I giudici conclusero con questo dilemma:

O Cornelio Van Baerle ama fortemente i tulipani, o ama fortemente la

politica; nell’uno e nell’altro caso ha mentito, primo perchè è provato

che si occupasse di politica, e ciò con le lettere trovate pressa di

lui; secondo perchè è provato che occupavasi dei tulipani: i talli ne

fanno fede. In fine — e qui sta l’enormità — perciocchè Cornelio Van

Baerle occupavasi al tempo stesso di tulipani e di politica, dunque

l’accusato era di una natura ibrida, di una organizzazione anfibia,

occupatesi con eguale ardore alla politica e al tulipano, il che

darebbegli tutti i caratteri della specie di uomini la più dannosa al

pubblico riposo, e una certa anzi una completa analogia coi grandi

spiriti, di cui Tarquinio Prisco e il principe di Condè fornivano a

proposito un esempio.

Il resultato di tutti questi ragionamenti fu che il principe statolder

d’Olanda saprebbe senza dubbio buon grado alla magistratura dell’Aya

di semplificargli l’amministrazione delle Sette Province, distruggendo

fino all’ultima radice la cospirazione contro la sua autorità.

Questo argomento prevalse a tutti gli altri e per distruggere

efficacemente i germi delle cospirazioni, la pena di morte fu

pronunziata all’unanimità contro Cornelio Van Baerle, interrogato

e convinto di avere, sotto le innocenti apparenze di un amatore

di tulipani, partecipalo ai detestabili intrighi ed ai complotti

abominandi dei de Witt contro la nazionalità olandese, ed alle loro

segrete relazioni col nemico francese.

La sentenza portava provvisoriamente che il suddetto Cornelio Van

Baerle sarebbe estratto della prigione del Buitenhof per essere

condotto al patibolo alzato sulla piazza dello stesso nome, dove

l’esecutore di giustizia gli taglierebbe la testa.

Come se questa deliberazione fosse stata seria, era continuata una

mezz’ora, durante la quale il prigioniero era stato ricondotto in

prigione.

Là il cancelliere degli Stati andogli a leggere la sentenza.

Maestro Grifo era obbligato a guardare il letto per la febbre

cagionatagli dalla frattura del braccio. Le sue chiavi erano passate

in mano di un secondino, dietro al quale, che aveva introdotto il

cancelliere, Rosa la bella Frisona erasi venuta a porre sull’angolo

della porta col fazzoletto alla bocca per soffocare i suoi sospiri e i

suoi singhiozzi.

Cornelio ascoltava la sentenza con volto più maravigliato che tristo.

Letta la sentenza il cancelliere domandogli se avesse qualche cosa a

dire:

— Affè! no, rispose; ma confesso solamente che tra tutte le cause

di morte, che un uomo cauto può prevenire per iscansarle, non ho mai

neppure per immaginazione pensato a questa.

Alla qual risposta il cancelliere salutò Cornelio Van Baerle con

tutta la considerazione che tal sorta di funzionarii accordano ai gran

delinquenti di ogni genere. Ed essendo per escire:

— A proposito, signor cancelliere, disse Cornelio, per qual giorno è la

cosa, se non vi dispiace?

— Oh! per oggi, rispose il cancelliere un poco piccato dal sangue

freddo del condannato.

Scoppiò un singulto dietro la porta. Cornelio si sporse per vedere

da chi venisse; ma Rosa aveva indovinato la mossa ed erasi tirata

indietro.

— E, soggiunse Cornelio, a qual’ora l’esecuzione?

— Signore, pel mezzogiorno.

— Diavolo! mi pare, se non sbaglio, aver sentito battere le dieci

almeno da venti minuti fa. Non ho tempo da perdere.

— Per riconciliarvi con Dio, sì, o signore, disse il cancelliere

salutandolo profondamente, e potete chiedere quel ministro che vi

piacerà.

Dicendo queste parole escì all’indietro, e il carceriere provvisorio

affrettavasi a seguirlo chiudendo l’uscio di Cornelio, quando un

candido braccio tutto tremante s’interpose tra quell’uomo e la porta

pesante.

Cornelio non vide che la cuffia d’oro a orecchiette di merletti

bianchi, acconciatura delle belle Frisone; ei non intese che un

bisbiglio all’orecchio dello sbirro; ma costui mise le sue chiavi

pesanti nella bianca mano a lui stesa, e scendendo alcuni scalini si

sedette a mezza scala, da lui guardata all’alto, al basso dal cane.

La cuffia d’oro fece un volta faccia, e Cornelio riconobbe il viso

irrigato di pianto e i grandi occhi turchini tutti bagnati della bella

Rosa.

La giovine avanzossi verso Cornelio, appoggiando le sue due mani

sull’affranto suo petto.

— Oh! signore! signore! diss’ella.

E non potè dirè altro.

— Mia bella ragazza, replicò commosso Cornelio, che desiderate da me?

Ormai non ho da star molto su questa terra, voi già lo sapete.

— Signore, vengo a chiedervi una grazia, stendendo un po’ le braccia

verso Cornelio e un po’ verso il cielo.

— Racconsolatevi, o Rosa, disse il prigioniero; imperciocchè le vostre

lacrime mi commovono assai più della mia morte vicina. E, voi il

sapete, più il prigioniero gli è innocente, più deve incontrare la

morte con calma e ancora con gioia, dappoichè egli muore martire. Via,

non piangete più e ditemi il vostro desiderio, mia bella Rosa.

La giovinetta si lasciò cadere in ginocchio:

— Perdonate a mio padre, diss’ella.

— A vostro padre? ammirò Cornelio.

— Sì, gli è stato così duro per voi! ma gli è così per natura, gli

è così con tutti, e non siete solamente voi che ha così brutalmente

trattato.

— È punito, cara Rosa, più che punito pel caso accadutogli, e gli

perdono.

— Grazie! disse Rosa. E adesso, ditemi, poss’io invece qualcosa per voi?

— Potete asciugare i vostri begli occhi, cara fanciulla, rispose

Cornelio col suo dolce sorriso.

— Ma per voi... per voi...

— Chi non ha da vivere che un’ora, è un gran sibarita, se gli ha

bisogno di qualche cosa, mia cara Rosa.

— Il ministro che vi era stato offerto?...

— Ho adorato Dio per tutta la mia vita, o Rosa. Io l’ho adorato nelle

sue opere, benedetto nella sua volontà. Dio non può aver nulla contro

di me, io non chiederovvi dunque un ministro. L’ultimo pensiero che mi

occupa, o Rosa, è tutto volto a glorificare Iddio. Aiutatemi, mia cara,

ve ne prego, nel compimento di quest’ultimo pensiero.

— Ah! signor Cornelio, parlate, parlate! esclamò la giovine inondata di

lacrime.

— Datemi la vostra bella mano, e promettetemi di non ridere, mia

fanciulla.

— Ridere! esclamò Rosa con dispiacenza, ridere in questo momento? Ma

non mi avete dunque guardato, signor Cornelio?

— Io vi ho guardato, o Rosa, e con gli occhi del corpo e con gli occhi

dell’anima. Giammai mi si è offerta dinanzi donna più bella e anima più

pura; e se fin d’ora non vi guardo più, perdonatemi, perchè pronto a

lasciare la vita, amo meglio di non aver nulla a rimpiangervi.

Rosa trasalì. Mentre il prigioniero proferiva queste parole, battevano

le undici alla torre del Buitenhof. Cornelio la comprese.

— Sì, sì, spicciamoci, diss’egli; avete ragione, o Rosa.

Allora cavando dal petto, dove aveala nascosta dappoichè non aveva più

paura di essere frugato, la carta che involtava i tre talli:

— Anima mia bella, soggiunse, ho molto amato i fiori in tempi, in cui

io ignorava che si può amare qualche altra cosa. Oh! non arrossite,

non vi volgete altrove, o Rosa, non sono per farvi una dichiarazione

di amore. Ciò, povera giovine, non avrebbe scopo; che avvi laggiù sul

Buitenhof un certo ordigno che tra sessanta minuti farà ragione della

mia temerità. Amo dunque i fiori, o Rosa, e avevo trovato, lo credo

almeno, il segreto del gran tulipano nero, che si crede impossibile

e che è, lo sappiate o non lo sappiate, l’oggetto di un premio di

centomila fiorini proposto dalla società orticola di Harlem. Questi

centomila fiorini — e Dio sa che io non mi lagno per essi — questi

centomila fiorini io li ho in questa carta; che sono guadagnati con i

tre talli che racchiude e che voi potete prendere, o Rosa, chè io ve li

dono.

— Signor Cornelio...

— Oh! li potete prendere, o Rosa, non fate torto a nessuno. Io sono

solo al mondo; mio padre e mia madre sono morti; non ho mai avuto

nè fratelli nè sorelle; non ho mai pensato ad amare persona di

cuore, e se qualcuna ha pensato ad amarmi, io non l’ho mai saputo.

D’altronde vedete bene, o Rosa, che sono abbandonato, dappoichè

voi sola a quest’ora siete nella mia segreta mia consolatrice e mia

incoraggiatrice.

— Ma, signore, centomila fiorini...

— Ah! l’è una cosa seria, cara fanciulla, disse Cornelio. Centomila

fiorini saranno una bella dote alla vostra bellezza; voi li avrete i

centomila fiorini, perchè sono sicuro dei miei talli. Voi li avrete

dunque, mia cara Rosa, e non vi domando in contraccambio che la

promessa di sposare un bravo giovine, che vi ami quanto io amai i

fiori. Non m’interrompete, o Rosa, ho pochi minuti più...

La povera figlia soffocava i suoi singulti. Cornelio le prese la mano.

— Ascoltatemi, continuò egli; ecco come farete. Prenderete della terra

del mio giardino di Dordrecht; chiederete a Butruysheim mio giardiniere

del terriccio della mia casella n.º 6; vi pianterete in una cassetta

profonda questi tre talli, che fioriranno nel maggio prossimo, che è

quanto dire tra sette mesi; e quando vedrete il fiore nel suo boccio,

passate le notti a guarantirlo dal vento, il giorno a salvarlo dal

sole. Il fiore sarà nero, ne sono sicuro. Allora farete prevenire il

presidente della società di Harlem, che farà constatare dal consiglio

il colore del fiore, e vi saranno contati i centomila fiorini.

Rosa gettò un gran sospiro.

— Adesso, disse Cornelio, asciugandosi una lacrima affacciatasi

all’orlo della sua palpebra e che era tributata più a quel maraviglioso

tulipano nero che non doveva ormai vedere, che alla vita ch’ei doveva

lasciare, io non desidero più niente se non che il tulipano si chiami

_Rosa Barlaeensis_, cioè che richiami al tempo stesso il vostro nome e

il mio; e non sapendo voi punto di latino, facilissimamente vi potreste

dimenticare di tali parole, fate che io abbia un apis e della carta,

che ve le scrivo.

Rosa singhiozzando forte, porsegli un libro rilegato in sommacco, che

portava le iniziali C. W.

— Che cosa è? domandò il prigioniero.

— Ahimè! rispose Rosa, è la Bibbia del vostro compare Cornelio de

Witt, in cui attinse la forza di subire la tortura e di ascoltare

senza impallidire la sua sentenza. L’ho trovata in questa stanza dopo

la morte del martire e la conservo come una reliquia; ve l’avevo oggi

portata, perchè mi pareva che questo libro avesse in sè questa forza

tuttaffatto divina. Voi non avete avuto bisogno di questa forza che

Dio vi ha concessa. Che sia lodato! scriveteci sopra ciò che avete da

scrivere e, per quanto io abbia la disgrazia di non saper leggere, sarà

fatta la vostra volontà.

Cornelio prese la Bibbia e la baciò rispettosamente, dicendo:

— Con che scriverò io?

— Vi ha dentro un apis, disse Rosa. Vi era, e l’ho conservato.

Era l’apis che Giovanni de Witt aveva prestato a suo fratello e che non

aveva pensato a riprendere.

Cornelio lo prese e sulla seconda pagina, — perchè, rammentiamoci, la

prima era stata staccata, — presso a morte come il suo compare egli

scrisse con mano non meno ferma.

«Il 23 agosto 1672, sul punto di rendere, benchè innocente, l’anima

mia a Dio sopra di un palco, io lego a Rosa Grifo il solo bene

che siami restato di tutti i miei beni in questo mondo, gli altri

essendo stati confiscati; io lego, ripeto, a Rosa Grifo tre talli,

che nella mia convinzione profonda devono dare nel mese di maggio

prossimo il gran tulipano nero, oggetto del premio de’ cento mila

fiorini proposti dalla società di Harlem, desiderando che ella

riceva que’ cento mila fiorini in mio luogo e vece e come mia unica

erede col solo obbligo di sposare un giovine della mia età a un

circa, che l’ami e sia da lei amato, e di dare al gran tulipano

nero, che creerà una nuova specie, il nome di _Rosa Barlaeensis_

dal suo ed il mio nome congiunti.

«Dio mi accordi grazia, a lei salute!

«Cornelio VAN BAERLE.»

Poi dando la Bibbia a Rosa le disse:

— Leggete.

— Ahimè! rispose la giovinetta, già ve l’ho detto che non so leggere.

Allora Cornelio lesse a Rosa il testamento ch’egli aveva fatto. I

singulti di quella povera giovine si raddoppiarono.

— Accettate le mie condizioni? interrogò il prigioniero

melanconicamente sorridendo, e baciando la punta delle dita tremanti

della bella Frisona.

— Oh! non saprei, signore, disse balbettando.

— Non lo sapete, mia ragazza? E perchè mai?

— Perchè ve n’è una delle condizioni che non saprò mantenere.

— Quale? Io credeva pertanto aver concluso il nostro trattato

d’alleanza.

— Voi mi date i centomila fiorini a titolo di dote?

— Sì.

— E per sposare un uomo che io amassi?

— Senza dubbio!

— Ebbene! signore, non è per me quel denaro. Non amerò mai nessuno e

non mariterommi mai.

E dopo queste parole pronunziate a stento, Rosa piegossi sulle

ginocchia, e sveniva di dolore; ma Cornelio spaventato di vederla così

pallida e così moribonda si affrettò di sorreggerla sulle sue braccia,

quando un passo pesante seguito da rumori sinistri risuonò per le scale

accompagnato dall’abbaiare del cane.

— Si viene a cercarvi! esclamò Rosa incrociando le mani. Mio Dio! mio

Dio! avete più altro a dirmi, o signore?

E cadde in ginocchio, con la testa nascosta tra le sue mani e soffocata

dai singulti e dalle lacrime.

— Ho a dirvi che nascondiate preziosamente i vostri tre talli, e che

ne abbiate cura secondo le prescrizioni che vi ho date, per amor mio.

Addio Rosa.

— Oh! sì, disse Rosa senza alzare la testa, oh! sì farò tutto quello

che avete detto; fuorchè di maritarmi, soggiunse a voce bassa, perchè

questo, oh! questo io lo giuro, mi è cosa impossibile.

E cacciò nel suo seno palpitante il caro tesoro di Cornelio.

Il romore che avevano sentito Cornelio e Rosa, facevalo il cancelliere

che tornava a cercare il condannato, seguito dall’esecutore, dai

soldati destinati a guardia del palco, e dai curiosi famigli della

prigione.

Cornelio senza debolezza come senza millanteria li ricevette piuttosto

da amici che da persecutori, e feceli fare ciò che loro piacque per

l’esecuzione del loro ufficio.

Poi con un’occhiata gettata sulla piazza per la sua finestrella

inferriata scorse il palco a venti passi dal quale la forca, da cui per

ordine dello Statolder erano state distaccate le reliquie vituperate

dei due fratelli de Witt.

Quando gli convenne discendere per seguire le guardie, Cornelio ricercò

con gli occhi l’angelico sguardo di Rosa, ma non vide dietro alle spade

e alle alabarde che un corpo steso presso di una panca, e una faccia

livida e mezzo velata dai lunghi capelli.

Ma Rosa cadendo esanime, aveva per obbedire al suo amico posata la mano

sulla sua giubbetta di velluto, e nell’oblio anco dei sensi, continuava

istintivamente a sorvegliare il deposito prezioso, che aveale confidato

Cornelio.

I! giovine lasciando la segreta potè travedere tra le dita serrate di

Rosa il foglio giallastro della Bibbia, sul quale Cornelio de Witt

aveva con tanto stento e con tanto dolore scritto alcune linee, le

quali, se Cornelio le avesse lette, avrebbero salvato un uomo e un

tulipano.

Il tulipano nero · 第 14 / 42 题