Il Testamento di Cornelio Van Baerle.
Rosa non si era punto ingannata: i ministri processanti vennero
l’indomani al Buitenhof e interrogarono Cornelio Van Baerle. In verità
l’interrogatorio non fu lungo; fu accertato che Cornelio aveva serbato
la corrispondenza fatale dei de Witt con la Francia. Ei non lo negò
minimamente.
L’era solo dubbioso agli occhi dei giudici che la corrispondenza gli
fosse stata consegnata dal suo compare Cornelio de Witt.
Ma siccome, dopo la morte dei due martiri, Cornelio Van Baerle non
aveva ragione di niente più nascondere, non solamente non negò che il
deposito eragli stato confidato da Cornelio, ma raccontò ancora, come,
quando e dove il deposito eragli stato confidato.
Questa rivelazione implicava il figlioccio nel delitto del compare;
eravi complicità patente.
Cornelio non si limitò a questa semplice confessione: egli disse
tutta la verità delle sue simpatie, delle sue abitudini, delle sue
familiarità; disse la sua indifferenza per la politica, il suo amore
per li studi, per le arti, per le scienze e per i fiori. Raccontò che
più mai dal giorno, in cui era andato a Dordrecht e aveagli confidalo
il deposito, esso non era stato più toccato e neppure conosciuto dal
depositario.
Gli si obiettò a questo proposito che gli era impossibile che ciò fosse
vero, dappoichè i fogli erano precisamente chiosi in una cassetta, dove
ogni giorno metteva gli occhi e le mani.
Cornelio rispose che l’era ciò la verità, ma che metteva solo la
mano nella cassetta per assicurarsi che le sue cipollette fossero ben
prosciugate e vi gettava gli occhi per assicurarsi soltanto se le sue
cipollette tallissero.
Gli si obiettò che la sua pretesa indifferenza a riguardo di quel
deposito non potevasi ragionevolmente sostenere, avvegnachè fosse
impossibile che avendo ricevuto dalle mani del suo compare un deposito
così fatto, egli non ne conoscesse l’importanza.
Al che egli rispose: che al suo compare lo amava troppo e di più gli
era un uomo troppo saggio per non avergli niente detto del contenuto di
quei fogli, giacchè tal confidenza non avrebbe servito ad altro che a
tormentare il depositario.
Gli si obiettò che se il signor de Witt avesse di tal sorte operato,
avrebbe unito all’involto in caso di accidentalità un certificato
costatante che il suo battezzato era completamente estraneo a quella
corrispondenza, ovvero durante il suo processo avrebbegli scritto una
lettera che potesse servire a sua giustificazione.
Cornelio rispose che senza dubbio il suo padrino non aveva pensato
affatto che il suo deposito corresse pericolo alcuno, nascosto
com’era in un armario che era riguardato come sacro al pari dell’arca
da tutta la casa Van Baerle; che aveva per urgenza stimato inutile
il certificato; che quanto a una lettera gli pareva sovvenirsi che
un momento prima del suo arresto, siccome egli era assorto nella
contemplazione di una cipolletta delle più rare, il servitore di
Giovanni de Witt era entrato nel di lui prosciugatoio e aveagli rimesso
un foglio; ma che di tutto questo eragli rimasto una ricordanza simile
a una visione; che il servitore era scomparso e che quanto al foglio
forse troverebbesi facendone diligente ricerca.
Quanto a Craeke era impossibile trovarlo, avvegnachè avesse abbandonato
l’Olanda; e quanto alla carta gli era così poco probabile potersi
ritrovare, che non valse neppure la pena a farne ricerca.
Cornelio stesso non insistè molto su questo punto, perchè posto anche
che il foglio si ritrovasse, non potrebbe forse avere nessun rapporto
con la corrispondenza che formava il corpo del delitto.
I giudici vollero avere l’aria di spingere Cornelio a difendersi
meglio di quello che ei lo facesse; e usarono in faccia a lui di
quella pazienza benigna, che denota o un magistrato interessato per
l’accusato, o un vincitore che abbia atterrato il suo avversario, e che
essendo completamente padrone di lui non ha bisogno di opprimerlo per
perderlo.
Cornelio non accettò niente affatto tale ipocrita protezione, e in
un’ultima risposta che diede con la nobiltà di un martire e la calma di
un giusto, disse loro:
— Voi mi domandate cose, o signori, alle quali non ho niente altro a
rispondere che la verità. La verità esatta, eccola. L’involto è venuto
a me per la via che ho detto; protesto davanti Iddio che ne ignorava e
ne ignoro ancora il contenuto; che nel giorno soltanto del mio arresto
ho saputo che quel deposito era la corrispondenza del gran Pensionario
col marchese di Louvois. E protesto finalmente che ignoro come siasi
potuto sapere che quell’involto fosse presso di me, e soprattutto come
io possa essere colpevole per avere ricevuto ciò che portavami il mio
illustre infelice compare.
Questa fu tutta la perorazione di Cornelio. I giudici andarono ai
considerandi:
Che ogni germoglio di dissenzione civile è funesto, e suscitatore di
guerra, e che è interesse di tutti estinguere.
Che (e questa considerazione fecela un uomo che passava per un profondo
osservatore) quel giovine così flemmatico in apparenza doveva in
sostanza essere dannosissimo, attesochè dovesse nascondere sotto il
manto di ghiaccio che servivagli di inviluppo, un ardente desiderio di
vendicare i signori de Witt suoi prossimani.
Che, secondo un altro, l’amore dei tulipani legasi perfettamente con la
politica, e che è storicamente provato che molti uomini pericolosissimi
hanno atteso al giardinaggio nè più nè meno, che se eglino se ne
occupassero esclusivamente, quantunque in fondo si occupassero di ben
altre cose; testimone Tarquinio Prisco, che coltivava papaveri a Gabio,
e il gran Condè che innaffiava i suoi aglietti nella reclusione di
Vincennes, e ciò al momento che il primo meditava la sua rientrata a
Roma e il secondo la sua escita di prigione.