La Camera di famiglia.
Era circa la mezza notte, quando il povero Van Baerle fu recluso nella
prigione di Buitenhof.
La previsione di Rosa erasi avverata. Trovando la stanza di Cornelio
de Witt vuota, era stata immensa la collera popolare; e se Grifo fosse
caduto tra le mani di quei furibondi, l’avrebbe certamente scontata pel
suo prigioniero.
Ma quella collera avea trovato da sbramarsi largamente sopra i due
fratelli, che erano stati raggiunti dagli assassini in grazia della
precauzione stata presa da Guglielmo, uomo delle precauzioni, di far
chiudere le porte della città.
Vi fu dunque un momento, in cui la prigione essendo stata sgombrata,
il silenzio era successo al rimbombo spaventevole degli urli che
romoreggiavano giù per le scale.
Rosa profittò di questo momento, escì dalla segreta e ne fece uscire
suo padre.
La prigione era completamente deserta; a che prò restare nella
prigione, quando scannavasi al Tol-Hek?
Grifo escì tutto tremante dietro la coraggiosa Rosa; e insieme andarono
a chiudere alla meglio la porta principale; e diciamo alla meglio
perchè era per metà fracassata. Scorgevasi che il trabocco di una
potente collera era di là passato.
Verso le quattro s’intese il romorio che ritornava, ma non presagiva
nulla d’inquietante per Grifo e per sua figlia. Quel romorio era dei
cadaveri che erano strascinati e condotti ad essere appiccati nella
piazza solita alle esecuzioni.
Anco questa volta Rosa si nascose non per paura ma per non vedere
l’orribile spettacolo.
A mezza notte fu picchiato alla porta del Buitenhof, o piuttosto alla
barriera che aveala rimpiazzata. Era Cornelio Van Baerle che colà era
condotto.
Quando Grifo carceriere ricevette quel nuovo ospite, ed ebbe veduto sul
mandato di reclusione la qualità del personaggio:
— Figlioccio di Cornelio de Witt, mormorò col sogghigno del carceriere;
oh! giovanotto! abbiamo qui appunto la camera di famiglia; eccoci a
darvela.
E contento del bel garbo da lui disimpegnato, il tristo orangista prese
la sua lanterna e le chiavi per condurre Cornelio nella cella, che
Cornelio de Witt aveva lasciato quella stessa mattina per l’_esilio_
tale, quale lo intendono in tempo di rivoluzione quei moralisti
sublimi, che spacciano come assioma di alta politica:
«I morti soli non tornano.»
Grifo dunque si preparò a condurre il figlioccio nella camera del
compare. Per dove bisognava passassero per arrivare a quella stanza,
il disperato coltivatore di fiori altro non intese che l’abbaiare di un
cane, altro non vide che la faccia di una giovinetta.
Il cane escì da una nicchia praticata nel muro scuotendo una grossa
catena, e fiutò Cornelio affine di bene riconoscerlo al momento che gli
fosse comandato di divorarlo.
La giovinetta, quando il prigioniero fece cigolare l’appoggiatoio
della scala sotto la sua mano sbalordita, semiaperse la bussola di
una stanza, che ella abitava, sulla grossezza della scala medesima;
e col lume nella mano diritta ella rischiarò al tempo stesso la sua
rosea faccia avvenente, contornata da stupendi capelli biondi a grosse
ciocche, tanto che dalla sinistra scendeanle sotto il petto giù per la
bianca veste da notte, perocchè ell’era stata svegliata dal suo primo
sonno dall’arrivo inatteso di Cornelio.
Era un quadro degno di essere dipinto dal maestro Rembrandt cominciando
dall’oscura spira della scala illuminata dal fanale rossastro di Grifo
dal sembiante arcigno di carceriere; in cima la melanconica figura di
Cornelio, che piegasi sull’appoggiatoio per guardare al di sotto di lui
il soave viso di Rosa incorniciato dalla porticella illuminata, e il di
lei fare pudico cagionato forse dall’essere Cornelio sopra di lei nella
scala, da dove il di lui curioso sguardo compiacevasi incerto e tristo
vagheggiare le bianche e pienotte spalle della giovinetta.
Poi in basso tutt’affatto nell’ombra a quel punto della scala, dove
l’oscurità fa sparire i dettagli, gli occhi di bragia del molosso
strascinante la sua catena, dalla quale il doppio lume della lucerna di
Rosa e del fanale di Grifo faccia rimbalzare un brillante chiarore.
Ma ciò che in questo suo quadro non avrebbe potuto rendere il sublime
maestro, l’è la espressione dolorosa sfumata sul viso di Rosa, quando
ella vide quel bel giovine pallido salire lentamente la scala, nel
sentirgli dirigere da suo padre queste sinistre parole:
— _Voi avrete la camera di famiglia._
Questo colpo pittoresco durò un momento e meno tempo assai che non
abbiamo messo a descriverlo. Grifo continuò la sua via. Cornelio fu
obbligato a seguirlo, e dopo cinque minuti entrava nella segreta, che
gli è inutile descrivere, dappoichè il lettore già la conosce.
Grifo, dopo aver mostrato col dito al prigioniero il letto, sul quale
avea tanto sofferto il martire, che in quella giornata medesima aveva
resa l’anima a Dio, riprese la sua lanterna e uscì.
Quanto a Cornelio, rimasto solo, gettossi sul letto, ma non chiuse
occhio, e tenevalo sempre fisso sulla stretta finestra inferriata,
la quale corrispondeva sul Buitenhof; di tal maniera che vide
biancheggiare al di là degli alberi il primo albore, che il cielo
lascia cadere sopra la terra come un bianco lenzuolo.
Durante la notte qualche cavallo aveva galoppato in su e in giù
sul Buitenhof. Il passo cadenzato delle pattuglie aveva percosso il
selciato della piazza, e le micce degli archibusi, infiammandosi al
vento di ponente, avevano lanciato fino ai vetri della prigione lampi
di luce passeggiera.
Ma quando il dì nascente illuminò i culminati cammini delle case,
Cornelio impaziente di sapere, se fosse attorno di lui anima viva, si
accostò alla finestra, e volse intorno un mesto sguardo.
Alla estremità della piazza una massa nerastra velata dalla brina
mattinale di un turchino cupo, alzavasi riflettendo la sua ombra
irregolare sulle pallide abitazioni.
Cornelio riconobbe la forca, a cui pendevano due informi avanzi, i
quali non erano più che due scheletri ancora sanguinanti.
Il buon popolo dell’Aya aveva spezzato le carni delle sue vittime, ma
riportato fedelmente alla forca il pretesto di una doppia iscrizione
tracciata sopra un cartellone enorme; sul quale con i suoi occhi di
ventotto anni Cornelio arrivò a leggere le seguenti linee impresse
dalla spada appuntata di qualche imbrattatore d’insegne:
«Qui pendono il grande scellerato Giovanni de Witt e il meno
briccone Cornelio de Witt di lui fratello, due nemici del popolo,
ma amici grandi del re di Francia.»
Cornelio gettò un grido di orrore, e nel trasporto del suo terrore
frenetico percosse con le mani e coi piedi con tal violenza e con tale
impeto la porta che Grifo accorse frettoloso col suo mazzo enorme di
chiavi in mano.
Aperse, e scagliando orribili imprecazioni contro il prigioniero, che
incomodavalo fuori delle ore cui era solito incomodarsi, gridò:
— Olà? anco quest’altro de Witt che gli è arrabbiato? Tutti i de Witt
hanno il diavolo in corpo!
— Signore, signore, disse Cornelio prendendo il carceriere pel braccio
e traendolo verso la finestra; signore che mai ho letto laggiù?
— Dove laggiù?
— Su quel cartellone.
E tremante, pallido e ansante mostrogli in fondo alla piazza la forca
sormontata dalla cinica iscrizione.
Grifo si mise a ridere.
— Ah! ah! Sì, voi avete letto.... Ebbene, mio caro signore, ecco dove
s’incappa quando si hanno intelligenze coi nemici del signor principe
d’Orange.
— I de Witt sono stati assassinati! mormorò Cornelio grondante sudore
e lasciandosi cadere sul suo letto con le braccia spenzolate e con gli
occhi chiusi.
— I signori de Witt hanno subita la giustizia del popolo, disse Grifo;
chiamate assassinati quelli? Io per me dico: giustiziati.
E vedendo che il prigioniero non solo era in istato di calma, ma di
annientamento, escì dalla stanza, tirando la porta con violenza, e
facendo strisciare rumorosamente i chiavistelli.
Tornando in sè, Cornelio trovossi solo, e riconobbe la camera in cui
era, la camera di famiglia, come aveala chiamata Grifo, quel passaggio
fatale che doveva portarlo a una misera morte.
E siccome gli era un filosofo, siccome gli era soprattutto un
cristiano, cominciò a pregare per l’anima del suo compare, poi per
quella del gran Pensionario, poi alla fine rassegnossi egli stesso a
tutti i mali, che a Dio piacesse mandargli.
Quindi dopo essere ridisceso dal cielo in terra, dopo di terra essere
rientrato nella segreta e bene assicurato che in quella egli era
solo, cavò di seno i tre talli del tulipano nero e nascoseli dietro un
palchetto sul quale posavasi il tradizionale boccale, in un canto il
più oscuro della prigione.
Inutile fatica di tanti anni! O dolci speranze perdute! La sua scoperta
avrebbe fatto capo al niente, com’egli alla morte! In quella prigione
nemmeno un filo d’erba, un briciolo di terra, un raggio di sole.
A questo pensiero Cornelio fu preso da tetra disperazione, da cui non
escì che per una circostanza straordinaria.
Qual fu questa circostanza?
Ci serbiamo dirlo nel capitolo seguente.
X
La figlia del Carceriere.
In quella stessa sera Grifo portando da mangiare al prigioniero,
nell’aprire la porta della carcere sdrucciolò sull’impiantito umidiccio
e cadde sforzandosi invano di sorreggersi. Battuta la mano in falso, si
ruppe il braccio al disotto del pugno.
Cornelio fece un movimento verso il carceriere; ma siccome non
sospettava della gravità del caso:
— Non è niente, disse Grifo; zitto.
E volle rialzarsi appoggiandosi al suo braccio, ma si piegò l’osso;
allora soltanto Grifo sentì il dolore e cacciò un grido.
Si avvide che aveva il braccio rotto; e costui sì duro per gli altri
ricadde svenuto sulla soglia della porta, dove rimase inerte e freddo
simile a un morto.
Per tutto quel tempo la porta della prigione era rimasta aperta,
e Cornelio trovavasi quasi libero. Non gli passò per la mente
neppure l’idea di profittare di quell’accidente. Egli aveva veduto
nel modo, con cui erasi piegato il braccio, allo scatto che aveva
fatto piegandosi, che v’era dolore; perciò non pensò ad altro che a
soccorrere il ferito, per quanto male intenzionato gli fosse paruto
costui a suo riguardo nell’unico abboccamento, che egli aveva avuto con
lui.
Al fracasso che Grifo aveva fatto cadendo, al rammarico che erasi
lasciato sfuggire, fecesi sentire un passo precipitoso per le
scale, e alla apparizione, che seguì immediatamente lo strepito del
calpestio, Cornelio cacciò una voce, alla quale rispose il grido di una
giovinetta.
Aveva risposto al grido la bella frisona, che vedendo suo padre disteso
in terra e il prigioniero chinato sopra di lui, aveva creduto dapprima
che Grifo, di cui ella conosceva la brutalità, fosse caduto per una
rissa attaccata tra lui e il prigioniero.
Cornelio ne comprese il pensiero; ma la giovinetta, essendosi al primo
colpo d’occhio assicurata della verità, e vergognandosi d’averlo solo
sospettato, alzò sul giovine i suoi begli occhi lacrimosi, e gli disse:
— Perdono e grazie, o signore. Perdono di ciò che ho pensato, e grazie
di ciò chè avete fatto.
Cornelio arrossì, e rispose:
— Non ho fatto che il mio dovere di cristiano, soccorrendo il mio
simile.
— Sì, e soccorrendolo stasera, avete dimenticato le ingiurie che vi
ha detto questa mattina. Signore, è più che da uomo, è più che da
cristiano.
Cornelio alzò gli occhi sulla bella fanciulla, tutto maravigliato di
sentire dalla bocca di una figlia del popolo una parola al tempo stesso
così nobile e così compassionevole.
Ma egli non ebbe tempo da testimoniarle la sua sorpresa; chè Grifo
riavutosi aprì gli occhi, e con la vita ritornò la sua usuale
brutalità:
— Ah! d’ecco cosa tocca! diss’egli, ci si affretta a portare da
mangiare al prigioniero, si cade sorreggendosi, e cadendo ci si rompe
il braccio, e lascianvi là sul mattonato.
— Zitto, babbo mio, disse Rosa, voi siete ingiusto verso questo
signore, che ho trovato tutto occupato a soccorrervi.
— Lui? fece Grifo non persuaso.
— Gli è tanto vero, o signore, che sono pronto ancora a soccorrervi.
— Voi? disse Grifo; che siete dunque medico?
— È la mia prima professione, rispose il prigioniero.
— Talchè mi potreste rimettere il braccio?
— Perfettamente.
— E che ci vuole, vediamo?
— Due spranghette di legno e fasce di lino.
— Senti, Rosa, disse Grifo, il prigioniero mi rimette il braccio;
vediamo, aiutami ad alzarmi: — sono di piombo.
Rosa presentò al ferito la sua spalla; ed egli abbracciò il collo della
giovinetta col braccio sano, e facendo uno sforzo, rizzossi, mentrechè
Cornelio per risparmiargli di muoversi, tirò verso lui una seggiola.
Grifo vi si assise, e poi volgendosi alla sua figlia, le disse:
— Hai bene inteso? Va’ a cercare ciò che ci vuole.
Rosa scese e ritornò poco dopo con due doghe da barile e una gran
fascia di lino. Cornelio si era intanto occupato a levare il vestito al
carceriere e a rovesciargli le maniche.
— Va bene così? domandò Rosa.
— Sì, mia fanciulla, le rispose Cornelio gettando un’occhiata sugli
oggetti portati; sì, va bene. Intanto accostate cotesta tavola, mentre
che io sorreggo il braccio di vostro padre.
Rosa accostò la tavola, su cui Cornelio stese il braccio rotto,
e con una perfetta abilità, raggiustò la frattura, adattovvi
l’incannucciatura e strinse le fasce.
All’ultima stretta il carceriere si svenne per la seconda volta.
— Andate a cercare dell’aceto, mia cara giovine, disse Cornelio; gli
bagneremo le tempie e riavrassi.
Ma invece di adempire la prescrizione, che erale stata data, Rosa dopo
essersi assicurata che suo padre era fuori dei sensi, si avanzò verso
Cornelio:
— Signore, diss’ella, piacere per piacere.
— Cioè? mia bella fanciulla? domandò Cornelio.
— Cioè, signore, che il cancelliere che vi deve interrogare dimani è
venuto oggi ad informarsi della stanza che occupate; e che essendogli
stato risposto che occupate la carcere di Cornelio de Witt, egli ha
sogghignato sinistramente; il che mi fa credere che nulla di buono vi
attenda.
— Ma, domandò Cornelio, che cosa mi possono fare?
— Vedete di qui quelle forche?
— Ma non sono colpevole, soggiunse Cornelio.
— Eranlo pure quelli laggiù, appiccati, mutilati, sbranati?
— Gli è vero, disse Cornelio attristandosi.
— D’altronde, continuò Rosa, l’opinione pubblica vuole che voi siate
colpevole. Ma colpevole o non colpevole, il vostro processo comincerà
dimani e posdimani sarete condannato: le cose vanno presto ai tempi che
corrono.
— Ebbene, che concludete con ciò?
— Concludo, che io sono sola, che sono debole, che mio padre è svenuto,
che il cane ha la musoliera, che niente per conseguenza v’impedisce di
salvarvi. Salvatevi dunque, ecco la conclusione.
— Che dite?
— Io dico, ohimè! che non ho potuto salvare nè Cornelio nè Giovanni
de Witt, e che vorrei salvarvi... voi. Solamente fate presto; ecco la
respirazione che ritorna a mio padre, forse tra un minuto riaprirà gli
occhi e allora sarà troppo tardi. Esitate?
Effettivamente Cornelio stava immobile, guardando Rosa, ma come s’ei la
guardasse senza intenderla.
— Non capite? disse la giovinetta impazientita.
— Capisco, rispose Cornelio, ma....
— Ma?
— Non accetto. Sareste processata.
— Che importa? disse Rosa arrossendo.
— Grazie, fanciulla mia, rispose Cornelio; ma io resto.
— Voi restate! Mio Dio! mio Dio! Non avete dunque capito che sarete
condannato... condannato a morte, giustiziato sopra un palco e forse
assassinato, messo in pezzi come sono stati assassinati e messi in
pezzi Giovanni e Cornelio? A nome del cielo, non vi occupate di me, e
fuggite questa stanza dove voi siete. Guardatevene, che fu fatale ai de
Witt.
— Ohè! esclamò il carceriere riavendosi. Chi parla di quei malanni, di
que’ miserabili, di quegli scellerati dei de Witt?
— Non ve ne importi, mio brav’uomo, disse Cornelio col suo amabile
sorriso; chè ciò che v’ha di peggio per le fratture, è il riscaldamento
del sangue.
Poi sotto voce a Rosa:
— Mia ragazza, soggiunse, io sono innocente, aspetterò i miei giudici
con la tranquillità e con la calma di uno innocente.
— Zitto! disse Rosa.
— Zitto e perchè?
— Bisogna che mio padre non si accorga che abbiamo insieme discorso.
— E che male sarebbe?
— Che male sarebbe? D’impedirmi che io qui più tornassi, disse la
giovinetta.
Cornelio accolse questa infantile confidenza con un sorriso;
sembravagli che un raggio di bene splendesse sopra la sua disgrazia.
— Ebbene! che cosa barbottate costì voi due? disse Grifo alzandosi e
sorreggendo il suo braccio diritto col suo sinistro.
— Niente! rispose Rosa; il signore mi prescrive il regime che dovete
seguire.
— Il regime che io devo seguire! eh! il regime che io devo seguire! Voi
pure, o graziosina, voi pure ne dovete seguire uno!
— E quale, babbo mio?
— Di non affacciarvi neppure alle carceri dei prigionieri, e quando vi
comparirete, d’andarvene il più presto possibile; via dunque innanzi a
me, e lesta!
Rosa e Cornelio cambiaronsi un’occhiata; quello di Rosa voleva dire:
— Voi lo vedete!
Quello di Cornelio:
— Sia fatta la volontà del Signore!