L’esecuzione.
Cornelio non aveva che trecento passi a fare fuori della prigione per
arrivare a piè del palco. In fondo alla scala il cane lo guardò passare
tranquillamente; Cornelio credè pure rimarcare negli occhi del mastino
una certa espressione di dolcezza che confinasse con la compassione.
Forse il cane conosceva i condannati, e mordeva solo quelli che
escissero liberi.
Si capisce bene che quanto più il tragitto era corto dalla porta della
prigione a piè del palco, tanto più era ingombro di curiosi. Erano li
stessi, che iniquamente inebriati dal sangue che avevano già bevuto tre
giorni innanzi, attendevano una nuova vittima.
Però appena che Cornelio comparve un urlo immenso prolungossi per la
via, s’intese su tutta la superficie della piazza e si distese in tutte
le direzioni delle strade che sboccavano al palco e che erano ingombre
di accorrenti, cosicchè il palco rassomigliava a un’isola, che fossero
venute a battere onde di quattro o cinque fiumane.
In mezzo alle minacce, agli ululati e agli schiamazzi, senza dubbio per
non intenderli, Cornelio erasi tutto riconcentrato in se stesso.
A che pensava il giusto che andava a morire? Non ai suoi nemici, non
a’ suoi giudici, non a’ suoi carnefici. Pensava a’ bei tulipani, che
vedrebbe dall’alto dei cieli, sia a Ceylan, sia a Bengala, sia altrove,
allorchè assiso con tutti gl’innocenti alla destra di Dio egli potrebbe
riguardare con compassione questa terra dove erano stati scannati
Giovanni e Cornelio de Witt per aver troppo pensato alla politica, e
dove si andava a scannare Cornelio Van Baerle per aver troppo pensato
ai tulipani.
— Un colpo di spada, diceva il filosofo, e comincerà la mia bella
visione.
Solamente restava a sapersi se come al de Chalais, come al de Thou e ad
altri iniquamente uccisi, il boia non serbasse più di un colpo, quanto
dire più di un martirio al povero tulipaniere.
Non per questo Van Baerle montò meno risolutamente li scalini del suo
patibolo. Vi montò orgoglioso, che che ne fosse, di essere l’amico
dell’illustre Giovanni e il figlioccio del nobile Cornelio, che i
furfanti accalcati per vederlo avevano spezzato e arrostito tre giorni
innanzi.
S’inginocchiò, fece la sua preghiera e rimarcò non senza provare una
viva gioia, che posando la sua testa sul ceppo e tenendo gli occhi
aperti vedrebbe fino all’ultimo momento la finestra ferrata del
Buitenhof.
Era venuta finalmente l’ora di venire a quell’atto: Cornelio posò il
suo mento sul ceppo umido e freddo; ma in quel momento a suo malgrado
gli si chiusero gli occhi per sostenere più risolutamente l’orribile
fendente che era per cadergli sul collo e per rapirgli la vita.
Un lampo balenò sul tavolato del palco: il boia sguainava la spada.
Van Baerle disse addio al gran tulipano nero, certo di svegliarsi
dando il buon giorno a Domeneddio in un mondo altramente illuminato,
altramente colorito.
Tre volte sentì il vento freddo della spada passare sul suo collo
rabbrividito; ma oh! sorpresa! non sentì nè dolore nè scossa; non vide
nessun cambiamento di sorta.
Poi ad un tratto, senzachè egli sapesse da chi, Van Baerle si sentì
rialzare da mani assai delicate, e bentosto ritrovossi ritto su’ suoi
piedi un pochetto barcollanti.
Riaprì gli occhi. Qualcuno leggeva qualche cosa presso di lui sopra una
cartapecora con un gran suggello di ceralacca.
E il medesimo sole giallastro, come conviensi a un sole olandese,
splendeva in cielo e la medesima finestra ferrata lo guardava dall’alto
del Buitenhof, e i medesimi marrani non più urlanti ma sbigottiti,
riguardavanlo dal basso della piazza.
A forza di aprire gli occhi, di riguardare, di ascoltare, Van Baerle
cominciò a comprendere questo: Che monsignor Guglielmo principe di
Orange, temendo senza dubbio che le diciassette libbre di sangue,
che Van Baerle oncia più oncia meno aveva nel corpo, non facessero
traboccare la bilancia della giustizia celeste, aveva avuto
misericordia del suo carattere, compassione della sua innocenza.
In conseguenza di che sua Altezza aveagli fatto grazia della vita.
Ecco perchè la spada, che erasi alzata con reflesso sinistro,
aveva volteggiato tre volte attorno la sua testa, come l’uccello di
malaugurio attorno a quella di Turno; ma non l’aveva percosso e perciò
ne aveva lasciate intatte le vertebre.
Ecco perchè non aveva sentito nè dolore nè scossa. Ecco ancora
perchè il sole continuava a ridere nell’azzurro slavato, è vero, ma
sopportabilissimo delle volte celesti.
Cornelio che aveva sperato Dio e il panorama tulipanico dell’universo,
rimase un poco sconcertato, ma si consolò della sua non trista
avventura con le risorse intellettuali di quella parte del corpo, che i
Greci chiamavano _trachelos_, e che noi Francesi modestamente nominiamo
collo.
E poi Cornelio sperò che la grazia fosse completa, e che si liberasse e
si rendesse alle sue caselle di Dordrecht.
Ma Cornelio prese un _qui pro quo_; come diceva verso il medesimo
tempo la signora di Sévigné, eravi un _post-scriptum_ alla lettera,
e la parte più importante della lettera era nel _post-scriptum_ col
quale Guglielmo Statolder d’Olanda condannava Cornelio Van Baerle a una
perpetua prigionia.
Egli era poco colpevole per la morte, ma troppo colpevole per la
libertà.
Cornelio ascoltò dunque il _post-scriptum_, poi dopo la prima
contrarietà sollevata dalla decezione, che recava il _post-scriptum_:
— Eh! pensò egli, non è tutto perduto; che nella risoluzione perpetua
avvi del buono: vi ha Rosa, sonvi ancora i miei tre talli del tulipano
nero.
Ma Cornelio dimenticava che le Sette Province possono avere sette
prigioni, una per provincia; e che il pane del prigioniero è d’altronde
meno caro all’Aya che in una capitale.
Sua Altezza Guglielmo, che non aveva, a quello che pareva, i mezzi
di alimentare Van Baerle all’Aya lo recluse in prigione a vita nella
fortezza di Loevestein ben presso a Dordrecht, ma ahimè! ben troppo
lontano; benchè Loevestein, dicono ì geografi, sia situato alla punta
dell’isola, la quale in faccia a Gorcum formano il Wahal e la Mosa.
Van Baerle sapeva molto ben la storia del suo paese per non ignorare
che il celebre Grozio era stato recluso in quel castello dopo la
morte di Barneveldt, e che li Stati nella loro generosità verso il
celebre pubblicista, giureconsulto, istorico, poeta, teologo, aveangli
accordato la somma di ventiquattro soldi di Olanda al giorno pel suo
mantenimento.
— Io che sono ben lontano da valere quanto Grozio, diceva a se stesso
Van Baerle, mi si daranno dodici soldi al più, e vivrò malamente, ma
pure vivrò.
Poi a un tratto colpito da una ricordanza terribile:
— Ah! sclamò Cornelio, quel paese è umido e nebbioso! quel terreno
è cattivo pe’ tulipani! E di più Rosa non sarà a Loevestein, mormorò
lasciandosi cadere sul petto la testa, che poco era mancato che non gli
cadesse più basso.