XII

L’esecuzione.

Cornelio non aveva che trecento passi a fare fuori della prigione per

arrivare a piè del palco. In fondo alla scala il cane lo guardò passare

tranquillamente; Cornelio credè pure rimarcare negli occhi del mastino

una certa espressione di dolcezza che confinasse con la compassione.

Forse il cane conosceva i condannati, e mordeva solo quelli che

escissero liberi.

Si capisce bene che quanto più il tragitto era corto dalla porta della

prigione a piè del palco, tanto più era ingombro di curiosi. Erano li

stessi, che iniquamente inebriati dal sangue che avevano già bevuto tre

giorni innanzi, attendevano una nuova vittima.

Però appena che Cornelio comparve un urlo immenso prolungossi per la

via, s’intese su tutta la superficie della piazza e si distese in tutte

le direzioni delle strade che sboccavano al palco e che erano ingombre

di accorrenti, cosicchè il palco rassomigliava a un’isola, che fossero

venute a battere onde di quattro o cinque fiumane.

In mezzo alle minacce, agli ululati e agli schiamazzi, senza dubbio per

non intenderli, Cornelio erasi tutto riconcentrato in se stesso.

A che pensava il giusto che andava a morire? Non ai suoi nemici, non

a’ suoi giudici, non a’ suoi carnefici. Pensava a’ bei tulipani, che

vedrebbe dall’alto dei cieli, sia a Ceylan, sia a Bengala, sia altrove,

allorchè assiso con tutti gl’innocenti alla destra di Dio egli potrebbe

riguardare con compassione questa terra dove erano stati scannati

Giovanni e Cornelio de Witt per aver troppo pensato alla politica, e

dove si andava a scannare Cornelio Van Baerle per aver troppo pensato

ai tulipani.

— Un colpo di spada, diceva il filosofo, e comincerà la mia bella

visione.

Solamente restava a sapersi se come al de Chalais, come al de Thou e ad

altri iniquamente uccisi, il boia non serbasse più di un colpo, quanto

dire più di un martirio al povero tulipaniere.

Non per questo Van Baerle montò meno risolutamente li scalini del suo

patibolo. Vi montò orgoglioso, che che ne fosse, di essere l’amico

dell’illustre Giovanni e il figlioccio del nobile Cornelio, che i

furfanti accalcati per vederlo avevano spezzato e arrostito tre giorni

innanzi.

S’inginocchiò, fece la sua preghiera e rimarcò non senza provare una

viva gioia, che posando la sua testa sul ceppo e tenendo gli occhi

aperti vedrebbe fino all’ultimo momento la finestra ferrata del

Buitenhof.

Era venuta finalmente l’ora di venire a quell’atto: Cornelio posò il

suo mento sul ceppo umido e freddo; ma in quel momento a suo malgrado

gli si chiusero gli occhi per sostenere più risolutamente l’orribile

fendente che era per cadergli sul collo e per rapirgli la vita.

Un lampo balenò sul tavolato del palco: il boia sguainava la spada.

Van Baerle disse addio al gran tulipano nero, certo di svegliarsi

dando il buon giorno a Domeneddio in un mondo altramente illuminato,

altramente colorito.

Tre volte sentì il vento freddo della spada passare sul suo collo

rabbrividito; ma oh! sorpresa! non sentì nè dolore nè scossa; non vide

nessun cambiamento di sorta.

Poi ad un tratto, senzachè egli sapesse da chi, Van Baerle si sentì

rialzare da mani assai delicate, e bentosto ritrovossi ritto su’ suoi

piedi un pochetto barcollanti.

Riaprì gli occhi. Qualcuno leggeva qualche cosa presso di lui sopra una

cartapecora con un gran suggello di ceralacca.

E il medesimo sole giallastro, come conviensi a un sole olandese,

splendeva in cielo e la medesima finestra ferrata lo guardava dall’alto

del Buitenhof, e i medesimi marrani non più urlanti ma sbigottiti,

riguardavanlo dal basso della piazza.

A forza di aprire gli occhi, di riguardare, di ascoltare, Van Baerle

cominciò a comprendere questo: Che monsignor Guglielmo principe di

Orange, temendo senza dubbio che le diciassette libbre di sangue,

che Van Baerle oncia più oncia meno aveva nel corpo, non facessero

traboccare la bilancia della giustizia celeste, aveva avuto

misericordia del suo carattere, compassione della sua innocenza.

In conseguenza di che sua Altezza aveagli fatto grazia della vita.

Ecco perchè la spada, che erasi alzata con reflesso sinistro,

aveva volteggiato tre volte attorno la sua testa, come l’uccello di

malaugurio attorno a quella di Turno; ma non l’aveva percosso e perciò

ne aveva lasciate intatte le vertebre.

Ecco perchè non aveva sentito nè dolore nè scossa. Ecco ancora

perchè il sole continuava a ridere nell’azzurro slavato, è vero, ma

sopportabilissimo delle volte celesti.

Cornelio che aveva sperato Dio e il panorama tulipanico dell’universo,

rimase un poco sconcertato, ma si consolò della sua non trista

avventura con le risorse intellettuali di quella parte del corpo, che i

Greci chiamavano _trachelos_, e che noi Francesi modestamente nominiamo

collo.

E poi Cornelio sperò che la grazia fosse completa, e che si liberasse e

si rendesse alle sue caselle di Dordrecht.

Ma Cornelio prese un _qui pro quo_; come diceva verso il medesimo

tempo la signora di Sévigné, eravi un _post-scriptum_ alla lettera,

e la parte più importante della lettera era nel _post-scriptum_ col

quale Guglielmo Statolder d’Olanda condannava Cornelio Van Baerle a una

perpetua prigionia.

Egli era poco colpevole per la morte, ma troppo colpevole per la

libertà.

Cornelio ascoltò dunque il _post-scriptum_, poi dopo la prima

contrarietà sollevata dalla decezione, che recava il _post-scriptum_:

— Eh! pensò egli, non è tutto perduto; che nella risoluzione perpetua

avvi del buono: vi ha Rosa, sonvi ancora i miei tre talli del tulipano

nero.

Ma Cornelio dimenticava che le Sette Province possono avere sette

prigioni, una per provincia; e che il pane del prigioniero è d’altronde

meno caro all’Aya che in una capitale.

Sua Altezza Guglielmo, che non aveva, a quello che pareva, i mezzi

di alimentare Van Baerle all’Aya lo recluse in prigione a vita nella

fortezza di Loevestein ben presso a Dordrecht, ma ahimè! ben troppo

lontano; benchè Loevestein, dicono ì geografi, sia situato alla punta

dell’isola, la quale in faccia a Gorcum formano il Wahal e la Mosa.

Van Baerle sapeva molto ben la storia del suo paese per non ignorare

che il celebre Grozio era stato recluso in quel castello dopo la

morte di Barneveldt, e che li Stati nella loro generosità verso il

celebre pubblicista, giureconsulto, istorico, poeta, teologo, aveangli

accordato la somma di ventiquattro soldi di Olanda al giorno pel suo

mantenimento.

— Io che sono ben lontano da valere quanto Grozio, diceva a se stesso

Van Baerle, mi si daranno dodici soldi al più, e vivrò malamente, ma

pure vivrò.

Poi a un tratto colpito da una ricordanza terribile:

— Ah! sclamò Cornelio, quel paese è umido e nebbioso! quel terreno

è cattivo pe’ tulipani! E di più Rosa non sarà a Loevestein, mormorò

lasciandosi cadere sul petto la testa, che poco era mancato che non gli

cadesse più basso.

Il tulipano nero · 第 15 / 42 题