II.

La sola contentezza che dopo molti dolori fosse data da Giuseppe

alla Carolina fu la risoluzione inaspettata di mandare il figliuolo

alle scuole dell’Accademia. Le pareva proprio un prodigio; e si

figurava che Pippo dovesse divenire qualche gran cosa, riflettendo

all’inclinazione ch’ei mostrava al disegno. Pensate poi se ne fu

allegro il fanciullo! E il suo giubbilo accresceva quello della madre.

Peraltro quando Pippo si vide porre davanti occhi, nasi, bocche ed

orecchi, e non potè scorgere nella scuola nè disegni, nè quadri di

paese, restò maravigliato e sconfortato. Ei s’immaginava che dovessero

ammaestrarlo secondo il suo genio. Ma tanta era la smania d’imparare

il disegno, ch’ei si adattò a copiare nasi, occhi, bocche ed orecchi,

invece di alberi case e montagne, naturalmente riflettendo che per

popolare i quadri di paese bisogna anche saper ritrarre le figure

degli animali. Avrebbe incominciato più volentieri dallo studio degli

oggetti inanimati secondo gli dettava il suo genio; ma non per questo

si pose con meno ardore a quello che gli fu imposto. Egli era tra i

pochissimi scolari studiosi e diligenti; e si mantenne in sulle prime

piuttosto savio, perchè aveva propriamente vocazione al disegno, e

sapeva il perchè fosse andato a quella scuola; ma a poco per volta

il cattivo esempio degli scioperati, la poca vigilanza dei maestri e

la incuria del padre, che dopo averlo fatto ammettere all’Accademia,

non si dava altro pensiero, fecero divenire un po’ monello anche lui.

Un giorno fra gli altri, nell’uscire di scuola, ei prese parte in una

baruffa dei suoi condiscepoli. Quasi tutti ragazzuoli senza educazione,

tenuti in quella numerosa scuola con poca disciplina, presto vi si

avvezzavano male guastandosi l’un l’altro, e imparando piuttosto

a sciupare la carta e le tavolette che a disegnare. Cosa rara che

qualche garzoncello ne uscisse con amor vero dell’arte, e si dedicasse

a studiarla di proposito sugli originali dei buoni maestri sparsi per

le chiese, pei chiostri, per le gallerie, certo migliore scuola che

quella dell’Accademia, e sapesse poi esercitarla con qualche decoro.

La baruffa era incominciata in scuola fra tre o quattro per insolenze

fattesi tra di loro; i pochi trovarono fautori; la scolaresca si divise

in due schiere di combattenti, le quali andarono lungo le mura della

città, e quivi si guerreggiarono alquanto a pugni e a sassate. Alla

fine comparvero alcuni famigli,[204] e tutti quei mariuoli dandosi

a fuga precipitosa, e scagliando contro i famigli i sassi che ancora

si ritrovavano in mano, sparirono in un attimo. Pippo era stato dei

più fieri nella baruffa, e ne usciva con una ferita nel capo e con

una manica del corpetto tutta strappata. Guai se suo padre l’avesse

visto così malconcio! E come rimediarvi? Col non tornare a casa. O non

sarà peggio? Ma intanto la paura delle busse presenti la vinceva su

quella delle future, e lo teneva lontano da casa. Dopo essere andato

ramingando un’oretta per certe strade remote finchè la ferita non ebbe

cessato di filar sangue, incominciò a sentire un appetito prepotente,

e gli venne in animo di salire in casa della Clarice per farsi alla

meglio rassettare la manica e chieder consiglio o protezione, e quel

che più gli premeva allora, un tozzo di pane. Ei conosceva la Clarice,

perchè sua madre andandovi qualche volta di soppiatto al marito lo

aveva condotto seco; e quella buona creatura, compiangendo la Carolina

per la cattiva riuscita di Giuseppe, quasi accusando sè stessa di aver

data occasione a quel matrimonio malaugurato, sebbene non sapesse ogni

cosa, perchè la Carolina sopportava il peggio in silenzio con mirabile

rassegnazione, aveva posto grandissimo affetto in quel fanciullo, e

avrebbe dato la propria vita per levare d’angustie la madre.

Pippo fu dunque ricevuto con grande amore dalla cucitrice; narrò

schiettamente quello che gli era accaduto, si fece rassettare

il corpetto, mangiò, e chiese d’essere accompagnato a casa

dall’Appollonia. Intanto sua madre s’era già posta in gran pensiero per

l’indugio; ed il marito accorgendosene aveva preso a beffarla, dicendo:

— Non torni più quel monello, non me n’importa; e se tornasse, voi lo

sapete che cosa gli avrei preparato.

— Almeno lasciatemi andare a cercarlo. Potrebbe essergli accaduta

qualche disgrazia....

— Volete girare tutta la città, consumare un pajo di scarpe senza

conclusione?

— Eppure è vostro figliuolo! — e piangeva.

Giuseppe nojato del piagnisteo, alla fine disse: — Uscitemi di tomo;

andate dove volete, purchè quel monello non metta più piede in casa.

Badate bene! io non lo voglio più tra’ piedi; ch’ei provveda a sè come

può. Voi sapete che quando ho detto una cosa non mi rimuovo. —

E pur troppo era vero! Sicchè la Carolina, con l’animo pieno di grande

afflizione, andò in traccia del figliuolo, prima all’Accademia, ma era

tutto chiuso, poi nelle strade circonvicine, domandando a questo e a

quello ma invano; e finalmente le venne la ispirazione di ricorrere

alla Clarice, quando appunto l’Appollonia con Pippo erano in procinto

di uscir di casa. Vedere il figliuolo e correre ad abbracciarlo con

tutta la tenerezza materna fu un punto solo; poi si pose alquanto in

sul serio domandandogli la cagione dell’assenza, e avendola saputa

ne lo rimproverò con dolore. Dissegli come suo padre fosse sdegnato,

e per ora non convenisse tornare a casa. La Clarice propose tosto di

tenerlo con sè quant’occorreva, e la Carolina dovè rassegnarsi a non

aver più sempre con sè il suo caro figliuolo. E ciò dispiacque assai

anche a Pippo, che a dir vero le voleva un gran bene, ad anche a patto

d’essere ogni giorno percosso dal padre, avrebbe preferito di non

si separare mai dalla madre. Questa tentò più volte d’intercedergli

perdono da Giuseppe, e d’ottenere di riprenderlo; ma egli, inflessibile

sempre, senza curarsi di mai più rivederlo, non voleva nemmeno sentirne

parlare. Già era divenuto più burbero, più collerico e più avaro di

prima. Basta dire che in casa sua non si accendeva più fuoco, avendo

costretto anche la moglie a contentarsi di cibi grossolani presi

in qualche meschina bettola del mercato; e il motivo principale per

cui non voleva più in casa il figliuolo era quello di non aver così

il pensiero di fargli le spese. Temeva inoltre che quel ragazzo

gli dovesse carpire di soppiatto o roba o denari: e questa medesima

diffidenza incominciò ad avere verso la moglie, in specie riflettendo

che da qualche parte doveva uscire il mantenimento del figliuolo fuori

di casa. Forse egli aveva dimenticato la caritatevole generosità della

Clarice, o più non credeva che potessero esservi persone capaci di

assistere senza interesse gli sventurati. E certo l’essersi posto

da lungo tempo a far l’usurajo con ogni più turpe rapina, doveva

avergli distrutto qualunque sentimento d’umanità. Per farla breve,

lo sciagurato, che ormai stava di continuo in sospetto di tutti e di

tutto, incominciò a brontolare per le visite della moglie al figliuolo

in casa della Clarice, le quali non erano nemmeno così frequenti come

la povera madre avrebbe voluto, perchè appunto sapeva quanto egli le

vedesse di mal occhio: e un bel giorno che la Carolina gli chiedeva con

supplichevole sommessione la licenza di andar fuori al solito per via

del figliuolo, addirittura le disse:

— Andate e state; rimanete lì, e fatela finita! Io non ho bisogno di

nessuno. Sto meglio solo che accompagnato.

— Dio mio! Dunque voi mi cacciate di casa! Mi odiate! Che cosa vi ho io

fatto?

— Queste ciarle e questi piagnistei non contan nulla. Andatevene con le

buone. Se avrò bisogno di voi, vi manderò a cercare.

— Ma Giuseppe!...

— Non facciamo scene! Per ora son tranquillo; tra poco, tra poco....

M’avete capito.... Sicchè, a buon rivederci....

— E per campare? Anderemo noi a chiedere l’elemosina?

— Lavorate; voi avete un mestiere; e quel monello è ormai in età da

guadagnarsi il pane da sè....

— E non volete pensare a nulla?...

— Ho fatto anche troppo!

— Meschina me! Voi mi volete ridurre alla disperazione!

— Finiamola, dico! Vi passerò qualche cosa, per ora, per poco tempo,

finchè non avrete lavoro; ma a patto che ve n’andiate subito.... A

voi! Eccovi intanto quattro scudi; vi serviranno per un bel pezzo....

Ma via di qua, subito! Avete capito? Mi pizzicano le mani!...[205]

Non mi mettete al punto.... — E le chiudeva la bocca, respingendola,

minacciando di percuoterla, facendo un viso spaventevole, sicchè

la poverina vide bene che bisognava obbedire, altrimenti quell’uomo

crudele avrebbe commesso qualche esorbitanza da precipitare sè e lei.

E quantunque ne fosse trattata con tanta barbarie, le premeva più la

di lui quiete che la propria salvezza, e si sarebbe lasciata morire in

segreto di consunzione, piuttosto che vederlo per cagion sua esposto a

qualche pericolo, piuttosto che ricorrere a chi si sia per farsi fare

giustizia. Indi le premeva troppo di poter assistere il figliuolo, e

sperava che quella sfuriata fosse per calmarsi presto, come alcune

volte e nei primi tempi era intravvenuto. Raccolse silenziosa, e

rattenendo a stento le lagrime, il denaro ch’egli aveva lasciato per

lei sopra il letto, prese con sè alcuni pochi oggetti di valore che le

erano stati donati da sua madre, chè almeno avesse modo di rimborsare

la Clarice delle spese di mantenimento pel suo Pippo, e andò via

immersa nel dolore, ma con la speranza di ritornare in quella casa,

che sebbene fosse per lei divenuta una carcere spaventosa, tuttavia non

poteva darsi pace d’esserne discacciata innocente.

Non istarò a dirvi con quanto amore la Carolina fosse ricoverata dalla

Clarice, alla quale peraltro seppe nascondere con pietoso artifizio

la vera cagione che la costringeva a separarsi per qualche tempo dal

marito.

Le amiche la posero a dormire alla meglio nella loro camera sopra

quel medesimo sacconcino che aveva servito un tempo a Giuseppe nella

soffitta di maestro Nicodemo; e il ragazzo stava sopra un letticciuolo

provvisorio, fatto di seggiole e messo su nella prima stanza. Sua madre

aiutava la Clarice a cucire gli ombrelli; e Pippo, proseguendo a andare

all’Accademia, aveva già fatto non pochi progressi nel disegno, ed era

divenuto più savio dopo il rigoroso gastigo della prima scappata.

Se non fosse stato il crepacuore della separazione dal marito e

della sua ostinatezza a non voler più ricevere in casa nè lei nè il

figliuolo, sarebbesi detto che quei giorni per la Carolina fossero

giorni di respiro e di pace, perchè viveva insieme con la sua

diletta creatura e con una pietosa amica, senza il continuo timore

degl’ingiusti rabbuffi e delle frequenti bastonature d’un uomo brutale.

Intanto costui viveva propriamente come una belva nella sua tana, solo

premuroso di scorticare i meschini o gli scioperati, che per bisogno di

denaro gli capitavano sotto le unghie; senza mai allontanarsi da casa

o dalla bottega, alla quale pochi avventori capitavano perchè sviati

dai suoi modi burberi e insolenti; sempre a far guardia al nascondiglio

ove teneva i denari; cibandosi male per sozza spilorceria; odiato dai

vicini, fastidioso a sè stesso come colui che perpetuamente si travagli

per sospetti, per rimorsi, per insaziabile avidità di malvagi guadagni.

Non molto dopo ch’egli ebbe scacciato di casa il figliuolo e la moglie,

rimase privo anche della compagnia del suo cane, che già pareva uno

scheletro: non lo vide più tornare a casa, e poi gli fu detto che era

morto avvelenato in una stradella vicina. Questa perdita lo afflisse,

perchè il cane non gli costava nulla per mantenerlo, ed era buona

guardia allo scrigno, in specie per la notte. Certamente nessuno

sarebbe potuto entrare in quella casetta senza che il cane mettesse a

rumore il vicinato e s’avventasse alle gambe dell’incauto.

Una sera di carnevale, burrascosa, fuor di modo buja, mentre il

temporale rumoreggiava da lontano, e il vento e la pioggia, in

specie sul tardi, avevano fatta deserta la città, Giuseppe dopo aver

riscontrato e riposto sotto il suo letto lo scrigno, si spogliò e

spense il lume. La finestra della sua camera corrispondeva sopra

un vicolo stretto e oscurissimo. Ei non aveva ancora preso sonno,

che dopo lo scoppio d’un tuono udì un fischio che gli era ben noto,

ma al quale da molto tempo più non pensava. Diede subito un crollo

di tutta la persona che fece tremare il letto; s’ascose sotto le

lenzuola, e poi si riconfortò, immaginandosi che fosse stato sogno;

ma ecco un altro lampo, un altro tuono, e poi il medesimo fischio più

acuto del primo, tanto acuto, che gli parve la trafitta d’uno stile

da orecchio a orecchio, e non potè fare a meno di balzare a seder

sul letto. Nonostante tornò ad acquattarsi ravvoltolandosi come una

serpe; e allora udì chiamarsi per nome da voce nota e minacciosa, che

gl’imponeva d’affacciarsi subito alla finestra. Giuseppe conoscendo

l’ardire di chi lo chiamava, sapendo che la finestra era bassa e con

serrature deboli, scese il letto, si coperse alla meglio, mandò un gran

sospiro pensando allo scrigno, e col viso pallido e il tremito della

rabbia, aperse uno spiraglio della finestra, e domandò:

— Che cosa volete?

— Con le buone, compare, aprimi; ho bisogno di ricovero.

— Non posso; abbiate pazienza.

— A questo tempo assaettato avresti coraggio di lasciarmi fuori?

— Oh sì, voi avete una bella paura del tempo cattivo! Anzi, questo per

voi è il tempo buono. Alle corte: se avete bisogno di qualche cosa....

vedremo.... Ma aprire, non posso.

— Dunque tu mi discacci; tu non ti ricordi di nulla? Nel tempo che

quello di fuori lo teneva così a bada, Giuseppe fu riscosso da un

beve rumore dietro di sè; volse l’occhio atterrito, e gli balenò alle

spalle un raggio di luce, che parve riflesso da una lama di coltello.

Era per cacciare un urlo, quando si sentì chiudere la bocca, afferrare

per le braccia, e trarre a forza nel mezzo di camera; una mano a

lui invisibile richiuse la finestra; anche colui che era fuori in un

salto salì le scale, e fu in camera; e Giuseppe, al fioco lume d’una

lanterna si vide nelle mani di tre robusti malandrini mascherati, ma

che non stentò ad accorgersi che erano antichi suoi conoscenti ch’ei

già credeva condannati a marcire nelle galere con la catena ai piedi

per tutta la vita. Lo spavento di quella visita inaspettata fu tale,

che sulle prime non ebbe fiato di mandare una voce nè di muovere un

passo. Allora lo stesso compare che lo aveva chiamato dalla finestra

gl’intimò, con argomenti ai quali bisognava obbedire, che non facesse

il menomo strepito. — Noi siamo qui senza che anima viva lo sappia: le

chiavi false, il carnevale e il buon tempo, come tu hai detto, ci hanno

favorito; e se vuoi, faremo le cose da buoni compari, benchè tu ci

abbia trattato perfidamente....

— Io.... che colpa ne ho io?...

— A voce bassa; e lascia prima dir me, chè faremo più presto. Discolpe

non ne hai. Tu non sei stato ai patti. Appena che la fortuna t’ebbe

assistito, rompesti lega. Pazienza che tu non fossi più venuto con noi

a provvedere il conquibus[206] per giocare; ma le vincite, secondo i

patti giurati della nostra società, dovevano essere spartite.... E tu

no! sapesti ingannarci; e poi quando il bargello[207] ci pose addosso

le mani, tu avesti da pagare bene l’avvocato, e la passasti liscia. Noi

si sarebbe potuto.... tu lo sai.... Ma si volle fare un’altra prova.

Giuseppe, disse uno, se gli preme la pelle, ci ajuterà a svignare

di carcere, o ci manderà almeno qualche soccorso; ha quattrini, e

sa che con noi non si scherza. Prima o poi!... E ora, tu lo vedi....

Gnornò! scordarsi d’ogni cosa... affatto affatto! E tu non pensavi,

balordo, che una volta fatta lega per quelle faccende, o con noi o

col boja? Ma.... ormai, quello che è stato è stato. Ora sappiamo che

tu hai scrigno, a forza d’usura e di avarizia.... E ti sei levato di

torno la moglie e il figliuolo.... O che cosa vuoi tu farne di tanti

quattrini riposti? Chi avrebbe mai creduto che il tamburino dovesse

diventare spilorcio? Accomodiamole dunque ora le nostre partite,

giacchè siamo in tempo. Dov’è il morto?[208] — E si dava a cercare

per la stanza, e si chinava sotto il letto. Giuseppe, con un fremito

di rabbia, col viso che schizzava fuoco, con la voce rantolosa voleva

raccomandarsi, svincolarsi.... Ma le solite minacce e la custodia dei

due lo costrinsero a lasciar fare. Il malandrino trovò presto quel

che cercava, e fece presto pulito intascandosi l’oro e l’argento, che

in tutto sarà stato circa un migliajo di scudi. Se non che, guardando

la faccia spaurita e convulsa di Giuseppe, e mostrando un sentimento

di compassione, non già per lui ma per la sua famiglia, riversò una

manciata di monete nello scrigno, con dire: — Noi vogliamo essere

umani: tu hai cacciato di casa la moglie e il figliuolo; non è giusto

che quei disgraziati rimangano senza assegnamenti. Eccoti qui un

resto dei tuoi denari, a patto che tu gli assista, altrimenti noi ti

promettiamo una seconda visita; e sta’ certo che potremo mantenere

la promessa, perchè ora stiamo bene col bargello, sai tu? ferri di

bottega, hai capito? Che se ti venisse la tentazione d’accusarci, bada

bene a quel che tu fai; tu ne anderesti a capo rotto dicerto.... — Ma

volgendosi ai compagni, e dopo aver meglio squadrato[209] la faccia

di Giuseppe: — Io dico che possiamo andarcene senza sospetto, perchè,

a quanto mi pare, costui ha più bisogno del prete che delle funi.

Lasciamolo qui sul letto. Noi non gli abbiamo torto un capello, a buon

conto; e qui tutto è al suo posto. Partiamo. — E di fatto, i malandrini

lo lasciarono, che quasi non dava alcun segno di vita; e così com’erano

venuti, se n’andarono impunemente, almeno per quella volta, dopo aver

commesso l’audace assassinio.

Lo sciagurato Giuseppe era già nelle strette d’un colpo di apoplessia.

Lo avevano messo lì a sponda di letto; un piccolo movimento convulso

bastò per farlo stramazzare a terra; percosse una tempia nella

panchetta di ferro, e in poco tempo spirò, immerso nel proprio sangue.

La mattina i vicini non lo videro aprir bottega; guardarono le finestre

di casa, ed erano sempre serrate. Uno andò in cerca della sua moglie

per avvisarla di questa novità. La poverina corse a casa, ma non

aveva le chiavi; e intanto la polizia avvisata da altri, si preparava

ad entrare a forza: la moglie volle ad ogni costo esser la prima: e

appena veduto quello spettacolo miserando, svenne sulle braccia d’un

famiglio. Fu chiamato un medico per assister lei e per riconoscere la

cagione di quella morte; nè altra cagione potè assegnarsi che un colpo

d’apoplessia. Un merciaio che aveva bottega in quella strada, uomo

d’illibata riputazione e che meglio degli altri conosceva i casi della

infelice, la fece ricondurre a proprie spese in carrozza e in compagnia

della sua moglie a casa della Clarice, e provvide a quant’altro

occorreva in così disgraziata avventura. Tal fine ebbe la vita di un

uomo, che sebbene si fosse ritrovato sulla via della galera, aveva

saputo schermirsene, ma non tanto che la funesta passione del giuoco

del lotto non lo facesse poi capitare anche peggio.

La Carolina, dopochè si fu riavuta dallo svenimento, si trovò in preda

al delirio e ad una febbre maligna, che pose la sua vita a repentaglio

per molti giorni; ma superata avendo una lunga malattia potè risanare,

benchè ne rimanesse rifinita e malinconica.

Il buon merciajo che aveva preso a cuore i suoi negozj le fece avere il

denaro e la roba che a lei appartenevano, e subentrò nel possesso della

bottega, dandole in cambio un assegnamento giornaliero, che bastasse a

farla campare alla meglio insieme col figliuolo.

La spensieratezza d’un giovinetto di quattordici anni bene spesso

si corregge alla scuola delle disgrazie, e tanto più alla vista del

dolore che esse cagionano ai suoi più cari. Pippo rimase sbigottito

dalla tragica morte del padre; rimase accorato dalla grave malattia

della mamma; e la vedeva sempre ormai afflitta. Più volte si diede a

riflettere sull’accaduto. Chi sa, diceva tra sè, che la mia scappata

per cagion della quale mi ritrovai fuori di casa, e alla mamma per

amor mio intravvenne lo stesso, chi sa che non avesse molta parte

nelle nostre disgrazie? E ora che davvero siamo poveri, come potrò io

continuare i miei studi di disegno senza sottoporre mia madre a dei

sacrifizi troppo superiori alle sue forze? Sarebbe anzi necessario che

io guadagnassi per assisterla.... Ah sì, è meglio che io mi metta a un

mestiere. Le speranze che mi dà il professore, la smania di farmi un

nome nell’arte, sono incentivi grandi, sì, grandi assai, e mi parrebbe

di non potervi resistere; starei a patto piuttosto di nutricarmi

solamente con un tozzo di pane.... Ma! e mia madre? È egli giusto

che l’abbia ad essere sempre povera per cagion mia? E se poi le mie

speranze non riuscissero a nulla? Sciagurato! Avrei fatto la sua rovina

e la mia! — E ruminando queste riflessioni, ei faceva proposito d’andar

subito ad offerire i suoi servigi in qualche bottega per guadagnare

intanto la meschina giornata d’un fattorino. Ma poi alla vista della

sua cartella da disegno, a sentirsi ribollire nell’animo gli elogi e i

conforti del maestro, quei proponimenti vacillavano, e a poco a poco si

riducevano in un — Aspettiamo dell’altro a risolvere. —

Intanto la madre che conosceva il suo amore per lo studio del disegno,

che lo vedeva indefesso al lavoro, che sapeva essere egli uno dei

migliori scolari dell’Accademia, non si sarebbe nemmeno sognata di

levarlo da quell’avviamento, ed era disposta a privarsi anche del

necessario, purchè ei potesse un tempo divenire artista e raccogliere

il frutto dei suoi sudori; e s’ella ne avesse conosciuto le dubbiezze,

le avrebbe subito vinte con esortarlo a proseguire, a non pensare a

lei, a rivolgere liberamente all’arte ogni sua premura. Poveretta!

Nella sua inesperienza non sapeva quanti fossero i mediocri, e peggio

che mediocri, ridotti a strapparsi un pane meschino, a spengere ogni

scintilla di genio copiando i quadri delle gallerie, invidiandosi

lavorucci meschini, prostituendo l’arte alle bizzarrie della moda, ai

capricci dei forestieri, alle spilorcerie di mecenati in miniatura,

capaci soltanto di alimentare una caterva d’artisti in miniatura; non

poteva riflettere che il saper disegnare, fosse anche abilmente, non

bastava a fare stato prospero e a dar nome celebre senza una educazione

accurata del gusto, senza una compiuta istruzione della storia e dei

costumi dei popoli, senza un genio straordinario da superare l’infinito

numero degli emuli. L’amor materno in lei teneva luogo di tutto, e

contro di quello niuna considerazione sarebbe stata bastante a farle

prendere un partito, che avesse potuto credere dispiacente pel suo

Pippo. Pochi soldi bastavano a farli campare ambedue: con pochi soldi

pagava una stanzetta rimasta spigionata nel casamento; e siccome

quella stanzetta era interna e buja, così la Clarice aveva ottenuto da

Nicodemo che Pippo studiasse qualche ora del giorno nella sua soffitta

più ariosa.

Di consueto Pippo era ilare, e più nel tempo che lavorava; e la

compagnia dei condiscepoli dell’Accademia, tra i quali se ne trovavano

alcuni d’ingegno svegliato, altri piuttosto bizzarri, ma da non

confondersi certo coi frivoli o con gl’insolenti, gli faceva nascere

la smania d’imitarli e gli fomentava l’ambizioncella, naturale nei

giovani, di comparire stravagante. Ma la stravaganza che nasce da

imitazione e si può dire affettata rimpiccolisce le idee, indebolisce

il sentimento, distrugge a poco a poco la originalità, e a lungo andare

ci rende fatui e servili. Nicodemo, conoscendo la disgrazia della

Carolina e del suo figliuolo, s’era affezionato ad essi, senza peraltro

darlo a divedere: e in special modo si sentiva commosso dalla ingenuità

e dalla tenerezza materna della vedova, e stava in apprensione pel

futuro destino di quel giovane, che non gli pareva potesse facilmente

essere conforme alle speranze lusinghiere da lui concepite. Chi avesse

potuto penetrare nell’animo di Nicodemo, avrebbe detto: costui ha

certamente nutrito un tempo i più soavi affetti domestici; e ora,

per quanto si sforzi di comparire insensibile a tutto e indifferente

per qualunque cosa gli accada all’intorno, pure la ricordanza del

passato, certi confronti, chi sa? lo spingono, contro sua voglia,

a prendersi a cuore i fatti di quella famigliuola. Pareva ch’ei si

fosse ormai voluto distaccare da tutte le creature; ma eccone capitate

vicino a lui alcune, che lo riconducevano talvolta a quei sentimenti

d’umanità senza dei quali la vita è uggiosa, sterile, null’altro che

un aspettare impassibilmente la morte. Nondimeno, che cosa poteva egli

concludere a loro vantaggio con questo suo segreto affetto? Povero,

sconosciuto, tenuto in non cale da tutti, non v’era da aspettarsi

da lui nè assistenza nè protezione. La Clarice, povera anch’ella, ma

d’indole in apparenza diversa, sempre lieta, sempre fidente nel bene,

piena d’attività benchè vecchia ed inferma, era, a paragone di lui, una

persona di molta importanza, e si trovava in stato non solo di volere

il bene, ma qualche volta anche di farlo, compatibilmente peraltro

alle sue forze. E Nicodemo tutto ciò conosceva; per lo che tenendosi

ristretto nella sua quasi nullità, celava con grande studio ogni più

piccola commozione, faceva proprio di tutto per comparire noncurante di

qualunque cosa.

Non è dunque maraviglia se Pippo, dopo la prima impressione di qualche

sorpresa che l’aspetto e i modi di quell’uomo gli avevano generato

nell’animo, si assuefacesse poi a guardarlo con indifferenza; e

fors’anco, ma di rado e in un momento di giovanile inconsideratezza,

si lasciasse andare all’estro di prenderne beffe, benchè poi ne

sentisse rincrescimento. In sostanza il buon uomo gli faceva servigio

col permettergli di disegnare nella sua soffitta; e poi, senza che

Pippo potesse immaginarlo e sentirne gratitudine, per Nicodemo quella

compagnia, in specie sulle prime, era anche un sacrifizio, perchè

opposta alla sua grande affezione per la solitudine.

Ma a poco per volta ambedue s’affiatarono alquanto. Nicodemo dai muti

cenni passò ai monosillabi, e da questi a qualche parola, semprechè

peraltro fosse interrogato da Pippo; il quale mirando con occhio di

disprezzo o di compassione i rozzi intagli di Nicodemo, quei lavorucci

d’una umile arte che pure gli dava il pane, e confrontandoli co’

suoi disegni di teste e di statue greche, co’ suoi studi del nudo,

cedeva talvolta alla tentazione di chiedergli il suo parere in aria

di dileggio scherzevole, o con un po’ di sentimento d’orgoglio, quasi

per fargli notare la gran differenza che passava tra i lavori di lui,

giovinetto, e quelli d’un uomo in età avanzata.

— A voi, maestro Nicodemo, che cosa ve ne pare, eh? M’è venuto bene

questo disegno? Potrà essere contento il professore? —

E Nicodemo lo mandava in pace con un muover di capo, che non

significava nè lode nè adulazione, nè biasimo, nè indizio di sentirsi

umiliato dal confronto.

Ma una volta che il garzoncello ebbe condotto con grande amore e con

lunga fatica il disegno che doveva servire pel concorso al premio, e

s’era avvantaggiato di qualche giorno sopra degli emuli per la smania

di conseguire un trionfo sperato, lo mostrò a Nicodemo con maggior

baldanza del solito, e non fu come prima contento del suo consueto

e freddo muover di capo. Voleva ad ogni costo godersi le primizie

della lode, fosse anche quella di un giudice da lui medesimo riputato

incapace di gustare il bello dell’arte.

— Animo via! ditemi qualche cosa! vi piace, sì o no? Non avete occhi?

Non avete parole fatte? Ci ho faticato tanto! Mia madre, la Clarice, le

scolare sono rimaste a bocca aperta. Non è un disegno da portar via il

premio?

— Sei tu persuaso d’averlo fatto bene in ogni sua parte? — rispose

Nicodemo dopo averlo considerato attentamente.

Pippo, a questa domanda inaspettata e ch’egli non aveva mai pensato di

dover fare a sè stesso, guardò Nicodemo con una specie di dispetto, e

poi esaminò il lavoro, e non gli parve in tutto quello di prima. A un

tratto ne fu sbigottito; poi scuotendo il capo:

— Che forse pretendereste di trovarvi qualche eccezione?

— Figurati che sia lavoro di un altro, d’uno dei tuoi concorrenti....

— Ebbene?

— Ti metterebbe in soggezione, o ti darebbe maggiore speranza d’avere

il premio?

— Io non vi capisco.

— Mi sarò spiegato male; e quasi quasi l’ho caro.

— Ma dunque?

— Non ti confondere. Basterebbe che tu potessi proprio figurarti che

non è tuo.

— E allora, — esclamò con fuoco, dopo averlo squadrato come chi cerca

il pelo nell’uovo, — allora lo straccierei per farne un altro migliore,

e poi un altro. No, no! Io non ne sono più contento! Ma il tempo,

neanche di rifarlo una volta sola, dov’è? E se mi ritiro dal concorso,

addio speranze! E’ diranno che ho avuto paura dei compagni!... Non è

possibile! Bisogna che sia questo! che sia com’è; non v’è rimedio!...

Già il professore mi vede di buon occhio; m’ha promesso.... Eh

via! coraggio! Starà così.... Po’ poi son sempre scolare. Un bel

negozio ho fatto a domandarvi il vostro parere!... Oh! ma io non

vi do retta! Badate ai vostri intagli.... Eppure.... Se potessi far

meglio!... —

E mentre Pippo farneticava in quel modo, trabalzato ai due estremi

dello scoraggiamento e della presunzione, Nicodemo pensava tra sè:

Veramente questo ragazzo avrebbe genio da addivenire un artista; ma,

poveretto, l’Accademia lo ha traviato; e questi concorsi, queste gare

forzate tra chi non ha ancora la vigoria di reggersi in gambe da sè,

nella strettezza d’un tempo contato a giorni e ad ore, con la speranza

di protezioni, di parzialità, d’indulgenza, con l’argomento assegnato a

capriccio dei maestri, non secondo il genio dello scolaro, finiranno di

rovinarlo, s’e’ non sarà in tempo o s’e’ non avrà forza di liberarsi da

sè dalle torture accademiche.

— In conclusione, — riprese Pippo, — che cosa dovrei io fare, secondo

voi? O ajutatemi, se sapete! — e lo disse più per burla che sul serio.

— Ajutarti io? Ti par egli! Io non so disegnare. Posso dire il mio

sentimento; posso credere che una parte sia fatta men bene, o che so

io;... ma posso anche sbagliare più d’ogni altro.

— Intanto ditemi dove vi sembra che sia difetto. Anch’io m’accorgo

ora, a guardarlo ben bene, che certe cose.... Vediamo almeno se si va

d’accordo. —

Nicodemo pareva stanco d’un colloquio per lui troppo lungo, chè da

molti anni non aveva fatto tante parole in un medesimo giorno; ed

era tornato a lavorare co’ suoi ferruzzi, per finire l’intaglio d’una

stampina da leggendario.

Ma Pippo insisteva: — Ditemi qualche cosa: ormai mi avete messo una

pulce nell’orecchio; non esco di qui, finchè non mi abbiate dato retta.

— Dunque, — e posava gli arnesi e si metteva a considerare il disegno,

— dunque tu vuoi addirittura...? Proviamoci. Guarda se questo torso

non dovrebbe esser girato un po’ meglio.... così, per esempio.... — E

infatti anche Pippo vi aveva conosciuto un difetto, e si accorse che

Nicodemo gl’indicava bene la correzione; e lo stesso in altri luoghi;

e così d’alcune sviste sfuggite a Pippo, e che richiedevano occhio bene

esercitato per discernerle. Della qual cosa Pippo rimase stupefatto, e

domandò:

— Ma dunque voi sapete...?

— Adagio! altro è saper fare, altro è dire il proprio sentimento

sulle cose fatte da quest’e quello. Tu sai che chi sta a vedere ha la

mente quieta, l’occhio riposato, e non è frastornato dal pensiero di

dover rifare o correggere il mal fatto. Va’ al teatro, e una semplice

fanciulletta scoprirà nel dramma una imperfezione che all’autore

è sfuggita, benchè abbia messo tutto il suo studio e tutta la sua

fatica nel comporre e correggere e ricomporre. Ma di quanto io t’ho

detto sul tuo lavoro, fanne quel conto che crederai; pensavi meglio;

non ti perdere d’animo; e se ormai non sei più in tempo a lasciare

una professione disgraziata per tanti versi, preparati almeno ad

esercitarla in modo, che nè tu nè la tua patria ve n’abbiate mai a

vergognare. —

Queste ultime parole fecero specie[210] a Pippo, ma e’ non ne intese

nè poteva intenderne tutto il significato. Senza nissuna cultura, con

idee grette, con la sola compagnia di ragazzi per lo più ineducati

e ignoranti al par di lui, come poteva egli inalzare la mente alla

considerazione dei grandi uffici dell’arte, rispetto alla civiltà

ed alla patria? La matita, la carta, gli esemplari, le sue copie, la

mano e di rado la parola del professore per correggere quelle copie;

una caterva di condiscepoli per lo più messi là come lui da genitori

che non sapevano dove mandarli per levarseli di casa; le invidiuzze,

le persecuzioni e le mariuolerie e bene spesso i mali esempi dei

depravati.... ecco in che cosa consisteva la educazione artistica

di Pippo. Egli appena sapeva leggere e scrivere; e libri d’arte, di

storia, di letteratura non conosceva nè avrebbe facilmente capiti. I

soli libri ch’egli avesse più volte riletto nell’infanzia erano stati

quei brani di relazioni di viaggi; e sempre gli stava a cuore lo studio

del paese, e qualche prova di quando in quando faceva alla meglio da

sè medesimo, dimostrando sempre d’aver più genio pel paese che per

la figura. Ma ormai trovandosene suo malgrado sviato, proseguiva a

studiare quel che poteva, tanto per dire un giorno: — Sono stato tutto

questo tempo all’Accademia, ho fatto quel che mi hanno dato da fare,

ho avuto i premi; dunque son pittore.... — Così, come tanti altri, si

metteva nel caso di ridurre il suo esercizio dell’arte a mestiero, o

di doversi poveramente adattare, per necessità di pronto guadagno, ai

lavori di riquadratore di stanze e d’imbianchino.

A confermarlo poi nel proposito di fare il pittore s’aggiunse il

premio del concorso conferito difatti a lui stesso. Figuratevi la sua

gioja, la consolazione della madre, la festa che ne fu fatta da tutti!

La buona Carolina benediceva in segreto le lunghe veglie spese nel

lavoro, e gli stenti segretamente sofferti per mantenere il figliuolo

all’Accademia, figurandosi che l’averne riportato un premio fosse

indizio infallibile di buona riuscita, e sperando ogni dì più che Pippo

dovesse diventare professore celebre, ed arricchirsi.

Il giovanetto, dopo aver dato sfogo alle sue consolazioni, andò a

trovare Nicodemo, gli annunziò la buona notizia, e poi aggiunse con

ingenua confessione e con sincero affetto di riconoscenza:

— E sapete? se i’ l’avessi portato al concorso senza farvi prima le

correzioni che voi mi suggeriste, il premio non sarebbe toccato a me.

Vi sarebbe stato il disegno d’un altro concorrente, che avrebbe avuto

meno difetti del mio. Dunque vi ringrazio, e da ora in poi....

— No, non mi ringraziare d’aver dato mano a commettere un’ingiustizia.

— Oh! un’ingiustizia! perchè?

— Tu mi dici che non avresti superato il compagno se non ti fossero

state suggerite quelle correzioni. Il compagno non avrà avuto chi gli

facesse questo servigio.

— Capisco; ma voi non sapete che quel tale è nipote d’un altro

professore dell’Accademia, e che tutti asseriscono che il disegno

era stato condotto più dal professore che da lui.... E perciò il mio

trionfo è stato più bello: chè ognuno si maravigliava che io avessi

avuto maggiore abilità di un professore.... Ma che cosa dico? io no....

voi, caro Nicodemo; e non mi darete ad intendere d’esser buono soltanto

a intagliare cotesti pezzi di legno. —

Nicodemo non seppe trattenere un sospiro.

— Voi sospirate? Dunque.... Oh non pretendo d’essere messo a parte dei

vostri segreti; ma....

— Io sospiro, ragazzo mio, vedendo che non ci è verso di rispettare tra

noi la giustizia; e pensando che vi possa forse essere un professore sì

poco abile nel disegno, da doversi mettere a confronto con me....

— Eppure, se sapeste tutto quello che ho udito dire di certi prof....

— No, no! lasciamo questo discorso: non mi piace di far giudizj

cattivi sulle parole degli altri, e molto meno di udirli in bocca di un

giovinetto, di uno scolare. Tu studia, fa’ il tuo dovere, e non pensare

ad altro.

— Smettiamo pure; ma io pagherei, per quel bene che spero mi vogliate,

che voi mi confidaste....

— Sì, io ti voglio bene, e per questo ti dico di non lasciarti

insuperbire dalla tua vittoria. Te lo dico io, che davvero non do

sospetto di potermi mai mettere a competenza nè con te nè con altri.

Vorrei anzi che tu fossi per diventare Raffaello Sanzio....

— E chi era Raffaello Sanzio?

— Chi era Raffaello Sanzio? — ripetè con aria di compassionevole

afflizione a quella dimanda fattagli da un alunno premiato della scuola

del disegno; ma poi reprimendosi proseguì: — Era pittore, forse il più

grande di quanti ne sono stati finora e ne saranno per un pezzo. Io

t’ho visto ricopiare con grande amore alcune sue teste....

— Oh bella! E non mi hanno detto nulla! Me le direte voi eh queste

cose? Ma quali sono le teste che avete detto? — E correva ai disegni, e

dopo averne scelti due o tre: — Scommetterei che son queste!

— Sì, per l’appunto. —

E allora Pippo, senza pensare ad altro, si pose a contemplarle con

infinito diletto.

— Non v’è dubbio, — diceva intanto fra sè Nicodemo, — questo ragazzo

avrebbe propriamente genio per l’arte. Che peccato ch’ei sia venuto al

mondo con la povertà addosso ed in questi tempi!... —

Era verso sera, e giorno di festa: alcuni condiscepoli di Pippo vennero

a cercarlo per congratularsi del premio; tra essi uno o due con affetto

sincero, gli altri soltanto per cogliere una occasione di sollazzarsi

più del solito. Così accade in quasi tutte le cose di questo mondo:

pochi son quelli, per esempio, i quali frequentino una conversazione

per amicizia vera verso la famiglia che li riceve, o vadano al teatro

con l’intento d’istruirsi, o alla chiesa per divozione; i più hanno

soltanto l’ambizionuccia di far sapere che vanno in quella tal casa,

la smania di raccogliervi ciarle e di scroccarvi rinfreschi, e per

essi il teatro e la chiesa son luoghi da veder gente e farsi vedere,

sfoggiando in belle vesti, amoreggiando, spendendo in qualche modo il

tempo, del quale non sanno che cosa farsi. Quell’uno o quei due che

cercavano Pippo con buona intenzione, non badarono alla povertà della

casuccia ch’egli abitava, o se vi posero mente gli si affezionarono

più che mai; gli altri, benchè non fossero di famiglie facoltose, ma

solo in apparenza potessero passare per gente da più di lui, guardarono

al luogo, non alla persona, e accolsero subito nell’animo il vile

e crudele sentimento del disprezzo, inacerbiti anco dall’invidia di

vedersi superati in abilità da quel meschinello. Ma appunto costoro

gli fecero i più strepitosi e i più smaccati elogj, ridendone poi

insieme di soppiatto; e vollero che uscisse con loro, per goderselo,

come dicevano, alla passeggiata. Pippo, sua madre e la Clarice, con

ingenua credulità e grandissima gioja accolsero quelle congratulazioni

mentite, e ne resero molte grazie. Pippo non stava più nei suoi panni;

seguì la comitiva, e dopo che ebbero girellato alquanto per la città

imbattendosi in altri condiscepoli che a loro si accompagnarono, vi fu

chi propose di andare al caffè. Secondo l’usanza, quest’invito doveva

venire da parte del festeggiato, e a lui stesso toccava pagare il

rinfresco; ma oltrechè la conversazione era divenuta troppo numerosa,

ognuno sapeva che Pippo era povero, e vollero invece pagare per

lui. I più intemperanti e i più chiassoni si abbandonarono ad ogni

eccesso; uscirono dal caffè ponendo in mezzo il premiato, che per

l’insolito baccano e per la naturale sua ilarità si lasciava metter

su da quei capi sventati; e, fosse caso o malvagio disegno di alcuni

o inconsideratezza di tutti, volsero i passi verso la casa del primo

tra i competitori di Pippo, di quello che, ad onta dell’ajuto dello

zio professore, come dicevano, mentre si faceva sicuro del premio, se

l’era visto rapire. E quivi, con alte voci di beffe, con insolenze

d’ogni maniera, diedero facilmente a conoscere a quelli di casa, e

chi erano, e che cosa fossero venuti a fare. Pippo, il quale in sulle

prime di nulla erasi accorto, appena che v’ebbe posto mente, gli

spiacque assai, ne mosse aperto rimprovero ai compagni, li abbandonò;

e i peggiori se l’ebbero a male e fecero pensiero di ricattarsi.

Intanto il competitore deluso conobbe la canzonatura; e al dolore della

disfatta e all’invidia s’aggiunse lo sdegno dell’ingiuria, e se ne

dolse coi genitori e con lo zio. Pippo solo fu accusato d’aver condotto

i compagni a commettere quella insolenza; e chi n’era veramente

colpevole, avvalorò la calunnia. Così il povero giovine si ritrovò ad

avere molti nemici e tra i condiscepoli e tra i maestri; e, per quanta

prudenza cercasse d’usare, spesso rinnovaronsi dissidj e s’accrebbero

rancori, a cagione dei malevoli che s’erano proposti di perseguitarlo.

Infine vedendo egli che la rassegnazione e la modestia non bastavano

a liberarlo da tante inquietudini, volle provarsi a fare ardimentosa

resistenza; anch’egli sciolse la lingua alle contumelie, e si pose

in aperta guerra, attenendosi al proverbio «chi pecora si fa lupo la

mangia.»[211] Ma Pippo era solo contro tutti, era povero, non aveva

sostegno di persone autorevoli; le sue sole difese erano l’abilità e

l’ardire; e queste ad altro non servivano che ad accrescere l’invidia e

l’odio degli avversari. Celò sempre a sua madre tutte queste disgustose

avventure; ne fece qualche parola con Nicodemo, ma non seppe, o forse

non potè sempre seguire i suoi buoni consigli; e la contesa andò

tant’oltre, che senza aver commesso niuna colpa, ei si trovò alla fine

espulso dall’Accademia qual pericoloso suscitatore di discordie tra i

condiscepoli. Niuno si mosse a prendere le sue difese, perchè sebbene

ei fosse stato sempre rispettoso verso i superiori, tuttavia non s’era

curato mai di corteggiarli; e così credeva anzi, e non s’ingannava, di

mostrare vera stima e rispetto verso di essi. Avrebbe potuto addurre da

sè medesimo sincere ed efficaci discolpe; ma bisognava accusare altri,

palesare ingiustizie, parzialità, calunnie, fare in certo modo il

delatore; e solo a pensarvi ne rifuggiva con generoso dispetto.

Allora ei tornò a riflettere più seriamente ai casi proprj; e già anche

senza l’espulsione dall’Accademia, il bisogno di provvedervi in qualche

modo andava crescendo. Ormai, per continuare lo studio della pittura,

occorrevano spese troppo superiori alla possibilità della madre; ed

egli avrebbe voluto anzi da lungo tempo guadagnar qualche cosa per

assisterla. La risoluzione di mettersi a un mestiero sarebbe stata più

opportuna due o tre anni prima. Ora v’era anche bisogno di maggiore

sforzo per vincere l’amor proprio. Dopo tanto studiare, dopo tanti

elogi, sul punto quasi di prendere la tavolozza e d’aprire studio, come

ridursi a entrare garzone d’uno stipettajo o d’un fabbro? Tuttavia il

povero giovine non sapeva trovare strada di mezzo; e più d’ogni altro

partito sarebbegli dispiaciuto quello già preso da molti suoi compagni,

di mettersi a colorire stampe, a miniare, a copiare bazzecole,[212] a

rimpasticciare i quadri vecchi o a riquadrare le stanze; perchè, non

potendo essere artista, non sapeva nemmeno rassegnarsi affatto a lavori

solamente manuali, col rammarico di tanti anni sprecati nello studio

del disegno.

— E non solo il denaro, — diceva Nicodemo, spinto dalla gravità del

caso a ragionarne di proposito con Pippo che gli aveva confidato tutto,

— ma anche l’istruzione ti manca, ragazzo mio....

— Eh! voi me l’avete detto altre volte; e io ci ho pensato poco. Ma

perchè non me l’hanno detto anche i maestri?

— I maestri avranno pensato solamente a insegnarti il disegno,

supponendo che tu potessi provvedere al resto da te, o che non ti

premesse imparare altro che la pittura, per dir così, macchinalmente.

Non voglio credere che giudichino inutile l’istruzione per chi non

si contenta di saper ritrarre uomini, copiare quadri antichi, e cose

simili.

— Ma spiegatemi un po’ meglio che cos’è questa istruzione, perchè, a

dirvela, ho anche udito dire che i grandi maestri del tempo scorso non

se ne ingerivano poi tanto; eppure divennero celebri....

— Pippo mio, questo non possono averti detto le persone di senno.

Chi ben guarda alle opere di quei maestri, non vi trova soltanto la

perfezione del disegno e il merito del colorito, ma anche la elevatezza

dei concetti nella esposizione degli argomenti, la filosofia, come

dicono, dell’arte, i significati ingegnosi, l’espressione dei volti e

degli atteggiamenti, cose tutte che derivano dal genio educato dalla

sapienza. Di questa sapienza non facevano pompa, perchè erano uomini

semplici e modesti; ma essa traspare dalle opere: contemplale a lungo,

cerca di ritrovarvi la ragione di quei componimenti mirabili, e vedrai

che per dipingere in quel modo, e perchè le figure ti commovano,

ti sveglino sentimenti d’amore, di pietà, di dolore, idee e affetti

generosi, perchè insomma ti parlino all’anima per commoverti o per

istruirti, come farebbe la più bella pagina d’un libro, anzi un libro

intero, un intero poema, non basta aver addestrato l’occhio e la mano

a ben ritrarre il nudo e i panneggiamenti, i colori e le ombre, gli

scorci e i piani, e tutto quello, in sostanza, che si riferisce alla

semplice copia della natura o dei costumi degli uomini. Bisogna dunque

educare anche l’intelletto, acquistare idee e saperle connettere e

abbellire con l’immaginazione, e valersene per comporre sulla tela,

come farebbero il poeta, lo storico, il filosofo nei loro libri. E

queste idee le troverai tu nella scuola del disegno, nella compagnia

dei condiscepoli, negl’insegnamenti sterili del maestro? Bisogna

acquistarle con lo studio dei buoni libri e delle opere dei grandi

artisti; bisogna che il sentimento governi l’occhio e la mano, e dia

la vita alle figure. Forse vedendo che gli antichi rappresentavano

quasi sempre argomenti di religione pagana o di religione cristiana,

crederanno i moderni artisti che avessero poco bisogno di studiare la

storia dei popoli, di coltivare le lettere, di elevarsi al maggior

grado della civiltà dei loro contemporanei; ma io torno a dire:

contemplate bene le loro opere, fossero anche tutte e solamente

d’argomento religioso, e vedrete quanta sapienza, oltre all’abilità,

vi traspare! Almeno avranno studiato sui libri che narrano la storia

alla religione, avranno letto e meditato gli scritti dei Santi Padri, i

poemi che descrivono le più rinomate vicende dei popoli e degli eroi.

Indi gli scolari seguivano i maestri sui lavori e gli ajutavano, e

gli udivano ragionare; avevano di continuo commercio d’idee con chi

già era istruito; e i grandi avvenimenti di quei tempi o delle età

meno remote da loro che da noi, la vita pubblica dei popoli accesi

da vigorose passioni, le molte industrie, i commerci, le guerre, le

parti, il movimento straordinario che li teneva tutti svegli, erano

continua lezione. Ora tu vedi che siamo in tempi di molta inerzia e di

passioni meschine; non già che per dar vita alle arti, e istruzione e

sentimento agli artisti, ci vogliano anco gli sconvolgimenti calamitosi

dei secoli meno civili o meno tranquilli del nostro; le arti e gli

artisti prosperano anzi, come tutte le altre cose, più nella pace

che nella guerra o nella discordia, ma purchè questa pace non sia

codarda, nè sonnolenta, nè contaminata dalla depravazione dei costumi,

e che non vieti al popolo di fare quella parte che gli spetta nelle

pubbliche faccende. Tu vedi ora una dimenticanza quasi universale

d’ogni generoso sentimento; la moltitudine oppressa dalle miserie e

dall’ignoranza, o solo occupata a sostenere le fatiche materiali dei

suoi mestieri; le persone quasi tutte prese da uno smisurato egoismo,

dedite alla cupidigia dell’oro o dei piaceri, diffidenti, con poche

ed abbiette e spesso colpevoli voglie; la gente ricca dominata per

lo più dai capricci della moda, dalle mollezze, dal fasto, o dalla

sordida avarizia; una gioventù snervata, oziosa, frivola, e per la

maggior parte libertina; i generosi sentimenti per lei stanno più nelle

parole che nei fatti; i buoni proponimenti durano poco; per tutto una

mania di fare, di riformare, d’accrescere più i beni materiali che i

morali per la nazione; ma è quasi sempre fuoco di paglia, sopraggiunge

presto la stanchezza, e la fatica e la perseveranza pesano a tutti.

Ove trovi tu da ispirarti? forse nei caffè ripieni di una folla di

giovani spensierati, che se non si depravano conversando insieme, certo

non si migliorano? forse nei teatri divenuti scuola d’ineducazione

e di costumi licenziosi? forse nei pubblici passeggi che non sono

altro che mostre di gente vana che ha messo tutto il suo studio nella

guardaroba? Le feste popolari non hanno altro di bello che il nome;

le solennità religiose non ti presentano altro che fasto profano,

privo di divozione, spesso irriverente! Così la poca vita pubblica

che ci rimane è tutta sterile di sentimento, è una continua mostra

di vanità e d’ipocrisie, nelle quali i varj ordini di cittadini si

scimmieggiano tra di loro, e sembra facciano a gara a chi più si

deprava. Le cose non anderanno sempre così, questo è vero. Vi sono

tuttavia i magnanimi e i virtuosi che tentano di redimere la società

dall’avvilimento in cui è caduta; e verrà tempo che il buon seme

che essi spargono dovrà fruttare; e le persecuzioni, gli esilj, le

carceri, i martirj che incontrano, affretteranno quel tempo.[213] I

popoli non periscono come un solo uomo; invano sperano i malvagi che

le nazioni tollerino sempre la loro vergogna, stieno sempre divise,

dimentichino per sempre il passato. Una nuova èra di risorgimento si

prepara, si avvicina; i tentativi generosi non furono mai inutili; le

virtù popolari si assopiscono ma non si spengono mai. Quando l’ora è

suonata, una scintilla basta a riaccenderle. Ah! è vero, io ho sperato

troppo, ho offerto tutto me stesso alla patria, ho creduto che non

fosse invano, ho patito.... non ti saprei narrare giammai quanto ho

patito! Tu vedi quale è il presente mio stato, e basta! Ho perduto

ogni cosa; ma la speranza no! I miei occhi saranno chiusi dalla morte,

e, nondimeno, anche morendo io spererò sempre, perchè chi desidera

davvero il bene della patria, non lo desidera per sè solo, ma pei

posteri; non per sè solo, ma per quelli si adopera, e sostiene fatiche,

persecuzioni, dolori, dovesse volerci anche qualche secolo prima che

quel bene sia ottenuto. Ma intanto che cosa farai tu mentre si maturano

i destini della tua patria? Se tu vuoi nutrire con elevate idee il tuo

genio d’artista, ti convien cercare i modelli più nelle opere degli

antichi che in quelle dei moderni; ti conviene scegliere nei secoli

quei fatti e quegli uomini che meglio ti rappresentano il buono, il

bello, il grande, il sublime della società umana. Nè alcuno può avere

immaginativa tanto feconda, da figurarsi il passato senza studiarlo

nei monumenti e nei libri; e molto studio ci vuole per bene scegliere,

per ben confrontare, per bene adattare gli argomenti ai bisogni del

tempo, e affinchè insomma la tua opera sia originale, istruttiva, e

contribuisca con le altre diverse manifestazioni del vero ingegno, a

migliorare la società. Questo è il dover tuo, se vuoi essere artista;

il diletto solo nelle opere d’arte non basta, ed è anzi intendimento

secondario; il fine principale è quello di accendere negli animi

l’amore della virtù, la emulazione dei fatti egregi, di parlare a un

popolo il linguaggio degno di lui, degno della virtù e della nazione:

l’artista ignorante è sempre mediocre, è sempre soggetto, se vuol

campare della sua arte, a vendere servilmente l’opera e l’ingegno; è

spesso tentato a prostituire l’arte all’adulazione, al capriccio, al

vizio.... Queste cose dico a te, non per distoglierti dal proseguire i

tuoi studj, ma perchè tu vi rifletta ad animo riposato....

— A me pare che abbiate ragione; e sento che se io dovessi fare il

pittore, vorrei farlo con decoro; e se questo la mia povertà e la mia

ignoranza non mi concedono, meglio è che alla fine abbandoni l’arte....

Ma intanto ho tradito le speranze della mia povera madre! So che

finchè ella vive non le mancherà un tozzo di pane, e io sono preparato

a campare alla meglio col meschino guadagno d’un mestiere, a vivere

piuttosto povero e indipendente, che ad avvilire me o l’arte mia per

qualunque grosso guadagno!... Ma se mi fosse riuscito di procacciare

più comodi a mia madre nella sua vecchiaja; se avessi potuto dirle

una volta: riposatevi, mamma, non lavorate più per bisogno; ecco, io

guadagno tanto che basta a farvi star bene!...

— E perchè non potrai tu riuscirvi? No, tu non ti devi scoraggiare; tu

hai gioventù, ingegno, robustezza, amor del lavoro....

— Ma che cosa farò io dunque, se abbandono l’arte addirittura?...

— Nè questo è necessario. Tu mi confidasti molto tempo fa che la tua

prima vocazione sarebbe stata il disegno del paese....

— Pur troppo!...

— E io ti consigliai allora a studiare la prospettiva, l’ornato e

soprattutto il paese; e vedo che tu l’hai fatto con passione, e che ci

sei riuscito.

— Ora capisco il vostro pensiero....

— Or dunque rivolgi ogni tuo maggiore studio al paese; tu hai meno

impedimenti a divenire buon pittore paesista che buon pittore di

figura. E che tu sia già addestrato nel disegno della figura è bene,

perchè così non sarai costretto a far paesi disabitati o a mettervi

goffe e insulse figure, o a chiedere l’opera d’altri per condurre a

fine i tuoi quadri.

— Avete ragione; il ripiego mi piace assai: e credete che io troverò da

lavorar molto....

— Se tu sarai buon paesista, non ti figurare di dovere arricchire; ma i

buoni paesisti sono rari: meglio essere abile tra i pochi che mediocre

tra i molti. Per lavorare di paese non ci vuole tanto dispendio nè

tanto tempo come per condurre opere di figura; meno guadagno, ma più

frequente e più facile; meno celebrità, ma non può mancarti lode se

tu la meriti; e ricordati, per non dire altri, di Salvator Rosa. Poi

quanta ricreazione d’animo, quanta dolcezza in ritrarre le infinite e

svariate bellezze della natura, i costumi per lo più onesti e semplici

degli abitatori delle campagne lontane dalle città, da questi centri

dei vizj! E le nostre pianure, i monti, i boschi, le marine, l’azzurro

e splendido cielo, i fenomeni giornalieri che si palesano ai nostri

occhi hanno tanta dovizia di stupende bellezze, che non lasciano mai

senza grandi ispirazioni l’animo di chi le contempla e le sente! Nè

sarebbe opera priva d’utilità far conoscere agli uomini, quasi sempre

rinchiusi nelle vaste prigioni cittadine, come sia leggiadra e maestosa

la terra della loro patria; e a quelli d’una provincia mostrare gli

aspetti naturali, i costumi, i monumenti che ne adornano un’altra.

Anche questo è espediente efficace ad affratellare di più tra di loro

gli uomini d’una medesima nazione; far conoscere a tutti, per così

dire, i pregi della propria casa. E soprattutto sarebbe intendimento

degno dell’arte ritrarre quei luoghi che la storia dei padri nostri

fece più celebri, e così rammentare le gesta gloriose dei grandi uomini

e dei popoli, e nutrire od accendere nei giovani qualche scintilla di

patrio amore e di virtù cittadine, or che n’è sì grande il bisogno!...

I quadretti di paese ben condotti e che ritraggano il vero e che

abbiano scopo anche istruttivo, meritano d’esser moltiplicati con

la litografia, e di essi intravviene allora come dei libri fatti per

dilettare e per porgere utili cognizioni. Tu stesso potresti riportare

sulla litografia i tuoi quadri, che non è cosa difficile, e così

guadagnarti un pane onorato con più indipendenza che se tu dovessi

andare in cerca di chi ti volesse allogare opere di gran lena, la qual

cosa pur troppo di rado avviene anco agli artisti più rinomati, ai

maestri abili e provetti.

— Voi m’avete persuaso a seguire il vostro consiglio; e mi sento

crescere l’ardore per la pittura del paese.

— Che io non ti avrei proposta, se non mi fosse sembrato, da quello che

finora hai fatto, che tu dovessi riuscirvi meglio che in quella della

figura.

— Ma ora non mi negate più un altro favore che da tanto tempo io

aspetto da voi.

— E quale?

— Dalle vostre parole conosco che avete avuto educazione superiore

al vostro stato presente. Per quali avventure vi siete voi ridotto

così? Non la curiosità mi avrebbe fatto fare tante altre volte questa

dimanda, ma sì l’affetto che io sento per voi. Un gran dolore vi

affligge continuamente; benchè vi sforziate di nasconderlo, io me ne

sono accorto. Io non presumo di potervi confortare; e rispetterò un

segreto, se....

— Caro giovine, io non ti avrei nascosto le mie avventure, se il loro

racconto avesse potuto istruirti nella pratica della vita. Ma a che

cosa ti gioverà conoscere una di più delle tante disgrazie che toccano

agli uomini? Io non farò altro che affliggerti. Ma tu lo chiedi in nome

dell’affetto.... Ah sì! dopo tanti anni che io aveva chiuso l’animo ad

ogni affetto, sento rinascere quello dell’amicizia per te, e consentirò

a dartene una prova col farti conoscere la cagione del mio lungo e

sconsolato dolore. —

Racconti popolari · 第 9 / 35 题