La Camera di famiglia.
Tutto ciò che è accaduto, era, come ognuno se lo indovina, l’opera
diabolica d’Isacco Boxtel.
Ci si rammenti che con l’aiuto del suo cannocchiale, non avea
perduto la minima cosa dell’abboccamento di Cornelio de Witt e il suo
battezzato.
Ci si rammenti che non avea inteso nulla, ma che avea visto tutto.
Ci si rammenti, ch’egli aveva indovinato l’importanza di quelle
carte confidate dal _ruward_ di Pulten al suo figlioccio, vedendo
quest’ultimo chiudere accuratamente l’involto a lui rimesso nella
cassetta, dove serrava le sue cipollette le più preziose.
Ne resultò che, allorquando Boxtel, che seguiva la politica con un poco
più di attenzione del suo vicino Cornelio, seppe che Cornelio de Witt
era stato arrestato come colpevole di alto tradimento verso gli Stati,
pensò tra sè che ei non aveva che ad aprir bocca per fare arrestare il
figlioccio contemporaneamente al compare.
Però per quanto iroso fosse il cuore di Boxtel, ei abbrividì sulle
prime all’idea di denunziare un uomo, che da una tal denunzia potrebbe
essere condotto al patibolo.
Ma il terribile delle idee cattive si è che a poco a poco li spiriti
malvagi si familiarizzino con quelle. D’altronde Isacco Boxtel
incoraggiavasi con questo sofisma:
«Cornelio de Witt è un cattivo cittadino, dacchè è accusato di alto
tradimento e arrestato.
«Io sono un buon cittadino, dacchè non sono accusato di niente al mondo
e che sono libero come l’aria.
«Ora se Cornelio de Witt è un cattivo cittadino, il che è indubitato,
dacchè è accusato di alto tradimento e arrestato, il suo complice
Cornelio Van Baerle è un cittadino non meno cattivo di lui.
«Dunque, siccome io sono un buon cittadino, ed è dovere dei buoni
cittadini di denunziare i cattivi, è dovere di me Isacco Boxtel di
denunziare Cornelio Van Baerle».
Ma questo ragionamento non avrebbe forse, per ispecioso che fosse,
predominato completamente su lui, e forse l’invido non avrebbe ceduto
al semplice desiderio di vendetta che rodevalo, se a quel demone non si
fosse unito quello della cupidigia.
Boxtel non ignorava il punto in cui era delle sue ricerche Van
Baerle intorno al gran tulipano nero. Per modesto che fosse il dottor
Cornelio, non aveva potuto nascondere ai suoi più intimi che egli aveva
la quasi certezza di guadagnare nell’anno di grazia 1673 il premio di
centomila fiorini proposto dalla società di orticultura di Harlem.
Ora questa quasi certezza di Cornelio Van Baerle l’era la febbre
che consumava Isacco Boxtel. Se Cornelio fosse stato arrestato, ciò
cagionerebbe certamente un grande scompiglio nella di lui casa; e
perciò la notte successiva all’arresto nessuno avrebbe pensato a
vigilare su i tulipani del giardino.
Ora in quella notte Boxtel scavalcherebbe il muro, e siccome egli
sapeva dov’era la cipolletta, che doveva dare il gran tulipano nero, la
porterebbe via; e così invece di fiorire presso Cornelio, il tulipano
nero fiorirebbe presso di lui, ed egli ne avrebbe i centomila fiorini
di premio invece di Van Baerle, senza porre in conto il supremo onore
di chiamare il nuovo fiore _tulipa nigra Boxtellensis_, resultato che
non solo appagava la sua vendetta, ma ancora la sua cupidigia.
Sveglio, non pensava che al gran tulipano nero; addormentato non
sognava che quello. Finalmente il 19 agosto verso le due dopo
mezzogiorno, la tentazione fu così forte, che Isacco non vi seppe più
resistere a lungo.
In conseguenza indirizzò una denunzia anonima, alla quale suppliva, per
autenticarla, la precisione delle indicazioni, e gettolla alla posta.
Mai carta più venefica sdrucciolata per le buche di bronzo di Venezia
produsse un più pronto e un più terribile effetto.
La stessa sera il primo magistrato ricevè il dispaccio; e all’istante
convocò i suoi colleghi per l’indomani mattina. La dimane eransi
riuniti, ne aveano deciso l’arresto e rimesso l’ordine, affinchè fosse
eseguito, a messer Van Spennen, che erasi assunto, come abbiam visto,
tal dovere di degno olandese, ed aveva arrestato Cornelio Van Baerle
proprio nel momento in cui gli orangisti dell’Aya arrostivano i pezzi
dei cadaveri di Cornelio e di Giovanni de Witt.
Ma fosse vergogna o debolezza nel delitto, Isacco Boxtel non aveva
avuto il coraggio di puntare in quel giorno il suo canocchiale nè sul
giardino, nè sullo studio, nè sul prosciugatoio.
Ei sapeva troppo bene ciò che andasse a succedere in casa del povero
dottore Cornelio per aver di bisogno di guardarvi. Non si alzò
neppure, allorquando il suo unico servitore, che invidiava la sorte dei
servitori di Van Baerle, non meno amaramente che invidiasse Boxtel la
sorte del padrone, entrò nella sua camera. Boxtel gli disse:
— Oggi non mi leverei; mi sento male.
Verso le nove sentì un gran baccano nella strada e rabbrividì a quello
strepito; in quel momento era più pallido di un vero ammalato, più
tremante di un vero febbroso.
Il suo servo entrò; Boxtel cacciossi dentro le coperte.
— Ah! signore, esclamò il servo senza porre in dubbio che egli,
deplorando la disgrazia sopraggiunta a Van Baerle, andava a dare una
buona nuova al suo padrone; ah! signore, voi non sapete ciò che ora
succede?
— Come vuoi che io lo sappia? rispose Boxtel con voce quasi
inintelligibile.
— Ebbene! in questo momento si arresta il vostro vicino Van Baerle come
complice di alto tradimento.
— Uh! mormorò Boxtel con una voce fioca, non è possibile!
— Madonna! almeno è ciò che si dice; d’altronde ho veduto entrare da
lui il cancelliere Van Spennen e gli arcieri.
— Oh! se hai visto, sarà.
— In ogni caso, voglio informarmi di nuovo, disse il servo, e non
dubitate, o signore, che terrovvi in corrente.
Boxtel contentossi d’incoraggire con un cenno lo zelo del suo
servitore, che uscì e tornò un quarto d’ora dopo.
— Oh! signore, tutto quello che vi ho raccontato, l’era pretta verità!
— Come va?
— Il signor Van Baerle è arrestato, messo in una vettura e spedito
all’Aya.
— All’Aya?
— Sì; e dove, se è vero ciò che si dice, non gli anderà bene.
— E che si dice? domandò Boxtel.
— Madonna! si dice, ma questo non è ben sicuro, si dice, o signore,
che i paesani siano sul tiro a quest’ora d’avere assassinato i signori
Cornelio e Giovanni de Witt.
— Oh! mormorò o piuttosto ragghiò Boxtel chiudendo gli occhi come per
non vedere la terribile immagine che offrivasi senza dubbio ai suoi
sguardi.
— Diavolo! fece il servo ritirandosi, bisogna che il padrone sia ben
malato per non aver saltato dal letto a un simile annunzio.
Difatti Boxtel era veramente malato, malato come un uomo che ha
assassinato un altro uomo. Ma egli aveva assassinato uno con doppio
scopo; il primo era compiuto; il secondo restava a compirsi.
Venne la notte; era quella che aspettava Boxtel. Alzossi, e poi montò
sul suo sicomoro.
Egli aveva ben calcolato; nessuno pensava a guardare il giardino; casa
e servitori erano silenziosi. Egli sentì in seguito battere le dieci,
le undici, mezzanotte.
A mezzanotte il cuore palpitante, le mani convulse, il viso livido,
scese dal suo albero, prese una scala, appoggiolla al muro, salì
fino al penultimo scalino e si mise in orecchi. Tutto era tranquillo;
nemmeno un alito rompeva il silenzio della notte.
Un solo lume vigilava in tutta la casa: era quello della balia.
Il silenzio e l’oscurità fecero ardito Boxtel; cavalcò il muro; e
poi ben sicuro che non aveva nulla a temere, passò la scala dal suo
nell’altro giardino e discese.
Quindi, siccome sapeva la direzione del luogo, ov’erano sotterrate
le cipollette del futuro tulipano nero, vi corse, seguendo però le
viottole per non essere tradito dalle orme de’ suoi piedi, e arrivato
al luogo preciso, con una gioia di tigre ficcò le sue mani nel molle
terreno.
Non trovò nulla e credette essersi ingannato.
Intanto il sudore gli gocciava dalla fronte. Frugò accanto: niente;
frugò a diritta e a sinistra: niente; frugò d’avanti e di dietro:
niente.
Fu per divenir pazzo, perchè alla fine si accorse che in quella stessa
mattina la terra era stata smossa.
Infatti, mentre Boxtel era in letto, Cornelio era sceso nel suo
giardino, aveva disotterrato la cipolletta e, come lo abbiamo visto,
aveala divisa in tre talli.
Boxtel non poteva decidersi ad abbandonare il posto. Aveva rimescolato
con le mani più di dieci piedi quadrati di terra.
Finalmente non restavagli più nessun dubbio sulla sua disgrazia. Bianco
di collera, riguadagnò la sua scala, ricalvalcò il muro, ripassò la
scala nel suo giardino, e vi scese incontinente.
Ad un tratto gli sopravvenne un’ultima speranza: che i talli fossero
nel prosciugatoio. Bisognava penetrare nel prosciugatoio come era
penetrato nel giardino. Colà li troverebbe. Del resto non eravi altra
difficoltà.
Le vetrate del prosciugatoio alzavansi come quelle di una chiusa.
Cornelio aveale aperte la stessa mattina e nessuno aveva pensato a
richiuderle. Il forte era di procurarsi una scala assai più lunga, una
scala di venti piedi invece di dodici.
Boxtel aveva rimarcato nella via dov’egli abitava, una casa in
riattazione, a cui stava appoggiata una scala gigantesca. L’era a
proposito per lui, se i manifattori non l’avessero remossa.
Corse alla casa, e la scala v’era. Boxtel la prese e la portò a mala
pena nel suo giardino; e con pena anche maggiore dirizzolla alla
muraglia della casa di Cornelio.
La scala era alla precisa lunghezza. Boxtel mise una lanterna cieca in
tasca, montò la scala e penetrò nel prosciugatoio.
Giunto in quel tabernacolo, si arrestò, si appoggiò alla tavola; le
gambe gli mancavano sotto, il suo cuore batteva da soffocarlo.
Là era ben peggio che nel giardino: direbbesi che l’aria aperta
togliesse alla proprietà ciò che ella ha di rispettabile; perchè chi
salta una siepe, o chi scala un muro, si arresta poi alla porta o alla
finestra di una stanza.
Nel giardino Boxtel non era che uno scorridore; nella stanza era un
ladro.
Non pertanto riprese cuore: non era là venuto per tenere le mani a
cintola.
Ma ebbe un bel cercare, aprire e chiudere tutte le cassette, e la
privilegiata pure, dov’era il deposito stato così fatale a Cornelio;
trovò etichette come in un giardino di piante, la _Giovanna_, la _de
Witt_, il tulipano bistro, il tulipano caffè bruciato: ma del tulipano
nero, o piuttosto dei talli, dove esso era ancora addormentato e
nascosto nel limbo della fioritura, non eranvi tracce.
Ma però sul registro dei semi e delle cipollette tenuto in doppia
scrittura da Van Baerle con più cura e esattezza del registro
commerciale delle prime case di Amsterdam, Boxtel lesse queste linee:
«Oggi 20 agosto 1672 io ho disotterrato la cipolletta del gran tulipano
nero, che ho separato in tre talli perfetti.»
— Questi talli! questi talli! urlò Boxtel rovistando dappertutto nel
prosciugatoio, dove mai li ha cacciati?
Poi tutto a un tratto battendosi in fronte da ammaccarsi il cervello:
— Oh! miserabile che sono! egli esclamò; ah! Boxtel sfortunatissimo,
che gli è inseparabile dai suoi talli? Come non lasciarli a Dordrecht,
partendo per l’Aya? Ma che non può vivere senza i suoi talli; i
talli del tulipano nero? L’infame! si vede che ha avuto il tempo di
prenderli, se li è nascosti e li ha portati all’Aya!
Era un lampo che mostrava a Boxtel l’abisso di un inutile delitto.
Ei cadde fulminato su quella medesima tavola, a quel medesimo posto,
dove alcune ore innanzi lo sfortunato Van Baerle aveva ammirato sì
lungamente e sì compiacentemente i talli del tulipano nero.
— Ebbene! al postutto, disse l’invidioso alzando la testa livida, se li
ha seco, non può custodirli che fino a tanto che sia vivo, e...
Il resto del suo orrendo pensiero si assorbì in uno spaventevole
sorriso.
— I talli sono all’Aya, riprese; dunque non posso più vivere a
Dordrecht. All’Aya per i talli! all’Aya!
Boxtel, senza fare attenzione alle ricchezze immense che lasciava,
tanto egli era preoccupato da un’altra inestimabile ricchezza, escì
per dove era venuto, si lasciò strisciare giù per la scala, riportò
l’istrumento del furto, dove avealo preso, e simile a un animale da
preda rientrò ruggendo in casa sua.