Ecco il racconto che Nicodemo fece a Pippo.
— Mio padre era un onesto negoziante d’un paesetto di provincia, molto
lontano da queste parti. Ebbe me solo di figliuoli maschi, e una
femmina. Non era ricco, ma le sue faccende andavano prosperamente;
e non volle che io attendessi come lui alla mercatura. Mi mandò
agli studi nella città più vicina, e morì prima che io gli avessi
compiuti. A dir vero, io m’era molto affezionato a quegli studi,
e mi sarebbe piaciuta la professione di dottor di legge, bramando
d’andare all’università, d’acquistarmi un bel titolo, e di far poi
la prima figura nel mio paese. La disgrazia di quella morte immatura
mi levò subito di speranze, perchè dovei mettermi invece a bottega,
per sostenere la casa coi guadagni del commercio. Mi riusciva di
adempiere questo dovere, trovando anche il tempo di proseguire alla
meglio da me stesso gli studi incominciati, allorchè in più parti del
regno la popolazione, malcontenta del suo governo, sdegnata contro
alcuni magistrati, si levò in armi con la speranza di migliorare o
di mutare lo stato. Questi moti si propagarono anche nel mio paese;
la gioventù arditamente rovesciò in un subito quell’ordine di cose
che la popolazione giudicava contrario alla prosperità pubblica; e ai
poco esperti, che erano i più, sembrava già di avere ottenuto piena
vittoria. Ma questa cieca e presuntuosa fiducia nelle loro forze e nel
loro senno li ridusse presto a mal partito. Mancavano persone capaci
di ben dirigere i nuovi ordinamenti; uomini scellerati si prevalsero
dei tumulti, delle dubbiezze, delle paure per accrescere lo scompiglio
e specularvi a proprio vantaggio; nacquero molte discordie, trambusti
infiniti, nuove scontentezze; e quel tempo che i buoni cittadini
avrebbero dovuto adoperare a pro della patria, doverono spendere in
combattere gli ostacoli suscitati dalla inesperienza o dalla perfidia.
Intanto il governo spediva milizie a sedare i tumulti, a togliere la
libertà a quanti, vi avessero o no preso parte, pur potevano comparire
sospetti; e molte ingiustizie e crudeltà si commettevano dovunque.
Io fui preso e maltrattato assai, talchè la mia povera madre se ne
ammalò di spavento e d’afflizione, e sarebbe morta se non fosse
stata l’assistenza di quell’angiolo della mia sorella, che seppe
conservare mirabile coraggio in mezzo a tante sciagure. Ma non per
tutto le milizie inviate dal governo poterono superare la rivoluzione
o sostenersi a lungo dove l’avevano in sulle prime repressa; e accadde
ancora che alcuni reggimenti coi loro capi si ponessero dalla parte
dei novatori. Io potei allora liberarmi dalla dura prigionia, e tornare
in seno della famiglia. Poi il governo, che non si credeva abbastanza
forte per sostenere questa lotta contro le popolazioni, chiamò in
soccorso milizie straniere. Queste vennero sollecite; i novatori,
sorpresi in mezzo alle loro discordie, non ancora agguerriti, nè
abbastanza provvisti per opporre maggior resistenza a tanti nemici,
doverono cedere. Allora le persecuzioni e le stragi desolarono infinito
numero di famiglie e molti paesi. Il mio fu dei più percossi. Una
compagnia di soldati stranieri, cupidi di vendetta e pronti agli
eccidj, venne a occuparlo e a saccheggiarlo. Pochi giovani animosi
tentarono di difendere il borgo che era in luogo elevato e alquanto
munito dalla natura e dall’arte, e dove avevano cercato rifugio molti
campagnuoli. Quei pochi fecero prodezze mirabili, e si sostennero
due giorni contro il nemico di forze molto superiori, e che batteva
il borgo anche col cannone. Ma spesso qualche difensore periva, e la
molta gente rinchiusa tra quelle mura anguste incominciava a patir
la fame. In questo tempo mia madre moriva; e la mia sorella, appena
ebbe compiuto gli uffici filiali si unì ad alcune altre valorose
fanciulle che aiutavano gli uomini alla difesa, e combattevano esse
medesime, e si prendevano cura dei feriti. Ma la terra non si poteva
più tenere, quando il travaglio della fame s’aggiunse alla scarsità
dei combattenti: questi avrebbero voluto morire con le armi in mano
piuttosto che cedere, ma il rischio di tanti inermi li consigliò
a chiedere capitolazione, purchè fossero salve le vite dei vecchi,
delle donne e dei fanciulli; i giovani davano volentieri le vite loro
per quelle. Il nemico accettò il patto, e promise la vita anche ai
combattenti, se avessero posato le armi. E le posarono; ma la promessa
del nemico non fu mantenuta! appena i soldati poterono penetrare nel
borgo, ed ebbero disarmato i difensori, incominciarono a fare strage
di quanti poteron cogliere, senza pietà di vecchi, di donne o di
fanciulli, a saccheggiare per tutto, a fare ogni più nefando e crudele
strazio del sesso debole. Io, benchè ferito gravemente in più parti,
potei sottrarre all’obbrobrio e alla carneficina la sorella, che
intanto si prendeva cura delle mie ferite: e ci ponemmo in fuga pei
remoti sentieri, dei quali eravamo pratici ambedue, io perchè fui abile
cacciatore, lei per un’altra ragione che dirò dopo. Con gran disagio
andammo avanti parecchie ore per boschi e per luoghi scoscesi, fino a
che non giunse la notte. Infine la spossatezza e la fame ci obbligò
a stramazzare sul terreno, e a me la perdita del sangue e il dolore
toglievano i sensi. Un poco di riposo ci sarebbe bastato per scendere
in luoghi abitati e trovarvi soccorso; ma quando sul far del giorno
eravamo per ricominciare il doloroso viaggio, ci ritrovammo in mezzo a
un drappello di nemici, che essendo, non so come, rimasti indietro dai
loro compagni, nè avendo potuto imbattersi in una guida, non trovavano
il sentiero per ridursi al borgo dalla parte della montagna. Costoro
supposero subito che io venissi di là, e m’ordinarono con aspri modi di
accompagnarveli. Mostrai che non mi era possibile di far molti passi,
e mi strinsi al seno la sorella; ma essi a forza me la strapparono
dalle braccia, intimandomi di guidarli fino al borgo, e minacciando
d’ucciderla sotto i miei occhi se non avessi obbedito subito, o se
avessi osato d’ingannarli. A quella infelice non sarebbe importato di
morire se la mia negativa non avesse cagionato anche la mia morte;
e me tratteneva pietà di lei dal ricusare di condurre io stesso i
nemici del mio paese.... Tu puoi immaginarti che orribile angoscia
fosse la nostra! Bisognò dunque mettersi in cammino; ma gli snaturati
s’accorsero presto che le forze mancavano a tutti e due; allora ci
posero a barella sui fucili, e alla fine giungemmo in luogo di dove si
scorgeva il borgo, ah! pur troppo visibile più di prima, poichè era
un mucchio di rovine fumanti ancora dell’incendio suscitatovi dopo
il saccheggio. Poichè io ebbi accennato il luogo colla mano, chiesi
che ci lasciassero in libertà. Ah! figliuol mio, perchè hai tu voluto
ch’io contristassi l’animo tuo col racconto d’inaudite scelleratezze?
I mostri mi legarono allora ad un albero, poi s’avventarono contro la
mia povera sorella, ne fecero strazio sotto i miei occhi, gettarono il
cadavere in un burrone profondo, e facendomi segno ai tiri del loro
schioppo, corsero a raggiungere i compagni. Io aveva già perduto i
sensi pel disperato dolore; appena mi accorsi d’essere stato ferito;
nè d’altro mi ricordo che d’essermi trovato, non so quanto tempo
dopo, disteso sopra la paglia in una povera capanna d’un boscajolo.
La famiglia che ivi abitava era tutta intorno a me per assistermi
con quella sollecitudine, con quell’amore che maggiori non si possono
dimostrare per un figliuolo. Io, maravigliato d’essere ancor vivo, per
un sol fine desiderai che la misericordia di quei pietosi mi desse
alcuni altri giorni di vita: il fine di ricercare le spoglie della
sorella, per darle sepoltura, e poi lasciarmi morire di dolore o di
fame sulla sua fossa. A poco a poco le mie ferite che erano gravi ma
non mortali si rimarginarono, e riacquistai le forze per camminare.
Se ti sapessi descrivere il giubbilo dei miei liberatori a vedermi
quasi risanato, mitigherei la mestizia del racconto; ma oh! non è
possibile ritrarre gli affetti che nella rozzezza dei modi e delle
vesti, in mezzo alla povertà e agli stenti, si racchiudono nelle loro
anime! — Un’altra carità tu devi farmi, io dissi al boscajolo, appena
mi sentii capace di girare per quei contorni: prendi la tua scure,
e guidami al luogo ove tu mi trovasti; colà in fondo a un burrone
rinverremo il cadavere di una fanciulla; coi rami d’un albero faremo
una bara, e condurremo al camposanto le ossa della mia sorella....
— Della vostra sorella! rispose il buon uomo abbassando il capo e
sospirando.... Oh! datevi pace.... Quelle ossa ebbero già sepoltura nel
nostro camposanto, lo stesso giorno che portammo voi nella capanna.
Io non v’ho detto mai nulla, perchè non sapeva se avrei fatto bene
a parlarvene; e se.... Dunque, poveretta, era vostra sorella? Oh!
l’abbiamo pianta, sapete? Tutto il popolo, uomini e donne di questi
poveri monti, andò a prenderla in processione dietro il parroco, e
tutti pregammo per l’anima sua innanzi di coprire il corpo colla terra
del nostro camposanto, e di spargervi sopra i fiori dei nostri prati.
— Io abbracciai di nuovo il pietoso; la tenerezza della gratitudine mi
soffocava le parole; poi mi feci condurre al camposanto; vidi il tumulo
recente; vi avevano posta una croce di legno, alla quale trovai appesa
una ghirlanda di fiori e la crocellina d’oro che aveva da tanti anni
posato sul seno della mia sorella.... Quivi m’inginocchiai a piangere;
e vedendo il compagno che io bramava di restar solo, mi lasciò. Nè
mi sarei più staccato da quella sepoltura, e stava lì propriamente
immobile, senza dar segno di vita, aspettando che mi scavassero a’
piedi la fossa per rimanervi in eterno. Io non voleva più vedere gli
uomini nè la terra; e in mezzo al disperato dolore, che contro mia
voglia talvolta si convertiva in odio feroce, rimasto era solamente
un senso di gratitudine pei miei liberatori e pei loro vicini, perchè
avevano con tanto amore onorato di sepoltura e di lagrime le spoglie
della mia diletta. Ma essi forse previdero a che fine mi sarei ridotto,
lasciandomi in preda di tanta afflizione, e usarono ogni più amoroso
conforto per ridurmi a più rassegnati pensieri. E voleva ragione
ch’io gli esaudissi dopo che mi avevano tanto beneficato; nè volli
che anche la mia morte o la presenza d’una persona sempre sconsolata
li rattristasse maggiormente. Cedei ai loro conforti; promisi che
avrei fatto di tutto per darmi pace; e in mezzo alle lagrime e
alle benedizioni di trenta famiglie di poveri campagnuoli che mi
accompagnarono per buon tratto di strada, che vollero ad ogni costo
darmi chi un pane, chi una veste, chi qualche po’ di denaro, lasciai
quei luoghi con maggior dolore che se vi fossi rimasto. Allora andai
ramingando, ma deliberato di non sopravvivere alla mia disgrazia; e
quante volte avrei potuto cedere a questa tentazione! Ma il ricordo
dei miei benefattori mi ratteneva, e benchè ormai ne fossi lontano,
mi sarebbe parso di macchiarmi di nera ingratitudine verso di loro.
Poi riflettei che ci voleva maggior coraggio a vivere con la memoria
delle patite sciagure e con l’afflizione perpetua della morte di
quell’angiolo, e mi ricoverai lontano dal mio paese, in mezzo alla
gente sì, ma stando come se fossi solo, e scegliendo per campare
onestamente un lavoro che mi lasciasse vivere quasi in solitudine e
a modo mio. Ora tu sei il primo al quale, dopo tanti anni, ho aperto
l’animo mio, e svelato il segreto dolore che mi accompagnerà fino al
sepolcro. Quella stanzetta vuota, quel ritratto.... Ora tu sai tutto!
Quando sto lì mi pare d’esser con lei, di vederla, di parlarle; e lì
mi farò condurre quando sarà venuto il termine del mio dolore su questa
terra.... Ho lasciato dianzi una parte del mio racconto, ma ti ho detto
che la mia sorella era un fiore di bontà e di bellezza, che le sue
virtù modeste potevano essere un esemplare.... Oh! quanto affetto pe’
suoi genitori, per me, per gli infelici!... Io aveva incominciato fino
da giovinetto a patire spesso pel dolore dei denti: una buona vecchia
insegnò alla mia sorella a comporre un certo liquore coi sughi di
parecchie erbe e di alcuni insetti, e questo liquore mi faceva buono.
La vecchia morì, e la mia sorella si approfittò dell’imparato specifico
per utile mio e degli altri, che nel paese solevano farsi medicare da
quella povera donna, dandole qualche cosa per ricompensa. La mia Laura,
come tu puoi immaginarti, non aveva bisogno di ricompense.... Quand’io
andava a caccia, ella veniva meco in cerca delle erbe e degli insetti,
e così aveva pratica dei monti e dei boschi vicini, e anch’io potei
imparare a comporre la medicina pei denti. È quella stessa che adopero
qui: e medicando chi a me ricorre, e ricusando qualunque ricompensa, mi
par d’obbedire a un desiderio caritatevole della mia sorella, giacchè
questa è la sola carità che nel mio povero stato mi vien concesso di
fare a somiglianza di quelle tante ch’ella spargeva nel paese, quando
la mia famiglia era in prospero stato. —
Dopo aver posto fine così al suo racconto, Nicodemo riprese tosto la
consueta impassibilità, e tornò a lavorare come se fino allora non
avesse aperto bocca. Pippo voleva dimostrargli, con qualche parola,
la sua riconoscenza e la sua commozione, ma si accorse che Nicodemo
non gli badava, e che forse, il ritornare di nuovo insiem con lui sul
passato, avrebbe troppo accresciuto il suo dolore. Si ritirò dunque
in silenzio, e per alcuni giorni non vi fu verso di far due parole
con l’intagliatore. Chi non avesse, come Pippo, saputo la sua storia,
l’avrebbe, secondo il solito, giudicato mentecatto o stravagante per
folle ostentazione. Egli non era nè fu altro che un uomo il quale
invece d’aspettar la morte accanto alla fossa d’una cara persona,
l’aspettava, senza altra speranza, lavorando tacito e solitario. Un
po’ d’affetto per quel giovine potè fargli dimenticare talvolta i suoi
mesti proponimenti.