VI. — Un vecchio Camaldolese.

Non è passato gran tempo che nei Camaldoli di San Lorenzo morì un

vecchio battilano, il quale per aver tenuto vita onesta, operosa

e utile al bene dei suoi vicini, fu da essi compianto con affetto

filiale, e lasciò di sè onorata memoria.

Egli fu buon padre di famiglia, morigerato e amorevole, e potè con savj

portamenti indirizzarla al bene, nello stesso tempo che la moderazione

nei desiderj, i risparmj e il coraggio, gli diedero modo di liberarla

anche nei giorni calamitosi dalle strettezze del bisogno che suole

essere cagione di tanti guai.

Contento sempre del suo umile mestiere, cercò di renderlo anche più

onorato esercitandolo onestamente, e lo fece diventare più lucroso

con l’assiduità del lavoro. Indi recavasi a vanto d’essere battilano,

perchè sapeva quanta parte il lanificio avesse avuto nella potenza

e nella celebrità degli antichi Fiorentini. Intorno alla qual cosa

inoltre soleva dire che il popolo fiorentino potè edificare la

maravigliosa cupola del Duomo quando erano più rispettati i grembiuli e

quando facevano meno schifo il puzzo e l’untume della lana. Siccome poi

in nessuna cosa volle mai costrignere l’animo altrui, così concesse che

il suo stesso figliuolo, non inclinando a questo suo favorito mestiere

del battilano, si tirasse su piuttosto per quello del calzolajo.

Ebbe nome Michele; e anche di ciò era lieto per memoria di quel raro

uomo di Michele di Lando scardassiere, che nella sollevazione dei

Ciompi seppe con senno e prodezza por freno alle angherie dei grandi,

governare la plebe tumultuante, rendendo tuttavia ai popolani il

potere che era stato loro usurpato, riformare insomma gli ordinamenti

della Repubblica, e riprendere poi con modestia lo scamàto[276] e

il grembiule del suo mestiere, dopo aver sostenuto gloriosamente il

gonfalone della suprema magistratura.

Essendo inoltre il nostro vecchio molto affezionato alla sua patria,

soleva raccomandare ai compagni che ciascuno venerasse la bella

Firenze coi monumenti della passata grandezza, con le opere dei celebri

artefici che la resero gloriosa, con le memorie del senno, del valore e

dell’amor di patria del buon popolo antico. Senza andare alle scuole,

era venuto a capo, domandando a questo e quello, e leggicchiando a

tempo avanzato, d’imparare a conoscere i più notabili avvenimenti della

storia fiorentina; ma non si reputava un dottore, e soprattutto diceva

di non sapere le date, sebbene intorno ad alcune delle più importanti

e’ non sgarrasse[277] nemmeno di un giorno.

Essendo anche molto religioso, gustava la sublime dolcezza delle

verità e della carità del Vangelo, e studiandosi di esercitare le

virtù cristiane, osservava puntualmente i doveri della sua fede. Talora

s’affliggeva, considerando che molti nelle sacre solennità agognavano

e pregiavano solamente l’apparenza e lo sfarzo delle cose mondane,

e che le frequenti feste e festicciuole divenivano per parecchi

oggetto di passatempo, pretesto ad oziare, e occasione ad abbandonarsi

all’intemperanza.

Intorno alla qual cosa giovi riferire ciò ch’egli fece un anno per la

festa di San Rocco.

I Camaldolesi che tengono in molta venerazione questo santo,

sogliono la sera della sua vigilia far luminarie nelle loro strade

ai tabernacoli ed alle case, ed imbandire liete cene sull’uscio,

facendo strage di maccheroni, e talora chiudendo la veglia con qualche

rissa cagionata dai vapori del vino. Due giorni prima che si dovesse

apparecchiare questa pia gozzoviglia, morì, per esser caduto di sulla

fabbrica dov’ei lavorava, un falegname del vicinato di Michele, giovine

onesto e benaffetto a ciascuno, e lasciò desolata e povera la moglie

con quattro figliuoli. Michele, deplorando la repentina disgrazia

di quella famiglia, — Io, per me, — diceva ad alcuni compagni, —

lasciamo stare che le cene non hanno nulla che fare con la divozione

a San Rocco, ma non potrò vedere tanta baldoria e tanta allegria,

pensando che quei tribolati non hanno più chi li campi. Si fa egli una

cosa, fratelli? Ci accordiamo noi a mettere assieme quel tanto che si

spenderebbe nei lumi alle finestre e nella cena, per poi donarlo alla

vedova? Io non ricuso di pagare la mia tassa pe’ lumi al tabernacolo;

ma ogni rimanente a quella povera donna.

— Tu pensi bene — risposero ad una voce i compagni. — Ci stiamo anche

noi! — Detto fatto; ne parlarono con le loro mogli che furono tosto del

medesimo sentimento; e il partito[278] girando di bocca in bocca andò

a genio a tutte le savie famiglie del vicinato, le quali deputarono

Michele a raccogliere le caritatevoli offerte per consegnarle alla

vedova. Così in quella strada non si videro illuminazioni alle case

nè tavole apparecchiate sull’uscio, nè si udirono suoni o canti o

schiamazzi di gente allegra. I lumi erano accesi solamente alla

immagine del tabernacolo parata con bell’assetto; e le donne e

i fanciullini vi recitavano il rosario con divozione consolata e

tranquilla. Intanto la povera vedova del falegname, benedicendo con

le sue creaturine la buona ispirazione di Michele, sopportava con

più coraggio lo spasimo d’aver perduto il marito, e si confortava nel

vedere assicurato per molti giorni il campamento della famiglia.

Michele non apparteneva ad altre confraternite fuorchè a quella

dei Battilani, nella quale si onora sempre la memoria di Michele di

Lando, e dove, tra gli statuti delle antiche corporazioni d’arti e

mestieri, si mantengono in vigore soltanto quelli che si riferiscono

alla scambievole assistenza dei mestieranti malati e impoveriti.

Del resto, e’ non approvava che tra fratelli e fratelli si vedessero

introdotte quasi in nome della religione certe distinzioni contrarie

all’eguaglianza evangelica, e suscitare ambizioni e promovere spese e

dissidj per cagioni tutte mondane.

I suoi compagni lo chiamavano per soprannome lo _Sveglia_, perchè

avendo egli avuto fino da giovinetto una particolare avversione al

soverchio dormire, non solamente era sempre il primo a svegliarsi nel

vicinato ed a comparire a bottega, ma faceva anche da svegliatore agli

amici, che desideravano d’imitare la sua sollecitudine: quasi ogni

giorno, prima d’essere in sul lavoro, aveva già destato per via sette o

otto artigiani, proferendo ad alta voce il suo favorito proverbio: «Chi

dorme non piglia pesci!» Talora biasimando il troppo dormire, toccava

anche alcuni altri difetti che ne dipendono o che lo fomentano, e

ribadiva i suoi avvertimenti con molti esempj, quando gli pareva ch’e’

quadrassero bene. Alla poltronaggine attribuiva, non senza ragione,

un visibilio di guai. — Dal mangiare o dal bere con intemperanza —

diceva egli — nasce di necessità il bisogno di dormire un po’ troppo

e il pericolo d’ammalarsi; ed ecco una cagione di spese gravose e di

disastri, perchè l’intemperanza divora tutto il salario, il dormire

accorcia il tempo del lavorare e diminuisce la voglia, e una malattia

può essere la rovina delle nostre famiglie. E poi, chi più dorme più

vorrebbe dormire, e fa la testa grossa, e si trova indebolite tutte le

membra; e l’uomo sonnolento o sbalordito guasta spesso i fatti suoi, e

trova chi gli dà ad intendere o gli fa fare tutto quel male che vuole.

E badate, dove molti dormono c’è sempre qualcheduno che veglia: uno

che vegli con buone intenzioni può giovare a sè ed agli altri; ma vi

potrebbe anch’essere chi vegliasse per nuocere ai dormiglioni. Oh se

sapeste quanti rimasero mortificati, o perdettero una buona ventura,

o si ritrovarono senza letto, per aver troppo dormito! — E qui narrava

delle sconfitte toccate di nottetempo ai Filistei dopo la gozzoviglia,

del Campidoglio romano che sarebbe caduto nelle mani dei Galli se le

oche non ne avessero svegliate le guardie; di Pisa che era per essere

saccheggiata e arsa nel sonno dai Saracini, se non fossero state le

grida e il valore di Cinzica de’ Sismondi.... aggiungendo che non per

tutto vi sono le oche pronte a sventare con lo schiamazzo le insidie

dei nemici, e che una Cinzica de’ Sismondi sarebbe cosa troppo rara

al dì d’oggi. I sogni poi che si affacciano tanto spesso a turbare il

sonno dell’intemperante e dell’infingardo, o a sedurre la fantasia del

giocatore, non sono le più volte cagione di grandi mali?...

Sebbene i suoi ragionamenti su questo e sugli altri difetti ch’egli

prendeva di mira, fossero in sostanza molto rozzi e comuni, tuttavia

e’ li faceva con tanta vivacità e amorevolezza, che ai suoi uditori

andavano molto a genio, e producevano spesso qualche buono effetto.

Inoltre, ponendosi a tassare le azioni degli uomini, egli sfuggiva

sempre di mordere questo o quello, e non portava mai sè medesimo per

esempio; laonde non veniva in fastidio a nessuno: e soprattutto quando

era fuori di casa sua, bisognava proprio levargli le parole di bocca;

altrimenti non avrebbe osato di far la predica a chicchessia. E queste

e le cose che seguono sono state narrate con tenera riconoscenza da

coloro a cui giovò molto l’averle udite proprio dalla sua bocca.

Tra i buoni costumi ch’egli massimamente raccomandava ai Camaldolesi

era la nettezza della casa e della persona. — Perchè siete poveri, —

diceva loro, — vo’ credete di non potere stare puliti? Ma questo è uno

sbaglio grosso: anzi la pulizia che sta bene in tutti, è necessaria

quanto il pane per noi; starei per dire che l’è la nostra ricchezza.

Non crediate che per farsi vedere puliti vi sia bisogno della giubba

di panno fine e del fazzoletto di seta; ma la camicia, chi è quello

che non la può mettere spesso in bucato? E l’acqua per lavare non

manca mai. È meglio andare in maniche di camicia ed averla anche

rattoppata ma linda, che nascondere con un fronzolo le vesti sudice e

strambellate. Tutti vi diranno che la pulizia giova molto a mantenerci

sani; e tutti abbiamo potuto vedere che le malattie contagiose hanno

sperperato più gente dove i poveri si cibavano male e stavano sudici,

che dove erano frugali e puliti. Vo’ mi dite che ai poveri manca il

tempo di ripulirsi: ed io vedo che per l’appunto i più sudici sono

quelli che stanno più in ozio; e posso dirvi che anzi la pulizia è un

risparmio di tempo. Una buona tessitora ebbe da incannare per cinque o

sei mesi di séguito, e intanto il telajo rimase fermo. Il suo marito

le diceva spesso; dagli una spolverata a quel telajo; riguardalo di

quando in quando. — Oh! — rispondeva la moglie, — ho altro tempo da

perdere! Mi preme d’incannare.... — e via discorrendo. Venne il giorno

d’andare a tessere: era un lavoro di soggezione e di furia. Prima

d’avere spolverato il telajo ci vollero molte ore; e qui mancava una

cosa, e là un’altra; i licci e il pettine erano sciupati, e bisognò che

spendesse per far rifare alcuni pezzi; e la tela veniva disunita ed a

stento. Il marito rimproverò la malaccorta: nacque un litigio; ed ecco

turbata la pace di casa, un’arrabbiatura da ammalarsi, e un lavoro da

scomparire e da perdere la buona riputazione, che aveva, di tessitora

abile e diligente. V’è chi dice che la biancheria si logori troppo a

lavarla spesso: ed io vi farei vedere che il sudiciume mangia la roba

più che il ranno o il sapone; mangia perfino la pelle, perchè quante

sono le malattie cutanee cagionate o alimentate dal sudiciume, e che

spesso deformano il corpo di chi le ha sofferte! E poi un povero che

almeno faccia di tutto per mantenersi pulito, trova più compatimento e

più fiducia nelle persone caritatevoli che possono assisterlo, dandogli

del lavoro o adoperandolo in qualche servigio.

Sebbene non fosse ricco, Michele si trovava spesso a fare qualche

elemosina, ma segretamente, ed elemosine da suo pari: un pane comperato

con quei po’ di soldi che avrebbero dovuto servire pel suo companatico:

un vestito usato; un pajo di giornate di lavoro per un padre di

famiglia malato, affinchè il principale che aveva le furie non avesse

a prendere un altro lavorante invece di quello; qualche povero senza

tetto ricoverato per varj giorni in casa sua; e via discorrendo.

Una volta gli fu chiesta in prestito da un amico una sommerella per

pagare la pigione: altrimenti il padrone di casa, usurajo matricolato,

lo minacciava di cacciarlo fuori o di sequestrargli i letti; e la

povera madre di quest’amico era inferma! Michele che appunto aveva

messo in serbo certi denari per portarli nella Cassa di risparmio,

glieli prestò subito; e l’amico fu puntuale a restituirgli il giorno

fissato. Ma considerando il buon vecchio la povertà di colui per la

grave malattia della madre, volle dargli altro tempo e più lungo per

la restituzione: e quei denari furono una manna, perchè il figliuolo

non ebbe il dolore di mandare allo spedale colei che gli aveva dato la

vita.

Ad un altro fece lo stesso; ma siccome sapeva che in casa sua non

v’erano disgrazie di malattie, e che sarebbe stata a proposito un po’

più di regola nello spendere, con molta delicatezza fece cadere il

discorso sopra il risparmio.

— Vo’ dite bene — rispondeva l’amico; — ma che cosa dobbiamo

risparmiare noialtri poveri, che non abbiamo nulla, e quando il

guadagno appena ci basta per levarci la fame? — E Michele soggiungeva:

— Pensaci bene, e vedrai che alcune spese sono inutili, o che si

potrebbero fare con più giudizio, e che talora si sciupa il tempo, e

questa è l’uscita più rovinosa. Chi ci obbliga, per esempio, a spendere

le craziuole in certe golaggini, che costano più del pane, che non

sfamano come quello, e che spesso riescono dannose alla salute? Così

dei liquori, così dei ninnoli che ci si mettono attorno per fare

spocchia, così dei divertimenti che costano e che fanno sempre venire

nuove tentazioni; e quanti vi sono che non lavorano il lunedì, che

per ogni festicciuola si danno buon tempo all’osteria e poi fanno

stentare il pane alla famiglia per tentar la fortuna, sperando di poter

rimediare alla loro miseria con una vincita che non viene mai, o se

viene, è quasi sempre cagione di un precipizio maggiore! — L’amico gli

diede retta; incominciò a serbare una parte del denaro donatogli da

Michele, e le cose gli andarono meglio di prima. Nello stesso modo che

una voglia tira l’altra, così il resistere alla prima tentazione ci dà

la forza di scacciare anche la seconda.

Un’altra volta rintoppò[279] un suo parente tutto sgomento: il suo

figliuolo cadendo si era spaccato la testa, ed egli dopo la paura aveva

dovuto spendere per farlo medicare.

— Me ne dispiace davvero! — rispose Michele — povero ragazzo! O come

mai gli è seguita questa disgrazia?

— Che cosa volete? — riprese l’altro — è un monello; e’ le caverebbe

di mano a un santo: i’ lo rincorrevo per picchiarlo, e fuggendo ha

inciampato in una seggiola.... Dio mio! credevo che fosse rimasto sul

tiro. —

Michele si recò a visitare il fanciullo, ed a confortare i suoi

genitori; e quando quel ragazzo fu guarito, un giorno di domenica

andò a spasso con suo padre. Allora, tornando sul fatto della caduta

del figliuolo, si provò a fargli capire quanto stesse male percuotere

i fanciulli, mostrandogli con evidenza che in quel modo invece di

correggerli si va a rischio di farli diventare peggiori, di perdere il

loro affetto, e d’indebolire l’autorità continua e tranquilla che un

padre deve avere sopra di essi. Oggi e’ ricoprirà di baci il figliuolo,

gli concederà tutto quello che vuole, lo condurrà seco Dio sa dove, e

domani, se è di cattivo umore, o se il fanciullo s’imbizzarrisce per

una cosa di poco, ecco in ballo le busse.

Il parente, il quale aveva da farsi molti rimproveri, dovè convenire

che qualche volta i falli dei ragazzetti possono dipendere dai

disordini e dalle imprudenze dei genitori, e che perciò il batterli

sta tanto più male, in quanto che alla crudeltà s’unisce l’ingiustizia.

In sostanza quel padre a poco a poco potè moderarsi, diventò più cauto

nelle proprie azioni, e fu in tempo a rimettere sulla buona strada il

figliuolo. Appunto in quei giorni si narrava di un giovinetto, che

fuggendo dalla casa paterna per essere stato battuto dal genitore,

s’era intruppato con alcuni discoli, e arrestato insieme con essi e

creduto complice delle loro mariuolerie, gli era toccato a vedersi

rinchiudere in una carcere e a soggiacere a un processo. Il padre pel

rammarico e pel dolore fu còlto da una fiera malattia, e il figliuolo

si perdette la bottega dov’era garzone. Così quello fu punito del modo

bestiale di correggere il suo figliuolo, questi pagò anche troppo cara

la pena di una colpevole disobbedienza. Chi lo sa? se avessero avuto

per amico Michele, non si sarebbero ritrovati a quelle disgrazie.

Michele parlando ora con questa ora con quella camaldolese, aveva

più volte biasimato l’usanza di correre senza ragionevole bisogno ad

impegnare la loro robicciuola al Presto.[280] E’ lodava l’istituzione

di questo Presto, perchè derivata dal desiderio di soccorrere i poveri

nelle loro strettezze, ma siccome il cattivo uso o l’abuso delle

cose buone è sempre nocivo, egli ammoniva gli amici a non far pegni

per andar poi a gozzovigliare con quei po’ di soldi nelle osterie i

giorni di festa; gli dispiaceva di vedere tanti poveri sconsigliati

che impegnando mantelli, coltroni, materasse e perfino le camice per

godersi un’ora di lauta mensa, andavano a rischio di tremare di freddo

tutto un inverno, di guastarsi la salute, di perdere le cose impegnate

e di spendere il doppio di quello che costavano per ricomprarle;

deplorava i dissapori e le discordie che nascono in molte famiglie

dopo il pentimento e dopo i rimproveri, rammentava che nella folla

alla porta del Presto nascono spesso gravi inconvenienti e risse e

inimicizie e scandali senza fine, e che tra l’andare a portare il pegno

e a ricoglierlo, molte donne sciupano due o tre giornate di lavoro;

mentrechè se invece le stessero a casa a telajo, potrebbero conservare

la loro roba, e guadagnare nel tempo stesso quel tanto che ricevono

in prestito sul piccolo valsente della roba impegnata. Ma questa e

molte altre ragioni, menate buone in altri tempi, poco valevano alla

vigilia d’una solennità. Una volta corse la voce in Camaldoli che per

non so quale straordinaria occasione i piccoli pegni sarebbero stati

resi senza riscatto. Allora sì, che in tutti venne voglia d’impegnare a

ruba! Ma il nostro Michele che sapeva di buon luogo quella voce altro

non essere spesse volte che una congettura poco fondata, non volle

stare zitto, e uscì fuori, e parlò allora a voce alta a un buon numero

di donne qua e là radunate e in procinto d’andare al Presto. Ma per

quanto si affaticasse, poche furono quelle che gli dessero ascolto.

La folla ai Monti di Pietà fu senza esempio; bisognò mettervi le

sentinelle per tenerla a freno, e nonostante accaddero varie disgrazie,

e furono fatti parecchi arresti. Una donna gravida, che più delle

altre s’era fatto beffe dei buoni avvertimenti di Michele, caduta e

calpestata nel tafferuglio, abortì, dovè patire una malattia lunga

e dispendiosa, e poco mancò non morisse; e una madre di famiglia che

s’era trattenuta al Presto tutta la giornata e aveva dato in custodia

i suoi piccini a una donnicciuola dappoco, trovò che uno di essi era

caduto boccone sul focolare, e s’era sciupato la faccia e gli occhi, in

modo da far temere ch’ei ne perdesse la vista. E finalmente, secondo

che Michele aveva preveduto, la speranza della restituzione gratuita

dei pegni svanì per l’affatto. Allora in Camaldoli incominciarono a

chiamarlo indovino e profeta; ed egli durò molta fatica a levar di capo

agli sciocchi questo pregiudizio, studiandosi di far loro capire che

molti avvenimenti si possono prevedere con l’ajuto della riflessione e

con l’esperienza dei fatti che gli hanno preceduti.

Confortando un tale che era rimasto deluso in certe sue spallate

speranze d’ottenere una gran fortuna per mezzo di protezione, diceva:

— Così è, figliuol mio: noialtri poveri dobbiamo meno di tutti prestar

fede alle seducenti promesse d’arricchire senza onesta fatica. Sta

bene che si desiderino e che si accettino volentieri le assistenze e

le carità delle quali possiamo aver bisogno; che si benedicano coloro

che studiano il modo di migliorare il nostro stato; che ci rendiamo

meritevoli di queste premure con la virtù e con la riconoscenza;

ma intanto facciamo sempre dal canto nostro quel che è da noi per

assicurarci il campamento con le fatiche moderate ed oneste. Finchè

siamo sani e robusti facciamo capitale dei guadagni dell’onorata

industria, e quando chi ha voglia e capacità di lavorare non può

certamente morire di fame, contentiamoci di far la parte che ci tocca,

e lasciamo che la carità degli altri soccorra chi non ha modo di vivere

con le proprie braccia. Figliuolo mio, è meglio mangiare pane e cipolla

a casa nostra, in santa pace, con la famiglia, dopo aver lavorato

quanto permettono le nostre forze, che arrovellarci a correre dietro

alle fallaci promesse della fortuna per poi vivere in ozio o nutrirci

di cibi più delicati o coprire il nostro corpo di vesti più belle. Se

potremo un giorno condurre vita più agiata mercè i nostri guadagni e

i nostri risparmi, sta bene; se no, abbiamo noi bisogno di lavorare?

lavoriamo volentieri, e Dio, che è imparziale con tutti, benedirà

le nostre fatiche. Inoltre le fortune che vengono all’improvviso non

sempre sono fatte per noi: di rado le giovano a coloro che hanno più

confidenza con la ricchezza; noi poi che non ci siamo avvezzi, corriamo

rischio di rimanerne imbarazzati e di perdere la pace dell’anima e

l’illibatezza dei costumi. — E siccome talora oltre agli esempj e’

soleva uscir fuori con certe sue favole e paragoni, a somiglianza

d’Esopo, così prese a dire all’amico:

— E’ si conta che il Leone, eletto signore degli animali volle avere

numerosa comitiva di costoro intorno alla sua tana, e ne chiamò a

sè da ogni parte, facendoli mettere su con molte belle promesse di

gozzoviglie, di sollazzi e di ricompense. Infatti a’ primi che vi

corsero in folla, parve quello il paese della cuccagna, perchè senza

durare una fatica al mondo vi trovarono grasse pasture, abbondanti

ricolte e la bellezza di ogni sorta di carnagione. Vi giunse anche

la volpe ma accortasi la tristarella che messer lo Leone in tanta

sopravvegnenza di convitati non aveva grande scrupolo ad imbandire le

vivande coi loro medesimi quarti, avrebbe subito ripreso la via tra le

gambe per tornarsene indietro, se non le fosse stato dato l’ufficio

di tenere i conti al siniscalco, con un buon salvacondotto per la

sua pelle. Intanto l’Asino, che presiedeva l’assemblea, fattane un dì

la rassegna generale, vide che vi mancava il Castoro; e prima che il

Leone s’avesse a sdegnare del suo indugio, andò subito ad invitarlo con

larghe promesse e con squisite carezze, perchè gli era stato detto che

qualche volta e’ faceva l’indiano e lo smorfioso. Infatti il Castoro

che se ne stava tutto in faccende per certa fabbrica di una casa, in

sulle prime non voleva dar retta a questa chiamata; ma finalmente mosso

dai ragli eloquenti e dalle svenevoli moine dell’Asino, si risciacquò

ben bene la coda, che era tutta imbrattata di mota, e venne alla tana

del Leone. Quivi, imbrancato con le altre bestie, le quali tutto dì

se ne stavano senza far nulla, vagolando qua e là, lisciandosi la

pelle, spiattellando strambottoli, mormorando senza carità del prossimo

e mangiando a ufo, presto quella vita gli venne a noia, e l’uggia

l’avrebbe fatto morire tisico in poco d’ora, se non che, adocchiato un

torrente vicino alla caverna, si trasse alla sponda di quello, e posesi

addirittura a lavorare ai fondamenti di una casupola. A prima vista

non raccapezzarono i compagni che cosa volesse fare, e si pensarono

che quello fosse un nuovo trastullo, una buffonata di nuovo conio;

ma quando l’Asino e gli altri conobbero ch’e’ faceva davvero, senza

mettere tempo in mezzo corsero a rampognarlo, urlando non essere lecito

ch’ei si sporcasse in quel lavoro triviale al cospetto del Leone e

di tutta la bestiale assemblea. Il povero Castoro ebbe un bel dire

ch’egli credeva anzi di fare onore a sè ed alla razza, mostrando la

sua abilità, invece di sdarsi come gli altri dalla mattina alla sera,

o di mettersi a dir corna dì questo e quello: allora non solamente gli

convenne abbandonare l’incominciato lavoro, ma scorbacchiato in mezzo

agl’insulti di tante bestie, perdè la vita sotto i calci dell’Asino,

perchè aveva avuto la temerità di rispondergli ragionando. —

Figuratevi se Michele con questi sentimenti poteva compatire quelli

sciagurati, che avrebbero sanità e robustezza per l’esercizio d’un

mestiere, ma che invece di lavorare si buttano a far gli accattoni,

senza esservi ridotti dalla disgrazia! Un giorno che tra’ suoi uditori

v’era uno di costoro, dopo aver deplorato un difetto tanto biasimevole,

recitò questa specie di parabola:

— Era di verno, e il freddo repente assiderava le membra. Tre accattoni

che non erano nè ciechi, nè vecchi, nè storpiati, ma solamente per

mancanza di voglia di lavorare non avevano arte nè parte, se ne stavano

oziando in sulla porta di una chiesa, a battere i denti e a mormorare

contro la Provvidenza, che negava loro un tetto per ricoverarsi

dai rigori della stagione. Passa un carro di paglia: uno di essi lo

adocchia, e ratto va dietro a sfilarne un covone ben grosso, e se

lo porta via per goderselo da sè solo. Ma i compagni, garosi[281]

di spartire la preda, gli corrono addosso, e uno di qua uno di là

acciuffano il covone, e fanno a tira tira per carpirglielo. Era

meschina cosa un covone di paglia; ma l’astio dei mascalzoni s’infiammò

tanto, che convertitosi in aspra contesa vennero alle percosse. In

questo mentre si levò un turbine di vento, e la paglia tritata da

quelle mani rapaci fu dispersa in un attimo, e le mani rapaci restarono

vuote. Allora, posto giù lo sdegno, il primo esclamò:

— O s’io l’avessi compra?

— Chi te l’avrebbe tocca? — disse il secondo: — la roba rubata non fa

frutto, tu lo sai.

— Lo sappiamo tutti e tre — soggiunse l’altro con aria d’amaro

rimprovero.

— Ma intanto non ho più freddo, — concluse il terzo; — questo moto mi

ha riscaldato.

— E il moto vi scalderebbe sempre, non col percotervi tra di voi per

contendervi la roba involata, ma col lavorare onestamente, — esclamò un

uomo intabarrato che passava rasente ad essi.

— Ah! non c’è lavoro! — gridarono ad una voce gli accattoni.

— Non c’è voglia! — rispose l’incognito; e tirò via.

Guardatisi un poco in silenzio, uno degli accattoni disse addio

ai compagni, si voltò da una parte, e andò a chieder lavoro per

misericordia ad un onesto artigiano di sua parentela; ebbe il

lavoro, non patì più freddo nè fame, e si pentì del passato. Un

altro, accomiatatosi dal compagno prese la strada opposta, e fatti

pochi passi trovò un facchino che per essersi tolto in ispalla un

peso sproporzionato alle sue forze, non poteva andare più innanzi;

l’accattone se gli accostò per dargli una mano, e il facchino gliene

seppe buon grado e lo condusse a far colazione e a scaldarsi con lui;

e i pesi da portare non mancarono mai. Il terzo ricordandosi per che

verso andava l’incognito, gli corse dietro, lo raggiunse, e fattoglisi

accanto gli disse: — Dunque, abbiate la carità di darmi da lavorare.

— L’incognito gli accennò di seguirlo; e andarono innanzi un buon

tratto senza parlarsi, finchè usciti dalla città e giunti a un podere,

l’incognito si fermò presso una casupola rovinata di cui le macerie

ingombravano i solchi del campo: — Ecco, — disse all’accattone — un

turbine di vento buttò giù questa casa; sgombera il terreno dai sassi,

affinchè il mio contadino possa seminarvi il grano, che tu mangerai con

lui, se avrai sempre voglia di lavorare e se sarai uomo onesto. —

A Michele stesso intravenne che una sera sull’imbrunire passando di

lung’Arno, dove la via è più solitaria, gli s’accostò a chiedergli

l’elemosina un giovinotto cencioso, ma ben quadrato di spalle e ben

piantato sopra le seste,[282] sicchè aveva tutto l’aspetto d’un

bighellone: — Figliuolo mio, — rispose Michele con dolcezza — ti

comprerò volentieri un po’ di pane, perchè tu mi dici che sei digiuno;

ma o non potresti guadagnartelo? Tu mi sembri sano e robusto.

— Che cosa volete? — rispose l’accattone — lavorerei, ma non so far

nulla; esco ora dal militare, e senza avere imparato un mestiere non

trovo chi mi pigli; per bardotto ho troppa età; a casa mia son più

tribolati di me; qui non conosco nessuno....

— I’ voglio credere a quel che tu dici — soggiunse Michele, — ma non

ti stancare a cercare lavoro, perchè alla fine chi ha voglia davvero

lo trova. — E mentre andava innanzi per arrivare alla bottega d’un

fornaio, scòrse per terra una quantità di fiocchetti di lana tra

le fessure delle lastre, perchè in quel luogo i tintori sogliono

distendere al sole la lana lavata per farla asciugare. Allora spiegò

il suo fazzoletto, e disse all’accattone: — Fammi intanto un servizio;

raccogliamo questi fiocchetti; nissuno li gode, se non fossero le

rondini per portarli nel loro nido. — E tornando anche addietro,

e rifrustando per tutto, in poco d’ora tra lui e l’accattone, che

attonito lo seguiva, n’ebbero pieno quel fazzoletto. — Ecco, — disse

dipoi Michele al compagno — di questa lana, non foss’altro rivendendola

ad un cenciajuolo tu puoi prendere almeno un par di soldi: tanto pane

per domattina: ecco la ricompensa della tua fatica; è un mestiere

facile; e così puoi raccogliere fogliucci, ossi, pezzi di cuoio,

di ferro, di latta; insomma per ora puoi fare lo spazzaturaio non

sapendo che altro. — Intanto giunsero al forno, e comperatogli il

pane, Michele aggiunse: — Porta pur teco il fazzoletto: me lo renderai

a tuo comodo; — e dettogli dove egli stava di bottega, lo lasciò con

Dio. L’accattone, fosse egli o no disgraziato ed onesto come dalle

sue parole poteva credersi, fatto sta che fu puntuale a riportare il

fazzoletto, e che fino da quel giorno avendo deliberato di non far più

la vita del vagabondo, s’appigliò al consiglio di Michele. Questi gli

prestò allora un canestro per raccogliere le spazzature, gli procacciò

un luogo da farne deposito, e lo vide poi sempre industriarsi in quel

modo e ricavarne onesto campamento.

Ma vediamo una volta questo buon vecchio a casa sua, poco tempo prima

ch’egli morisse, ed assistiamo ad una conversazione tra lui e la sua

famiglia.

Racconti popolari · 第 28 / 35 题