Ciò che era accaduto negli otto giorni.
Difatti la sera del giorno appresso all’ora solita Van Baerle intese
picchiettare alla sua graticola, come era solita fare la bella Rosa ne’
bei giorni della loro amicizia.
S’intende che Cornelio non fosse molto lontano dalla porta, attraverso
alla cui ferriatella rivedeva finalmente la graziosa figura da troppo
lungo tempo scomparsa.
Rosa che l’aspettava col lume in mano, non potè trattenere un movimento
quando ella vide il prigioniero così pallido e così tristo.
— Voi siete malato, signor Cornelio? ella dimandò.
— Sì madamigella, rispose Cornelio, malato di spirito e di corpo.
— Ho visto, o signore, che non mangiavate più, disse Rosa; mio
padre mi ha detto, che non vi alzavate più; e allora vi ho scritto
per tranquillizzarvi sulla sorte del prezioso oggetto delle vostre
inquietudini.
— Ed io, disse Cornelio, vi ho risposto. Io credeva, vedendovi
ritornare, mia cara Rosa, che voi aveste ricevuto la mia lettera.
— Difatti l’ho ricevuta.
— Non addurrete la scusa questa volta che non sapete leggere. Non
solo leggete speditamente, ma avete ancora incredibilmente profittato
rapporto allo scritto.
— Difatti ho non pur ricevuto ma letto il vostro biglietto. È ben per
questo che sono venuta per vedere se fossevi qualche rimedio atto a
rendervi la salute.
— A rendermi la salute! esclamò Cornelio; ma che avete dunque qualche
buona nuova a darmi?
E così dicendo, il giovine ficcò su Rosa due occhi brillanti di
speranza.
Ossia ch’ella non comprendesse quello sguardo ossia che non lo volesse
comprendere, la giovanetta rispose con gravità:
— Ho solamente a parlarvi del vostro tulipano, che è, lo so bene, la
più grave vostra preoccupazione.
Rosa pronunziò queste poche parole con un accento ghiacciato che fece
rabbrividire Cornelio.
Lo zelante tulipaniere non comprendeva mica ciò che nascondesse sotto
il velo della indifferenza la povera ragazza sempre alle prese con la
sua rivale, il tulipano nero.
— Ah! mormorò Cornelio, e batti e batti! Ma mio Dio! non vi ho detto,
o Rosa, che io non penso che a voi, che eravate voi sola che io
rimpiangeva, voi sola, di cui sento la privazione, voi sola che pel
vostro allontanamento mi toglievate l’aria, il giorno, il calore, la
luce, la vita insomma?
Rosa sorrise melanconicamente, e disse:
— Eh! il vostro tulipano ha corso un grave pericolo!
Cornelio si scosse suo malgrado, e lasciossi prendere al laccio,
seppure egli era.
— Un grave rischio! esclamò tutto tremante; mio Dio! e quale?
Rosa riguardollo con dolce compatimento; sentiva che quello, che
ella vorrebbe, era al di sopra delle forze di costui, e che bisognava
prenderselo con quella sua debolezza.
— Sì, diss’ella; voi deste proprio nel segno; il pretendente,
l’amoroso, quel Giacobbe non veniva mica per me.
— E per chi dunque? dimandò Cornelio con ansietà.
— Pel tulipano.
— Oh! fece Cornelio impallidendo a tal nuova più assai che non
impallidì, quando Rosa ingannatasi aveagli giorni fa annunziato che
Giacobbe venisse per lei.
Rosa vide quello spavento, e Cornelio si accorse alla espressione del
di lei viso che ella pensava ciò che andiamo a dire.
— Oh! perdonatemi, o Rosa diss’egli; vi conosco e so la bontà e
l’onestà del cuor vostro. Dio avvi donato il pensiero, il giudizio,
la forza e il movimento per difendervi, ma al mio povero tulipano
minacciato, Dio niuna di tali cose ha concesso.
Rosa non degnò di risposta questa scusa del prigioniero, e continuò:
— Dacchè quell’uomo, che mi aveva seguito in giardino, e che io aveva
riconosciuto per Giacobbe, v’inquietava, e inquietava me più ancora,
fissai dunque far ciò che mi diceste, il giorno appresso in cui vi vidi
per l’ultima volta, e in cui mi diceste.....
Cornelio la interruppe:
— Perdono, ancora una volta, o Rosa! esclamò. Ciò che vi dissi ebbi
torto a dirvelo; vi ho chiesto già perdono di quella parola fatale, e
ve lo ridomando ancora. Non mi esaudirete mai?
— Il giorno appresso, riprese Rosa, richiamandomi alla mente tutto
quello che mi avevate detto.... dell’astuzia da mettersi in opera per
assicurarmi, se me o il tulipano seguisse quell’odiosa creatura....
— Sì, odiosa... Mi pare, soggiunse, che l’odiate a dovere?
— Sì, l’odio, rispose Rosa, perchè gli è cagione di quanto ho sofferto
in questi otto giorni!
— Ah! voi pure avete sofferto? Grazie, o Rosa, di questa buona parola.
— Il giorno appresso di quel giorno sfortunato, continuò Rosa, scesi
dunque in giardino, e mi avanzai verso la casella, dove io dovea
piantare il tulipano, guardandomi dietro con la coda dell’occhio, se
questa come l’altra volta egli mi seguisse.
— Ebbene? domandò Cornelio.
— Ebbene! la medesima ombra strisciossi tra la porta e il muro, e
disparve ancora dietro i sambuchi.
— Figuraste di non vederlo, ci s’intende? dimandò Cornelio,
rammentandosi in tutti i suoi dettagli il consiglio che avea dato a
Rosa.
— Già, e mi piegai sulla casella, che bucai con un cavicchio, come se
io vi piantassi il tallo.
— E lui..... lui..... in quel frattempo?
— Vedevagli brillare gli occhi ardenti come quelli di un tigre
attraverso le frasche.
— Vedete voi? vedete voi? disse Cornelio.
— Poi facendo finta d’aver finito, mi ritirai.
— Ma solo dietro la porta del giardino, eh? Dimodochè dalle fessure
o dal buco della chiave voi poteste vedere, una volta partita, ciò
ch’egli facesse.
— Aspettò un momento senza dubbio per assicurarsi che io non
ritornassi; poi escì fuori a passo di lupo, si avvicinò alla casella
con un lungo giro; poi giunse alfine alla sua meta, cioè di faccia
al punto dove la terra era di fresco smossa, si arrestò con aria
indifferente, girò il guardo attorno, interrogò ciascun angolo del
giardino, interrogò ciascuna finestra delle case vicine, interrogò
la terra, il cielo, l’aria, credendo di essere affatto solo, affatto
isolato, affatto fuori di vista a chicchessia, precipitossi sulla
casella, cacciò le sue due mani nella terra molle, levonne una
porzione, che sbriciolò delicatamente tra le sue mani per vedere se
vi si trovasse il tallo, ricominciò per tre volte la stessa faccenda,
ed ogni volta con una azione più ardente fino a che, cominciando
a comprendere di essere uccellato, si ricompose, benchè roso dalla
stizza, prese la zappa, spianò il terreno per lasciarlo nel medesimo
stato in cui trovavasi, prima che lo rimescolasse, e tutto arrabbiato,
tutto sbuffante, riprese il cammino verso la porta, affettando l’aria
innocua di un ordinario passeggiatore.
— Oh! disgraziato! mormorò Cornelio asciugandosi le gocce di sudore che
gli sgorgavano dalla fronte. Oh! disgraziato! io l’avevo indovinato.
Ma del tallo, o Rosa che ne avete fatto? Ahimè! e già un pochetto tardi
per piantarlo.
— Il tallo è da sei giorni che gli è in terra.
— Dove? come? esclamò Cornelio. Oh! mio Dio! che imprudenza! Dove? in
qual terra? A buona o cattiva esposizione? Non c’è pericolo che ce lo
rubi quell’assassino di Giacobbe?
— Non c’è pericolo che sia rubato, a meno che Giacobbe forzi l’uscio di
camera mia.
— Ah! è presso voi, è in camera vostra, o Rosa, disse Cornelio un poco
tranquillizzato. Ma in qual terreno? in qual recipiente? Non lo fate
germogliare nell’acqua, come le buone donne di Harlem e di Dordrecht,
che s’incapano a credere che l’acqua sia un succedaneo della terra,
come se l’acqua, che è composta di 33 centesimi di ossigeno e di 66 di
idrogeno, potesse rimpiazzare..... Ma cosa vi dico mai?
— A vero dire, l’è troppa scienza per me, rispose sorridendo la
giovanetta. Mi contenterò dunque di rispondervi per tranquillizzarvi,
che il vostro tallo non è nell’acqua.
— Ah! respiro.
— È in un vaso di terra cotta, della larghezza giusta della brocca,
dove voi avevate interrato il vostro; gli è in un terreno composto di
tre quarti di terra ordinaria presa nel miglior punto del giardino e
d’un quarto di terra di belletta di via. Oh! l’ho inteso dire così
spesso da voi e da quell’infame di Giacobbe, come voi lo chiamate,
in qual terra deve spuntare il tulipano, che lo so come il primo
giardiniere di Harlem!
— Ora ah! ci resta l’esposizione. A quale è, Rosa?
— Ora tutta la giornata è al sole, quando c’è; ma quando il tulipano
sarà spuntato dalla terra e quando il sole sarà più caldo, farò, caro
signore Cornelio, come facevate qui voi. L’esporrò sulla mia finestra
di ponente dalle tre pomeridiane alle cinque.
— Oh! così, così! esclamo Cornelio; voi siete un perfetto giardiniere,
mia bella Rosa. Ma or che ci penso, la cultura del mio tulipano
occuperà tutto il vostro tempo.
— Sì, gli è vero, disse Rosa; ma che importa? Il vostro tulipano
è mio figlio; gli consacro tutto il tempo che spenderei per un mio
bambino, se io fossi madre. Solo col divenire sua madre, soggiunse Rosa
sorridendo, posso cessare di essergli rivale.
— Buona e cara Rosa! mormorò Cornelio, gettando sulla giovanetta uno
sguardo, dov’era più dell’amante che dell’orticultore, e che consolò un
poco Rosa.
Poi dopo un momento di silenzio, intantochè Cornelio aveva cercato per
le aperture della graticola la mano fuggitiva di Rosa, riprese:
— Cosicchè son già sei giorni che il tallo è in terra?
— Sì, sei giorni, signor Cornelio, rispose la giovinetta.
— E ancora non si mostra?
— No, ma credo che domani spunterà.
— Dimani sera mi darete le sue nuove con le vostre, non è vero,
Rosa?.... M’inquieto bene del figlio come ancora dicevate; ma
m’inquieto ben più della madre.
— Dimani, disse Rosa, guardando Cornelio con la coda dell’occhio,
dimani non so se potrò.
— Eh! mio Dio! esclamò Cornelio, perchè mai non potrete dimani?
— Signor Cornelio, ho mille cose a fare.
— Mentre che io non ho che una, mormorò Cornelio.
— Già, rispose Rosa; amare il vostro tulipano.
— Voi, o Rosa.
Rosa scosse la testa: e si rifece silenzio.
— Finalmente, continuò Cornelio, rompendo il silenzio, tutto si cangia
nella natura; ai fiori di primavera succedono altri fiori, e vedonsi
le api che carezzano teneramente le mammolette e le garofanate, posarsi
col medesimo amore sul caprifoglio, le rose, i gelsomini, i crisantemi
e il giranio.
— Che vuol dir ciò? dimandò Rosa.
— Ciò vuol dire, mia signorina, che voi avete dapprima amato sentire
il racconto delle mie gioie e delle mie angoscie; avete carezzato
il fiore della nostra reciproca giovinezza: ma la mia si è appassita
all’ombra. Il giardino delle speranze e dei piaceri di un prigioniero
non ha che una stagione; chè non è come i bei giardini all’aria aperta
ed al sole. Una volta la messe fatta, una volta la preda presa, le api
come voi, o Rosa, le api dal corpo delicato, dai pennoncelli d’oro,
dalle ali trasparenti, attraversano i cancellati, fuggono il freddo, la
solitudine e la tristezza per andare a trovare altrove i profumi e le
tepide esalazioni.... la contentezza, infine!
Rosa guardava Cornelio con un sorriso, che egli non vedeva; perchè avea
gli occhi verso il cielo.
Egli continuò con un sospiro.
— Mi avete abbandonato, o Rosa, per avere le vostre quattro stagioni
di piacere. Avete fatto bene, non me ne lagno; qual diritto aveva io di
esigere la vostra fedeltà?
— La mia fedeltà? esclamò Rosa tutta piangente e senza la pena più a
lungo di nascondere a Cornelio la rugiada di perle che le scorrevano
sulle guance; la mia fedeltà! che non vi sono stata fedele, io?
— Ahimè! si chiama essermi fedele, esclamò Cornelio, e poi abbandonarmi
e lasciarmi qui morire?
— Ma, signor Cornelio, disse Rosa, non faccio tutto quello che possa
farvi piacere? Non mi occupo io del vostro tulipano?
— La sola gioia ch’io mi abbia provata al mondo senza che sia stata
intorbidita dall’amarezza. Voi me la rimproverate, o Rosa!
— Non vi rimprovero nient’altro, signor Cornelio, se non l’affanno
profondo che io provo dal giorno che mi si venne a dire al Buitenhof,
che voi andavate ad essere giustiziato.
— Vi dispiace, o Rosa, mia cara Rosa, vi dispiace dunque che io ami i
fiori.
— Non mi dispiace che voi li amiate, signor Cornelio, ma mi attrista
bensì che li amiate a preferenza di me.
— Ah! cara, carissima creatura, esclamò Cornelio; guardate come tremano
le mie mani, come la mia fronte è pallida; ascoltate, ascoltate come
batte forte il mio cuore. Ebbene non è mica perchè mi sorrida e mi
appelli il mio tulipano nero: è perchè voi mi sorridete, è perchè
voi piegate verso di me la vostra fronte, è perchè, — e io so se l’è
vero, — perchè, quantunque le fuggano, le vostre mani aspirano alle
mie, è perchè io sento il calore delle vostre guancie dietro la fredda
graticola di ferro. Rosa, mio amore, spezzate il tallo del tulipano
nero, distruggete la speranza di questo fiore, spengete la dolce luce
del casto e delizioso sogno che ogni giorno abitualmente io faceva;
sia pure! i fiori dalle ricche spoglie, dalle grazie eleganti, dai
capricci divini, sì toglietemeli tutti, o fiore geloso degli altri
fiori, sì toglietemeli tutti, ma non mi togliete la vostra voce, il
vostro gesto, lo strepito de’ passi vostri su per la trista scala; deh!
non mi togliete il fuoco degli occhi vostri per lo scuro corridoio, la
certezza del vostro amore che perpetuamente carezzerà questo mio cuore.
Amatemi o Rosa, perchè io non posso amare che voi.
— Dopo il tulipano nero! sospirò la giovanctta, le cui mani calduccie e
carezzevoli passate alla fine a traverso alle sbarrette di ferro erano
sotto le labbra di Cornelio.
— Prima di tutto, o Rosa....
— Che vi debbo credere?
— Come credete in Dio.
— Sia, ma ciò non vi obbliga ad amarmi molto?
— Troppo poco, pel volere, mia cara Rosa, ma obbliga pur voi.
— Me? dimandò Rosa; e mi obbliga a che?
— A non potervi maritare prima di tutto.
Ella sorrise dicendo:
— Ah! ecco come siete tiranni voialtri. Voi adorate una bella: non
pensate che a lei, non sognate che lei; siete condannato a morte:
andando al patibolo le consacrate il vostro estremo sospiro, ed
esigete da me povera meschina il sacrifizio de’ miei sogni, della mia
ambizione.
— Ma di qual bella mi parlate voi, o Rosa? disse Cornelio cercando, ma
inutilmente, nelle sue rimembranze una donna alla quale Rosa potesse
fare allusione.
— Della bella nera, signore, della bella nera dalla forma svelta, dal
piè sottile, dalla testa dignitosa. Parlo del vostro fiore, non mi
capite?
Cornelio sorrise.
— Bella immaginaria, mia buona Rosa, mentre voi, senza contare il
vostro amoroso Giacobbe, o per dir meglio, il mio, voi siete attorniata
di partiti, che vi fanno la corte. Rammentatevi, o Rosa, ciò che mi
avete detto degli studenti, degli officiali, dei commessi dell’Aya?
Ebbene! a Loevestein non sonvi commessi, officiali, studenti?
— Oh! ve ne sono, e come! disse Rosa.
— Che scrivono?
— Sicuro.
— E ora che sapete leggere....
E mandò un sospiro, pensando, che Rosa doveva a lui, povero
prigioniero, il privilegio di saper leggere i bigliettini amorosi, che
ella riceverebbe.
— Ma, signor Cornelio, mi pare, disse Rosa, che leggendo i bigliettini,
che mi sono scritti, e adocchiando li zerbini, che mi fanno la ronda,
io non faccia che seguire le vostre istruzioni.
— Come le mie istruzioni?
— Già, le vostre istruzioni! Fate lo scordato, continuò Rosa,
sospirando la sua volta, fate voi lo scordato del testamento scritto
da voi sulla Bibbia del signor Cornelio de Witt? Non me ne scordo mica
io; perchè ora che so leggere, lo rileggo tutti i giorni, e non una,
ma spesso due volte. Ebbene! In quel testamento voi mi ordinate di
amare e di sposare un bel giovine da ventisei ai ventotto anni. Io lo
cerco questo giovine; e siccome tutta la giornata la consacro al vostro
tulipano, bisogna bene che mi lasciate la sera per trovarlo.
— Ah! Rosa, il testamento è fatto nella previsione della mia morte, e
grazie al cielo io sono vivo.
— Ebbene! dunque non cercherò più il ben giovine dai ventisei ai
ventotto anni, e verrò a veder voi.
— Brava, Rosa! sì, sì; venite!
— Ma a una condizione.
— L’ho già accettata!
— Che per tre giorni non si parli del tulipano nero.
— Non se ne parli più, se così vi piace.
— Oh! disse la giovanetta, non bisogna mai chieder l’impossibile.
E come per sbadataggine ella appressò la sua fresca guancia così presso
alla graticola, che Cornelio la potè sfiorare con le labbra.
Rosa diè uno strillo sommesso mandato dal cuore, e ratto disparve.
V
Il secondo tallo.
La notte fu buona, e la giornata del domani fu ancora migliore.
I giorni precedenti la prigione erasi fatta squallida, scura, bassa
bassa; gravava di tutto il suo peso sul povero prigioniero. I suoi
muri erano neri, la sua aria fredda, le spranghe così raffittite da
lasciarvi appena penetrare il giorno.
Ma quando Cornelio risvegliossi, un raggio di sole mattinale strisciava
sulla ferrata; alcuni piccioni fendevano l’aria con le loro ali stese,
mentre altri coccolavano amorosi sul tetto vicino alla finestra ancora
chiusa.
Cornelio corse alla finestra e l’aperse; parvegli che la vita, la gioia
e quasi la libertà entrassero con i raggi del sole nell’oscura sua
stanza.
Fioriavi l’amore e con lui fioriva attorno al prigioniero ogni cosa:
l’amore, fiore celeste ben’altrimenti profumato di tutti i fiori
terreni.
Quando Grifo entrò nella stanza di Van Baerle invece di trovarlo
mesto e coricato come gli altri giorni, trovollo alzato, e cantante
un’arietta di un’opera.
— Ohè! fece Grifo.
— Stamani come va? disse Cornelio.
Grifo lo guardò in cagnesco.
— Il cane, il signor Giacobbe, la nostra bella Rosa, stanno tutti bene?
Grifo digrignò i denti e tagliò corto, rispondendo:
— Eccovi la vostra colezione.
— Grazie, amico Cerbero; viene a tempo, che ho una gran fame.
— Ah! voi avete fame? disse Grifo.
— Toh! perchè no? domandò Van Baerle.
— Pare che la cospirazione cammini, disse Grifo.
— Qual cospirazione? dimandò Cornelio.
— Buono! so quello che mi dico, ma staremo con tanti d’occhi, signor
sapiente; state tranquillo: sì con tanti d’occhi.
— Così va fatto amico Grifo! così va fatto! La mia cospirazione come
pure la mia persona è ai vostri comandi.
— Si vedrà a mezzogiorno, disse Grifo, e escì.
— A mezzogiorno, ripetè Cornelio, che cosa vuol dire? Via, aspettiamo
mezzogiorno e vedremo.
Gli era facile aspettare mezzogiorno: aspettava le nove ore.
Battè mezzogiorno, e s’intese per le scale non solamente il passo di
Grifo, ma il passo di tre o quattro soldati che salivano con lui.
Si aprì la porta, Grifo entrò introducendo gli uomini, e chiuse l’uscio
dietro a loro.
— Via! ora perquisiamo.
Fu cercato nelle tasche di Cornelio, tra l’abito e la sua sottoveste,
tra la sottoveste e la camicia, tra la camicia e la carne: non fu
trovato niente.
Fu cercato dentro le lenzuola, dentro le materasse, dentro il saccone:
non fu trovato niente.
Quanto allora felicitossi Cornelio per non avere accettato il terzo
tallo. Grifo in questa perquisizione avrebbelo certo trovato per ben
nascosto che fosse stato, e lo avrebbe trattato come il primo.
Del resto mai prigioniero assistette di un viso più sereno a una
perquisizione fatta nella sua stanza.
Grifo si ritirò coll’apis e i tre o quattro fogli di carta bianca che
Rosa aveva dato a Cornelio; ciò fu il solo trionfo della spedizione.
Alle sei Grifo tornò ma solo; Cornelio volevalo addolcire; ma Grifo
brontolò, serrandosi con le due dita le labbra, ed escì all’indietro
come un uomo che abbia paura di essere aggredito.
Cornelio diede in uno scroscio di riso; per cui Grifo che ne conosceva
il perchè, gli gridò attraverso la graticola:
— Bene! bene! ben ride, chi ultimo ride.
Chi doveva ridere l’ultimo, in quella sera almeno, era Cornelio, perchè
aspettava Rosa.
Rosa venne alle nove, ma venne senza lanterna: non avea più bisogno di
lume, chè sapea già leggere. E poi il lume poteva tradire Rosa viepiù
spioneggiata da Giacobbe. E poi al fin dei conti vedevasi troppo il
rossore di Rosa, quand’ella arrossiva.
Di che parlarono i due giovani quella sera? Di quelle cose di cui
parlano in Francia sulla soglia di una porta tutti gl’innamorati, da
una parte all’altra del balcone in Ispagna, dall’alto al basso di un
terrazzino in Oriente.
Parlarono di cose che mettono le ali ai piedi alle ore, e aggiungon
penne al tempo.
Di tutto parlarono fuorchè del tulipano nero.
Poi alle dieci come il solito si lasciarono.
Cornelio era felice e così pienamente felice quanto può esserlo un
tulipaniere cui non siasi punto parlato del suo tulipano.
Ei trovava Rosa graziosa come senza paragone: la trovava buona,
leggiadra, avvenente.
Ma perchè Rosa proibiva che si parlasse del tulipano?
L’era un capriccetto di Rosa. E Cornelio diceva dentro di sè
sospirando, che la femmina non è perfetta.
Una parte della notte meditò su questa imperfezione; che è quanto dire
che, finchè fu sveglio, pensò sempre a Rosa.
Una volta addormentato, la sognò. Ma la Rosa dei sogni era ben
altrimenti più perfetta della Rosa reale. Non solamente quella parlava
del tulipano, ma di più portava a Cornelio un magnifico tulipano nero
piantato in un vaso della China.
Cornelio svegliossi con un brivido universale di gioia, e mormorò:
— Rosa, Rosa, io ti amo.
E siccome facevasi giorno, Cornelio non giudicò a proposito di
riaddormentarsi. Restò dunque tutta la giornata fisso nella idea che
gli era rimasta svegliandosi.
Ah! se Rosa avesse parlato del tulipano, Cornelio avrebbela preferita
alla regina Semiramide, alla regina Cleopatra, alla regina Elisabetta,
alla regina Anna d’Austria, che è quanto dire alle più grandi e alle
più belle regine del mondo.
Ma Rosa avea proibito sotto pena di non tornar più, avea proibito che
per tre giorni non si parlasse di tulipani.
Erano settantadue ore concesse all’amante, è vero; ma erano settantadue
ore minimate alla orticultura. È vero però che su queste settantadue
ore già trentasei erano passate; e le altre trentasei passerebbero ben
sollecite, diciotto aspettando, e diciotto ricordando.
Rosa tornò alla medesima ora: Cornelio sopportò eroicamente la sua
penitenza. Questo Cornelio gli era un degnissimo pitagorico, e purchè
fossegli permesso di avere una sola volta per giorno novelle del suo
tulipano, sarebbe rimasto anche cinque anni senza parlare d’altro,
secondo lo statuto dell’ordine.
Del resto la bella visitatrice capiva bene che quando si comanda da
una parte, bisogna cedere dall’altra. Rosa lasciava prendere le sue
dita dalla graticola; e lasciava che Cornelio baciasse a traverso della
ferratella, le sue ciocche di capelli.
Povera ragazza! tutti questi vezzi amorosi le erano ben più dannosi che
di parlare del tulipano.
Ella ben lo comprese tornando nella sua stanza col cuore palpitante, le
guancie ardenti, le labbra arse, gli occhi rugiadosi.
Il dimani sera poi dopo scambiate le prime parole, dopo le prime
carezze fatte, Rosa guardò Cornelio attraverso la graticola, al buio,
con quello sguardo che sente anche quando non vede.
— Ebbene! ella disse, ha buttato!
— Ha buttato! che? che? domandò Cornelio, non osando credere che Rosa
da sè abrogasse la durata della sua prova.
— Il tulipano, disse Rosa.
— Come, esclamò Cornelio, voi dunque permettete?....
— Eh! sì, disse Rosa di un tuono di tenera madre che permetta a suo
figlio una contentezza.
— Ah! Rosa! esclamò Cornelio, sporgendo le sue labbra, attraverso le
sbarrette di ferro, nella speranza di toccare una guancia, una mano,
la fronte, qualche cosa insomma; ma meglio di queste, toccò due labbra
semiaperte.
Rosa gettò un piccolo strillo. Cornelio si accorse che bisognava
affrettarsi a proseguire la conversazione, perchè il suo inatteso
contatto aveva spaventato fortemente Rosa.
— Buttato ben diritto? egli dimandò.
— Diritto come un fuso di Frigia, disse Rosa.
— È ben’alto?
— Due pollici almeno.
— Oh! Rosa, abbiatene ben cura, e vedrete come crescerà presto.
— Posso averne più cura? disse Rosa. Non penso che a lui.
— Che a lui, o Rosa? Guardate che ora sono geloso io.
— Eh! voi sapete bene che pensando a lui è lo stesso che pensare a voi.
Non lo perdo mai di vista; lo vedo da letto; mi sveglio, ed è il primo
oggetto che miro; mi addormento, è l’ultimo oggetto che perdo di vista.
Il giorno seggo e lavoro vicino a lui; chè dal momento che è in camera
mia, non lascio più la mia stanza.
— Avete ragione, o Rosa: è la vostra dote, lo sapete.
— Sì, e mercè sua potrò sposare un giovine di ventisette o ventotto
anni, che io amerò.
— Zitta, cattivella.
E Cornelio potè prendere le dita della giovanetta, il che se non fece
cambiar di conversazione, fece almeno succedere il silenzio al dialogo.
Quella sera Cornelio fu il più felice dei mortali. Rosa lasciogli la
sua mano per quanto egli volle, e lasciollo parlare a suo piacere del
tulipano.
A partire da questo momento ciascun giorno apportava un progresso
nel tulipano e nell’amore dei due giovani. Una volta eransi aperte le
foglie, un’altra erasi sbocciato il fiore.
A questa nuova la gioia di Cornelio fu grande, e le sue dimande
succedevansi con una rapidità che testimoniavano la loro importanza.
— Sbocciato! esclamò Cornelio, sbocciato?
— È sbocciato, ripete Rosa.
Cornelio si sentì mancare dalla gioia, e fu costretto ad attenersi alla
ferriata.
— Ah! Dio mio! esclamò.
Poi rivolgendosi a Rosa:
— L’ovale è regolare? il cilindro è pieno? le punte sono ben verdi?
— L’ovale è quasi un pollice e si appunta come un ago; il cilindro
gonfia i suoi fianchi, e le punte sono pronte a screpolare.
Questa notte Cornelio potè dormir poco: l’era un momento supremo quello
della screpolatura delle punte.
Due giorni dopo Rosa annunziò che erano screpolate.
— Screpolate, o Rosa! esclamò Cornelio; l’involucro è screpolato! Ma
dunque allora si vede, si può distinguere già?....
E il prigioniero arrestossi affannoso.
— Sì, rispose Rosa, sì, può distinguersi una strisciolina di differente
colore, sottile come un capello.
— E il colore? insistè Cornelio tremando.
— Ah! rispose Rosa, l’è ben cupo.
— Bruno?
— Oh! più cupo.
— Più cupo, mia buona Rosa, più cupo! oh! grazie. Cupo come l’ebano,
cupo come....
— Cupo come l’inchiostro col quale vi ho scritto.
Cornelio gettò un grido di stolta gioia. Poi arrestandosi ad un tratto,
disse a mani giunte:
— Oh! Rosa, non vi può essere angiolo da compararsi a voi.
— Veramente? disse Rosa sorridendo a tale esaltazione.
— O Rosa, voi avete fatto tanto; o Rosa, vi siete tanto adoperata per
me; o Rosa, il mio tulipano va a fiorire, e fiorisce nero! Rosa, Rosa,
Dio non ha creato sulla terra cosa più perfetta di voi.
— Dopo il tulipano però?
— Chetatevi, cattivella; chetatevi! Per pietà non turbate la mia gioia!
Ma ditemi, Rosa, credete che tra due o tre giorni al più tardi il
tulipano vada a fiorire?
— Dimani o posdomani, dicerto.
— Ah! e io non lo vedrò, esclamò Cornelio rovesciandosi indietro, non
lo bacerò come una meraviglia di Dio che deve adorarsi, come bacio le
vostre mani, o Rosa, come bacio i vostri capelli, come bacio le vostre
guancie, quando per caso trovansi a contatto della graticola.
Rosa avvicinò la sua guancia non per caso, ma volontariamente; le avide
labbra del giovine vi si affissero.
— Madonna! esclamò Rosa, ve lo porterò, se volete.
— Ah! no, no! Appenachè sarà aperto, guardatelo bene all’ombra; e
sull’istante, vedete, sull’istante spedite a Harlem a prevenire il
presidente della società di orticultura, che il gran tulipano nero è
fiorito. Lo so bene, Harlem è lontano, ma coi quattrini troverete un
espresso. Ne avete o Rosa?
Rosa sorrise, rispondendo:
— Oh! sì!
— Un buon pochi? dimandò Cornelio.
— Trecento fiorini.
— Oh! se avete trecento fiorini, non un espresso, ma voi stessa dovete
andare a Harlem.
— Ma in questo tempo il fiore?.....
— Lo porterete con voi. Capite bene che non bisogna che ve ne separiate
neppure per un minuto.
— Ma non separandomi punto da lui, mi separo però da voi, signor
Cornelio, disse Rosa attristata.
— È vero, mia dolce, mia cara Rosa. Mio Dio! gli uomini sono cattivi!
Che ho loro io fatto? e perchè mi hanno tolto la libertà? Avete
ragione, o Rosa, non potrei vivere senza di voi. Ebbene ecco spedirete
qualcuno ad Harlem; e in fede mia, il miracolo è tanto grande da far
muovere lo stesso presidente, che verrà in persona a Loevestein a
cercare del tulipano.
Poi arrestandosi a un tratto e con voce tremante:
— Rosa! mormorò, Rosa! e se non fosse poi nero?
— Madonna? lo saprete dimani o posdimani a sera.
— Aspettare fino alla sera per saperlo, o Rosa!... Morirò d’impazienza.
Non potremmo combinare un segnale?
— Farò di meglio.
— Che farete?
— Se si apre di notte, verrò, oh sì! verrò a dirvelo da me; e se di
giorno, verrò all’uscio, e striscerò un biglietto o di sotto alla porta
o per la graticola tra la prima e la seconda ispezione di mio padre.
— Oh! Rosa, che mi dite mai! Ciò sarà per me una doppia contentezza.
— Ecco le dieci, bisogna che io vi lasci.
— Sì, sì, disse Cornelio, andate, Rosa, andate!
Rosa si ritirò quasi che trista; Cornelio l’avea quasi mandata via.
Era, è vero, per vegliare sul tulipano nero.