mi prendi a gabbo! gridò Grifo.
Cornelio continuò:
Al ciel, nostra patria
Verace, le alziamo,
Al ciel, donde in terra
Noi puri scendiamo;
E dove il profumo,
Nostr’anima vera,
Soave risale
Sull’ala leggiera.
Grifo accostossi al prigioniero:
— Tu non vedi dunque che ho preso la buona via per metterti giudizio, e
per farti confessare le tue scelleratezze?
— E io ci scommetto che siete impazzato, signor Grifo mio caro? disse
Cornelio volgendosi a lui.
E siccome, nel proferire tai detti, vide la faccia alterata, gli occhi
scintillanti, la bocca schiumante del vecchio carceriere:
— Diavolo! continuò, siam più che pazzi a quel che pare; siamo furiosi!
Grifo fece il molinello col suo bastone; ma senza scrollarsi, seguitò
Van Baerle incrociando le braccia.
— Via messer Grifo, che vi salterebbe il ticchio di minacciarmi?
— Oh! sì, ti minaccio! urlò il carceriere.
— Con che?
— Primieramente guarda cosa tengo in mano.
— Un bastone, disse Cornelio con calma, e grosso bene; ma non posso
supporre che mi vogliate minacciare con codesto.
— Ah! non lo puoi supporre! E perchè?
— Perchè ogni carceriere, che percuota un prigioniero, si espone a due
punizioni; la prima art. 19 del regolamento di Loevestein:
«Sarà espulso ogni carceriere, ispettore e soprastante che metta le
mani addosso ad un prigioniero di Stato.»
— La mano, disse Grifo fuor di sè per la collera, non il bastone. Il
regolamento non parla punto di bastone.
— La seconda, continuò Cornelio, la seconda, che non istà registrata
nel regolamento, ma che si trova nel Vangelo, la seconda eccola:
«Chi di coltello ammazza convien che muoia.
«Chiunque percuota col bastone, sarà rosolato col bastone.»
Grifo sempre più inasprito dal tuono calmo e sentenzioso di Cornelio,
brandì il suo randello; ma al momento che alzavalo, Cornelio slanciossi
su lui, e glielo strappò di mano, e se lo mise sotto al braccio!
Grifo urlava di rabbia.
— Via, via, buonuomo, disse Cornelio, non vi esponete a perdere
l’impiego.
— Ah! stregone maledetto! ti arriverò altrimenti, va là! mugghiò Grifo.
— Alla buon’ora.
— Tu vedi che la mia mano è vuota, eh?
— Già, lo vedo e ne godo.
— Tu sai che non l’è egualmente quando la mattina salgo la scala?
— Ah! l’è vero; mi portate secondo il solito la più trista minestra del
mondo, o la più misera pietanza che possa mai immaginarsi. Ma ciò non è
mica per me una privazione; mangio pane, e il pane quanto più cattivo è
pel tuo gusto, o Grifo, tanto è migliore pel mio.
— È migliore pel tuo?
— Sì.
— La ragione?
— È semplicissima.
— Sentiamola dunque.
— Volentieri; so che col darmi cattivo pane, tu credi farmi soffrire.
— Il fatto però sta, che io non te lo do per farti piacere, o brigante.
— Benissimo! Io che sono stregone, come sai, cangio il tuo pane cattivo
in buono, che mi appetisce più dei biscottini; ed allora ho un doppio
piacere, prima di tutto di mangiare secondo il mio gusto, e poi di
farti orribilmente arrabbiare.
Grifo urlò di collera, dicendo:
— Ah? tu confessi dunque che sei stregone!
— Perbacco! e di che tinta. Non lo dico davanti a persone, perchè ciò
mi farebbe correre in mano del beccaio come Goffredo o Urbano Grandier,
ma siccome siamo a quattr’occhi, io non ci vedo nessuno inconveniente.
— Bene, benone, rispose Grifo, ma se lo stregone può fare il pane di
nero, bianco; se egli non ne abbia neppure un pochino, può egli morire
di fame?
— Psih! fece Cornelio.
— Dunque non ti porterò più punto pane, e allora ci rivedremo tra otto
giorni.
Cornelio impallidì.
— E comincieremo da oggi, continuò Grifo. Giacchè tu sei così bravo
stregone, vediamo un po’, se cangi in pane i mobili della stanza; che
quanto a me guadagnerò ogni giorno i diciotto soldi, che mi si danno
pel tuo mantenimento.
— Sarebbe un assassinio! esclamò Cornelio, trasportato da un primo
movimento di terrore ben concepibile, che venivagli ispirato da tal
genere orribile di morte.
— Bene, continuò Grifo rampognandolo, bene, dappoichè sei tu stregone,
vivrai a tuo marcio dispetto.
Cornelio riprese la sua aria disinvolta, e scuotendo la testa:
— Non hai visto che ho fatto venire i piccioni di Dordrecht?
— Ebbene?... disse Grifo.
— Ebbene! i piccioni sono un buon’arrosto; e un uomo che mangi ogni
giorno un piccione arrosto, non può, mi pare, morire di fame.
— E il fuoco? disse Grifo.
— Il fuoco! ma tu sai bene che ho fatto un patto col diavolo. E pensi
tu, che il diavolo mi lasci mancare il fuoco, quando il fuoco è il suo
elemento?
— Un uomo per robusto che sia, non saprà mangiare un piccione tutti
i giorni. Sonosi fatte per questo delle scommesse, e sonosi dati per
vinti.
— Benissimo! Quando sarò nauseato dei piccioni, farò montar quassù i
pesci del Wahal e della Mosa.
Grifo fece tanti d’occhi.
— Amo molto i pesci, continuò Cornelio; tu non me ne porti mai. Ebbene!
giacchè vorresti farmi morire di fame, m’imbandirò allora del pesce.
Grifo fu lì lì per sfinire di collera e di spavento. Ma riavendosi:
— Ebbene, disse mettendo la mano in tasca, giacchè mi vi forzi...
E ne cavò un coltello aperto.
— Ah! un coltello! esclamò mettendosi sulle difese col suo bastone.