Il terzo Tallo.
L’annunzio della venuta di Boxtel era appena dato che egli entrò
in persona nel salone del signor Van Herysen, seguito da due uomini
portanti in una cassa il prezioso peso, che fu depositato sopra una
tavola.
Il principe prevenuto, lasciò lo scrittoio, passò nel salone, ammirò
e tacque; quindi tornò silenziosamente a prendere il suo posto
nell’angolo oscuro, dove da se stesso aveva collocato la sua seggiola a
braccioli.
Rosa palpitante, pallida, esterrefatta, aspettava di essere alla sua
volta invitata per andare a vederlo.
Sentiva la voce di Boxtel.
— Gli è lui! ella esclamò.
Il principe fecele segno che ella guardasse dalla porta socchiusa: e
Rosa esclamò:
— È il mio tulipano! è lui, lo riconosco. O mio povero Cornelio!
E si struggeva in lacrime.
Il principe alzossi e andò fino alla porta, dove rimase per un istante
alla luce.
Gli occhi di Rosa si fermarono su di lui; e più che mai si convinse che
quella non era la prima volta che ella avesse veduto quello straniero.
— Signor Boxtel, disse il principe, entrate.
Boxtel accorse frettoloso e trovossi faccia a faccia con Guglielmo
d’Orange.
— Sua Altezza! esclamò tirandosi indietro.
— Sua Altezza! ripetè Rosa tutta stordita.
A questa esclamazione venuta dalla sua sinistra, Boxtel si volse, e
vide Rosa.
A questa vista tutta la persona dell’invidioso si scosse come al
contatto della pila voltaica.
— Ah! mormorò tra sè il principe, egli si è turbato.
Ma Boxtel con uno sforzo potente sopra di sè, erasi già rimesso.
— Signor Boxtel, disse Guglielmo, parrebbe che voi aveste trovato il
segreto del tulipano nero?
— Sì, mio Signore, rispose Boxtel con una voce che rivelava un po’ di
turbamento.
È vero che il turbamento poteva originare dalla emozione provata dal
tulipaniere nel riconoscere Guglielmo.
— Ma, riprese il principe, ecco una giovine che ha pure la stessa
pretensione.
Boxtel sorrise di sdegno e fece una spallata.
Guglielmo notava tutti i suoi movimenti con uno interessamento di
rimarcabile curiosità.
— Del pari, non conoscete punto questa giovine?
— No, mio Signore.
— E voi, ragazza, conoscete Boxtel?
— No, non conosco il signor Boxtel, ma conosco il signor Giacobbe.
— Che volete voi dire?
— Voglio dire che a Loevestein, costui, che si fa chiamare Isacco
Boxtel, chiamavasi signor Giacobbe.
— Che rispondete, signor Boxtel?
— Dico, mio Signore, che questa giovine mentisce.
— Voi negate di non essere mai stato a Loevestein?
Boxtel esitò; l’occhio fisso e imperiosamente scrutatore del principe
impedivagli di mentire.
— Non posso negare di essere stato a Loevestein, mio Signore, ma niego
di avere rubato il tulipano.
— Me l’avete rubato e di camera mia! esclamò Rosa indignata.
— Lo niego.
— Ascoltate; niegate voi d’avermi seguito nel giardino il giorno, in
cui io preparava la casella, dove io doveva sotterrarlo? Niegate voi
d’avermi seguito nel giardino il giorno, in cui io finsi di piantarlo?
Niegate voi quella sera stessa d’esservi gettato, dopo la mia partenza,
sul luogo dove voi speravate di trovare il tallo? Niegate voi di aver
frugato la terra con le vostre mani, ma inutilmente per grazia di Dio,
perchè non era che una furberia per conoscere le vostre intenzioni?
Dite, mi negherete tutto questo?
Boxtel non giudicò punto a proposito di rispondere a queste diverse
interrogazioni; ma lasciando la polemica suscitata da Rosa e volgendosi
al principe, disse:
— Sono venti anni, mio Signore, che coltivo tulipani a Dordrecht; ho
parimente acquistato in quest’arte una certa reputazione: uno dei
miei ibridi portò in Catalogna un nome illustre. L’ho dedicato al
re di Portogallo. Ora ecco la verità. Questa ragazza sapeva che io
aveva trovato il tulipano nero e di concerto con un suo amante, che
ha nella fortezza di Loevestein, si è formata il progetto di rovinarmi
coll’appropriarsi il premio de’ cento mila fiorini, che otterrò, spero,
in grazia della vostra giustizia.
— Oh! esclamò Rosa soffocata dalla collera.
— Silenzio! disse il principe.
Poi volgendosi a Boxtel, gli disse:
— E chi è questo prigioniero che voi dite amante di questa ragazza?
Rosa fu per isvenirsi, perchè il prigioniero era raccomandato dal
principe come un gran colpevole.
Niuna cosa poteva essere più aggradevole a Boxtel di questa dimanda.
— Qual’è il prigioniero? rispose Boxtel.
— Sì.
— Il prigioniero, mio Signore, è un uomo, il di cui nome solo proverà
all’Altezza Vostra, qual fede possa prestargli: è un reo di Stato,
condannato già alla morte.
— E si chiama?...
Rosa nascose il viso nelle sue mani con un movimento disperato.
— Si chiama Cornelio Van Baerle, disse Boxtel, ed è il vero figlioccio
dello scellerato Cornelio de Witt.
Il principe si scosse, il suo occhio calmo gettò una favilla, e il
freddo di morte si stese di nuovo sul suo viso impassibile.
Egli appressossi a Rosa e fecele segno col dito di togliersi le mani
dal viso. Rosa obbedì, come avrebbe fatto senza vedere una donna
sottomessa al magnetismo.
— Per costui dunque veniste a dimandarmi a Leida la permuta di vostro
padre?
Rosa abbassò il capo e mormorò disperata:
— Sì, mio Signore.
— Continuate, disse il principe a Boxtel.
— Non ho altro a dire, seguitò costui, Vostra Altezza sa tutto. Ora
ecco ciò che io non voleva dire per non fare arrossire questa fanciulla
della sua ingratitudine. Sono andato a Loevestein, perchè i miei
affari mi vi richiamavano; hovvi fatto conoscenza col vecchio Grifo,
sonomi innamorato di sua figlia, l’ho chiesta in moglie e, come io non
era ricco, le ho confidato la mia speranza di conseguire cento mila
fiorini; e per giustificare questa mia speranza, le ho mostrato il
tulipano nero. Allora, siccome il suo amante, a Dordrecht per dare la
polvere negli occhi su i complotti che ei tramava, affettava coltivare
tulipani, ambedue hanno macchinato la mia perdita. La vigilia della
fioritura del fiore, il tulipano mi fu involato da questa ragazza,
portato in camera sua, donde ho avuto la fortuna di riprenderlo al
momento in cui ella aveva l’audacia di spacciare un espresso per
annunziare ai signori Membri della società di orticoltura, che aveva
trovato il gran tulipano nero; ma la non si è discreduta per questo.
Senza dubbio, le poche ore che lo ha tenuto in camera sua, avrallo
mostrato a qualcheduno che chiamerà in testimonio? Ma fortunatamente,
mio Signore, eccovi prevenuto contro questa intrigante e contro i suoi
testimoni.
— Oh! mio Dio! mio Dio! Oh! profferì Rosa lacrimando e gettandosi ai
piedi dello Statolder, che per quanto la stimasse colpevole, sentiva
pietà della di lei terribile angoscia.
— Voi avete male operato, o ragazza diss’egli, e il vostro amante sarà
punito per avervi così consigliata; perchè siete così giovane e avete
l’aria così buona, che mi giova credere che il male venga da lui e non
da voi.
— Mio Signore, mio Signore! esclamò Rosa, Cornelio non è colpevole.
Guglielmo fece un movimento.
— Non colpevole di avervi consigliata. Volete dir questo, non è vero?
— Io voglio dire, mio Signore, che Cornelio non è colpevole tanto del
primo che del secondo delitto, che gli si vuole imputare.
— Del primo? E sapete voi qual sia il suo primo delitto? Sapete voi di
che sia stato accusato e convinto? D’avere, come complice di Cornelio
de Witt, conservata la corrispondenza del gran pensionario e del
marchese di Louvois.
— Ebbene, mio Signore, egli ignorava di essere detentore di tale
corrispondenza; la ignorava completamente. Eh! mio Dio! me l’ha detto
lui. Quel cuore per adamantino che fosse, qual segreto mai avrebbe
avuto per me? No, no, mio Signore, lo ripeto, dovessi io incontrare
anco la vostra collera, Cornelio non è colpevole tanto del primo
che del secondo delitto. Oh! se voi, mio Signore, conosceste il mio
Cornelio!
— Un de Witt! esclamò Boxtel. Oh! mio Signore, lo conoscete pur troppo,
dacchè gli faceste grazia della vita.
— Silenzio, disse il principe. Tutte queste cose di Stato, l’ho già
detto, non interessano punto la società orticola di Harlem.
Poi aggrottando il sopracciglio:
— Quanto al tulipano, siate tranquillo, signor Boxtel; sarà fatta
giustizia.
Boxtel col cuore pieno di gioia fece un inchino, e ricevette le
congratulazioni del presidente.
— Voi, ragazza, continuò Guglielmo d’Orange siete caduta in un grave
delitto, di cui non già punirò voi; ma il vero colpevole la pagherà per
tutti e due. Un nomo del suo calibro può cospirare, tradire ancora...
ma non mai rubare.
— Rubare! esclamò Rosa, rubare! lui, Cornelio! Oh! Signor mio, non
lo dite; ei morrebbe, se ascoltasse le vostre parole! che le vostre
parole ucciderebberlo più sicuramente che non fece la scure del boia
sul Buitenhof. Se v’è furto, mio Signore, quest’uomo, ve lo giuro è il
ladro.
— Provatelo, disse freddamente Boxtel.
— Ebbene, sì. Coll’aiuto di Dio lo proverò, disse la Frisona con molta
energia. Poi voltatasi a Boxtel:
— Il tulipano era vostro?
— Sì.
— Quanti talli aveva?
Boxtel esitò un momento; ma comprese che la giovine non farebbe cotale
dimanda, se soli esistessero i due talli conosciuti.
— Tre, disse.
— Di che ne sono stati? dimandò Rosa.
— Di che ne sono stati?... Uno è abortito, l’altro ha dato il tulipano
nero...
— E il terzo?
— Il terzo!
— Il terzo dov’è?
— Il terzo l’ho io, disse Boxtel tutto turbato.
— L’avete voi? dove? A Loevestein o a Dordrecht?
— A Dordrecht, rispose Boxtel.
— Mentite, esclamò Rosa. Mio Signore, soggiunse volgendosi al principe,
vi andrò a raccontare io la vera storia dei tre talli. Il primo è stato
calpestato da mio padre nella stanza del prigioniero, e costui lo sa
benone, perchè sperava d’impossessarsene; e quando vide svanita la
sua speranza, si mise a maltrattare mio padre, perchè operando in quel
modo aveagli tolto di effettuarla. Il secondo da me custodito ha dato
il tulipano nero, e il terzo e ultimo (la giovane se lo cavò di seno)
eccolo qui nello stesso foglio che involtava gli altri due, quando
prima di montare il patibolo, Cornelio Van Baerle davameli tutti e tre.
Prendete, mio Signore, prendete.
E Rosa svolgendo il tallo dal foglio, lo porse al principe, che preselo
in mano per esaminarlo.
— Ma, mio Signore, questa ragazza non me lo potrebbe avere rubato come
il tulipano? borbottò Boxtel spaventato dell’attenzione, con la quale
il principe esaminava il tallo, e specialmente di quella che ponea Rosa
a leggere alcune linee tracciate sul foglio rimasto in mano sua.
Ad un tratto gli occhi della giovine s’infiammarono, rilesse ansante
quel foglio misterioso, e cacciando un grido, lo porse al principe,
dicendo:
— Oh! leggetelo! mio Signore; a nome del cielo, leggetelo!
Guglielmo passò il terzo tallo al presidente, prese il foglio e lesse.
Appena vi ebbe gettato gli occhi, che tentennò; la sua mano tremante
lasciò quasi cadere la carta; e i suoi occhi presero una espressione di
dolore e di pietà.
Il foglio datoli da Rosa, era la pagina della Bibbia che Cornelio
de Witt aveva spedita a Dordrecht a mano di Craeke cameriere del
suo fratello Giovanni, per pregare Van Baerle che bruciasse la
corrispondenza del gran Pensionario con Louvois.
Cotal preghiera, si ripete, era concepita in questi termini:
«Caro figlioccio!
«Brucia il deposito che ti ho confidato, brucialo senza guardarlo,
senza aprirlo, affinchè ti sia sconosciuto. Son di tal genere
i segreti, che ucciderebbero il depositario. Brucialo, e avrai
salvato Giovanni e Cornelio.
«Amami, addio.
«20 Agosto 1672.
«CORNELIO DE WITT.»
Questo foglio era ad un tempo la prova della innocenza di Van Baerle e
il suo titolo di proprietà sul tallo del tulipano.
Rosa e lo Statolder cambiarono un solo sguardo.