Il presidente Van Herysen.
Rosa lasciando Cornelio, aveva preso il suo partito; ed era, o di
rendergli il tulipano rubatogli da Giacobbe, o di non rivederlo mai
più.
Essa aveva visto la disperazione del prigioniero, doppia e incurabile
disperazione.
E poi da un canto era una separazione inevitabile avendo Grifo a un
tempo sorpreso il segreto del loro amore e dei loro convegni.
Dall’altro era il rovesciamento di tutte le speranze d’ambizione di
Cornelio Van Baerle, e tali speranze nutrivale da sette anni indietro.
Rosa era una di quelle donne, che non si perdono mai di coraggio, piene
di forza contro un male estremo trovano nel male medesimo l’energia per
combatterlo, o la risorsa per ripararlo.
La giovanetta rientrò nella sua stanza, vi gettò un ultimo sguardo per
vedere se mai si fosse ingannata, e se il tulipano fosse per disgrazia
in un qualche cantuccio, e quindi sfuggito alla sua vista. Ma Rosa
cercò invano: il tulipano non v’era più, il tulipano era stato rubato.
Fece un fagottino delle bricciche che le sarebbero necessarie, prese
i suoi trecento fiorini di risparmi, cioè tutta la sua ricchezza,
frugò sotto i suoi merletti, ov’era riposto il terzo tallo, se lo
cacciò delicatamente in seno, chiuse la sua porta a doppia mandata
per ritardare di tutto il tempo necessario per aprirla il momento, che
si conoscesse la sua fuga, discese la scala, escì della prigione per
la porta, che un’ora innanzi aveva dato l’egresso a Boxtel, si portò
presso un affittuario di cavalli, e chiese la vettura di un calessino.
Il vetturino non ne aveva che uno: era per l’appunto quello affittato
fin dalla vigilia a Boxtel, sul quale correva per la via di Delft.
Noi diciamo per la via di Delft, perchè bisognava fare un enorme giro
per andare da Loevestein ad Harlem: a volo di uccello la distanza non
sarebbe stata della metà.
Ma non vi sono che gli uccelli che possano viaggiare a volo in Olanda,
paese il più intersecato da fiumi, da ruscelli, da canali, da riviere e
da laghi di qualunque altro paese del mondo.
A Rosa dunque fu forza di prendere un cavallo, che le fu facilmente
fidato: chè il vetturino conosceva Rosa per la figlia del soprastante
della fortezza.
Rosa aveva una speranza, ed era di raggiungere il suo espresso, buono e
bravo giovinotto, che la condurrebbe seco e che le servirebbe al tempo
stesso di guida e di appoggio.
Difatti non aveva corso ancora una lega, che ella lo scorse allungare
il passo sopra una proda di una graziosa strada che costeggiava la
riviera.
Messe il cavallo al trotto e lo raggiunse.
Il bravo giovane ignorava l’importanza del suo messaggio, e nulladimeno
camminava come se lo conoscesse. In meno di un’ora aveva già fatto una
lega e mezzo.
Rosa gli riprese il biglietto diventato inutile, e gli fece sentire che
ella aveva bisogno di lui. Il navicellaio misesi a sua disposizione,
promettendo di andare quanto il cavallo, purchè Rosa gli permettesse di
appoggiar la mano sulla di lui groppa o sulla spalla.
La giovinetta permisegli che appoggiasse la mano dove volesse, purchè
non la ritardasse minimamente.
I due viaggiatori erano già partiti da cinque ore e aveano già fatto
più di otto leghe, che Grifo non si figurava punto ancora che la
giovine avesse lasciato la fortezza.
Il carceriere d’altronde, pessimo uomo in sostanza, gongolava per avere
ispirato a sua figlia un profondo terrore.
Ma intanto, che felicitavasi di avere a raccontare una così bella
storia al compagnone Giacobbe, Giacobbe pure era sulla via di Delft.
Solamente in grazia del suo calessino era già quattro leghe avanti a
Rosa e al navicellaio.
Mentrechè Grifo figuravasi Rosa tremante, o borbottante in camera sua,
Rosa guadagnava terreno.
Nessuno fuorchè il prigioniero non eravi dunque che non avesse la
credenza di Grifo.
Rosa compariva così poco da suo padre dacchè erasi messa intorno al
tulipano, che solamente all’ora di desinare, cioè a mezzogiorno, Grifo
si accorse misurando il suo appetito, che sua figlia bronciava un po’
troppo.
La fece chiamare da un suo porta chiavi; siccome costui discese
annunziando che aveala cercata e chiamata invano, risolvette di
cercarla e chiamarla da sè.
Cominciò con andare diretto alla di lei camera; ma ebbe un bel
picchiare, Rosa non rispose nè punto nè poco.
Fu fatto venire il guardaroba della fortezza, il quale aprì la porta,
ma Grifo non vi trovò Rosa, come Rosa non vi aveva trovato il tulipano.
In questo stesso momento Rosa entrava a Rotterdam; e perciò Grifo non
poteala trovare in cucina, come non l’aveva trovata in camera; non
poteala trovare in giardino come non l’aveva trovata in cucina.
Che si giudichi della collera del carceriere, quando avendo fiutato
ogni angolo seppe che sua figlia aveva preso a vettura un cavallo, e
come Bradamante e Clorinda erasene partita da vera venturiera, senza
dire ove si dirigesse.
Grifo risalì furibondo da Van Baerle, lo ingiuriò, lo minacciò, sgominò
tutto il di lui meschino mobiliare, promisegli l’ergastolo, promisegli
la prigione sotterra, promisegli la fame e le bastonate.
Cornelio senza neppure dargli retta, lasciavasi maltrattare,
ingiuriare, minacciare, impassibile, silenzioso, disensito, insensibile
a ogni emozione, morto a ogni paura.
Dopo aver cercato di Rosa in ogni cantuccio. Grifo cercò di Giacobbe;
e non trovandolo al pari di sua figlia, sospettò all’istante che glie
l’avesse involata.
Frattanto la giovinetta dopo aver fatto una fermata d’un paio d’ore a
Rotterdam, erasi rimessa in cammino. La stessa sera pernottò a Delft, e
la mattina seguente arrivò a Harlem quattro ore dopo di Boxtel.
Rosa si fece subito condurre dal presidente della società orticola,
messer Van Herysen.
Trovò quel degno cittadino in una situazione, che non ci permettiamo
di passarla senza dipingere, per non mancare a tutti i nostri doveri di
pittore e di storico.
Il presidente redigeva un rapporto al comitato della società.
Tale rapporto era in gran foglio e nel migliore scritto che potesse
fare il presidente.
Rosa fecesi annunziare sotto il suo semplice nome di Rosa Grifo; ma
questo nome per sonoro che fosse, era sconosciuto al signor presidente,
il perchè Rosa non fu ammessa. È difficile forzare le consegne in
Olanda, paese delle dighe e delle chiuse.
Ma Rosa non si sconcertò per questo; erasi imposta una missione ed
aveva giurato a se stessa di non lasciarsi abbattere nè dai rabbuffi,
nè dalle brutalità, nè dalle ingiurie.
— Annunziate al signor Presidente, ella disse, che gli vengo a parlare
del tulipano nero.
Queste parole non meno magiche delle famose: _sèsamo, apriti_, delle
Mille e una notte, servironle di passaporto. Mercè queste parole
penetrò fin nello scrittoio del presidente Van Herysen, che ella trovò
galantemente che veniva ad incontrarla.
Era un piccolotto, sciugnolo, rappresentante precisamente il gambo
di un fiore, la cui testa formasse il calice; due braccia ondulanti
e pendenti simulanti la doppia foglia oblunga del tulipano; un certo
tentennìo, che eragli abituale, completava la sua rassomiglianza con
quel fiore, quando piegasi sotto il soffio del vento.
Abbiamo detto che chiamavasi Van Herysen.
— Signorina, esclamò egli, venite da parte del tulipano nero?
Pel signor presidente della società orticola il _Tulipano nero_ era una
potenza di primo ordine, che poteva bene nella sua qualità di regina
dei tulipani inviare ambasciatori.
— Sì, signore, rispose Rosa, vengo per lo meno a parlarvi di lui.
— Sta bene? fece Van Herysen con un sorriso di tenera venerazione.
— Ahimè! disse Rosa, non lo so, o signore.
— Come! sarebbegli accaduto qualche disgrazia?
— Ben grande, signore, ma non a lui, a me.
— Quale?
— Mi è stato rubato.
— Vi è stato rubato il tulipano nero?
— Sì, signore!
— Sapete da chi?
— Oh! lo dubito, ma non oso ancora accusarlo.
— Ma la cosa sarà facile a verificarsi.
— Come ciò?
— Dacchè vi è stato rubato, il ladro non sarebbe lontano.
— Perchè non può essere lontano?
— Perchè non sono più di due ore che l’ho veduto.
— Avete veduto il tulipano nero? esclamò Rosa precipitandosi verso il
signor Van Herysen.
— Come vedo ora voi.
— Ma dove?
— Apparentemente, presso il vostro padrone.
— Presso il mio padrone?
— Sì... Non siete voi al servizio del signor Isacco Boxtel?
— Io?
— Senza dubbio, voi.
— Ma per chi dunque mi prendete voi, signore?
— Ma per chi mi prendete voi, voi costì?
— Signore, io vi prendo, lo spero, per quello che siete, cioè a dire
per l’onorevole signor Van Herysen sindaco di Harlem e presidente della
società orticola.
— E che mi volete dire?
— Vi voglio dire, o Signore, che mi è stato rubato il mio tulipano.
— Allora il vostro tulipano è quello del signor Boxtel. Allora voi vi
spiegate male, o mia ragazza; non a voi dunque, ma al signor Boxtel è
stato rubato il tulipano.
— Vi ripeto, signore, che non so chi si sia questo signor Boxtel, e che
questa è la prima volta che lo sento nominare.
— Non sapete chi si sia questo signor Boxtel, e avete medesimamente un
tulipano nero?
— Che ve n’è dunque un altro? domandò Rosa rabbrividendo tutta.
— Vi è quello del signor Boxtel, già.
— Com’è?
— Nero, permio!
— Senza una macchia?
— Senza la minimissima macchia, senza il minimissimo puntolino.
— E voi avete questo tulipano? Ed è qui depositato?
— No, ma saravvi depositato, perchè ne debbo fare l’esibizione al
comitato, prima che il premio sia conferito.
— Signore, esclamò Rosa, questo Boxtel, questo Isacco Boxtel, che si
dice proprietario del tulipano nero....
— E che lo è difatto.
— Non sarebbe mica un uomo magro?
— Sì.
— Calvo?
— Sì.
— Guercio?
— Credo che sì.
— Inrequieto, storto, ranco?
— In verità, che ne fate il ritratto lineamento per lineamento del
signor Boxtel.
— Signore il tulipano è egli in un vaso di maiolica turchina e bianca a
fiori giallognoli rappresentanti una panierina sopra le tre faccie del
vaso?
— Oh! quanto a questo, non ne sono sicuro, che ho più osservato il
fiore del vaso.
— Signore, è il mio tulipano, è quello che mi è stato derubato;
signore, è la mia fortuna: vengo qui a reclamarlo avanti a voi, da voi.
— Oh! oh! fece Van Herysen guardando Rosa. Che! Venite qui a reclamare
il tulipano del signor Boxtel. Affè di Dio! siete una comare un po’
ardita!
— Signore, disse Rosa un poco conturbata da quell’apostrofe, io non
vengo a reclamare il tulipano del signor Boxtel, ma vengo a reclamare
il mio.
— Il vostro?
— Sì: quello che ho piantato e allevato io stessa.
— Ebbene, andate a trovare il signor Boxtel all’Osteria del _Cigno
Bianco_, ve la intenderete con lui; quanto a me, siccome la causa parmi
non meno difficile di quella portata davanti al fu re Salomone, e che
io non ho la pretensione della sua sapienza, mi contenterò di fare il
mio rapporto, di constatare l’esistenza del tulipano nero e di ordinare
la collazione di cento mila fiorini al suo inventore. Addio, mia
ragazza.
— Oh! signore! signore! insistè Rosa.
— Solamente, ragazza mia, continuò Van Herysen, siccome siete
graziosetta, siccome siete giovane, siccome siete non ancora affatto
pervertita, accettate il mio consiglio. Siate prudente in questo
affare, perchè noi abbiamo un tribunale e una prigione in Harlem;
inoltre noi siamo estremamente solleciti sull’onore dei tulipani.
Andate, mia ragazza, andate. Signore Isacco Boxtel, Osteria del _Cigno
Bianco_.
E Van Herysen, riprendendo la sua bella penna, riprese l’interrotto suo
rapporto.
X
Un membro della società orticola.
Rosa smarrita, quasi impazzita di gioia e di paura alla idea che
il tulipano nero fosse ritrovato, si diresse all’Osteria del _Cigno
Bianco_, seguita sempre dal suo navicellaio, robusto giovanotto della
Frigia capace di divorarsi solo dieci Boxtel.
Per istrada il navicellaio era stato messo alla confidenza di tutto;
egli era pronto ad adoprare le mani quando ne venisse la necessità; e
solamente non dandosi questa eventualità, aveva ordine di pigliarsi il
tulipano.
Ma giunta in Groote Markt, Rosa si fermò su due piedi: che presela un
subito pensiero, simile alla Minerva d’Omero, che prende Achille per i
capelli nel momento che la monta nelle furie.
— Mio Dio! ella mormorò, ho fatto uno sbaglio massiccio; ho forse
perduto e Cornelio e il Tulipano e me...! Ho svegliato il formicolaio,
ho dato l’indizii; io non sono che una donna, e costoro possono legarsi
contro di me, e allora sono perduta... Oh! perduta io, non vorrebbe dir
nulla, ma Cornelio, ma il tulipano!
Stette un momento sopra se stessa.
— Se vado da questo Boxtel, e che io nol conosca punto; se questo
Boxtel non fosse il mio Giacobbe, se fosse un altro amatore che lui
pure avesse scoperto il tulipano nero, od anco se il mio tulipano fosse
stato rubato da un altro e non da chi sospetto, o che sia passato in
terza mano; se mi fosse appieno sconosciuto l’uomo, e riconoscessi solo
il mio tulipano, come provare che sia il mio? Da un altro canto se io
riconoscessi questo Boxtel per il falso Giacobbe, chi può sapere come
la cosa la s’andasse. Mentre che noi staremmo a contrastare insieme, il
tulipano morrebbe. Oh! ispiratemi voi, Vergine santa! Si tratta della
sorte della vita mia, si tratta del povero prigioniero, che forse in
questo momento medesimo rende l’anima a Dio.
Fornita questa preghiera, Rosa attese religiosamente la ispirazione che
invocava dal cielo.
Frattanto un gran sussurro alzavasi alla estremità di Groote Markt; le
genti accorrevano, schiudevansi le porte; e Rosa sola era impassibile a
tutto questo movimento della popolazione.
— Bisogna, mormorò, ch’io ritorni dal presidente.
— Ritorniamo, disse il navicellaio.
Presero il vicolo della Paglia che li menò diritti alla residenza
del signor Van Herysen, il quale col suo più bel carattere e con la
migliore sua penna continuava a lavorare al suo rapporto.
Dappertutto passando Rosa non sentiva che parlare del tulipano nero e
del premio di cento mila fiorini: n’era già piena la città.
Rosa non incontrò ostacolo nessuno per ripenetrare presso Van Herysen,
che puranco sentissi commosso, come la prima volta, alla parola magica
di tulipano nero.
Ma quando riconobbe Rosa, la quale dentro di sè aveva egli battezzato
per pazza e forse peggio, montò in collera e voleva scacciarla.
Ma Rosa giunse le sue mani, e con un accento di verità, che penetra i
cuori, disse:
— Signore, a nome del cielo! non mi cacciate: ascoltate al contrario
ciò che io vengo a dirvi, e se non potrete farmi rendere giustizia,
almeno non avrete a rimproverarvi un giorno in faccia a Dio di essere
stato complice di una cattiva azione.
Van Herysen trepidava d’impazienza; l’era la seconda volta che Rosa
disorientavalo da una redazione, alla quale ei metteva il suo doppio
amor proprio di sindaco e di presidente della società orticola.
— Ma il mio rapporto! esclamò egli, il mio rapporto sul tulipano nero!
— Signore, continuò Rosa con la fermezza della innocenza e della
verità, signore, se non mi ascoltate, il vostro rapporto sul tulipano
nero poserà sopra fatti criminosi, o sopra dati falsi. Ve ne supplico,
signore, fate venir qui alla vostra presenza e mia questo signor
Boxtel, il qual sostengo che sia il signor Giacobbe, e giuro a Dio di
lasciargli la proprietà del suo tulipano, se non conosco nè il tulipano
nè il suo proprietario.
— Viva Dio! bella promessa! disse Van Herysen.
— Che vorreste dire?
— Vi domando che cosa ciò proverebbe, quando voi lo aveste riconosciuto?
— Ma alla fine, disse Rosa disperata, voi siete un uomo onesto, o
signore. Ebbene non solo andreste a dare il premio ad un uomo per
un’opera che non ha fatto, ma ancora per un’opera rubata.
Forse l’accento di Rosa cominciava ad ispirare un certo convincimento
nel cuore di Van Herysen, che si preparava a risponderle più
dolcemente; quando un grande strepito fecesi sentire nella strada, che
pareva puramente e semplicemente che fosse un aumento del frastono, cui
Rosa aveva già inteso, ma senza attaccarvi importanza nessuna, a Groote
Markt, e che non aveva avuto la forza di astrarla dalla sua fervente
preghiera.
Ardenti acclamazioni scossero la casa. Van Herysen porse le orecchie
attente a queste acclamazioni, le quali dapprima non erano state
neppure uno strepito per Rosa, ed ora erano per lei un semplice
strepito ordinario.
— Che cosa è questa, esclamò il sindaco, che cosa è questa? Sarebbe mai
possibile! Che io abbia inteso bene!
E precipitossi verso la sua anticamera senza più guardare a Rosa che
lasciava nel suo scrittoio.
Van Herysen appena giunto nell’altra stanza cacciò un gran grido,
scorgendo lo spettacolo della sua scala invasa fino al vestibolo.
Accompagnato, o piuttosto seguito dalla moltitudine, un giovine vestito
semplicemente di vellutello violetto ricamato in argento saliva con
nobile lentezza li scalini di pietra, lucenti di bianchezza e di
nettezza.
Dietro a lui venivano due officiali, uno di marina e l’altro di
cavalleria.
Van Herysen facendosi largo tra i domestici spaventati, venne a
inchinarsi, a prosternarsi quasi davanti il nuovo arrivato, che
cagionava tutto questo rumore.
— Mio Signore, esclamò, mio Signore! Come? l’Altezza Vostra da me!
Onore impareggiabile sempre per la mia umile abitazione!
— Caro Van Herysen, disse Guglielmo d’Orange con una serenità che in
lui teneva luogo di sorriso, io sono un vero olandese, vedete; amo
l’acqua, la birra e i fiori, e qualche volta pure il formaggio, di cui
fanno tanto conto i Francesi; tra fiori quelli che io preferisco, sono
naturalmente i tulipani. Ho udito dire a Leida che la città di Harlem
possedeva finalmente il tulipano nero, e dopo essermi assicurato la
cosa esser vera, quantunque incredibile, vengo a chiederne novella al
presidente della società di orticoltura.
— Oh! mio Signore, disse Van Herysen in estasi, qual gloria per la
società, se i di lei lavori possono aggradire all’Altezza Vostra!
— L’avete qui il fiore? disse il principe che già senza dubbio
pentivasi d’aver troppo parlato.
— Ahimè! no, mio Signore, non l’ho qui.
— E dov’è?
— Presso il suo proprietario.
— Chi è il proprietario?
— Un bravo tulipaniere di Dordrecht.
— Di Dordrecht? Come si chiama?....
— Boxtel.
— Alloggia?
— Al _Cigno Bianco_; mando ad avvisarlo; e se intanto aspettando, l’A.
V. mi vuol far l’onore di passare nel salone, egli certo affretterassi,
sapendo che monsignore è qui, a portare il suo tulipano.
— Va bene; avvisatelo.
— Sì, Altezza. Solamente....
— Che cosa?
— Oh! niente d’importanza, mio Signore.
— Tutto è importante in questo mondo, signor Van Herysen.
— Bene, mio Signore; si eleva una difficoltà.
— Quale?
— Questo tulipano vorrebbesi rivendicare da degli usurpatori: vale
cento mila fiorini!
— Davvero!
— Sì, mio Signore, da degli usurpatori, da dei falsarii.
— Sarebbe un delitto.
— Sì, Altezza.
— E avete le prove di questo delitto?
— No, ma la colpevole...
— La colpevole?...
— Voglio dire colei che reclama il tulipano, o mio Signore, è qui nella
stanza accanto.
— Qui! Che ne pensate voi, signor Van Herysen?
— Penso, l’appetito dei cento mila fiorini l’abbiano tentata.
— E lei reclama il tulipano?
— Sì, mio Signore.
— E che dice ella dal canto suo, come lo prova?
— Cominciavo a interrogarla, quando è entrata l’Altezza Vostra.
— Sentiamola, signor Van Herysen, sentiamola; io sono il primo
magistrato del paese, sentirò l’interrogatorio e renderò giustizia.
— Ecco trovato il mio re Salomone, disse Van Herysen facendo reverenza
e accennando il cammino al principe, che precedeva il suo introduttore;
quando arrestossi ad un tratto, disse:
— Andate innanzi, e chiamatemi Signore.
Entrarono nello scrittoio. Rosa era sempre allo stesso posto,
appoggiata alla finestra e guardante dai vetri nel giardino.
— Ah! ah! una Frisona, disse il principe scorgendo la cuffietta d’oro e
le ciocche rosse di Rosa.
Costei si volse allo strepito, ma vide solo balenare il principe, che
assidevasi nell’angolo più oscuro dell’appartamento.
Tutta la sua attenzione, ci s’intende, era volta all’importante
personaggio che chiamavasi Van Herysen, e non per quell’umile
straniero, che seguiva il padrone di casa e che probabilmente non
farebbesi conoscere.
L’umile straniero prese un libro dello scaffale, e fece segno a Van
Herysen di cominciare l’interrogatorio.
Van Herysen sempre al cenno del giovine dall’abito violetto, si
assise, e tutto felice e superbo della importanza che eragli accordata,
cominciò:
— Mia ragazza, mi promettete la verità, tutta la verità, sul conto del
tulipano?
— Ve la prometto.
— Ebbene, parlate dunque davanti al signore, che è uno dei membri della
società orticola.
— Signore, che cosa potrei dirvi, che io non abbia già detto?
— E allora?
— E allora, non posso che rinnovare la preghiera che vi ho diretta.
— Quale?
— Di far venir qui il signor Boxtel col suo tulipano, se io vedo che
non sia mio, lo dirò francamente; ma se io lo riconosco, lo reclamerei
anco davanti a Sua Altezza lo Statolder, con le prove alla mano!
— Voi dunque avete delle prove, bella ragazza?
— Dio, che sa il mio buon diritto, me le fornirà.
Van Herysen scambiò un’occhiata col principe che dalla prima parola
di Rosa, sembrava cercasse di richiamarsi alla memoria, come avesse
sentito altra volta quell’armonica voce.
Partì un officiale per cercare di Boxtel.
Van Herysen continuò l’interrogatorio, proseguendo:
— E su che basate voi queste asserzioni, di essere proprietaria del
tulipano nero?
— Sopra una cosa ben semplice, ed è d’averlo io piantato e coltivato
nella mia propria camera.
— In camera vostra? E dov’è la vostra camera?
— A Loevestein.
— Siete di Loevestein?
— Sono la figliuola del carceriere della fortezza.
Il principe fece un piccolo movimento che voleva dire:
— Ah! è lei, ora me ne ricordo.
E figurando di leggere, traguardava Rosa anco con più attenzione di
prima.
— E voi amate i fiori? continuò Van Herysen.
— Sì, signore.
— Allora voi siete una fioraia sapiente?
Rosa esitò un istante; poi con accento tirato dal più profondo del
cuore, ella disse:
— Signori, parlo ad uomini di onore?
L’accento era così vero, che Van Herysen e il principe risposero ambo
ad una volta con un movimento di testa affermativo.
— Ebbene, no, non sono io una fioraia sapiente! Io non sono che una
povera ragazza del popolo, una povera paesana di Frisia, che non son
che tre mesi che non sapeva nè leggere nè scrivere. No, il tulipano
nero non è stato ritrovato da me.
— E da chi gli è stato trovato?
— Da un povero prigioniero di Loevestein.
— Da un prigioniero di Loevestein? ripetè il principe.
Al suono di quella voce, Rosa alla sua volta trasalì.
— E allora da un prigioniero di Stato, continuò il principe, perchè al
Loevestein non sonvi che prigionieri di Stato.
E si rimise a leggere, o almeno fece le viste.
— Sì; mormorò Rosa tremante, sì, da un prigioniero di Stato.
Van Herysen impallidì udendo pronunziare una simile confessione davanti
un simile testimone.
— Continuate, disse freddamente Guglielmo al presidente della società
orticola.
— Oh! signore, disse Rosa indirizzandosi a colui che ella credeva suo
vero giudice, è quanto dire che vo ad accusarmi ben gravemente.
— Infatti, disse Van Herysen, i prigionieri di Stato dovrebbero essere
in segreta al Loevestein.
— Ahimè! signore.
— Da quello che dite, parrebbe che voi abbiate profittato della vostra
posizione di figlia del carceriere, e che abbiate comunicato con un
prigioniero di Stato per coltivare dei fiori.
— Sì, signore, mormorò Rosa sconcertata; sì, son forzata a confessarlo,
lo vedevo tutti i giorni.
— Disgraziata! esclamò Van Herysen.
Il principe alzò la testa e osservando lo spavento di Rosa e il pallore
del presidente, disse con la sua voce spiccata e fermamente accentuata:
— Ciò punto spetta ai membri della società orticola: essi debbono
giudicare puramente del tulipano nero, e non si occupano di delitti
politici. Continuate, giovanetta continuate.
Van Herysen con una occhiata eloquente ringraziò a nome dei tulipani il
nuovo membro della società orticola.
Rosa rassicurata da questa specie d’incoraggiamento che aveale dato
lo sconosciuto, raccontò tutto ciò che da tre mesi era accaduto, ciò
che aveva fatto, ciò che aveva sofferto. Parlò delle durezze di Grifo,
della distruzione del primo tallo, del dolore del prigioniero, delle
precauzioni prese, affinchè il secondo tallo arrivasse a bene, della
pazienza del prigioniero, delle sue agonie durante la loro separazione;
come egli avesse voluto morire di fame, perchè non aveva più nuove
del suo tulipano; e della gioia che egli aveva provato nella riunione;
con in fine la disperazione di ambedue, quando si avvidero che il loro
tulipano appena fiorito era loro stato rubato.
Tutto ciò fu raccontato con tale accento di verità che lasciava
impassibile il principe, almeno in apparenza, ma che non lasciava di
fare il suo effetto sopra il signor Van Herysen.
— Ma, disse il principe, non è molto che conoscete questo prigioniero?
Rosa aperse i suoi grand’occhi e fissò lo sconosciuto, che cacciossi
nell’ombra come se non si fosse voluto far vedere.
— A che ciò? dimandò Rosa.
— Perchè non sono che quattro mesi che il carceriere Grifo e sua figlia
sono a Loevestein.
— È vero, signore.
— A meno che non abbiate sollecitato la permuta di vostro padre per
seguire qualche prigioniero che sia stato dall’Aya trasportato a
Loevestein.
— Signore! fece Rosa arrossendo.
— Finite, disse Guglielmo.
— Lo confesso, io aveva conosciuto il prigioniero all’Aya.
— Fortunato prigioniero! disse Guglielmo sorridendo.
In questo momento l’officiale che era stato inviato a Boxtel rientrò,
annunziando al principe che seguivalo col suo tulipano.