Scorse la notte ben dolce, ma nel tempo stesso bene agitata per
Cornelio. A ogni minuto sembravagli che la soave voce di Rosa lo
chiamasse; svegliavasi in sussulto, andava alla porta, avvicinava
il viso alla graticola; ma la graticola era solitaria, il corridoio
deserto.
Senza dubbio Rosa dal canto suo vegliava pure; ma più felice di
lui, vegliava sul tulipano. Avea là sotto gli occhi il nobile fiore,
meraviglia delle meraviglie, non solo ancora sconosciuta, ma creduta
anco impossibile.
Che dirà il mondo quando saprà che il tulipano nero sia trovato, che
esista, e che sia Van Baerle il prigioniero che lo abbia trovato?
Cornelio avrebbe scacciato da sè chiunque gli avesse proposta la
libertà in cambio del suo tulipano!
Il giorno venne senza avviso nessuno; il tulipano non era ancora
fiorito.
La giornata passò come la notte innanzi, e venne l’altra con Rosa tutta
lieta, con Rosa leggiera come una lodoletta.
— Ebbene! dimandò Cornelio.
— Ebbene! va tutto a meraviglia: stanotte indispensabilmente il nostro
tulipano fiorisce.
— E fiorirà nero?
— Nero come un’ala di corvo.
— Senza la minima vergaturina?
— Senza neppure l’ombra.
— Misericordia del cielo! Rosa ho passato la notte pensando prima a
voi...
Rosa accennò insensibilmente di non crederci.
— E poi a ciò che dobbiamo fare.
— Ebbene!
— Ebbene! ecco ciò che ho deciso. Quando il tulipano fiorito, sarà ben
costatato sia nero, e nero perfetto, bisogna che troviate un espresso.
— Se non è che questo, l’ho bell’e trovato.
— Un espresso sicuro?
— Ne rispondo io; gli è un mio innamorato.
— Spero non sia Giacobbe.
— No, state tranquillo. È il navicellaio di Loevestein, giovanotto
avvistato, di venticinque ai ventisette anni.
— Diavolo!
— State tranquillo, disse Rosa ridendo, non ha ancora l’età, giacchè
voi stesso l’avete fissata dai ventisei ai ventotto.
— Ma credete di poter contare su questo giovine?
— Come su me; si getterebbe dalla sua barchetta nel Wahal o nella Mosa,
come più mi piacesse, se glielo comandassi.
— Eh! potrebbe, o Rosa, questo giovinotto essere in dieci ore a Harlem.
Datemi apis e carta, meglio ancora penna e inchiostro, che scriverò...
anzi è meglio che scriviate voi; io povero prigioniero potrei dar
sospetto, come a vostro padre, di una cospirazione nascosta. Scriverete
al presidente della società d’orticoltura, e, ne sono certo, verrà quà
il presidente.
— Ma se tardasse?
— Supponete che tardi un giorno o due; ma gli è impossibile, che un
amatore di tulipani come lui tardi anco un’ora, un minuto, un secondo
a mettersi in via per vedere l’ottava maraviglia del mondo. Ma, come
io diceva, tardasse pure un giorno, ne tardasse due, il tulipano
sarebbe in tutto il suo splendore. Visto il tulipano dal presidente, ci
s’intende, voi riterrete, o Rosa, un duplicato del processo verbale,
e gli consegnerete il tulipano. Ah! se lo avessimo potuto portar da
noi, o Rosa, sarebbe stato un dolce peso un po’ alle mie e un po’
alle vostre braccia; ma è un sogno cui non bisogna pensare, continuò
Cornelio sospirando; altri occhi lo vedranno sfiorire! Oh! soprattutto,
o Rosa, che non lo veda persona, prima del presidente. Buon Dio! il
tulipano nero sarebbe visto e preso!
— Ih!
— Non mi avete detto voi stessa i vostri sospetti sul conto di quel
vostro Giacobbe? Si ruba un fiorino, perchè non ne possono essere
rubati cento mila?
— Starò in guardia, via; state tranquillo.
— Se mentre siete qui, si aprisse?
— N’è ben capace il capriccioso, disse Rosa.
— Se tornando voi lo trovaste fiorito?
— Ebbene?
— Ah! Rosa, appena sia fiorito, ricordatevi che non avvi un minuto a
perdere per prevenirne il presidente.
— E voi, ci s’intende.
Rosa sospirò, ma senza amarezza, e come donna che comincia a capire,
sebbene stenti ad abituarvisi, che l’è una debolezza.
— Torno presso il tulipano, signor Van Baerle, e appena aperto, sarete
prevenuto; e subito partirà l’espresso.
— Rosa, Rosa, io non so più a qual meraviglia del cielo o della terra
compararvi.
— Comparatemi al tulipano nero, signor Cornelio, e ne sarò ben
lusingata, ve lo giuro. Dunque a rivederci, signor Cornelio.
— Oh! dite: A rivederci, amico mio.
— A rivederci, amico mio, disse Rosa un poco consolata.
— Dite: Amico mio diletto.
— Oh! amico mio...
— Diletto, o Rosa, ve ne supplico, diletto, diletto, non è così?
— Diletto, diletto, pronunziò Rosa palpitante, inebriata, pazza per la
gioia.
— Allora, o Rosa, dacchè avete detto diletto, dite pure felice; felice
quanto uomo giammai sia stato felice e benedetto sotto il cielo. Non mi
manca che una cosa, o Rosa.
— Quale?
— La vostra guancia, o Rosa, la vostra guancia fresca, rosea,
vellutata. Oh! ma di vostra volontà non più per sorpresa, non più per
caso. Rosa, ah!
Il prigioniero finì la sua preghiera in un sospiro; chè vennero le
sue labbra a incontrarsi con quelle della giovinetta non più per caso,
non per sorpresa, come cent’anni dopo Saint-Preux doveva incontrare le
labbra della sua Giulietta.
Rosa s’involò; e Cornelio restò con l’anima sospesa alle di lei labbra,
e col viso fisso alla graticola.
Soffocato dalla gioia e dalla felicità, egli aperse la finestra e
contemplò lungamente col cuore pregno di letizia l’azzurro celeste
senza nuvole e la luna al di là delle colline versante un torrente
d’argentea luce sopra lo specchio dei due fiumi. Rinfrescò i suoi
polmoni d’aria pura e balsamica, lo spirito di dolci idee, l’anima di
riconoscenza e di religiosa ammirazione.
— Oh! voi siete eternamente lassù, o mio Dio! esclamò genuflesso con
gli occhi fitti nel firmamento; — deh! perdonatemi, se mai nei giorni
trascorsi io avessi quasi dubitato di voi; ravvolto dentro il vostro
manto di nubi, per un istante cessai di vedervi, o Dio buono, Dio
eterno, Dio misericordioso! Ma oggi, ma stasera, ma stanotte oh! vi
vedo tutto intiero nello specchio dei vostri cieli, e soprattutto nello
specchio del mio cuore.
Era guarito il povero malato; era libero il povero prigioniero!
Per una gran parte della notte Cornelio restò fisso alle sbarre della
sua finestra a orecchie tese, concentrando i suoi cinque sensi in un
solo, o piuttosto solamente in due: guardava e origliava.
Guardava il cielo, e ascoltava la terra.
Poi di tratto in tratto volgeva l’occhio verso il corridoio, dicendo:
— Laggiù è Rosa, che veglia come me, come me aspetta di minuto in
minuto. Laggiù sotto gli occhi di Rosa è il fiore misterioso che vive,
che screpola, che si apre; forse in questo momento Rosa tiene tra
le sue dita tiepide e delicate lo stelo del tulipano. Sia delicato
il contatto, o Rosa! Forse tocca co’ labbri suoi il calice del fiore
semiaperto. Sfioralo con precauzione, o Rosa! le tue labbra bruciano!
Forse in questo momento i miei dolci amori si carezzano sotto lo
sguardo di Dio.
In quel momento una stella strisciò al mezzogiorno, traversò tutto
lo spazio che separava l’orizzonte della fortezza e venne a cadere su
Loevestein.
Cornelio trasalì:
— Ah! disse, ecco che Dio invia un’anima al mio fiore.
E come se avesse colto nel segno, quasi nello stesso momento il
prigioniero intese nel corridoio dei passi leggeri come quelli di una
silfide, lo sventolìo di una veste che pareva un ventilar di ali, e una
voce ben conosciuta, che diceva:
— Cornelio, amico mio, amico diletto e ben felice, venite, venite
presto!
Cornelio non fece che un salto dalla finestra alla graticola. Questa
volta ancora incontraronsi le sue labbra con quelle mormoranti di Rosa
che gli disse con un bacio:
— È sbocciato; è nero, eccolo!
— Come eccolo! esclamò Cornelio staccando le sue labbra da quelle della
giovinetta.
— Sì, sì; merita bene correre un piccolo rischio per dare una gioia:
eccolo, guardate!
E con una mano alzò all’altezza della graticola una lanternina sorda,
da lei allora aperta, mentre alla medesima altezza mostrava con l’altra
il miracoloso tulipano.
Cornelio gettò un grido e credette svenire.
— Oh! mormorò, Dio mio! Dio mio! mi ricompensate della mia innocenza e
della mia prigionia, dappoichè avete fatto che si accosti questo dolce
fiore alla graticola della mia prigione.
— Abbracciatelo, disse Rosa, come io l’ho abbracciato or ora.
Cornelio ritenendo il suo alito toccò a fior di labbra la punta del
fiore, e mai altro bacio impresso sulle labbra di una donna, di quelle
puranco di Rosa, non così profondamente mai gli scesero sul cuore.
Il tulipano era bello, splendido, magnifico; il suo gambo aveva più di
dieci pollici di altezza; slanciavasi dal seno di quattro verdi foglie,
liscie, diritte, come quattro ferri di lancia; e il suo fiore era nero,
brillante come polverino.
— Rosa, disse Cornelio tutto anelante, Rosa, non c’è un istante a
perdere, bisogna scrivere la lettera!
— L’è scritta, mio diletto Cornelio, disse Rosa.
— Davvero!
— Mentre aprivasi il tulipano, io scriveva, perchè non volevo che
andasse perduto neppure un secondo. Leggete la lettera, e ditemi se va
bene.
Cornelio prese la lettera e lesse uno scritto ancora moltissimo
migliorato dacchè egli avea ricevuto quelle due parole:
«Signor Presidente,
«Tra dieci minuti forse il tulipano nero sboccerà; e appena ciò
sia, io vi invierò un espresso per pregarvi di venire in persona
a vederlo nella fortezza di Loevestein. Io sono la figlia del
carceriere Grifo, quasi prigioniera quanto i prigionieri di mio
padre, sicchè da me non potrei recarvi questa maraviglia. Il perchè
oso supplicarvi a venirvelo a prendere da voi.
«Mio desiderio sarebbe che si chiamasse _Rosa Barlaeensis_.
«È sbocciato, è nerissimo... Venite, signor Presidente, venite.
«Ho l’onore di essere vostra umilissima serva
«ROSA GRIFO.
— Va benone, va benone, mia cara Rosa. Questa lettera è una maraviglia;
non l’avrei scritta io con tanta semplicità. Al congresso darete tutti
i ragguagli che vi saranno richiesti; saprassi come il tulipano sia
cresciuto; di quali cure, veglie e timori sia stato cagione; ma ora,
Rosa mia, ora non un istante da perdere... L’espresso! l’espresso!
— Come si chiama il presidente?
— Qua, ci metterò io l’indirizzo. È ben conosciuto, è Van Herysen,
sindaco di Harlem.... Qua, Rosa, qua.
E con mano tremante fece la soprascritta:
«A Pietro Van Herysen
«Sindaco e Presidente della Società orticola di Harlem.
— Ora andate, Rosa, andate, disse Cornelio; e affidiamoci a Dio, che ci
ha ben guardati fin qui.