Donna e Fiore.
Ma la povera Rosa chiusa nella sua camera non poteva indovinare chi
sognasse Cornelio.
Ne conseguitava però che da ciò ch’egli aveale detto, Rosa era ben più
inclinata a credere ch’egli sognasse i suoi tulipani che lei, e non
pertanto Rosa ingannavasi.
Ma siccome non era là nessuno per dire a Rosa che s’ingannava,
avvegnachè le imprudenti parole di Cornelio erano cadute sulla di lei
anima come goccie di veleno, Rosa non sognò già, ma pianse.
Difatti essendo Rosa una creatura di spirito elevato, di un senso
diritto e profondo, rendevasi giustizia, non già quanto alle sue
qualità morali e fisiche, ma quanto alla sua posizione sociale.
Cornelio era sapiente e ricco, almeno innanzi la confisca de’ beni;
Cornelio era di quella borghesia commerciale, più fiera delle sue
insegne di bottega delineate a guisa di blasone, di quello che non
lo sia mai stata la nobiltà di razza delle sue armerie ereditarie.
Cornelio poteva dunque trovare Rosa buona per una distrazione, ma
a colpo sicuro quando si trattasse d’impegnare il suo cuore per un
tulipano, cioè pel più nobile e pel più fiero dei fiori, egli lo
impegnerebbe piuttosto, che per Rosa umile figlia di un carceriere.
Rosa dunque comprendeva questa preferenza che Cornelio dava al tulipano
nero invece che a lei, ma la non era meno disperata appunto perchè lo
comprendeva.
Cosicchè aveva preso una risoluzione durante questa nottata terribile,
questa nottata d’insonnia che aveva passato. La risoluzione si era di
non tornare più alla graticola.
Ma com’ella sapeva l’ardente desiderio che nutriva Cornelio d’avere
nuove del suo tulipano; come ella non volevasi esporre a rivedere un
uomo per cui ella sentiva accrescersi la sua pietà al punto che dopo
essere passata per la simpatia, quella stessa pietà incamminavasi
diritta diritta e a gran passi verso l’amore; ma come ella non voleva
mettere alla disperazione costui, risolvette di solo proseguire le
lezioni di lettura e di scritto già cominciate, e fortunatamente
progredite a tale profitto, che un maestro non sarebbe stato più
necessario, se quel maestro non si fosse chiamato Cornelio.
Rosa dunque si mise accanitamente a leggere nella Bibbia del povero
Cornelio de Witt, sopra la cui seconda pagina, divenuta la prima dacchè
l’altra era stata staccata, era scritto il testamento di Cornelio Van
Baerle.
— Ah! mormorò rileggendo quel testamento che la non terminava mai senza
che una lacrima, perla d’amore, scorresse da’ suoi occhi sereni sopra
le sue pallide guancie, ah! che allora credetti che egli mi amasse!
Povera Rosa! s’ingannava. Mai l’amore del prigioniero era stato più
effettivo che al momento in cui ora ci troviamo, dappoichè, l’abbiamo
detto con un po’ d’imbarazzo, nella lotta tra il gran tulipano nero e
Rosa, il gran tulipano nero aveva dovuto soccombere.
Ma Rosa, lo ripetiamo, ignorava la disfatta del gran tulipano nero.
Cosicchè la sua lettura finita, in cui Rosa aveva molto profittato,
prendeva la penna e mettevasi accanitamente all’opera non meno lodevole
e ben più difficile dello scritto.
Ma siccome Rosa scriveva già quasi leggibilmente il giorno che Cornelio
aveva così imprudentemente lasciato parlare il suo cuore, ella punto
disperossi di far progressi assai rapidi per dare al più tardi tra otto
giorni nuove del suo tulipano al prigioniero.
Non aveva dimenticato neppure una sillaba delle raccomandazioni che
aveale fatto Cornelio. Del resto Rosa mai dimenticava una sillaba di
ciò che dicevale Cornelio, anche quando non avesse avuto l’aspetto
della raccomandazione.
Egli dal canto suo svegliossi più innamorato di prima. Il tulipano
ancora era ben luminoso e vivido nel suo pensiero, ma non vedealo già
più come un tesoro a cui tutto egli dovesse sacrificare, anche Rosa,
ma come un fiore prezioso, una maravigliosa combinazione della natura e
dell’arte che Dio accordavagli per abbellimento della sua donna.
Pertanto tutta la giornata perseguitavalo una vaga inquietudine, simile
a quegli uomini, il cui spirito è abbastanza forte per dimenticare
momentaneamente che un gran danno la sera o l’indomani li minacci. La
preoccupazione una volta vinta, vivono della vita ordinaria, soltanto
di tempo in tempo il male dimenticato loro morde il cuore ad un tratto
con l’acuto suo dente. Trasaliscono, s’interrogano perchè abbiano
trasalito, poi rappellandosi ciò che avevano dimenticato:
— Oh? sì, dicono con un sospiro, è questo!
Il _questo_ di Cornelio l’era la paura che Rosa non venisse punto nè
poco nella sera secondo il solito. E a misura che avanzavasi la notte,
la preoccupazione diventava più viva e più pressante fino al punto che
impadronivasi di tutto il corpo di Cornelio e che egli non poteva più
vivere senza di lei.
Fu per questo che salutò l’oscurità con un battito prolungato di
cuore; a misura che l’oscurità cresceva, le parole da lui dette la sera
innanzi a Rosa, le quali avevano tanto afflitto quella povera ragazza,
facevansi più presenti al suo spirito, e dimandavasi come avesse potuto
dire alla sua consolatrice di posporla al suo tulipano, quanto dire, se
bisogno ci fosse, di rinunziare di vederla, quando per lui la vista di
Rosa era divenuta una necessità della sua vita.
Dalla camera di Cornelio sentivasi battere le ore all’orologio della
fortezza. Suonarono le sette, le otto, poi le nove; mai squillo di
bronzo vibrò più profondamente al fondo di un cuore che nol facesse il
martello battente il nono colpo delle nove ore.
Poi tutto fu silenzio. Cornelio appoggiò la sua mano sul cuore per
soffocarne i battiti, e si pose in ascolto.
Lo stropiccio de’ piedi e lo scartocciare delle vesti di Rosa a’ primi
gradini della scala era assuefatto a conoscere così bene, quando ella
saliva, che diceva:
— Ah! ecco Rosa.
Quella sera nessuno strepito turbò il silenzio del corridore;
l’orologio battè le nove e un quarto; poi con due suoni distinti nove
ore e mezzo; poi nove ore e tre quarti; poi infine col suo tuono grave
annunziò non solo agli ospiti della fortezza ma ancora agli abitanti di
Loevestein che l’erano le dieci.
Era l’ora che secondo il solito Rosa lasciava Cornelio; l’ora era
suonata e Rosa non era ancora venuta. Di guisa che i suoi presentimenti
non l’aveano ingannato; Rosa irritata se ne stava nella sua camera, e
abbandonavalo.
— Oh! che ho ben meritato ciò che mi accade, diceva Cornelio; oh! non
verrà, e farà santamente, che io in suo luogo farei altrettanto.
E a malgrado ciò Cornelio ascoltava, aspettava e sperava sempre.
Ascoltò e aspettò così fino alla mezza notte; ma a quest’ora cessò
d’aspettare e tutto vestito si gettò sul letto.
La notte fu lunga e trista, poi si fece giorno; ma il giorno non portò
speranza alcuna al prigioniero.
Alle otto di mattina la sua porta si aperse: ma Cornelio non volse
neppure la testa, che aveva conosciuto il passo pesante di Grifo, e
avealo sentito perfettamente solo.
Non guardò neppure dalla parte del carceriere; e nonpertanto avrebbe
ben voluto interrogarlo, domandargli nuove di Rosa. Fu sul punto per
stravagante che sembrato fosse al di lei padre, di fargli tale dimanda.
Sperava l’egoista che Grifo gli rispondesse, che sua figlia l’era
malata.
A meno che in casi straordinarii Rosa non veniva mai di giorno;
perlochè Cornelio non sperava vederla. Contuttociò alle sue subite
scosse, al suo stare in orecchi verso la porta, alle sue rapide
occhiate gettate sulla graticola, vedevasi bene che il prigioniero
aveva la muta speranza che Rosa farebbe una infrazione alle sue
abitudini.
Alla seconda visita di Grifo, Cornelio contro ogni sua aspettativa
aveva dimandato al vecchio carceriere e ciò della più dolce maniera del
mondo, nuove della sua salute; ma Grifo laconico come uno Spartano, si
era ristretto a rispondere.
— Va bene.
Alla terza visita Cornelio variò la forma della interrogazione,
dimandando:
— C’è nessuno malato al Loevestein?
— Nessuno! rispose più laconicamente ancora della prima volta,
chiudendo Grifo la porta sul muso al prigioniero.
Grifo, punto abituato a simili leziosaggini da parte di Cornelio,
sospettò nel suo prigioniero un indizio di attentata corruzione.
Cornelio ritrovossi solo; l’erano le sette di sera. Si rinnovarono
allora con una gradazione più intensa della sera antecedente le angosce
che ci siamo sforzati descrivere.
Ma, come la veglia, le ore si successero senza ricondurre la dolce
visione che rischiarava a traverso della graticola la segreta del
povero Cornelio e che, allontanandosene, vi lasciava la luce per tutto
il tempo della sua assenza.
Van Baerle passò la notte in una vera disperazione.
La dimane, Grifo gli parve più rotto, più brutale, più sgraziato del
solito: eragli passato per la mente, o piuttosto pel cuore la lusinga
che egli impedisse Rosa di venirci.
Si sentì preso da un’ira feroce di strangolare Grifo; ma strangolato
che l’avesse, tutte le leggi divine e umane proibivano a Rosa di mai
più rivedere Cornelio.
Il carceriere scampò dunque senza saperlo a una delle più grandi
sciagure che egli avesse mai corso in sua vita.
Venne la sera, e la disperazione cangiossi in melanconia, che l’era
tanto più tetra, quanto a suo malgrado le rimembranze del suo povero
tulipano mescolavansi al cordoglio che egli provava. S’era giusto
all’epoca che i giardinieri i più esperti nel mese di aprile indicano
come il punto preciso per la piantagione dei tulipani. Egli aveva detto
a Rosa:
— V’indicherò il giorno che dovrete porre in terra il tallo.
Doveva fissare quel giorno, il domani, nella sera seguente. Il tempo
era bello, l’atmosfera quantunque peranco un po’ umida cominciava ad
essere temperata pe’ pallidi raggi del sole di aprile, che per essere i
primi parevano così dolci ad onta del loro pallore. Se Rosa lasciasse
passare il tempo della piantagione! Se al dolore di non vedere più la
giovinetta si aggiungesse quello di vedere abortire il tallo per essere
stato piantato troppo tardi, oppure per non essere stato nientaffatto
piantato!
Per questi due dolori era certo da perdere l’appetito; e accadde il
quarto giorno.
L’era un crepacuore veder Cornelio, muto pel dolore, pallido per la
fissazione spenzolarsi fuori della ferrata col rischio di non poter
più tirar fuori dalle traverse di ferro la sua testa, sforzandosi così
di scorgere a sinistra il giardinetto, di cui aveagli parlato Rosa,
e il cui parapetto, ella aveagli detto, che dava sul fiume; e tutto
ciò nella speranza di scoprire a quei primi raggi del sole d’aprile la
giovanetta o il tulipano, due suoi amori infranti.
La colazione e il pranzo portato da Grifo, appena la sera Cornelio
aveali assaggiati.
Il giorno dopo non prese niente, e Grifo riportò in giù i commestibili
perfettamente intatti, destinati ai due pasti.
Cornelio non erasi alzato nella giornata.
— Buono! disse Grifo scendendo dopo l’ultima visita, buono! presto ci
andiamo a sbarazzare del sapiente.
Rosa trasalì.
— Eh! fece Giacobbe; come mai?
— Non beve più, non mangia più, non si leva più, disse Grifo; come
Grozio escirà di qui in una cassa, ma però mortuaria.
Rosa divenne pallida come la morte.
— Oh! mormorò tra denti, capisco, è inquieto pel suo tulipano.
E alzatasi oppressa di cuore, rientrò in camera sua, dove ella prese
una penna e della carta; e per tutta la notte esercitossi a tracciare
lettere.
L’indomani per istrascinarsi fino alla finestra, Cornelio si avvide di
una carta che era stata infilzata di sotto alla porta.
Si lanciò su quella carta, l’aprì e lesse uno scritto che avrebbe avuto
pena a riconoscere per quello di Rosa, tanto ella avealo migliorato nei
sette giorni di questa sua assenza:
«State tranquillo, il vostro tulipano va bene».
Benchè queste poche parole di Rosa calmassero un pochettino i dolori
di Cornelio, non fu però meno sensibile all’ironia. Cosicchè, l’era
un fatto, Rosa non era niente affatto malata, ma era ferita; niente
affatto le si usava forza perchè non venisse da Cornelio, ma se ne
teneva volontariamente lontana.
Rosa di tal fatta libera, trovava nella sua volontà la forza di non
venire a vedere colui che moriva di crepacuore per non poterla più
vedere.
Cornelio aveva carta e un apis che aveagli portato Rosa. Si accorse che
la giovinetta aspettava la risposta, ma che non la verrebbe a prendere
che nella notte; in conseguenza egli scrisse sopra un foglio simile a
quello che aveva ricevuto:
«Non è già l’inquietudine, cagionatami dal mio tulipano, che mi
rende malato; l’è il crepacuore, che io provo, di più non vedervi».
Escito Grifo dopo ritornato la sera, egli strisciò la carta di sotto la
porta e ascoltò.
Ma per quanto egli orecchiasse, non intese nè il passo di Rosa nè lo
scartocciare delle sue vesti.
Egli intese una voce leggiera come un alito di vento e dolce come una
carezza, che gettogli dalla graticola queste dolci parole:
— A dimani.
Dimani era l’ottavo giorno. Negli otto giorni Cornelio e Rosa non
s’erano punto veduti.