Il consiglio di maestro Nicodemo fu seguito da Pippo, e presto se ne
trovò bene, perchè era lo stesso che secondare le inclinazioni della
propria natura; ed anche le assuefazioni prese nell’infanzia gli
giovarono molto. I suoi dipinti di paese copiati dal vero nei più bei
luoghi dei contorni della città, piacquero ed ebbero smercio, ed egli
incominciò a guadagnare. Allora in poco tempo apprese a disegnare sopra
la pietra, e anche in quest’arte fece subito buon avanzamento.
Sopraggiunse intanto a sua madre un soccorso inaspettato. Quell’onesto
merciajo che aveva preso la bottega, ed era entrato nelle ragioni
del suo marito col darle in cambio un modico assegnamento giornaliero
sua vita durante, morì lasciando ben provvista la propria famiglia, e
facendo a favore della Carolina un legato di seicento scudi, fruttiferi
al cinque per cento per sei anni, indi pagabili in due rate di semestre
in semestre a lei od a’ suoi eredi. Il qual nuovo assegnamento, in
aggiunta a quello del vitalizio, le assicurava una rendita di circa due
lire il giorno, da poter meglio provvedere ai suoi bisogni. Figuratevi!
le parve d’essere arricchita. S’era trovata a dover campare a stento
sè e il figliuolo con pochi soldi, ed ora ecco che il figliuolo
guadagnava, ed essa poteva mettere in serbo qualche avanzo di denaro
per la vecchiaja, poteva preparare al figliuolo un rinfranco.[214] Non
vi so dire quante benedizioni all’onesto merciajo!
Bensì le male lingue, al solito, non rispettarono la memoria di
quell’uomo. Parecchi sapevano che il marito della Carolina era
divenuto avaro e che faceva l’abominevole mercato dell’usura, e perciò
supponevano che avesse dovuto lasciare morendo molti quattrini. Niuno
sapeva in qual modo gli fosse stato rapito lo scrigno. Or dunque,
secondo loro, il merciajo, sebbene nel prendere sopra di sè la bottega
e la tutela degli interessi della Carolina fatto avesse ogni cosa
in regola con l’assistenza d’un procuratore, doveva aver trovato in
qualche ripostiglio della bottega chi sa che ricco bottino! e se l’era
fatto suo senza veruno scrupolo. Se non che, in punto di morte, gli
scrupoli e i rimorsi eran venuti: ed ecco che per andare all’altro
mondo con la coscienza meno macchiata, aveva preso l’espediente di
restituire alla vedova una parte almeno di quello che appartenuto
le sarebbe. Costoro non rammentavano che il merciajo aveva saputo
sempre condurre assai bene le proprie faccende, senza mai mettere in
mezzo il suo prossimo; e che appena ebbe acquistato la bottega del
tabaccajo le rese il credito, ebbe sempre molti avventori, e vi fece
abbondanti guadagni. Ma lasciamoli dire. Fatto sta che il buon merciajo
chiamò legataria la vedova di Giuseppe per sola carità di lei, carità
gentilmente fatta in sembianza di gratitudine, chè questa appunto era
la ragione del legato addotta nel testamento, col quale ei confessava
che lo smercio della bottega di tabaccajo lo aveva molto avvantaggiato.
Ma per disgrazia il più delle volte si stenta a credere che gli
uomini possano nutrire generosi sentimenti ed essere capaci di buone
azioni. Oh fossero meno frequenti le azioni malvagie quanto son vere
le buone! Saranno; ma anche quanto rare in confronto delle altre!...
E chi presume di conoscerle tutte? le più e le più belle rimangono
occulte. La carità vera, la magnanimità vera, la virtù vera non vanno
a dire a tutti: io ho fatto questo, io ho fatto quest’altro. Anche le
malvagità occulte sono infinite, e in assai maggior numero, e spesso
più inique delle palesi.... Sarà; ma che rimangano sempre occulte, come
può avvenire delle opere buone, è per lo meno assai dubbio. Chi è che
possa dire di non aver prima o poi, in un modo o nell’altro, pagato
il fio delle sue colpe, e anche al cospetto degli uomini? Non sempre
in un tribunale, non sempre in una carcere; ma davanti a qualcuno
sempre, o almeno assai di rado davanti alla sola propria coscienza.
E per questo il male, non solo è, ma assai più che veramente non sia,
comparisce maggiore del bene, e accresce la diffidenza nei sospettosi,
l’audacia nei malvagi la perfidia negl’ipocriti, lo scoraggiamento nei
deboli. E noi badando più a querelarci dei colpevoli e a premunirci
contro i male intenzionati che a migliorare noi stessi e prevenire gli
errori di chi ha tanti incentivi, e massime l’ignoranza, il bisogno,
la seduzione, per commetterli, facciamo di tutto perchè sempre più il
vizio prevalga; come coloro che per paura, per egoismo o per pigrizia,
invece di porgere soccorso, fuggono d’accanto alla casa del vicino se
scoprono che in un de’ lati abbia preso fuoco, e poi dolorosamente si
lagnano, e la negligenza del povero vicino maledicono, se il fuoco s’è
appiccato anche alla casa loro. E siccome mi sta a cuore la riputazione
di quel merciajo buon’anima, voglio dir qui a chi già non lo sapesse, e
per non dimenticarmene dopo, che i tre assassini di Giuseppe, sebbene,
com’essi dicevano, avessero acquistato la protezione del bargello e
fossero divenuti ferri di bottega, tuttavia ne fecero tante altre,
che fu giocoforza catturarli insieme con molti dei loro compagni; e
i più andarono in galera, e alcuni in galera a vita; e tra questi il
più scellerato, il quale quasi per vanto narrava come avesse punito
Giuseppe dell’essersi sbrancato dalla sua comitiva, dopo aver fatto
la vincita del lotto coi denari rubati. Ed ecco un’altra osservazione
che poteva stare qui sopra; che, cioè, se non sempre la giustizia può
colpire i malvagi, essi trovano il verso di punirsi tra di loro, e
spesso assai più crudelmente che non farebbe un codice rigoroso. Già si
sa: gl’iniqui sono amici.... ma non profaniamo questa parola.... sono
collegati finchè hanno bisogno di reggersi l’un con l’altro per rubare,
assassinare, opprimere, calunniare, e via discorrendo. Aspettate che
quel bisogno finisca, o che uno soverchi l’altro, ecco la discordia,
gli odj, le contese, le stragi; e tal sia di loro, purchè non ne
patisca mai l’innocente pel reo! Oh! la fratellanza dei buoni, per
fare il bene che ognuno da per sè non potrebbe, è pur bella e pacifica
sempre e potente, e feconda di benefizi sempre maggiori!
Poichè la Carolina si fu trovata ad aver migliore stato, volle che
Pippo facesse per sè solo quell’uso ch’ei credeva dei propri guadagni,
potendosi ormai ripromettere ch’e’ non avrebbe sprecato il denaro in
spese superflue, e molto meno in fomentar vizj, ma sì adoperato per
avvantaggiarsi nell’arte. E infatti il giovane paesista, che aveva
conosciuto per tempo quanto sia biasimevole e calamitoso il contegno
di coloro i quali, incominciando per così dire, la propria educazione
pubblica nei caffè, addivengono sciocchi e spensierati, dissipatori
e libertini, s’era presto allontanato da’ male scelti compagni, e
si governava con senno. Piacevagli il conversare con gli studenti,
coi nuovi artisti, coi giovani d’ingegno, istruiti e bene educati,
e l’avrebbe sovente fatto fosse anche nei caffè in mancanza d’altro
luogo; ma di queste riunioni a modo suo, che sarebbero tanto utili
tra i giovani per istruirsi, per consigliarsi, per migliorarsi a
vicenda, o non ne trovava, o se di quando in quando se ne formavano,
la durata ne era brevissima a cagione di qualche imprudente che vi
suscitava contese e discordie. Nè eravi alcuno tra i primarj maestri
che accogliesse nello studio o in casa i discepoli e i loro amici,
e familiarmente conferendo con essi o dell’arte o degli studj che
all’arte si riferiscono, s’ingegnasse di coltivare il loro intelletto,
di accrescere la loro esperienza, di migliorare i costumi. Taluno
avrebbe ambito vedersi attorno una corona di giovani, ma per esserne
adulato e corteggiato; altri se ne stava sempre nascosto, quasi
temesse che le sue parole, i concetti, i consigli, gli ammaestramenti
potessero formare di quei giovani tanti emuli ansiosi d’oscurare la
sua fama, di pensare e d’operare, per dir così, a spese sue; ovvero
preferiva di farsi piaggiatore dei grandi e dei potenti, e umiliandosi
in faccia a chi superbamente ostenta protezione e promette favori,
s’alienava l’animo di chi avrebbe saputo meglio rispettare l’abilità
e l’ingegno, e ricambiare con verace affetto di riconoscenza la
familiarità generosa la quale se è usata verso animi gentili e
riconoscenti, non sminuisce l’autorità del maestro provetto, ed anzi
gli accresce merito e venerazione. In altri tempi, quando fiorivano
artisti di grandissima vaglia i discepoli non erano così segregati dai
maestri, ma sì e’ formavano tra loro quasi una famiglia, e studiavano
e lavoravano insieme, senza sospetti, senza invidie, senza servilità,
senza orgogli; e quelle erano scuole, non Accademie; di lì uscivano
artisti veri, e opere degne di sopravvivere ai loro autori. Come mai
da un branco di ragazzi appena curati da un maestro mediocre, posti
per più anni davanti a pochi modelli per copiarli svogliatamente,
chiassando tra loro, perdendo il rispetto ai maestri, consumando così
male il fior dell’età, come potrebbero uscirne alcuni bene educati
all’arte e bramosi d’esercitarla con decoro? E se poi quei giovani
che pur sarebbero da natura disposti a operare abilmente, rimangono
abbandonati a sè stessi, troppo raro è che non si guastino, e non
divengano presuntuosi e frivoli, e non si lascino anche traviare dai
cattivi costumi. Quelli poi che avrebbero bisogno di maggiori ajuti
e che non li trovano, vanno perdendo il tempo, tradiscono le speranze
della famiglia e della patria, e sono inetti o sventurati per tutta la
vita.
Pippo, essendo per avventura scampato da questo pericolo, potè a poco a
poco formarsi una buona riputazione; e approfittandosi del soccorso che
gli veniva dall’affetto materno, si propose di fare alcuni viaggetti,
intanto nel suo paese, per iscegliere i luoghi da ritrarre sulla tela
e poi sulla pietra secondo il suggerimento di Nicodemo. Egli aveva già
acquistato pratica e gusto nel bene scegliere le vedute da ricopiare; e
poi le pitturava con diligenza, con grazia, con maestria di colorito,
sicchè trovava smercio ai suoi quadri. Piaceva il concetto di dare
a conoscere in quel modo ai cittadini le naturali bellezze del loro
paese; e così Pippo s’andava formando riputazione d’abile paesista.
Studiava poi continuamente la storia, e si preparava a condurre lavori
d’assai maggiore importanza.
Una delle prime tra le sue gite più lunghe ei la fece in montagna;
ed essendo robusto, avvezzo a vita attiva e frugale, gli riescì
dilettevolissimo aggirarsi a piedi per quei luoghi alpestri, conversare
coi buoni montanari suoi ospiti, e conoscere a fondo i loro costumi
semplici e rozzi, vero modo per poterli meglio ritrarre. Più che
altrove si trattenne Pippo nella casa d’un contadino montanaro, posta
vicino a un grosso torrente, a boscaglie, a prati, a dirupi, a molte
e svariate bellezze di terre colte e selvatiche. Probo, industrioso e
cortese era quel montanaro, con poca famiglia, la moglie o la massaja,
una figliuola di diciotto anni, due ragazzetti, un suo fratello e
un garzone; tutti, a somiglianza del capoccia, onesti e amorevoli.
Accolsero volentieri il giovine pittore, purchè si adattasse, come
dicevano, a dormir male e a mangiare alla meglio. Pippo sapeva bene
adattarvisi, mentre poi in quella casa era molta più nettezza che nelle
altre, ed anco una certa abbondanza, la quale era meritata ricompensa
della industria e della fatica. Avevano essi un bel branco di pecore e
di capre ed alcune mucche, e per quei pascoli naturali delle praterie
montanine ne ricavavano latte squisito, buoni caci, ed eccellenti
ricotte e raveggiuoli. Il dolce frutto del castagno, il formentone,
il grano; in certi solatii[215] la vigna e gli alveari; una boscaglia
di querci per alimento dei majali; il pollame, e al bisogno la caccia
e la pésca, provvedevano alla varietà e alla copia dei cibi. Il clima
salubre, il lavoro, la pace domestica mantenevano l’appetito, la
sanità, la contentezza dell’animo. Il capoccia era uomo di costumi
patriarcali, severo pel mantenimento dell’ordine nel governo della
famiglia e nelle faccende, infaticabile, risoluto, assennato; ma nel
tempo stesso gioviale e affabile quand’era tempo di concedere riposo a
sè ed agli altri, e di godersi a sobria mensa nella casa o sul campo
i piaceri della famiglia. La massaja somigliava il marito, o s’era
a poco a poco assuefatta a imitarlo; la figliuola era savia, bella,
vispa, ingenua come i suoi fratellini, amorosa verso di tutti. Il suo
zio era il vecchio di casa, e qual fratello maggiore del capoccia,
a lui sarebbe appartenuto questo grado; ma poichè, quantunque fosse
buono e robusto lavoratore, non aveva mente svegliata, nè accortezza
pronta quanto il minore, così a lui cedeva l’autorità di comandare
e d’amministrare. Nondimeno gli era sempre serbato il primo posto, e
ognuno lo rispettava siccome anziano della famiglia; e da lui tutti
dipendevano quando il capoccia si assentava da casa per andare ai
mercati od altrove. Giovanni, il garzone, era con essi da molto tempo;
aveva poco più di venti anni: bel giovine, pieno di vigorìa, d’ardore
e d’abilità per le faccende campestri, sottomesso senza bassezza
ai suoi superiori, prudente e virtuoso, ma per lo più malinconico e
taciturno. Talvolta, in mezzo alla sua naturale e franca garbatezza,
alla sua docilità sollecita in obbedire, alla sua schietta riconoscenza
per l’amorevole contegno verso di lui di tutta la famiglia che ormai
lo teneva propriamente per suocera sembrato sdegnoso, o burbero ed
inquieto, quasi a fatica reprimesse qualche impeto di collera; e per
due o tre giorni compariva allora più malinconico del consueto, e se ne
stava più solitario. Della qual cosa accorgendosi gli altri, e credendo
di non avergliene dato cagione, o non sapendola riconoscere, alquanto
in sulle prime se ne affliggevano, ma poi si assuefecero a farne minor
caso, attribuendo quegl’intervalli di malumore alla ricordanza delle
sue passate disgrazie. Giovanni era stato levato in fasce dallo spedale
degl’Innocenti; non conosceva i suoi genitori, e questa era la prima
e la più grande delle sue disgrazie, poichè aveva animo da sentirne
tutta la forza. Passò l’infanzia con una famiglia di campagnuoli della
pianura, ma poco industriosi e alquanto guasti nei costumi, e perciò
dissestati nelle faccende, spesso discordi fra loro, disamorati e
qualche volta inumani. Lo avevano preso dall’ospizio degli orfanelli
più con la speranza di cavarne guadagno che per bisogno che avessero
d’ajuto pel podere. Infatti, dopochè in quella casa fu rilevato, e
appena poteva camminare da sè, lo avvezzarono a chiedere l’elemosina ai
viandanti sulla vicina strada maestra. E invero quella misera creatura,
cresciuta fra lo stento e gli strapazzi, con luridi stracci attorno
al corpo smunto e affamato, svegliava compassione e ribrezzo. Le sue
lagrime nel raccomandarsi non erano finte come quelle d’un accattone
adulto, ma pur troppo le spremeva il timore d’essere percosso,
d’esser tenuto senza mangiare, o d’esser cacciato di casa un’intera
notte invernale dai suoi crudeli padroni, se fosse tornato senza aver
raccolto qualche soldo. Oh quante volte erasi ritrovato a dormire, o
piuttosto a tremare tutta la notte dal freddo, standosi accovacciato
a piè del pagliajo e accanto al casotto del cane da guardia! Sovente
la perversità dei padroni lo ridusse a mal partito; e un giorno fra
gli altri, per fuggire dalle mani di chi lo voleva percuotere, ruzzolò
una scala, e rimase così gravemente ferito nel capo, che lo crederono
morto. Risanò presto benchè gli avessero usato pochissima cura, e
convennegli tornare alla medesima vita. Non molto dopo, correndo dietro
a una carrozza di viaggiatori per chiedere l’elemosina, inciampò,
cadde, rimase con una gamba sotto la ruota, e l’ebbe troncata in
due luoghi. S’avvicinava la notte, e la strada maestra era poco
frequentata. Lo sventurato fanciullo rimase lungo tempo senza soccorso,
finchè accostandosi alla strada il cane da guardia, la sola creatura
che gli fosse affezionata, lo trovò disteso in terra, fuori di sè dal
dolore, e corse al padrone, e tanto fece mugolando e accennandogli di
seguirlo, che lo condusse sul luogo della disgrazia. Nanni allora fu
trasportato in casa, potete immaginarvi con quanto spasimo! Il padrone
non volle che fosse condotto allo spedale, temendo che s’avesse a
scoprire la vera cagione dell’accaduto; fu chiamato il medico con tutta
segretezza, e questi prese a curarlo diligentemente e affettuosamente,
ma non osò riferire ad alcuno ciò ch’ei sapeva degli strapazzi e dei
pericoli a cui il fanciullo era esposto, perchè temeva la vendetta di
quella gente. Peraltro ei seppe col tempo metter riparo a questa sua
biasimevole debolezza, quando in ispecie si accòrse che i padroni di
Nanni, non contenti di farne un accattone e di martoriarlo con tanta
iniquità, lo costringevano ancora a commettere qualche furto sui campi
e nelle case dei vicini. Anzi egli stesso lo sorprese mentre tentava
di rubargli nell’orto; n’ebbe compassione, lo tenne celato due o tre
giorni in casa sua, e poi lo mandò di soppiatto più lontano da certi
suoi parenti. Questi erano amici d’Andrea: seppero ch’egli era per
aver bisogno d’un garzoncello da mandare col branco delle pecore, gli
parlarono di quello sfortunato ragazzo che già aveva intorno ai dieci
o agli undici anni svelandogli francamente ogni cosa, e il buon Andrea
non ebbe alcuna difficoltà a condurlo seco in montagna. Così Nanni fu
salvato in tempo dal pericolo di divenire un malfattore. I suoi primi
padroni, non lo vedendo più comparire, non s’arrischiarono a fame
ricerca, per timore che si scoprissero i loro iniqui portamenti contro
di lui; indi, non so con quali astute menzogne, poterono ingannare sul
conto suo le persone che troppo leggermente avevano così male affidato
quel meschinello, e fecero credere che fosse morto di malattia. Fatto
è che Nanni in casa d’Andrea trovò misericordiosa assistenza, e quasi
affetto di genitori. Il suo corpo, ricoperto di lividi e di sozzure,
fu lavato da capo a piedi; gli diedero vesti rozze ma pulite; e prima
di mandarlo con le pecore o di deputarlo ad altre faccende di maggior
fatica, aspettarono ch’ei si fosse riavuto a quell’aria buona, con
cibi sani e con le amorevolezze che tutti gli usavano. E in poco tempo
sembrò rinato, s’invigorì, mostrossi di buona indole, riconoscente ai
suoi benefattori, corretto delle male abitudini che aveva acquistato, e
delle quali, benchè non fossero colpa sua, dolorosamente si vergognava.
Perciò era ragionevole supporre che la malinconia e talvolta l’atrabile
dipendessero ancora dai ricordi funesti di così travagliata infanzia.
Ma col tempo vi s’aggiunse un’altra cagione segreta, e assai più forte
di quella. Nello stesso modo che Andrea e la sua moglie lo avevano
accolto, e lo tenevano come figliuolo, così la fanciulla Maddalena gli
s’era affezionata con ingenuo e tenerissimo amor fraterno; e Nanni le
corrispondeva, pensate voi con quanto ardore! La dolcezza dei modi,
la semplicità, il candore, l’abbandono della vispa Maddalena a quel
sentimento, svegliò sulle prime la riconoscenza del garzoncello; ma
col crescere degli anni ei s’accòrse che questa si convertiva in amore
di natura diversa dall’amor fraterno. La considerazione dello stato
suo, del posto che aveva in quella casa e del bene che gli facevano
continuamente, lo consigliava a tenersi guardingo, a reprimere una
passione prepotente; e taceva e soffriva, ed era pronto a fuggire le
occasioni che avessero a mettere a pericolosa prova la sua prudenza.
E bene spesso gli era sembrato, o l’immaginazione glielo faceva
credere, che la Maddalena sarebbe stata proclive a corrispondergli,
con ingenuo abbandono, per naturale e innocente propensione a volergli
bene più che a fratello; la qual cosa era per lui continuo alimento al
soffocato amore, e gli suscitava nell’animo cotanta e sì fiera guerra
di sentimenti, che talora, non potendo reggere a quel martirio, si
proponeva di allontanarsi per sempre, piuttostochè trovarsi finalmente
nel rischio di tradire la fiducia che i genitori della Maddalena
riponevano nella sua saviezza. Nè crediate già che e’ non avessero
preveduto i pericoli a cui poteva essere esposta la loro figliuola
quando Nanni non fosse stato più ragazzo; ma veramente pareva loro di
potersi fidare non solo nella onestà della fanciulla, bensì ancora
in quella di Nanni; e poi sembrava che la loro intenzione non fosse
per essere contraria agli effetti di un amore virtuoso e scambievole,
quando Nanni avesse continuato a meritare la stima di tutti; mentre
poi difficilmente avrebbero potuto rinvenire tra i vicini un giovine
più abile di lui per tutte le faccende campestri e pel governo d’una
famiglia. Nondimeno vegliavano attentamente sul contegno dei due
giovani, ed aspettavano il tempo più opportuno a prendere qualche
risoluzione. Per essi che in questa cosa procedevano con animo
riposato, il tempo non passava nè troppo adagio nè troppo presto; ma
a Nanni, inconsapevole dei loro disegni, sempre immerso in dolorose
dubbiezze, ora i giorni parevan secoli, ora gli anni parevan giorni, e
sempre rimaneva piuttosto oppresso dal timore che alquanto confortato
dalla speranza. Oh! pur troppo, ricordandosi quanto fosse infelice per
non avere un nome, una famiglia proprio sua, ei s’immaginava che per
lui non vi potesse mai essere alcun bene sopra la terra, nemmeno quello
della speranza, che è pure la sola consolazione degli sventurati!
L’arrivo di Pippo, una novità così rara per quei luoghi, pose
propriamente in festa la famiglia; tanto più che Pippo era allegro e
faceto, sapeva affiatarsi coi buoni montanari, e dava loro nel genio
mostrandosi così affezionato ai costumi semplici, così riconoscente
alle garbatezze che si studiavano di fargli, così innamorato di quei
luoghi dei quali non si rifiniva di far gli elogi. I ragazzi, la
fanciulla, il garzone non avevano mai visto pitturare, nè si sapevano
persuadere come si potesse, a forza di colori e di pennelli, ritrarre
in così piccolo spazio un gran tratto di paese, gli alberi, gli
animali, le cascate del torrente, il cielo or sereno ed or burrascoso,
e tutto in guisa da riconoscere a puntino qualunque luogo lor fosse
più noto, cosicchè a fissarvi gli sguardi sembrasse vero e vasto
quanto il vero, e animato dalla viva natura. Per essi pareva piuttosto
prodigio che arte umana, e se fossero stati sciocchi superstiziosi,
avrebbero creduto di vedere in Pippo nientemeno che un negromante. Ei
fece, si può dire, in un batter d’occhio la veduta della casa che era
pittoresca, e vi pose con bizzarri componimenti di figure tutta la
famiglia ritratta dal vero, sicchè ognuno vi riconosceva gli altri e sè
stesso, e lietamente se ne compiacevano. Pippo andava tutto il giorno
ora qua ora là a ricavar vedute, a fare studj su per quei greppi,
e la sera tornava a cena coi montanari, e li teneva sempre in gran
festa. Nanni, a dir vero, si rallegrava meno facilmente degli altri,
e non vedeva di buon occhio le cortesie di Pippo alla Maddalena, e lo
pungevano le confidenze ch’ei si prendeva con lei con quella disinvolta
e talora indiscreta franchezza di un giovine assuefatto a vedere i
licenziosi costumi della capitale. Pippo s’accorse del mal’umore di
Nanni, ne immaginò subito la cagione, e si propose, con biasimevole
leggerezza, di divertirsi alle spalle del rozzo e timido amante. Venne
la domenica, e dopo cena il vecchio di casa prese a suonare la sua
zampogna. Era una serata bellissima; andarono tutti sull’aja: dopo
alcun tempo, al suono della zampogna che l’eco e il venticello avea
recato in lontananza, vennero alcuni altri montanari, uomini e donne.
Solevano appunto le fanciulle radunarsi a veglia le domeniche in casa
della Maddalena, della più leggiadra fra le montanine di quei contorni,
e quella sera più volenterose vi accorsero per la curiosità di vedere
il giovine e allegro pittore, del quale avevano già avuto contezza.
Pippo all’arrivo di questa comitiva era acceso di giubbilo, e non gli
parve vero che incominciasse la danza campestre. Ecco un altro quadro
importante per lui; ma a dirla schietta ei pensava allora più al
proprio diletto che all’arte. Si fece capo della festa; diede principio
alla danza con la Maddalena; e in breve si dileguò dall’animo dei
sopraggiunti quella specie di soggezione che sì negli uomini che nelle
donne veniva dalla presenza del cittadino. Tutti gli s’affratellarono,
e onestamente sollazzandosi fecero la più lieta veglia che mai fosse
stata nel paese. Ma Nanni s’era presto e di nascosto allontanato dalla
compagnia: Pippo se ne accorse; gli venne voglia di fare una qualche
burla allo scontroso, e di porgere così nuova materia di divertimento
alla brigata. Andò a cercarlo senza che altri se ne accorgesse, e
lo trovò che pareva assorto in un sonno profondo. Il povero Nanni
non aveva certamente volontà di dormire, ma s’era rintanato in quel
modo, perchè sentiva di non poter godere come gli altri, e non sapeva
fingere: dunque era meglio andar via. Nondimeno anche da lontano
sentiva lo schiamazzo dei gaudenti, e quella gioja tanto contraria
allo stato del suo animo gli faceva male. Allora appoggiando i gomiti
alle ginocchia si chiuse gli orecchi, e trovandosi così solo, seduto,
oppresso da un pensiero fastidioso, scontento di sè medesimo, era
piuttosto fuori di sè pel dolore che addormentato. Comunque siasi,
Pippo credè che dormisse, e non sapendo così all’improvviso quale
altra burla immaginare, corse a prendere alcuni dei suoi pennelli,
e gli dipinse sul volto come meglio potè una maschera grottesca e
ridicola; poi ritornando alla festa incominciò a ricercare di Nanni
come se solamente allora si fosse accorto della sua assenza, e
lagnossene, e mandò a cercarlo. Subito alcuni entrarono in casa; allo
strepito che fecero nel chiamarlo, Nanni si riscosse; lo videro, e lo
condussero quasi a forza tra la comitiva. Finchè furono a poca luce
non s’accorsero del ceffo che aveva; ma appena ebbero raggiunto gli
altri, che quasi tutti s’erano ridotti nella cucina, ognuno sbigottì;
poi conoscendo la burla si diedero a ridergli in faccia; e le beffe
crescevano a vederlo immobile in mezzo alla stanza stupefatto di
così strana accoglienza, e in forse del chiederne la ragione. Ma la
Maddalena conobbe che la celia non poteva piacergli, e accostandosegli
con una compagna che le teneva il braccio sul collo, gli sussurrò
all’orecchio che andasse via, e si lavasse il viso perchè lo aveva
conciato. Così fece il povero giovine, e lavandosi vide l’acqua tinta,
e nel medesimo tempo da uno dei ragazzi gli fu narrato come la burla
stata fosse una scappata del bizzarro pittore. Nanni aggrottò le ciglia
traendo un sospiro sdegnoso, e non si fece più vedere a nessuno; andò
nella stalla, com’era solito tutte le sere, per custodire il bestiame,
e rimase colà finchè non fu posto fine alla veglia. Pippo a null’altro
pensando che alla riuscita del suo scherzo, e al rimanente della
veglia che avrebbe voluto potesse continuare fino a giorno come s’usa
nelle città, non si curò più del giovine burlato, nè s’accorse che la
Maddalena ne fosse rimasta afflitta. Infine il vecchio ripose la sua
zampogna, i vicini tornarono alle loro case, e la famiglia d’Andrea
si diede in braccio al riposo. Il pittore si pose a far fagotto perchè
aveva destinato di partire il lunedì per un borgo vicino, dove voleva
trattenersi tre o quattro giorni, e poi s’addormentò anch’egli senza
indugio, da quanto era stanco. Gli ultimi a prender sonno furono la
Maddalena, turbata ancora dal rincrescimento del brutto tiro che era
stato fatto a Nanni, e Nanni medesimo che non si poteva così presto
dimenticare le beffe avute per cagione della celia scortese, e che
soprattutto ne era stato punto perchè si trovava in faccia alla
Maddalena e ad altre fanciulle.
Pippo col sorgere del sole si pose il lunedì dopo in via per continuare
il suo dilettevole pellegrinaggio, senza altro pensiero che quello
di divertirsi e di studiare le frequenti bellezze naturali che gli
s’offerivano allo sguardo.
Ritornò, come aveva promesso, sul finire della settimana alla casa
d’Andrea, ma prima di giungervi fu colto da un temporale improvviso
e fierissimo. Ebbe un dicatti[216] di ricoverarsi in una capanna da
pastori, e dopo che si fu dissipata la burrasca riprese la strada.
Giunse al torrente, e vide che il guado era assai malagevole per
l’impetuosa piena delle acque, che trascinavano seco grosse pietre
e tronchi d’alberi. Andò a cercare un varco meno pericoloso; ma
essendo poco pratico dei luoghi e troppo ardito, si lanciò dov’era
maggior rischio, non potè resistere alla forza della corrente che
lo fece cadere, e scendendo di masso in masso, in procinto sempre di
sfracellarsi, fu spinto sull’orlo di un pelago angusto ma profondo,
ove le acque riversandosi e gorgogliando con grande impeto lo avrebbero
fatto prestamente annegare, se Nanni, che lo aveva scòrto da un’altura
vicina, non fosse accorso in tempo a soccorrerlo. L’animoso garzone
si lanciò sopra un masso che sporgeva sul pelago, giunse ad afferrare
con le robuste sue braccia il meschino che già aveva perduto i sensi,
lo tirò fuori, e a gran fatica e con molto suo rischio lo condusse in
salvo sopra la sponda, e poi di peso a casa. Le donne sbigottite lo
credevano morto, ma tuttavia non messero tempo in mezzo per assisterlo,
e con grande consolazione di tutti incominciò presto a dar segni
di vita. La paura, i lividi delle percosse nelle pietre e il guasto
della sua cassetta da dipingere e del fagotto di panni che aveva ad
armacollo, furono i maggiori mali di questa avventura. Quando seppe chi
era stato il suo generoso liberatore, volle abbracciarlo con tenera
riconoscenza; e nella pienezza dell’affetto, ricordando la persona
più cara che avesse sopra la terra, esclamava: — Tu ci hai fatto il
maggiore dei benefizi; tu hai reso il figliuolo a una madre che è già
stata tanto infelice, che non ha altra consolazione che l’amor mio!
Io ti sono debitore di due vite; io t’amerò sempre più che fratello!
— e Nanni si commoveva a quei trasporti di riconoscenza e d’affetto
filiale. Ma, povero Nanni! quali tormentosi pensieri lo assalivano nel
tempo stesso! Egli che non aveva conosciuto nè genitori nè parenti, che
non aveva potuto dir mai mia madre a colei che veramente gli aveva dato
la vita, che ignorava la dolcezza dei più cari affetti, che si vedeva
condannato a non poterne godere giammai!
Quando Pippo fu migliorato di un forte raffreddore, conseguenza del
bagno involontario nel torrente, si sollecitò a ritornare a casa sua,
che già aveva indugiato troppo, e temeva con ragione che sua madre
stesse in pensiero.
La dipartenza del giovine pittore da quella buona famiglia di montanari
fu piena di tenerezza; ma Nanni non si faceva vedere; era sempre nel
campo alle sue faccende, Pippo andò a cercarlo, e lo trovò malinconico
più del solito; gli dimostrò nuovamente la sua riconoscenza, e dopo
averlo abbracciato e baciato più volte, nello stringergli la mano per
separarsi gli fece scorrere sulla palma alcune monete. Nanni allora
infiammandosi a un tratto nel volto, ritraendosi con fremito furibondo,
le lasciò cadere per terra, e si dileguò tra le siepi e i cespugli.
Pippo rimase estatico e afflitto; conobbe d’aver offeso quell’anima
sdegnosa, si ricordò e si pentì della burla fattagli in occasion
della veglia, e corse tosto a pregare Andrea che facesse di tutto per
riconciliarlo con lui, che s’interponesse affinchè si separassero da
amici. Andrea che ben conosceva l’indole di Nanni, quand’ebbe saputo
del denaro, disse al pittore che giudicava troppo difficile mansuefarlo
così su due piedi; che bisognava aspettare ch’ei si sfogasse da
sè medesimo, che si riprometteva di ricondurlo, ma col tempo, a
sentimenti d’amicizia verso di lui. Che intanto partisse, e avrebbegli
mandato scritto qualche cosa. Pippo dunque si pose in viaggio con
molta afflizione per quello che di spiacevole eragli avvenuto in
simile incontro, e con animo di tornar presto ad abbracciare il suo
benefattore placato.