Ciò che in quel tempo passava nell’animo di uno spettatore.
Mentrechè Cornelio così divagava col pensiero, una carrozza erasi
avvicinata al palco. L’era pel prigioniero, e vi si invitò a montare.
Obbedì.
Il suo ultimo sguardo fu pel Buitenhof; sperava vedere alla finestra
la faccia consolatrice di Rosa, ma la carrozza era attaccata a
buoni cavalli, che trasportarono ben presto Van Baerle dal seno
delle acclamazioni, che vociferava quella moltitudine in onore del
magnanimissimo Statolder con una certa mescolanza di invettive diretta
ai de Witt e al loro figlioccio salvata dalla morte.
E li spettatori perciò pensavano:
— È stata una gran bella cosa la nostra furia di giustiziare quel gran
scellerato di Giovanni e quella buona lana di Cornelio, senza che la
clemenza di Sua Altezza ce li avrebbe liberati come ha liberato costui!
Tra tutti quelli spettatori che erano stati attirati sul Buitenhof
dalla esecuzione di Van Baerle, e che la faccenda come l’era andata,
dissestava non poco, certamente il più dissestato era un certo
borghigiano vestito propriamente, e che fin dalla mattina aveva
così ben lavorato di mani e di piedi, che avea fatto tanto da non
essere separato dal palco che dalla fila di soldati, che chiudevano
l’istrumento del supplizio.
Erasi mostrato molto avido di vedere scorrere il _perfido_ sangue del
colpevole Cornelio; ma nessuno nella espressione del funesto desiderio
avea mostrato l’accanimento del borghigiano in questione.
I più arrabbiati erano venuti alla punta del giorno sul Buitenhof per
avere un posto migliore; ma costui più arrabbiato degli arrabbiati
aveva passato la notte alla soglia della prigione, e dalla prigione
era arrivato alla prima fila, come abbiamo detto, _unguibus et rostro_,
graffiando gli uni, urtando gli altri.
E quando il boia ebbe condotto il suo condannato sul palco, il
borghigiano montato sul parapetto della fontana per meglio vedere
ed essere meglio veduto, aveva fatto al carnefice un gesto che
significava:
— È fissato, eh?
Gesto al quale il boia aveva risposto con un altro gesto che voleva
dire:
— Sta bene.
Chi era dunque il borghigiano che pareva tanto intrinseco del boia, e
che voleva dire tal ricambio di gesto?
Niente di più naturale; il borghigiano era Isacco Boxtel, che dopo
l’arresto di Cornelio, come abbiamo visto, era venuto all’Aya per far
di tutto onde appropriarsi i tre talli del tulipano nero.
Boxtel aveva sulle prime pensato di interessarvi Grifo; ma costui in
quanto a fedeltà, a diffidenza e a mancinate aveva del _bouledogue_.
Aveva in conseguenza preso contropelo l’odio di Boxtel, avealo
battezzato come un ardente amico che figurando indifferenza si
maneggiasse certamente di trovare un qualche mezzo di fare evadere il
prigioniero.
Però alla prima proposizione fatta a Grifo da Boxtel, di sottrarre
cioè i talli, che Van Baerle se non in seno, per lo meno in qualche
cantuccio della sua segreta doveva avere nascosto, Grifo non aveva
risposto che con una scarica accompagnata dalle carezze del cane
guardiano della scala.
Boxtel non si era perduto di coraggio ad onta di un brano di calzoni
rimasto tra’ denti del mastino. Era tornato alla carica; ma questa
volta Grifo era in letto, febbricitante e col braccio rotto. Egli
dunque non aveva neppure ammesso il postulante, che erasi rivolto
a Rosa, offrendo a quella giovinetta, in cambio dei tre talli
un’acconciatura d’oro puro. Il perchè la nobile giovinetta ancora
insciente del valore del furto che le si proponeva fare, e che le si
offriva pagare così bene, aveva rinviato il tentatore al boia non solo
ultimo giudice, ma ancora ultimo erede del condannato.
Questo rinvio fece nascere nello spirito di Boxtel un’idea. In questo
mezzo la sentenza era stata pronunziata; sentenza espeditiva, come
abbiamo visto. Isacco dunque non ebbe tempo di corrompere nessuno; e
per conseguenza si fermò all’idea suggeritagli da Rosa; andò a trovare
il boia.
Isacco non dubitava che Cornelio morisse co’ suoi tulipani sul cuore;
perchè non poteva indovinare due cose:
Rosa, cioè l’amore;
Guglielmo, cioè la clemenza.
Meno Rosa e meno Guglielmo il calcolo dell’invidioso sarebbe stato
giusto.
Meno Guglielmo, Cornelio sarebbe morto; meno Rosa, Cornelio sarebbe
morto co’ suoi talli sul cuore.
Boxtel andò dunque a trovare il boia, si diede a costui come uno dei
grandi amici del condannato, e meno gli oggetti d’oro e di argento
comprò ogni spoglia del futuro morto per la somma un po’ eccessiva di
cento fiorini.
Ma cosa era una somma di cento fiorini per un uomo lì lì per tal somma
sicuro di comprare il premio della società d’Harlem?
Era lo stesso che mettere il denaro a mille per uno, onde bisogna
convenire che era molto bene allogato.
Il boia dal canto suo non aveva niente o quasi niente a fare per
guadagnare i suoi cento fiorini; solamente doveva a esecuzione finita
lasciar montare il bravo Boxtel sul palco col suo servo per raccogliere
gli esanimi avanzi del suo amico.
La cosa del resto era in uso tra i fedeli, quando uno dei loro maestri
moriva pubblicamente sul Buitenhof. Un fanatico, com’era Cornelio,
poteva aver bene un altro fanatico, il quale desse cento fiorini per le
sue reliquie.
Però il boia accondiscese alla proposizione. Non aveva premesso che una
condizione: di essere pagato avanti.
Boxtel, come tutti coloro che entrano nella baraonda della fiera,
poteva non essere contento e per conseguenza non voler pagare che alla
consegna; ma pagò avanti, e aspettò.
Giudichi ognuno da questo, se Boxtel fosse agitato, se invigilasse
guardie, cancelliere, esecutore, e se lo inquietassero i movimenti di
Van Baerle. Come si aggiusterebbe sul ceppo? Come cadrebbe? Cadendo
non potrebbe schiacciare l’inestimabili talli? Avrebbe avuto la cura di
chiuderli in una scatoletta d’oro, exempli grazia essendo l’oro il più
duro di tutti i metalli?
Noi lascieremo di descrivere l’effetto prodotto sopra questo degno
mortale per l’ostacolo sopravvenuto alla esecuzione della sentenza. A
che dunque il boia perdeva il suo tempo a sventolare la sua spada così
al disopra della testa di Cornelio invece di troncarla? Ma quando vide
il cancelliere prendere la mano del condannato, rialzarlo tirando fuora
di tasca una pergamena; quando intese la lettura pubblica della grazia
accordata dallo Statolder, Boxtel non fu più un uomo. La rabbia del
tigre, del jena e del serpente schizzò da’ suoi occhi, dal suo grido,
dal suo gesto; se egli fosse stato a portata di Van Baerle, sarebbesi
gettato su lui e avrebbelo assassinato.
Così dunque Cornelio vivrebbe, e andrebbe a Loevestein; là nella sua
prigione porterebbe i talli e troverebbevi un giardino, dove potrebbe
far fiorire il tulipano nero.
Sonvi certe catastrofi che la penna di un povero scrittore non possono
descrivere, e che egli è costretto lasciarle alla imaginazione de’ suoi
lettori in tutta la semplicità del fatto.
Boxtel scornato cadde dal suo muricciuolo sopra alcuni orangisti
scontenti come lui dal giro che andava a prendere l’affare, i quali
pensando che i gridi cacciati dal bravo Isacco fossero gridi di gioia,
lo gratificarono di pugni di tutto carato, i quali certo non sarebbero
stati meglio consegnati al di là dello stretto.
Ma un pugno più o meno non poteva accrescere il dolore che provava
allora Boxtel. Volle correr dietro alla carrozza che portava Cornelio
co’ suoi talli; ma nella sua furia non vide un lastrone, inciampicò,
perdette il suo centro di gravità, ruzzolò a dieci passi di distanza,
e non rialzossi che calpestato, ammaccato, solo quando tutto il fangoso
popolaccio dell’Aya gli ebbe passato di sopra.
Anco in questa circostanza Boxtel, che era in vena di malanni,
ebbe pure tutti gli abiti stracciati, il dosso ammaccato e le mani
sgraffiate.
Sarebbesi potuto credere che tutto ciò fosse assai pel nostro Boxtel;
ci si sarebbe ingannati.
Rizzatosi, stracciossi a tutta possa i capelli, e gettolli in olocausto
a quella divinità feroce e insensibile che chiamasi Invidia.
La fu senza dubbio un’offerta gradita a quella divinità che non ha,
dice la Mitologìa, che serpenti per capigliatura.