VII. — Una veglia in Camaldoli.

È una sera di verno: Michele, eccolo là seduto a scranna, accosto al

bischetto di Santi suo figliuolo, che lavora di calzolaio. Il vecchio

ha già passato la settantina, ma li porta bene; posa le mani sul pomo

della mazza, e appoggia il mento sopra le mani; ha i capelli bianchi,

ma lunghi e folti; è piuttosto secco e col viso pieno di grinze, ma le

carni sono ancora sodette e bronzine; gli occhi scintillano come quelli

di un giovanotto, ed ora sorride, ora parla con piacevole posatezza;

non è sordo, non gli manca un dente...; insomma è un uomo ferrigno[283]

e rubizzo, che ha saputo conservarsi bene con la temperanza; e di verno

ei non ha mai bisogno di fuoco; non può vedere i veggi, specialmente

nel letto; e dice che sono fatti per gl’infingardi e per chi vuole

avere in casa un incendio.

Accanto a lui siede la Teresa, moglie del suo figliuolo, donna di circa

trentacinque anni, non bella, ma con sembiante pieno di dolcezza e

con tutto il senno di una buona massaia; fa poche parole, ma buone;

veste sempre di roba ordinaria, ma linda; e non alza gli occhi di

sul lavoro se non quando parla il vecchio Michele. Dall’altra parte

vi è l’Isabella, figliuola della Teresa, giovanetta leggiadra, vispa

e modesta, abile tessitora di seta, e piena di attenzioni verso il

nonno. Per non istare in ozio la sera quando non si può tessere, cuce o

rimenda per casa, o si prepara il corredo.

Santi poi è sempre lì al suo bischetto a cucire le scarpe. Chi volesse

dipingere la giovialità e la salute, dovrebbe fare il suo ritratto.

Figuratevi un pezzo d’uomo tarchiato, piuttosto grasso, pieno di

robustezza, col volto quasi sempre ridente, le carni bianche e rosse, i

capelli neri e ricciuti, gli occhi tutto fuoco, i denti bianchissimi e

la voce sonora.

Andrea, giovine pigionale e amico di casa, vi capita ogni sera per un

par d’ore; si mette di faccia al vecchio ed accanto a Santi. Andrea è

piuttosto serio e taciturno, non però zotico nè sgarbato; anzi, le sue

maniere sono affettuose, ed ha sempre un rispettoso contegno. I suoi

lineamenti sono regolari, il colorito sano, e il personale ben fatto.

Dal vestito coperto di peli e di lische,[284] si conosce che fa il

linaiuolo; ed anch’egli, per non perdere il tempo, si prova a cucire

le scarpe, e così va dietro a quella buona massima «Impara l’arte e

mettila da parte.» Se una volta o l’altra il suo mestiere non gli desse

più il pane, s’ingegnerebbe con quello del calzolaio.

Spesso vi suole essere in conversazione anche Angiolino, figliuolo

minore di Santi: ha nove anni; è vegeto, robusto, vivace, e qualche

volta farebbe il diavolo a quattro, se una parola del nonno o dei suoi

genitori non bastasse a frenarlo; dagli occhi neri e sgranati traluce

l’acutezza della mente; e la faccia sempre aperta e serena dà indizio

d’ingenuità e di buon cuore. Ha in mano un libro: legge benino; e

quand’è in conversazione, fa la sua lettura a voce alta. Tutti vi

stanno attenti, e spesso il vecchio lo interrompe con qualche utile

osservazione. Così Angiolino fa una parte d’importanza; ma non se

ne investe come farebbe un ragazzo vanesio. Va a scuola al Reciproco

Insegnamento,[285] e spesso è premiato con buoni libri, che sono quelli

che di mano in mano legge alla famiglia.

— La felicità? — diceva Andrea — e dov’è la felicità? io ne conosco

una sola — e guardava l’Isabella; — ma che tutti la possono avere la

felicità che m’intendo io? I’ veggo tante miserie ogni giorno, ch’e’ mi

par proprio d’essere in un mondo di disperati. Nè anche i signori sono

felici!...

— Anzi, — soggiunse Santi ridendo, — i’ non ne conosco uno che non

si rammarichi sempre d’un visibilio di molestie, e che specialmente

non triboli a camminare; vogliono le scarpe troppo attillate e poi si

lamentano meco de’ piedi sciupati.

— Ma prima di ragionare, — disse il vecchio, — leggiamo avanti. A te,

Angiolino: — e Angiolino leggeva:

«Se l’uomo non potesse mai essere felice, si direbbe che non fosse

stato creato da quella Divina Sapienza, che governa tutte le cose.

Esaminate la magnificenza e l’ordine dell’universo. Le stelle brillano

sempre con lo stesso splendore; il sole ogni giorno c’illumina, e

la luna segue eternamente il suo corso. Vedete poi il giro delle

stagioni, la perfetta struttura delle piante, l’istinto degli animali

per conservare la loro specie; e riflettete come i venti, le pioggie,

le nevi, le stesse tempeste purghino l’aria, fecondino le campagne,

e rendano più vigorosa la vegetazione delle piante e la vita degli

animali. L’uomo, che è la creatura più intelligente, non può esser nato

per vivere a caso, o per languire nell’avvilimento e nella miseria.

Iddio ci ha collocati sopra la terra perchè tutti viviamo, perchè tutti

godiamo dei suoi benefizii, e perchè siamo sempre più felici, facendo

buon uso dei beni che Egli ci ha compartito.»

Michele fece fare ad Angiolino una pausa, e guardando Andrea: — Ora che

cosa ne dici? —

— Va tutto bene, — rispose; — lo so anch’io che tutti, adempiendo i

nostri doveri, possiamo sperare d’essere felici, e di migliorare il

nostro stato; ma qual’è la felicità che deve toccare a noi? Forse

quella di campare senza pensieri, come i fagiani delle Cascine?[286]

Veggo che chi non ha quattrini sta male; chi ne ha troppi, il più delle

volte sta anche peggio....

— Male, figliuolo mio, — interruppe Michele, — male se tu fai

consistere la felicità solo nei quattrini. Che cos’è la ricchezza? Uno

che guadagna tanto da vivere, è più ricco di chi ha mille scudi il mese

e ne spende mille uno o vorrebbe averne duemila.

— È vero; non dico questo, — riprese Andrea; — ma in somma nessuno è

contento: chi si rammarica della troppa fatica, e chi è ammazzato dalla

noja non avendo da fare o perchè non sia stretto dal bisogno o perchè

gli manchi la voglia.

— Ho capito, — replicò Santi; — la felicità è come il giudizio: la

viene a quarti d’ora. Per un giorno di bene un anno di guai.

— Piuttosto direi che la felicità possa dipendere dal giudizio, — disse

la Teresa. — Per me chi ha più giudizio è più felice.

— Lo credo anch’io! — soggiunse con timidezza l’Isabella.

— Ma alle volte, — rispose Andrea sospirando, — alle volte si trova

più felicità a dar retta al cuore, che a lasciarsi governare dal

giudizio. —

Michele disse allora: — O che il cuore e il giudizio non hanno a andare

d’accordo? Anzi credo che chi si lasciasse trasportare dal cuore senza

governarsi colla riflessione, spesso rischierebbe di diventare infelice

e di fare infelici anche gli altri. Puta caso, un padre di famiglia

spenderà tutto il suo per saziare le voglie, i capricci, l’ambizione

della moglie e dei figliuoli: e’ si dirà ch’ei lo fa per buon cuore;

ma si può anche dire ch’ei non abbia giudizio, perchè non pensa alle

malattie, non pensa che morto lui la famiglia rimane povera.... Val più

un po’ di risparmio, un po’ di previdenza, anche a costo di privarsi

di qualche cosa, che una condiscendenza fuori di proposito. Quel

giovine vuol bene ad una ragazza, e crederò che il buon cuore lo faccia

risolvere a sposarla presto; ma se i suoi guadagni non sono ancora

buoni e sicuri, non sarà meglio che aspetti un poco, invece di andare

a rischio d’aver figliuoli senza la possibilità di mantenerli e di

educarli come si deve? Nello stesso tempo io credo che un uomo senza

buon cuore, ancora che abbia molto giudizio, non possa godere un’ora di

vero bene.

— Dunque, — soggiunse Andrea, — non sbaglio io; la felicità viene dal

cuore.

— Purchè la vada d’accordo col giudizio.... — ripetè Michele. — O

andiamo avanti, Angiolino. —

«Ma siccome l’uomo non è perfetto, così egli non può godere di una

felicità senza limiti. L’uomo ha bisogno di occuparsi, di migliorare

sempre sè stesso e le cose sue, e di superare i pericoli ai quali

è esposto. Se si ritrovasse ad essere felice senza niuna fatica,

correrebbe rischio di diventare fiacco, vile, egoista ed avaro; ma

nel compiere costantemente il proprio dovere, l’anima si nobilita

e ringagliardisce. Il pretendere d’essere felici come gli Angeli, è

una pazzia; nello stesso modo che sarebbe delitto ridurci a vivere

come bruti. Restiamo volentieri nella condizione d’uomini, e in essa

troveremo la felicità che ci spetta. Quindi non ci affliggiamo d’esser

privi di quelle cose che non possiamo avere. Alla fine, del bene ve n’è

per tutti. Un povero pastore non ha idea delle comodità dei ricchi; ma

e’ possiede le sue proprie, delle quali i ricchi non goderanno giammai.

Lasciamo stare se sia meglio esser nato pastore che uomo ricco, giacchè

ambedue possono esser felici a modo loro; ma intanto è cosa certa

che il pastore potrà arrivare alla felicità più presto del ricco, e

che l’uno è meno esposto ai gravi pericoli e agli strani precipizj

dell’altro. Siccome Iddio non ha voluto che la felicità sia solamente

privilegio di pochi, perciò per esser felici non è necessario possedere

le ricchezze e nascere in alto stato. Il bene non consiste in queste

cose. Anch’esse possono procacciarlo, ma ad una condizione rigorosa;

ed è quella di non lasciarsi sedurre dall’oro o dal potere; di saperne

fare buon uso, e di moderare i desiderj: cosa difficile, perchè la

ricchezza e il potere hanno attrattive molto pericolose sugli uomini, e

diventano tribolazione e miseria per chi li vuole acquistare con modi

poco onesti, per chi si crede di doverli possedere a preferenza degli

altri, o per chi non se ne sa approfittare a vantaggio del prossimo. Si

pena poco a voler troppo, a scordarsi degli altri, a incorrere nelle

disgrazie dalle quali è salvo chi vive nella mediocrità, chi nasce

oscuro, chi non si lascia rodere l’anima dall’invidia; e le cadute dei

grandi sono più micidiali perchè sono fatte dall’alto.»

— Vero, verissimo! — esclamò Santi. — Mi ricordo io d’aver fatto

gli scarpini da Corte ad uno che ora ha un dicatti di scantonare i

chiassuoli. E allora faceva il gallo[287] con tutti; aveva sotto di

sè un visibilio di gente, e comandava a bacchetta; e guai a chi avesse

avuto che dire con lui! e’ ne fece anche a me di quelle.... Basta, se

ora m’intoppa, fa il viso rosso.

— E tu voltati; o soccorrilo se ti chiede misericordia, — interruppe

Michele, — o compiangilo; e fa’ ch’ei non s’accorga d’essere

riconosciuto da chi può farlo arrossire: se è reo, lascia che lo

giudichi Iddio; e pensa che se tu fossi stato nei suoi piedi, potresti

aver fatto anche peggio. Ringrazia piuttosto il Cielo che non corri

pericolo di patire umiliazioni così dolorose.

— Avete ragione, — riprese Santi tutto commosso; — fece compassione

anche a me, quando lo vidi la prima volta. Mi pentii d’averlo guardato

dall’alto in basso; non avevo mai avuto una giornata così malinconica

come quella.

— E tu a che cosa pensi? — scuotendo Andrea che se ne stava a capo

basso, e pareva immerso in profondi pensieri.

— Io, — disse Andrea, — io mi lambicco il cervello per trovare cosa vi

vuole ad esser felici.

— Dimmi, Andrea, — soggiunse Michele, — quando sei proprio contento di

te stesso, ti par egli allora d’esser felice?

— Sì; ma che si può esser sempre contento? E poi, chi sa quali sono per

l’appunto le cose che ci possono fare stare più contenti?

_Michele._ Quando hai fatto il tuo dovere, per esempio, sei tu contento?

_Andrea._ Sì; ma non ci potrebbe essere qualche cosa che mi rendesse

più contento che mai?

_Teresa._ Ma se voi siete incontentabile, lo credo anch’io, non potrete

mai esser felice!

_Andrea._ Diamo che oggi la mi vada bene per aver fatto il mio dovere a

bottega. Domani mi ammalo, e non posso più lavorare.... sono io felice?

_Michele._ Convengo che per esser felici vi voglia anche la sanità; ma

dimmi un poco: se la tua malattia è venuta per disgrazia, avrai tu il

rimorso d’essertela procurata con gli stravizj?

_Andrea._ No; questo è naturale.

_Michele._ Intanto anche nel male che ci viene addosso v’è la sua

differenza, perchè il male voluto scotta più di quello che viene senza

nostra colpa. Avrai male; ma almeno la tua coscienza è tranquilla,

e non ti mancherà la forza di sopportarlo; non ti mancherà nemmeno

l’ajuto di chi ti vuol bene; guarirai più facilmente; acquisterai

maggior vigore per sopportare le nuove disgrazie.... Rammentati

che l’uomo è imperfetto, e non deve presumere d’ottenere perfetta

felicità.... Ma intanto eccoti sano; e se alla tua sanità unisci quella

tranquillità di coscienza, che ti faceva sopportare con rassegnazione

la malattia, di che cosa avrai tu da lagnarti? Ora, in conclusione, la

salute e la pace dell’anima, non le possiamo aver tutti?

_Santi._ Senza dubbio. E anche dico io che una fa bene all’altra.

Quando non ho nulla da rimproverarmi, mi par d’essere l’uomo più felice

di questo mondo.

_Andrea._ Ma queste due cose non bastano; perchè con tutta la mia

salute e con la coscienza tranquilla potrei aver la tasca pulita, e

patir la fame. In oggi chi fa l’uomo onesto è un miserabile; tutti

tirano ad ingannare il prossimo, e a levarsi il pane di bocca l’un

l’altro!...

Le donne e il vecchio fecero un atto di disapprovazione, e Santi

battendo il martello sul bischetto esclamò infiammato:

_Santi._ Questo poi non è vero! Tu l’hai a lasciar dire a chi accusa

gli altri per discolpare sè stesso, a chi vuol mangiare a ufo, a chi

vuole scorticare i fratelli, a chi fa capitale delle disgrazie, delle

imprudenze o della dabbenaggine del prossimo. Un uomo che lavora tutta

la sua giornata, che non getta il guadagno nell’osteria, che cerca, se

può, di risparmiare qualche cosuccia pei bisogni straordinarj, che non

si rovina col giuoco, oh! lo trova il modo di campare onestamente. Non

potrà scialare, ma non morirà mai di fame.

_Michele._ E poi, come potresti esser contento di te, se tu non avessi

fatto il tuo dovere? E facendo il tuo dovere da onesto bracciante, che

è quello di lavorare, è certo che tu guadagni.

_Andrea._ Se ci fosse sempre il lavoro!...

_Michele._ Prima di tutto, a chi ha voglia e capacità il lavoro

non manca mai. Se per disgrazia un maestro è obbligato a mandar via

qualche garzone, fa sempre di tutto per conservarsi i più onesti e i

più capaci. E se poi fossero licenziati anche loro, quando hanno buona

reputazione, trovano facilmente un’altra bottega; e se non la trovano

subito, qualcheduno li ajuterà. Ma convengo che per dire d’esser

felici, oltre alla sanità e alla pace dell’anima, ci vuole un guadagno

sicuro e sufficiente a provvedere ai nostri bisogni.

_Santi._ E tu vedi bene che queste cose vengono una dietro l’altra. Per

lavorare ci vuol salute; la salute si mantiene coi buoni costumi; il

lavoro, la salute e i buoni costumi ci assicurano il pane e ci danno

modo di risparmiare; e quando non ti manca da mangiare ed hai l’animo

in pace, tu sei contento. Allegri dunque, e coraggio! Ma a quel che

veggo non sei ancora persuaso. Che cosa vorresti di più?

_Andrea._ Le malattie, avete detto, possono esser volute, e allora

peggio per chi le ha; ma quando le vengono per disgrazia? Un muratore

che caschi dalla fabbrica, e si rompa una gamba....

_Michele._ Hai ragione. L’uomo è sempre sottoposto alle disgrazie; ma

v’è il modo di prevenirle....

_Andrea._ Come volete che io faccia a prevenire una caduta?

_Michele._ Non dico questo, sebbene la prudenza possa far molto; ma

in ogni caso non ti ricordi che cosa leggemmo sere sono sulla Cassa

di risparmio? Metti assieme anche un soldo per giorno, e avrai una

sommerella da parte, che basterà spesso a rimediare alle tue disgrazie.

E se le disgrazie non vengono, i frutti del tuo denaro potranno

servirti a migliorare il tuo stato, a dare una buona educazione ai

figliuoli, e ad assicurarti una vecchiaja tranquilla.

_Andrea._ Voi dite bene; ma poniamo il caso che una disgrazia mi

venga presto, e quando non ho che pochi paoli[288] nella Cassa di

risparmio?....

_Isabella._ Per carità, non fate tanti casi disperati!

_Santi._ Lascia dire, perchè la risposta viene a proposito.

_Teresa._ Se ci fosse stato l’altra sera, non farebbe una domanda come

questa.

_Andrea._ Sentiamo la risposta. Dev’esser bella davvero se vo’

m’insegnate il modo di rimediare alle disgrazie d’un bracciante, che

per un pezzo non potrà lavorare.... So anch’io che lo Spedale e il

Reclusorio sono fatti pei poveri; ma....

_Michele._ Lasciamo star queste cose. La risposta che ti darò sarà

buona; ma non ti credere ch’e’ sia un rimedio caduto giù dalle nuvole,

e bell’e pronto. In queste cose non bisogna figurarsi miracoli. Non si

tratta di fortune prodigiose, di tesori nascosti. Ora dobbiamo studiare

un espediente per prevenire la miseria, per rimediare alle disgrazie

impreviste, per assicurarsi il pane nella vecchiaja, per migliorare

il proprio stato. E questo espediente deve sempre essere fondato sulla

previdenza e sul risparmio, ma in un modo più efficace di quello della

Cassa di risparmio. Per ora è un disegno, ma che potrebbe riuscire a

bene, basta volere. E sta a noi a farne la prova. Ora ne giudicherai da

te stesso.

Andrea stava ad ascoltare attonito, ma poco disposto a credere.

— Angiolo, — seguitò Michele, — to’ su il libro che parla delle

_Società di Soccorso scambievole tra gli operaj_,[289] e leggi di dove

feci un segno coll’unghia. —

Andrea, scotendo il capo, disse allora sottovoce: — Finchè sono cose

scritte nei libri, ci ho poca fede. Saranno belle; ma chi vi pon mano?

_Michele._ Ho detto che tocca a noi; e sostengo che se vogliamo,

possiamo. Abbi pazienza, ed ascolta. —

Angiolino lesse:

«Gli operaj sono sottoposti a perdere il pane a motivo della

mancanza di lavoro, delle malattie, della vecchiaja e delle disgrazie

impreviste. Vi sono già le Casse di risparmio che rimediano a molti

guai: ma non tutti coloro che vi ricorrono, possono avervi depositata

una somma bastante a provvedere ad una necessità inaspettata; non tutti

possono aver cominciato tanto presto a depositare i loro risparmj, da

mettere insieme una somma, che dia un frutto sufficiente per farsi le

spese nella vecchiaja. Ora, i buoni operaj, hanno immaginato le _Casse

o Società di previdenza o di soccorso scambievole, ossia Compagnie

contro le disgrazie della vita_; e a un dipresso in questo modo.

«Ogni operajo che ha una giornata sicura, per quanto guadagni poco

ed abbia famiglia, se vuole, può levare un soldo il giorno dal suo

salario, e depositarlo nelle mani di un onesto cassiere. Già parecchi

sono quelli ai quali riesce di depositare ogni settimana nelle Casse di

risparmio anche una somma molto maggiore di sei soldi.

«Quando il numero dei contribuenti passa i dugento, la società può

soccorrere, finchè il bisogno lo richiede, quei socj che si ammalano

o quelli che non hanno lavoro, o assicurar loro una pensione per tutta

la vecchiaja. Se un operajo che sia stato ammesso alla società, non può

più guadagnare per malattia o per mancanza di lavoro, con pochi soldi

ha acquistato il diritto di godere, finchè sarà necessario, di un tanto

il giorno, e d’aver medico e medicine pagate; e se non ha famiglia,

sarà custodito in casa sua dai suoi compagni, senza bisogno d’andare

allo spedale. Ancora che per venti anni di seguito un operajo abbia

depositato nella cassa della società tanti soldi da fare una somma di

sole tre o quattrocento lire, con questo piccolo capitale ha diritto di

godere una pensione di cinquanta lire il mese, e anche più, secondo il

numero dei socj. Il piccolo capitale di quattrocento lire gli frutta

allora come quello di quindicimila al quattro per cento. Una società

che incassi trecento lire il mese può dare sei pensioni di cinquanta

lire l’una.

«La società destina un certo numero di persone che, senza pregiudizio

del loro tempo, debbono andare per turno a visitare i socj malati,

e, se è necessario, ad assisterli, ed accompagnare i defunti alla

sepoltura ec.

«Pel buono andamento della società è necessario che tutti i suoi membri

sieno scelti tra gli artigiani più onesti e più sobri.

«I malati per effetto di stravizj o di colpevoli risse, non sogliono

essere ammessi al benefizio dei soccorsi, o vien loro restituito col

debito frutto il denaro che hanno depositato nella cassa, e rimangono

esclusi dalla società; la quale tra le persone più specchiate ne deputa

alcune per giudicare di questi casi.

«Il socio che senza un’assoluta impossibilità dipendente da

straordinarie cause nelle quali non abbia nessuna colpa, non paga

per due o tre mesi la sua tassa, perde la somma che può aver già

depositato, e rimane escluso dalla società e dai diritti che aveva

acquistati.

«La medesima persona alla quale riesca di fare maggiori risparmj di

quelli che occorrono per pagare la sua tassa, può nello stesso tempo

depositare il superfluo nella Cassa di risparmio, o appartenere a due o

tre di consimili associazioni.

«Il marito e la moglie possono appartenere ciascuno alla medesima

società, pagando ambedue la tassa, o a due società diverse, e

procacciarsi così il mezzo di passare insieme la loro vecchiaja senza

patimenti e senza le umiliazioni della povertà.

«Le più facili a istituirsi fra tali società sono quelle che provvedono

principalmente alla vecchiaja, e non sarebbe male incominciare da

queste.

«L’esperienza ha già dimostrato in Francia e in Italia quanto sieno

utili; e non v’è da temere che la quantità dei pensionati le mandi

in rovina: prima, perchè niun contribuente è obbligato ad aumentare

la tassa, sia piccolo o grande il numero delle pensioni da darsi;

quindi perchè per lo più questo numero è piccolo in confronto a quello

dei contribuenti. Una società di questo genere composta di dugento

cinquanta artefici, tra maestri di bottega, garzoni e fattorini, non

giunge ad aver mai più di otto pensionati, cioè neppure uno su trenta.

«Quando si sono trovati tanti socj, che bastino a mettere in piedi

un’associazione di questo genere e che abbiano tutte le condizioni

richieste per renderla stabile e veramente morale, le difficoltà

principali da superare stanno nello scegliere gli ufficiali, nel fare

il regolamento, nell’assicurare l’utile d’ogni socio e nel far fruttare

convenientemente il denaro che avanza. Uomini o inesperti o tuttodì

occupati non possono provvedere a queste cose. Dunque è necessario

che vi pongano mano i maestri di bottega più istruiti, i capi dei

traffici, i fondatori e i direttori di altre società caritatevoli.

I capi d’arte specialmente sapranno stabilire e regolare siffatte

associazioni, e troveranno in esse molti mezzi per migliorare lo

stato dei loro sottoposti, per affezionarseli maggiormente, e per

renderne più corretti i costumi. Essi conoscono più d’ogni altro i

bisogni, i difetti, la possibilità degli operaj, e possono offrir

loro una opportuna sicurezza per la custodia e pel giro dei capitali.

Nonostante bisogna che uno cominci; e sia chi si voglia, purchè uomo

onesto, il suo zelo e i suoi tentativi potranno fare un gran bene al

prossimo. Noi ne abbiamo già un bellissimo esempio nella Compagnia

della Misericordia; e le antiche nostre corporazioni delle arti e

dei mestieri (lasciamo stare le ragioni per cui furono soppresse)

provvedevano a un dipresso con questo mezzo ai bisogni degli operaj più

poveri e di quelli che rimanevano colpiti dalle disgrazie. Possedevano

inclusive terre e case, e adoperavano in tali opere di carità una buona

parte delle rendite di questi beni. Anche adesso, se non tutti, almeno

molti mestieranti hanno la buona usanza di assistersi scambievolmente;

e un cappellajo, per esempio, che per qualche disgrazia rimanga privo

di lavoro, o vada a cercarne da una città in un’altra, trova soccorso

nei suoi compagni. Ma questo è un soccorso sempre incerto, e mancano

i regolamenti che sarebbero necessarj per provvedere al vero bisogno,

e per isfuggire il pericolo di assistere chi non lo merita, e di

fomentare l’infingardo ed il vagabondo. Nonostante, quest’assistenza

tacita, spontanea, indipendente da ogni patto e da ogni obbligazione,

mostra la buona indole dei nostri operaj, e sarebbe preferibile a ogni

altro metodo; ma non può sempre porgere aiuti costanti e corrispondenti

ai bisogni; indi per lo più è tutta a carico di pochi, e va a rischio

di mantenere gli abusi. Alla fine l’istituzione d’una di queste società

non toglie che altri assista come gli pare e piace gli amici e i

compagni. Il buon esito di una società che provveda ai bisogni della

vecchiaja, farebbe nascere il desiderio di istituirne altre consimili,

le quali in varj modi migliorerebbero l’economia domestica e la

moralità della classe manifattrice.»[290]

— Basterà per istasera, — disse Michele ad Angiolino. — Ora puoi andare

a letto. — Indi volgendosi ad Andrea: — Ecco a un dipresso come si

potrebbe rimediare alle nostre disgrazie. Mancherà ora chi voglia farne

la prova e dare un esempio anche tra noi? Io spero che non passerà

gran tempo che vedremo istituita la società di soccorso reciproco tra i

calzolaj. Intanto il mio figliuolo ed io daremmo subito un pajo di lire

al mese per ciascheduno; che cosa ne dici? —

Andrea approvò il pensiero, ed esclamò: — Dio volesse che una società

come questa fosse già fatta! Anch’io sarei per uno. Ma chi comincia?

— Subito che fuorivia lo fanno, e se ne trovano bene — aggiungeva

Santi, — perchè non s’ha a poter fare anche qui?

— E poi — ripetè Michele — ricordatevi che non si può nè anche dire

che sia cosa nuova per noi. Nei tempi antichi c’era anche più di

questo; e l’unione tra gli operai non solamente era giovevole alla loro

prosperità domestica, ma potevano ancora accumular denari per opere di

pubblica magnificenza, come fece l’_Arte della Lana_ che sostenne le

maggiori spese per la fabbrica del Duomo, e tutte le altre che fecero

fondere e scolpire le belle statue di bronzo e di marmo, che sono nelle

nicchie di Orsanmichele.

— Oh! ma quelli erano altri tempi, — diceva Andrea sospirando.

— E ora chi dice di fare un’altra cupola? — soggiunse Michele; —

si tratta di assicurare il campamento di qualche povero vecchio, di

prevenire la miseria, di migliorare il nostro stato, di trovare almeno

il mezzo di morire in pace in casa nostra, piuttosto che andare a

chiedere l’elemosina o chiuderci in un ospizio di mendicità, o finire

una vita tribolata nello spedale. E poi, cominciamo, non ci lasciamo

sgomentare dalle difficoltà e dalle dubbiezze; proviamo, se non

foss’altro. Lasceremo noi dire che ora non siamo capaci d’immaginare

un’opera buona o di condurla a fine? Ci sono tante compagnie religiose,

che si reggono da lungo tempo! e anche in quelle si paga; forse meno,

è vero; ma a tener di conto di tante spesicciuole traverse, e per lo

più superflue, in capo all’anno si farebbe una bella somma! E nello

stabilire una società di scambievole soccorso, credete voi che la

religione non debba avervi la sua parte? E ve l’ha naturalmente, perchè

questo è il miglior modo di esercitare la carità cristiana, perchè è il

più utile al maggior numero, e perchè deve reggersi sui buoni costumi

e tener cura della morale. La miseria, voi lo sapete, è una causa di

molta depravazione. Dite: un figliuolo che fosse esatto a pagare la

sua tassa alla compagnia, pel calo del torcetto alla processione, per

la festa al tabernacolo, pel desinare ec., e che sapesse fare la sua

bella figura sul banco del Governatore, ma che poi non volesse aiutare

suo padre invecchiato nella fatica, e lo lasciasse andare a chiedere

l’elemosina o a chiudersi in Montedomini, vi parrebbe egli un buon

figliuolo, un vero cristiano codesto? Non direste che egli fa quelle

spese più per ostentazione che per zelo religioso? Ma io non voglio

fare la predica. Siete persuasi della bontà della proposta? bisogna

cominciare a metterla ad effetto. Meno parole e più fatti. Aggiungerò

solamente, ma non per voi, che molti i quali crederanno di non si

potere obbligare a un tanto la settimana o a un tanto il mese per

questa compagnia, troveranno un mezzo paolo ogni venerdì pel giuoco

del lotto. Se a codesti disgraziati si dicesse: Che cosa preferite; un

terno al lotto, promesso tante volte e non ottenuto mai, e se ottenuto,

cagione spesso di molti altri inconvenienti; ovvero una pensione

anche di sole trenta lire per tutta la vostra vecchiaja? Credete voi

che dubiterebbero nella scelta? Andiamo, andiamo! Io spero che presto

vedremo prosperare in gran numero anche fra noi queste nuove società

di soccorso scambievole tra gli operaj; che tutti si persuaderanno

della loro utilità, e che ne verrà un notabile miglioramento nei nostri

costumi. —

Tutti applaudirono alle parole del vecchio, e Andrea esclamò: — Domani

voglio parlarne subito al mio maestro di bottega; so che gli piacciono,

queste cose!

— Benissimo! parlatene subito. — esclamarono le donne.

E Andrea, data la buona notte, un’occhiata amorosa alla fanciulla e una

stretta di mano a Michele ed a Santi, tornò a casa più contento del

solito, e impaziente di conferire col suo maestro di bottega intorno

alle cose che aveva udito.

Racconti popolari · 第 29 / 35 题