— Io non so che cosa mi fare di questo figliuolo — diceva Giuseppe
tabaccajo ad un suo amico, additando Pippo, fanciullo di nove anni, e
tacciandolo d’irrequietezza, di disobbedienza, di svogliataggine, di
monelleria. — È una disperazione; mangia quant’un lupo, consuma scarpe
e vestiti per quattro, e non mi guadagna nulla.... Non è buono ad altro
che a sciuparmi dei fogli, scarabocchiandoli con la pretensione di
disegnare alberi, montagne, casine....
— Come vuo’ tu ch’e’ guadagni, se ancora è bambino?
— Almeno da farsi le scarpe; ce ne son tanti che vanno a bottega,
e buscano....[178] anche un giulio[179] la settimana; per ora sarei
contento, se mi potessi compromettere.... Ma figuratevi! io non lo
mando nè lo manderò a bottega, perchè se anche guadagnasse dieci, mi
consumerebbe per venti a forza di girandolare, di strofinarsi, di fare
il chiasso....
— Ma imparerebbe un mestiere....
— Troppo caro il mio mestiere! Eh no! Chi lo volesse per fattorino
avrebbe a pagarmi tanto che non troverò certo nessun che lo voglia
prendere. I servitori non son pagati bene dai padroni? Quando sarà più
grande, se non saprà fare altro.... a servire.
— A servire poi!... Oh i miei figliuoli non ci anderanno davvero! Un
mestiere, un mestiere. Guadagnar meno, ma liberi! E senza la livrea di
nessuno! E poi tu! che bisogno hai tu?...
— Cospetto! Per chi m’hai tu preso? Perchè dal nulla ho messo
assieme quattro soldi, vo’ mi credete ricco sfondato.[180] E poi, non
foss’altro per levarmi di tra’ piedi quella forca!...
— Mandalo a scuola.
— A volere ch’e’ mi diventi più bardassa[181] che mai! E s’e’ ci
andasse! Quand’e’ può sgattajolare[182] di qui, subito per le mura o
fuor di porta a giuocare, a rovinarsi la roba....
— Vi sono delle scuole dove i ragazzi vanno volentieri, a quanto mi
dicono, perchè sanno tenerli bene, farli studiare di genio....
— Se potessi spendere!...
— Già non si spende; e poi tu non dovresti guardarci tanto!
— Finiamola! Non mi toccar più questo tasto! — E s’inquietava.
— Fa’ una cosa. Tu hai detto che Pippo non farebbe altro che
disegnare....
— Già, a scapito di fogli e d’inchiostro....
— Mandalo all’Accademia. Se ha genio pel disegno, all’Accademia ci
anderà volentieri, e potrebbe fare buona riuscita e buoni guadagni.
Alle volte si sono visti certi colpi di fortuna!... Come chi avesse ora
una figliuola con buona voce per cantare, o buone gambe per ballare.
Quattrini a palate! Benchè io ve’!.... Col rischio di vederla poi....
mi capite?... Non m’importerebbe delle ricchezze.... no davvero! Val
più l’onestà e la pace che tutte le grandi lodi e i tesori di questo
mondo.... E poi, anche le più fortunate vanno quasi sempre a finire
malamente allo spedale.... Ma, quanto a Pippo sarebbe un altro par
di maniche. Fa’ a modo mio, Giuseppe. — Intanto, aggiungeva tra sè
l’amico, quel povero ragazzo sarà picchiato più di rado.
[Illustrazione: UNA MADRE]
E Giuseppe, che di primo slancio approvava quell’idea, s’era messo
taciturno a pensare. Poi riprese:
— All’Accademia non si spende, eh?
— Così è: non si spende.
— Tu m’hai dato un’idea che per ora non mi dispiace. — Poi, volgendosi
al banco, e vedendo che il figliuolo, nel baloccarsi, aveva gettato non
so che cosa per terra, gli corse addosso furiosamente, e incominciò a
rampognarlo e a percuoterlo.
Il compagno, che altre volte s’era trovato a quelle brutte scene, e
che reputava inutile, o aveva paura di prendere le difese del povero
fanciullo, facendo una spallata, se la battè[183] pel fatto suo.
Non così la madre di Pippo, la quale, benchè sapesse d’esporsi al
pericolo di tirare sopra di sè la collera del marito, appena ebbe
udito quelle strida, scese lesta lesta una scaletta che metteva dalla
casa nella bottega; e prima con le preghiere, poi con le mani tentò di
trattenere le busse. Non bastava; e allora s’interpose a forza con la
persona. E Giuseppe preso da maggiore sdegno, proseguiva a scagliar
colpi alla cieca, e ferì la meschina in un sopracciglio, sicchè il
sangue che ne spillò subito scorse con le lagrime a rigarle la gota.
Essa, coprendo il viso con una mano e chinandosi perchè il marito non
vedesse il male che le avea fatto, si contentò d’esclamare con voce
commovente e sommessa: — Basta! — e trascinò seco su per la scaletta
il figliuolo, che vedendosi ricoverato nelle materne braccia, cessò di
piangere. Giuseppe, o che fosse rimasto un po’ intenerito da quella
parola supplichevole della moglie, o che non volesse lasciar sola la
bottega, rimase appoggiato al banco, chinando il capo, e mostrando
col mordersi le labbra tumide e bavose, con aggrottare le ciglia
nerissime e folte, e con stringere i pugni e arrotar fra loro le
nòcca, una interna violentissima commozione, che poteva prendersi o
per acuto rimorso o per avanzo di collera a dispetto suo non sfogata.
In quel punto entrò in bottega, a muso basso con la coda tra le gambe
e rasentando la soglia, il cane ch’ei teneva per guardia: una povera
bestia smunta, allampanata[184], che alle mani di cotal padrone sarebbe
già morta di fame, se la moglie non aggiungeva furtivamente qualche
cosa ai magri pasti fatti dei rimasugli d’una mensa troppo frugale, o
se altro non rinveniva da sè fiutando le spazzature ammonticchiate nei
vicoli.
Nondimeno il mal capitato guardiano aveva per Giuseppe la stessa
affezione che per gli altri; e dopo essersi stropicciato più volte al
muro e allo spigolo del banco, fattosi animo, s’accostò alle gambe del
padrone, incominciò a scodinzolare, a mugolare, a raspare.... Ahimè!
il tempo era male scelto. Giuseppe non voleva feste, e con un calcio lo
mandò a rotolarsi ed a guaire in un canto. Due artigiani che parlavano
tra di loro lì presso alla bottega, e che ben conoscevano l’umor della
bestia, si volsero compassionevoli verso il cane e s’allontanarono,
ma non tanto frettolosi, che Giuseppe non potesse udire queste parole
proferite da uno di essi: — Senza parzialità per nessuno; e’ tratta
il cane come la moglie e il figliuolo. — Il banco si riscosse a
tali detti? Nemmeno Giuseppe. Anzi spianò le rughe della faccia, e
tentennando il capo fece apparire a fior di labbra un risolino di
derisione maligna, e poi andò a raccattare tranquillamente la roba che
il figliuolo aveva fatto cadere di sul banco, e a rimettere a sesto
altri oggetti. Allora trovò in un ripostiglio dietro i vasi del tabacco
ed i mazzi delle pipe tre o quattro libricciuoli laceri, di quelli che
gli erano stati venduti coi fagotti di fogli per carta da involtare il
tabacco. Quei libricciuoli appartenevano ad una raccolta di descrizioni
di viaggi, e vi si trovavano alcune stampucce rappresentanti i paesi
descritti nell’opera. Pippo che appena aveva imparato a compitare da
sua madre, se li leggeva e rileggeva con infinito diletto, e sognava
maravigliosi viaggi e ricopiava quelle stampucce, innamorandosi di così
fatti lavori. Quando poi vedeva disegni, e in specie quelli di paese,
nelle vetrine delle botteghe dei librai e dei negozianti di stampe,
rimaneva lì estatico a contemplarli, e si sarebbe scordato di tutto,
anco delle busse di suo padre. Il ritrovamento di quei libri così
riposti riaccese l’insana collera di Giuseppe; ma si contentò questa
volta di levare l’innocente trastullo al figliuolo, sciogliendo le
pagine e mettendole alla rinfusa accanto alle bilance. Povero Pippo!
come rimase addolorato quando non ritrovò più quei suoi cari compagni!
Pochi avventori venivano quel giorno dal tabaccajo, perchè una
processione strepitosa richiamava gli sfaccendati nella parte di città
opposta a quella dov’era la bottega di Giuseppe; sicchè dopo avere
sciupato i libricciuoli di Pippo, si nojò ad aspettare chi non viene,
serrò lo sportello un quarto d’ora prima del solito, e andò su in casa
a sollecitare la minestra. Comparve dunque inaspettato alla moglie,
mentr’ella si studiava di ricoprirsi con certo drappo carnicino[185] la
ferita del sopracciglio, in modo che Giuseppe non la potesse scorgere.
Ma prima anche di vederlo, ella udì la sua temuta voce che domandava:
— Che cosa avete voi fatto! — La Carolina si riscosse, non seppe come
rispondergli; ed era per balbettare forse una menzogna, quando Pippo
che usciva dalla finestra e aveva udito l’interrogazione, ricoprì la
sua voce dicendo con ingenua franchezza: — È stato lei signor padre;
dianzi....
— Ho capito, ho capito! Ma per cagion tua, monello....
— No, — interruppe allora arditamente la Carolina, andando incontro
con umili e affettuosi modi al marito, e facendo cenno di tacere al
figliuolo. — No, caro Beppe, non ci pensare; è una cosa da nulla; è
stata la mia sbadataggine....
— La mia balordaggine, avete a dire; la mia.... Ve lo rinfaccerò
sempre; me ne pentirò finchè avrò vita, d’avervi dato retta a
riprendere....
— Zitto, per carità! — e gli s’accostava con premura, e parlando piano
perchè Pippo non sentisse. — Non dite queste cose in faccia a lui!...
— Se si fosse lasciato agl’Innocenti come quell’altro, ora queste scene
non seguirebbero....
— Ormai, abbi pazienza, mi raccomando....
— Sì, sì, ormai bisogna tenerci questo bel mobile....
— È tuo figliuolo! — E seguiva il marito in cucina, e chiudeva l’uscio,
raccomandandogli di tacere o di parlare sommessamente.
— Per farmi dannare; per rovinarmi!...
— E se Dio benedetto gli concedesse di poterti assistere nella
vecchiaia?...
— Oh giusto! la vecchiaia! Voi mi farete morire di bile, prima che mi
s’imbianchino tutti i capelli....
— Non mi far tribolare così! Tu sai che se con la mia vita potessi
farti più lunga e più felice la tua....
— Non mi venir fuori con queste tenerezze insulse. Non è più tempo....
— Lo veggo, pur troppo, che tu ti sei mutato.... Ah! tutto il rovescio
di prima....
— Sì eh? Perchè mi lascio meno infinocchiare[186] dalle tue moine!
Lo vedi, lo vedi tu ora il bel guadagno che n’ho ricavato a lasciarti
riprendere dagl’Innocenti quella bardassa?[187] Tu mi seccasti tanto
con le tue lagrime!... E ora, — vedendo che la Carolina piangeva — ora
tu crederesti di far breccia da capo? Finiamola, finiamola! Non voglio
pianti. Andiamo a mangiare un boccone in santa pace, se sarà mai più
possibile averla. Allestisci. Del resto, Pippo non starà più tanto
per casa.... M’hanno consigliato.... Vedrò.... È ella in ordine la
minestra? —
La moglie s’affrettò subito a preparare un boccone, perchè l’indugio
non avesse a cagionare altre sfuriate di collera; ma, poveretta, un
nuovo pensiero l’angustiava per quelle poche parole buttate là con
aria di mistero da Giuseppe sul conto del figliuolo. — Che razza di
consiglio avrà egli avuto? pensava tra sè; io non ispero nulla di
buono. Vorrà metterlo a bottega; così piccino? E chi sa dove? Forse con
un maestro avvezzo come lui a menar le mani.... — Con simile trepidanza
poco mancò non le cadesse di mano ora una cosa ora un’altra; e il
marito, a vederla imbrogliata in quel modo, fremeva e batteva i piedi.
Alla fine la tavola fu apparecchiata; venne la minestra; chiamarono
il fanciullo, e mangiarono silenziosi. Giuseppe divorava; la moglie
spelluzzicava[188] girando dal cammino alla mensa; e Pippo spartiva di
soppiatto la sua magra porzione col cane, che era più affamato di lui.
Nel tempo di questo malinconico pasto, io tornerò col racconto un passo
addietro, come diceva la mia nonna buon’anima.
Giuseppe, quand’era sempre ragazzo, fu da suo padre, calzolajo, rimasto
vedovo, messo nella milizia a fare il tamburino; e chi s’è visto s’è
visto. I tamburini, almeno secondo le usanze d’allora, dopo avere
imparato a forza di slogature di braccia, di strapazzi, di nerbate, a
suonare il tamburo, diventavano i peggio soggetti del reggimento. Ora
indisciplinati e spesso in gastigo, ora protetti da qualche superiore
e più indisciplinati che mai, a motivo del protettore, che spesso li
salvava dall’arresto, dal digiuno e dal bastone; viziosi a dismisura
e spesso con più mezzi degli altri per fomentare i loro vizi; quindi
arroganza, avvilimento del corpo e dell’animo in tutte le turpitudini
immaginabili, e ignoranza assoluta d’ogni diritto e d’ogni dovere di
cittadino. Il suo tamburo, l’osteria, chi gli pagava da bere, chi gli
chiedeva servigi più o meno riprovevoli con la promessa di parziali
appoggi e di ricompense, queste erano le sorgenti dei pensieri e delle
affezioni di Beppe. Una notte, per non so qual tresca, egli tentò di
scendere senza scala dalle mura della fortezza; non era la prima volta
che con audacia e agilità straordinarie gli era riuscito d’uscire e
di rientrare in tal modo nella fortezza. Ma quella notte il tentativo
andò male, e lo sciagurato, precipitando giù, si ruppe una gamba in
due luoghi. Fu scoperto, condotto allo spedale, sottoposto a severo
processo; ed allora i protettori palesi ed occulti, o non pensarono a
lui o non poterono in alcun modo sottrarlo alla condanna del rigoroso
codice militare.
Dopo la sua guarigione, e per giunta alla solita pena, gli convenne
entrare per alcuni anni nel corpo dei coloniali, specie di servizio
militare forzato per correzione o per gastigo. E quel servizio era
abominevole: la compagnia si componeva quasi tutta dei più sciagurati
e incorreggibili soggetti, espulsi dalla milizia e dalla società,
perchè si faceva impossibile il ravvedimento dei traviati, i quali
invece imparavano ad essere più viziosi e più malvagi; fatiche
bestiali; trattamenti crudeli; gastighi d’estremo rigore; vituperosa
fama; insomma una specie di galera, anzi peggio, perchè più volte
intravveniva che alcuni dei coloniali commettessero a bella posta
qualche delitto, per essere condannati a finire il rimanente della vita
tra i galeotti. Raro che quegli che esciva dal corpo dei coloniali, per
ritornare in società, non facesse poi pessima fine, tanto era falso ed
opposto all’umanità, alla giustizia, alla morale quel modo di punire
i colpevoli, i quali, quasi sempre divenivano viziosi per mancanza
d’educazione, d’istruzione, di lavoro.
Parve che Giuseppe, sebbene nel suo lungo soggiorno tra i coloniali
avesse, poco più poco meno, fatto birbanterie, sofferto gastighi e
patito tribolazioni da quanto gli altri, pure fosse assistito dal caso,
perchè lasciando quel tristo soggiorno non gli fu impedito d’andarne
libero; e tra i primi pensieri, che gli vennero alla mente, vi fu
quello di suo padre. Quest’uomo, è vero, aveva abbandonato affatto
il figliuolo, e si poteva dire che fosse stato, benchè non volendo e
per indolente ignoranza, la cagione principale dei suoi traviamenti;
ma in sostanza era padre, e Giuseppe lo trovò quasi moribondo allo
spedale. Un resto di tenerezza filiale lo aveva spinto a ricercare di
lui; e questa tenerezza si accrebbe allorchè lo vide in quello stato, e
s’accorse che il vecchio piangeva a ricordarsi che v’era pur tuttavia
sulla terra una creatura delle sue viscere, a pensare che almeno il
figliuolo veniva in tempo a serrargli gli occhi. Forse quelle lagrime
erano spremute anco da un tormentoso rimorso che voleva dire: — Che
cosa sarà di questo figliuolo che io stesso lasciai andare sulla via
della perdizione? — L’agonia di quel vecchio fu veramente una cosa da
stringere il cuore, finch’ei non perdè affatto i sentimenti; e spirò
lasciando lì basìto[189] dal dolore e dalla confusione il figliuolo.
Era forse la prima volta che questi si sentiva muovere a compassione,
che il suo cuore, indurito dagli strapazzi, dalle scioperataggini, dal
mal governo d’una spietata e capricciosa disciplina, s’inteneriva.
Poi dalla tenerezza passò a un tratto a una disperazione furibonda;
stranulava gli occhi, si torceva le mani, e un po’ con le imprecazioni,
un po’ con i gemiti convulsi, pareva volesse richiamare in vita il
cadavere. Allora alcuni di quei serventi, con la spietata indifferenza
che i più sogliono avere per le umane tribolazioni, stando non per
carità ma per mestiero attorno ai malati, lo cacciarono con mal
garbo, gli dissero che non aveva più che fare in quel luogo, che
andasse piuttosto a farsi chiudere nello spedale dei pazzi, e non
gl’impacciasse nelle loro faccende. Egli o non capiva, o non voleva
uscire.
— Io sono suo figliuolo! — esclamò finalmente.
— Giusto per questo, — risposero, — è bene che ve n’andiate; e ora lo
spedale si chiude. Animo, animo! Non c’è altro luogo che questo per
fare tante geate?[190] Era vecchio, doveva morire.... —
Giuseppe rattenendo a fatica la collera per non fare una scenata lì
presso la spoglia del padre, e fra tanti poveretti che oppressi dal
male gli giacevano attorno, se n’andò querelandosi sottovoce, a passo
lento, e voltandosi più volte al letto del padre. Arrivò appunto al
cancello, mentre il portinajo rimandava indietro una povera vecchia,
che voleva passare con un tegame di minestra nel tovagliuolo. — Vi
ripeto che non si passa più; avete fatto tardi; volete voi capirla? E
poi, ah! ah! il numero 327?... Volete proprio portare cotesta roba al
numero 327?...
— Di buona ragione![191] Che v’è egli da ridere?
— Ah! ah! i morti, donnina mia, non mangiano!
— Come? è morto? il ciabattino di via...?
— Morto, gnora sì; che i ciabattini non muojono?...
— Oh poveretto! E da quando in qua?
— Pochi minuti sono. Anzi, vedete, ecco il suo figliuolo che vien via,
— additando Giuseppe che s’avvicinava al cancello, e aveva udito parte
del colloquio.
— Il suo figliuolo? Questo qui?
— Già! Che maraviglie! Insomma volete voi andarvene? —
Giuseppe era giunto alla soglia, e usciva; e la pietosa donna
lagrimando tornò indietro con lui, e gli s’accompagnò; ed egli smanioso
di sapere chi fosse colei che piangeva la morte di suo padre, e che
gli aveva portato la minestra, senza aspettare che la incominciasse il
discorso, le domandò:
— O voi chi siete?
— Povero giovinotto! Voi figliuolo di Matteo buon’anima? proprio voi?
A dire! Ah sì; ora me ne ricordo, qualche volta e’ lo diceva d’avere un
figliuolo.... al militare, è egli vero?
— Ah! dunque mi rammentava qualche volta?
— Che discorsi! sicuro! e si rammaricava di non potervi vedere, di non
sapere nemmeno dove cercarvi. O voi? perchè non gli avete mai mandato
scritto? E chi v’ha detto che gli era malato?
— Eh! nemmeno io so scrivere.... E poi e poi!...
— E massime nella malattia, sapete? Oh! e’ vi rammentava, e gli sapeva
mill’anni che almeno prima di morire.... Ma dunque vo’ siete arrivato
proprio oggi, perchè ieri non mi disse nulla....
— Proprio oggi, ed è stato un caso!
— Dunque non sapevi?...
— Nulla!
— E vi siete ritrovato?...
— Appena per vederlo spirare!
— Povero giovinotto! Già così segue le più volte di noialtri tribolati!
Dispersi sopra la terra quelli d’una stessa famiglia a cercare un po’
di campamento stentato; e si tribola e si muore senza che uno sappia
dell’altro, nè più nè meno come le bestie!...
— E non ci si permette neanche di sfogarci a piangere sopra il morto.
M’hanno mandato via come un cane....
— Ci vuol pazienza! A buon conto gli faremo dire una messa per
suffragio dell’anima. Ci penserò io, non dubitate.
— Ma dunque, chi siete voi? Una parente?
— Parente no; ma i’ lo conoscevo da un pezzetto; e’ mi rattoppava le
scarpe.... E’ non aveva nessuno che lo potesse assistere; e quando
seppi che gli era malato allo spedale, guà! un po’ d’ajuto alla
meglio.... Gli avrebbe fatto lo stesso per me....
— Dio ve ne renda merito!
— Oh, figuratevi! Un bel merito! O voi come campate? Che siete sempre
nel militare, o a mestiere?
— Io?... ah!... non so che dire.... Io esco ora dal militare.... I’
non ho arte nè parte[192].... Davvero che non so ancora in che mondo mi
sia.
— Le solite cose, povero giovinotto! Ho capito! Anche voi.... i meglio
anni spesi male; e poi nel mezzo d’una strada.... Ma, lasciatemi
pensare.... Giusto, giusto.... Un ombrellajo che dà il lavoro alla mia
compagna, giorni sono cercava d’un garzone; se non l’ha trovato, la mia
compagna vi potrebbe proporre; e siate certo che a lei e’ darà retta,
perchè lei, oh! quella è una donna di proposito; e quando saprà di chi
vo’ siete figliuolo!... Ma dite; vorrete vo’ poi adattarvi a fare il
garzone d’un ombrellajo? E per pochi soldi....
— Eh! figuratevi! tanto per non morire di fame, o per non essere
ridotto.... basta!...
— Povero figliuolo! Speriamo bene.
— Vo’ mi fate coraggio. —
E veramente quel giovane smarrito, senza pensiero del domani, e
che sarebbesi facilmente indotto a commettere qualunque pessima
azione, se a caso non avesse trovato altro modo per liberarsi dalla
fame, tra l’essere stato commosso dalla morte del padre, e tra la
tenerezza che gli veniva in vedere una donna misericordiosa, che
con tanto amore aveva soccorso il vecchio e pensava a far del bene
anche a lui, aveva incominciato ad ammansirsi, era quasi disposto
a provare una vita diversa affatto da quella a cui la sciagura lo
avrebbe esposto; già gli balenavano alla mente alcune idee affatto
nuove, idee di riconciliazione con gli uomini, di rassegnazione, di
speranza. Ei si lasciava condurre come un fanciullo da quella donna
semplicetta, dimenticando anche l’osteria dov’era aspettato da un
pajo di compagnacci, i quali pagandogli lo scotto e sapendo che buona
lana fosse stato fino allora, avevano fatto disegno d’associarselo per
commettere chi sa quali bricconate, per tenerlo sempre sulla via della
galera.
Così passo passo arrivarono ad un vicoletto, ed entrarono in casa
della cucitrice d’ombrelli: due stanze all’ultimo piano d’un’antica
torre, d’uno di quei massicci fortilizzi dentro la città, eretti
nel medio evo a tempo delle parti tra Guelfi e Ghibellini, divenuto
più tardi opificio dell’arte della lana, ridotto poi a casone
per albergo o ricovero di povere famiglie. Scale strette, ripide,
buje e in parte a chiocciola; mura grosse, quasi tutte di macigno;
finestroni spropositati con le impannate d’un secolo fa; stamberghe
coi pavimenti sconquassati e le pareti stonacate;[193] freddo da
agghiacciare nell’inverno, caldo afoso nell’estate, umido gocciolante
da per tutto nei tempi piovosi. La prima e più vasta di queste due
stanze serviva da lavoratorio e da cucina col cammino chiuso da due
grandi sportelli, e accanto l’acquaio; l’altra era una camera, ma
con la finestra del pozzo e lo stanzino, un bugigattolo[194] da non
potervisi rinchiudere nemmeno una persona. Figuratevi che bel dormirvi
tra il freddo, il bujo, e le cattive esalazioni della latrina! Scendo
a queste minuzie di descrizione, per far osservare che nel nostro
secolo di progressivo incivilimento, come si dice, nel centro di una
città illustre, quella poteva e può tuttavia dirsi una delle migliori
tra le abitazioni che toccano ai poveri, ai poveri, notate bene, che
arrapinandosi[195] col lavoro dalla mattina alla sera e spesso anche
la notte, raccapezzano,[196] oltre al campamento frugale, un quindici
o venti scudi da pagare ogni anno la pigione. E quelle due stanze erano
le migliori di tutto il casamento.
La maestra, cucitrice d’ombrelli, stava lì a un tavolino con tre o
quattro ragazzette, che andavano ad imparare il mestiere. Voglio
spendere alcune parole su quella donna, perchè oltre alle buone
assuefazioni, operosità, illibatezza di costumi, rettitudine,
sobrietà, che sono più frequenti che non si crede in chi con molta
fatica si guadagna un meschino campamento, ella aveva dei pregi
particolari, e sapeva sostenere con mirabile coraggio una grande
sciagura. Malata di epilessia fino da fanciulletta, contava ormai 65
anni d’infermità; erano 32 anni che stava continuamente inchiodata
sopra una rozza poltrona a ruote, con la quale si faceva condurre
a letto la sera e ricondurre al lavoro la mattina a levata di sole.
Nondimeno difficilmente avresti trovato una donna d’umore sempre lieto
e spesso faceto come il suo; linda nella persona e nelle povere vesti;
di sembiante piacevole e che mostrava dover essere stato bello nella
sua gioventù, ed ora in mezzo a quella serenità imperturbabile, era
nel tempo stesso autorevole e venerando. Istruiva e governava le sue
scolare con affetto e accortezza; e sapeva così bene destreggiarsi coi
garzoni degli ombrellai che le portavano il lavoro, ragazzi o giovani
spesso male educati e insolenti, che niuno ardiva mai di commettere
in casa sua la minima imprudenza. Tutti le si affezionavano, e
rispettavano maestra e scolare; ed alcuni usavano conversare con lei la
domenica sera, trovandovi onesta gajezza e uscendone sempre migliori.
La Clarice era dunque, per così dire, la buona testa del casamento e
del vicinato. Se i pigionali potevano qualche volta darsi un po’ di
buon tempo, andavano a veglia da lei, ed erano sicuri di ricrearsi;
un dissapore che fosse nato tra loro e nella famiglia veniva subito
dissipato dal senno, dalla giovialità, dalle esortazioni della Clarice;
le disgrazie poi, assai più frequenti, e talvolta sola cagione dei
dissapori tra i poveri, trovavano in lei efficace conforto e il più
delle volte riparo. Contuttochè la guadagnasse appena da sostentare
sè stessa e la sua compagna Appollonia, povera ragazza da lei accolta
molti anni fa levandola da una famiglia di pigionali campagnoli che le
facevano patire la fame; contuttochè la non avesse altri assegnamenti
che il lavoro, nondimeno a forza di risparmi e di privazioni le
riesciva soccorrere anche di qualche imprestito o di qualche elemosina
i suoi amici.
Or ecco una nuova occasione d’esercitare la sua carità a pro di quel
giovane ramingo, del figliuolo d’un uomo che già aveva più volte,
massime nella ultima malattia, esperimentato le sue beneficenze. La
notizia della morte del ciabattino l’addolorò molto; ma quando seppe
chi era il giovine condotto a lei dall’Appollonia, e come egli avesse
bisogno estremo d’essere assistito, subito incominciò a confortarlo;
e senza cercare della sua vita passata o del perchè in quella età non
avesse ancora uno stato, un mestiero, un appoggio qualunque, mossa
dallo zelo di far del bene, con la fiducia di chi è avvezzo a credere
onesti tutti gli uomini benchè più volte si sia trovato deluso, pensò
al modo d’impiegarlo col maestro ombrellajo, che cercava un garzone.
Volle che intanto Giuseppe rimanesse a mangiare un boccone da lei; e
gli trovò alloggio provvisorio nel casamento.
Era tra’ suoi casigliani, ed abitava una sfasciata soffitta proprio
sotto il comignolo, maestro Nicodemo, uomo stravagante, che il
vicinato chiamava il filosofo spiantato, e qualche donnicciuola
superstiziosa credeva uno stregone sulla fede del Bellarmino.[197]
Fatto è che maestro Nicodemo da parecchio tempo si rintanava colassù
in compagnia delle rondini e dei topi, ma nissuno aveva mai avuto da
lagnarsi dei fatti suoi. Non parlava quasi mai, nè con altri s’era un
poco addomesticato se non con la Clarice; e a lei sola era riuscito
di fargli fare qualche rara volta il viso ridente. Costui campava
con l’arte d’incidere in legno quelle rozze stampe che vedonsi nei
libricciuoli da chiesa, nei lunari e che so io, lavorando con arnesi
grossolani e con una certa disinvoltura, che non pareva suo fatto.
Stava sempre lassù in quella sua soffittaccia a lavorare alla luce
che veniva da un abbaìno; teneva gli arnesi dentro una sporta; uno
strapunto per dormire, un tornio mezzo fracassato, due panchetti,
una secchia da acqua, pochi pentoli e un visibilio di stampucce
appiccicate al muro con la pasta erano le sue masserizie; e quasi
tutto, meno i pentoli e la secchia, aveva fatto con le proprie mani;
si cibava di pane e patate o cipolle, senza bever mai vino; aveva
lunga barba, aspetto burbero, vesti grossolane, sempre le stesse; ed
era magro allampanato.[198] Fin qui potevasi capire perchè i vicini
lo chiamassero filosofo. L’altro soprannome poi gli veniva anco
dall’essere possessore d’uno specifico stupendo per guarire il dolor
dei denti; e di fatto bastava ch’ei toccasse due o tre volte con un
certo liquore denso, puzzolente, più nero dell’inchiostro, le gengive
di chi non aveva repugnanza o paura d’andare a farsi curare da lui,
perchè il dolore sparisse affatto e per molto tempo. Nè per queste
guarigioni era mai possibile fargli accettare non che denaro, la più
piccola ricompensa in roba; e s’infastidiva a sentirsi ringraziare. Era
poi accanto alla sua soffitta, che gli faceva da camera, da studio di
artista e da infermeria pei malati di dolor di denti, una stanzuccia
affatto vuota, se non che vedevasi appeso a un chiodo nella parete un
ritratto femminile, parte in matita, parte in colori, che si diceva
opera delle sue mani; e sapevasi che ogni giorno ei se ne stava delle
ore chiuso in quella stanzuccia; ma niuno aveva potuto penetrarne il
motivo.
Quando la Clarice ebbe licenziate le sue scolare e fu rimasta sola
con Giuseppe e con la compagna, mandò questa a chiamar Nicodemo. Egli
scese nell’atto, e vedendo quel giovine che se ne stava a sedere in un
canto, tra pensieroso ed afflitto, appoggiando la guancia alla destra,
gli fece subito cenno di seguirlo, e si volgeva per tornarsene indietro
senza aver fatto una parola.
— Aspettate! — esclamò la Clarice.
— O non sapete che la medicina l’ho su?
— Ma questo giovinotto non ha male ai denti.
— Dunque io non gli posso far nulla; — e se ne andava.
— Anzi, voi potreste fare un gran piacere a me ed a lui. Venite qua; e’
non ha casa, nè quattrini per dormire alla locanda. Un’altra volta mi
faceste la carità....
— Ho capito; venga pure.
— Porterà seco il solito sacconcino.
— Va bene.
— Una notte o due, eh?
— Anche dieci. I’ son su. — E andò via.
Dopo aver così provveduto all’alloggio, la Clarice mandò l’Appollonia
in cerca dell’ombrellajo per proporgli il nuovo garzone. Ma
l’ombrellajo non potè venire che il giorno dopo; e sebbene avesse
tuttavia bisogno del garzone, e desiderasse di contentare la Clarice,
preferendo alle molte persone che chiedevano d’impiegarsi nella
sua bottega quella che da lei gli veniva proposta, pure non volle
impicciarsi con uno sconosciuto, e si scusò con dire che aveva già dato
fuori una promessa.
Giuseppe rimase impassibile alla cattiva riuscita di questo primo
tentativo, perchè ancora poteva dirsi che fosse in un mondo per lui
affatto nuovo; e quasi quasi pensandovi un poco, non avrebbe saputo
come adattarsi così subito a un lavoro o ad un servizio qualunque.
Quella specie di stupida indolenza era presa dalla Clarice per
afflizione della morte del padre, ed ella non finiva mai di fargli
animo e d’esortarlo a sperare che alla fine qualche occasione di lavoro
e di guadagno sarebbesi presentata. A buon conto un po’ di pane e un
po’ d’alloggio non gli mancava.
— E come va con maestro Nicodemo? Che uomo curioso eh? Ma buon uomo,
vedete; basta contentarsi di non discorrere. E come dormite voi in
quella stanzuccia?
— Eh! meglio qualche cosa che nulla. E poi e’ mi pare d’esser più
padrone di lui. Vo su, lo trovo al bujo....
— E’ non accende mai lume.
— Addormentato sul suo strapunto...; io mi butto giù nel mio canto; mi
sveglio che lo trovo al lavoro; gli do il buon giorno, e vengo via....
— E ancora nemmeno una parola?
— Nemmeno. Gli è proprio curioso; ma una sera se lo trovo sveglio....
— Pretendereste di farlo discorrere? Non vi riesce.
— Voglio provarmi. — Ed anche questa curiosità era cagione di
tenerlo fermo qualche altro po’ di tempo nel proposito d’aspettare
pazientemente l’esito delle premure della Clarice. Infatti ella tentò
di nuovo l’ombrellajo, ma sempre invano; cercò altrove, ma senza
costrutto. Erano già passati cinque o sei giorni; le dispiaceva di
vedere il giovinetto così ozioso, e a lui cominciava a passare la
voglia d’aspettare, e s’infastidiva; e se vagolando per la città si
fosse imbattuto in quei compagni dell’osteria, avrebbe certamente dato
ascolto ai loro inviti. In quel mentre morì all’improvviso un povero
vecchio, che conduceva il baroccino d’un fruttajuolo pigionale della
Clarice, quando questi andava per la città a vendere le perecotte.
Appena che la Clarice lo seppe, domandò al fruttajuolo se avesse voluto
approfittarsi di quel povero giovine per tirare il baroccino; ed egli:
— Senza difficoltà finchè durano le perecotte; buona canna[199] per
bociare, ma pochi quattrini; io, vo’ lo sapete....
— Eh! nello stremo[200] d’ogni cosa tutto fa. Dunque, Giuseppe, tocca a
voi; accettate?
— Perchè no? Gli è ch’io vorrei potervi ricompensare....
— Oh! che discorsi! Pigliate quel che viene; e da cosa nasce
cosa. —
Giuseppe andò così a vendere per la città le perecotte che in quella
stagione erano in voga; e intanto il fruttajuolo ebbe da comandargli
altre faccende; e bazzicando il mercato, capitava spesso l’occasione di
fare il facchino per quello e per quell’altro. I po’ di soldi ch’egli
andava raccapezzando,[201] erano da lui consegnati alla Clarice per
rimborso delle spese di vitto. Avrebbe voluto lasciar libero Nicodemo
e andare a dormire su qualche locanduccia; ma quegli non volle, finchè
non seppe che il suo guadagno fosse cresciuto. E crebbe, allorchè
essendo finito il tempo di vendere le perecotte, gli riuscì di mettersi
a salario per facchino con un grosso salumajo del mercato. Nè il
salumajo ebbe a lagnarsene, perchè Giuseppe faceva il suo dovere,
durava volentieri molta fatica, e pareva fidato. Il buon esempio delle
persone che questo giovane aveva incontrate a caso, nel suo primo
ritrovarsi libero di sè stesso, bastava a premunirlo dagli errori e dai
delitti ai quali per le passate scioperatezze pareva serbato.
Lo stato suo in pochi mesi divenne discreto. Le sommerelle che di mano
in mano aveva consegnato alla Clarice furono da essa tenute in serbo
per lui, e la generosa donna volle a ogni costo restituirgliele. Ei
potè dunque rimpannucciarsi, prendere a pigione una stanzetta che
era rimasta vuota nel casamento, e considerare assicurata la sua
sussistenza. Allora s’affezionò alla fatica e al risparmio; e se mai il
rigoroso risparmio d’un povero si potesse chiamare avarizia, Giuseppe
dava a divedere che quando una volta si fosse ritrovato in qualche
agiatezza, stato sarebbe più facilmente avaro che prodigo. Seguitando a
frequentare la Clarice, s’innamorò d’una ragazza che era stata a scuola
da lei, e che andava spesso a farle visita. La Carolina gli dette
retta: guadagnava già una buona giornata col suo mestiere; aveva un
po’ d’assegnamento raccapezzato con alcune di quelle doti che toccano
in sorte per lasciti pii alle fanciulle povere; sua madre era vedova,
ma godeva d’una pensioncella lasciatale da una sua padrona; Giuseppe
sembrava ormai giovine di proposito; la Clarice fu interrogata dalla
madre della fanciulla, e non trovò ragioni valevoli da opporre contro
questo matrimonio, se non che la consigliava a chieder prima un parere
anche al principale di Giuseppe; e il principale continuava a lodarsi
di lui; sicchè il matrimonio fu concluso.
Giuseppe si accasò con la moglie; e pei primi mesi tutto andò pel suo
verso; ma innanzi che la Carolina, già incinta divenisse madre, la
vedova si ammalò gravemente. Era sempre malata quando la figliuola
partorì un maschio. Come provvedere all’assistenza di tutt’e due,
mentre per le sole spese della malattia non bastava la pensioncella
della vedova?... In quel frangente[202] fu presa la risoluzione
disperata di metter la creatura nel ricovero dei gettatelli; la stessa
levatrice trovò subito una donnicciuola esperta per quei trafugamenti;
la madre non avrebbe voluto a niun patto; era quasi fuori di sè
dall’afflizione; ma Giuseppe aveva già incominciato a darsi a conoscere
per uomo di voglie assolute e d’affetti languidi. Più tardi la vedova
dovè soccombere alla sua infermità, e così mancò il soccorso della
pensione; e la Carolina era stata qualche mese senza lavorare, avendo
dovuto assistere la madre, e poi mettersi in letto pel puerperio
che non fu nè prospero nè sollecito. Dunque le faccende di Giuseppe
andavano molto male; il suo solo guadagno era scarso ai bisogni; e
per l’appunto allorchè la necessità di risparmiare s’era fatta così
maggiore, egli aveva incominciato a bazzicar qualche volta la bettola,
a giochicchiare al lotto, a scordarsi dei buoni consigli e dei buoni
esempi avuti in casa della Clarice. Spesso accade pur troppo che chi
è tribolato e pusillanime a un tempo, quando si trova in procinto di
peggiorare stato, affretta da sè medesimo la propria rovina. La moglie
s’era accorta di qualche cosa; ma, poveretta, aveva già perduto ogni
ascendente sul marito; non le serviva a nulla rimproverarlo; si sfogava
a piangere in segreto di non vedersi più amata come prima, di essere
anzi veramente soggetta ad una crudele tirannia. Di rado vedeva la
Clarice, perchè Giuseppe non aveva più voluto condurvela; e non le dava
l’animo di palesarle i suoi patimenti per paura che il marito se ne
fosse potuto accorgere, e ne rimanesse pregiudicato nell’opinione.
Nondimeno la malcapitata moglie divenne incinta di nuovo; e vi potete
immaginare che anche questo secondo figliuolo era già destinato
all’ospizio dei gettatelli, a non conoscere i suoi genitori, a
ritrovarsi nel mondo senza una famiglia sua propria. Giuseppe dopo
aver commesso questo secondo atto di crudeltà paterna, sventuratamente
ridottovi dall’estremo bisogno pei suoi cattivi portamenti, divenne più
che mai burbero e fastidioso, disamorato anzi crudo verso la moglie,
dedito maggiormente agli stravizj della bettola e del giuoco. La vita
che la Carolina faceva era un continuo crepacuore. Dopo aver perduto in
modo così crudele i figliuoli, vedersi quasi affatto abbandonata dal
marito! A volte ei tornava a casa più tardi assai della mezzanotte, o
non si faceva rivedere che il giorno dopo; e allora compariva sempre
immerso in una cupa malinconia, pieno d’un’atrabile che metteva paura;
sicchè la Carolina, dopo alcuni tentativi inutili, non si arrischiava
ad insistere nelle dimande per sapere la cagione di quelle assenze
notturne. Che veglie dolorose le toccava a passare! Che orribili
pensieri le metteva in capo la paura! Che tormento di non poter più
avere piena fiducia nella onestà del marito! La s’era accorta ch’ei
bazzicava le bettole, ma non l’aveva mai visto tornare a casa ubriaco;
e queste novità erano incominciate a poco per volta, dappoichè egli
s’era messo a giuocare al lotto; e una mattina le intravvenne di
trovare in camera due o tre polizze di lotto, che tutte insieme
costavano più d’una mesata del suo salario. Eppure ei le lasciava i
denari per le spese di casa!... E di dove cavava egli dunque i denari
pel giuoco?
Una sera Giuseppe tornò a casa presto, appena che fu serrata la bottega
del principale, ed era di buon umore.
Figuratevi se la Carolina ne giubbilasse, andandogli subito incontro
con lieto viso.
— Tu non sai, eh? — disse allora Giuseppe — buone nuove! ho vinto
al lotto, nientemeno che la bella somma di novecento scudi! E’ son
lì contati uno sopra l’altro nel botteghino; or ora devo andare a
riscoterli. Son venuto.... Presto!... Con questa roba bisogna cucire
un sacchetto, due tre; e poi verrai anche tu ad aiutarmi a portarli.
E’ pesano, sai? e’ son dimolti!... — E tutto infatuato non lasciava
che la moglie aprisse bocca; non ebbe pace finchè i sacchetti non
furono cuciti. Poi la fece vestire in fretta e in furia, e ratti ratti
andarono a prendere la vincita al botteghino, e se la portarono a
casa. Alla vista di quel mucchio d’argento nella sua casuccia, sul suo
tavolino, riverberante i raggi del suo lume a mano, tornò a giubbilarne
fuor di misura.
— Ma tu, — diceva alla moglie, — tu non mi sembri allegra quanto
dovresti! O che non vedi che siamo diventati ricchi a un tratto?...
— Appunto per questo, abbi pazienza..., l’ho caro, sì, di vederti
contento. Ma quattrini di giuoco! ho sempre sentito dire che prima o
poi e’ tornano di dove son venuti....
— Eh! non alle mie mani peraltro! Corpo di...! Giacchè la fortuna m’ha
assistito, giacchè ho fatto questa bella cilecca[203] a chi tiene il
giuoco, a chi tira a rasciugare le nostre tasche, i’ non glieli rendo
davvero sai? Una vincita come questa! Oh fossero state le ottanta, le
cento lire, anche scudi vo’ mettere.... allora, chi sa? i’ non mi sarei
sfogato abbastanza.... Ma ora? Oh! ora non mi gabbano più davvero, te
lo dico io! Giacchè in questa maledetta guerra l’ho avuta vinta io, non
ne vo’ più, no davvero!... E poi, non ti credere.... e’ mi costano,
sai? — E in ciò dire tornava burbero come prima. — Sì davvero! mi
costano; ed ora che gli ho, nissuno me li caverà!
— Ti costano? Ma come? E appunto volevo dire.... Chi ti dava tanti
denari per giocare?
— Oh! mi costano! sicuro eh?... Intendo dire.... si sa.... spera oggi,
spera domani....
— Forse le nottate che tu hai fatto.... Lavoravi forse di nascosto a
me....
— Già.... lavoravo.... sicuro.... di nascosto a te.... per guadagnare
di più, e giocarmeli.... Oh! finalmente l’è andata bene.... Ora mi
riposerò.... Non ci pensiamo più.... Pensiamo a goderceli.... cioè....
adagio! Ci vuol giudizio.... I’ li vo’ mettere a frutto.... i’ vo’
fare il signore.... Vedrai, vedrai.... E intanto, sì, è giusta, povera
Carolina!... Ora posso dire, son ricco; chiedi e domanda.
— Dunque non farai più le nottate fuori di casa.
— No!
— Ora son contenta davvero! Ora tu mi dài una consolazione....
— Ma io dicevo che se tu hai qualche voglia.... Animo! Una parte di
questi denari son tuoi....
— Oh! io, quando tu mi vuoi bene, quando ti vedo contento, quando tu
ritorni a vivere come prima, casa e bottega....
— Sì, sì! Ma non basta; i’ ti vo’ fare un regalo, e un regalo co’
fiocchi!
— Giuseppe! Tu vuoi farmi davvero un regalo gradito? Darmi una vera
consolazione?
— Ma sì!
— Caro Giuseppe! ricordati che tu se’ padre!...
— Oh questo poi....
— Se ora la.... sì.... lo voglio sperare, se ora la Provvidenza ti ha
assistito, rendimi i figliuoli....
— Adagio!
— Intanto uno; almeno uno per ora! E piangeva a calde lagrime, e gli si
buttava in ginocchio, abbracciandogli le gambe....
— Ma come si fa egli...?
— Oh! lo so io: è facile, ci ho pensato; quante volte ci ho pensato,
marito mio!... Vedi.... questi denari, in sostanza, l’hai detto anche
tu, non vengono da oneste fatiche....
— Chi ha detto questo? — e s’incolleriva.
— O non sono guadagnati al giuoco? non è un colpo di fortuna? Dunque
tu non gli hai sudati. Ma se ora tu te ne servi per ricuperare i
figliuoli, credilo a me, e’ ti faranno più pro. L’è una buona azione,
tu mi fai felice davvero! i’ non voglio altri regali che questo....
— E tanto disse e tanto supplicò la misera madre, che Giuseppe alla
fine condiscese a permetterle di riprendere dagl’Innocenti il secondo,
quello stesso che abbiamo già conosciuto sul principio di questo
racconto.
La gioja d’una madre, che ricupera così un figliuolo ch’ella credeva
perduto per sempre, è indicibile. Quando la Carolina, dopo avere
superato molte difficoltà incredibili, l’ebbe nelle sue braccia
materne, pareva fuori di sè dalla contentezza. Il povero piccino era
stento stento; ma a lei parve un occhio di sole; e tanto fece, che in
poco tempo, a forza di cure amorose, lo riebbe propriamente da morte
a vita. Tornò spesso a raccomandarsi al marito perch’ei le lasciasse
riprendere anche l’altro: ma sempre un no inesorabile.
Dopo due o tre mesi intravvenne che fossero arrestati alcuni borsajuoli
i quali commettevano vari furti per la città, ora nelle botteghe, ora
nelle case, e per molti indizi, e fors’anco per le rivelazioni d’uno di
quei malandrini, la polizia entrò in sospetto che anche Giuseppe fosse
della brigata. Per farla breve, ei si trovò compreso nel processo,
e dovè toccare la carcere. La Carolina a questa notizia rimase come
colpita dal fulmine; e ricordandosi delle assenze notturne, di certe
parole tronche, non potè fare a meno di dubitare che davvero lo
sciagurato fosse stato condotto dalla passione del giuoco a commettere
quei delitti. Ma le prove per dichiararlo reo mancavano, e l’avvocato
seppe farlo assolvere compiutamente; ma questa faccenda gli costò quasi
la metà della sua vincita. E il peggio fu per la Carolina e pel suo
figliuolo, perchè fin d’allora Giuseppe divenne più disamorato, più
burbero, collerico fuor di modo.
Intanto, col capitale rimasto, gli riuscì d’ottenere la patente
per aprir bottega di tabaccajo, subentrando nelle ragioni d’un
suo conoscente che era fallito. Seppe condurre bene innanzi quel
trafficuccio; e poi si pose in sul risparmio rigoroso, o per meglio
dire divenne avaro, usurajo, e tanto peggiorava quanto gli crescevano i
guadagni; e così per un verso o per l’altro la vita della Carolina era
continuamente piena di tribolazioni.