pronunziò una di quelle parole che bastano a troncare una vita
civile: era una orribil calunnia politica contro il Duca di Gonzalvo,
governatore d'Andalusia. Una falsa scritta ben congegnata fu recata
a luce e il Duca fu accusato d'intelligenza co' nemici del paese e
di clandestina corrispondenza coll'uomo che avea già ripieno il mondo
colla fama delle sue gesta militari. Il giorno appresso, un dispaccio
telegrafico da Madrid ordinava la dimissione del Duca di Gonzalvo dalla
sua carica, e il pronto suo sgombero dal territorio spagnuolo. Il Duca
fu colpito senza conoscere che cosa avea cagionata la sua condanna: non
valsero le sue proteste, le sue giustificazioni: l'ordine era preciso
ed inappellabile. Il nobile spagnuolo fu ferito nell'anima; versò
lagrime amare! perocchè non tanto gli dava cruccio la perdita della
sua carica e l'esilio al quale era condannato, quanto il pensare alla
macchia che avrebbe bruttato il suo cognome, venuto per secoli in gran
grido di attaccamento e fedeltà ai Monarchi delle Spagne.
Non osiamo dipingere gli eccessi della sua collera, quando da Madrid
gli venne comunicata la cagione del suo bando e l'infame calunnia che
lo avea prodotto. Il Duca si abbandonò a tal furore che gittava urli
disperati ed imprecazioni atroci contro l'ignoto nemico che lo avea
vilmente calunniato. Oh se egli avesse saputo chi era il vero autore
del tradimento! Frattanto giunsegli una lettera di Edmondo, colla quale
questi, dicendogli di aver conosciuta la disgrazia di lui, invitavalo a
venire a Bajonna, insieme a sua sorella, e gli offriva la propria casa
per soggiorno.
Il Duca fu commosso da questo ch'ei credeva sincero attestato di
amicizia, e non ebbe difficoltà di accettare l'offerta di ospitalità
che gli faceva il Conte di Sierra Blonda, suo amico. L'ex-capo politico
di Andalusia dovea partire immantinente: le sue istanze di recarsi
a Madrid furono rigettate. Il Duca era allora promesso sposo della
giovanetta Isabella di Monreal, che abitava coi suoi genitori nel
castello di Santiago, poco discosto dal capoluogo della provincia.
Egli scrisse alla sua fidanzata la disgrazia che lo avea colpito, di
cui giurò di essere innocente. Ignaro del proprio destino, egli volle
mandare alla sua promessa sposa un pegno del suo amore e della sua
fedeltà, e le regalò il proprio ritratto che un pittore italiano gli
fece in tutta fretta: era quello appunto che avea fatto impressione a
Daniele.
Il Duca si separò con dolore da' pochi amici che gli erano rimasti
divoti dopo la sua disgrazia, e s'imbarcò a Cadice sopra un piccolo
legno commerciale, colla sorella Juanita che avea voluto partecipare
alla sua sorte, e con un fedel domestico che non volle dividersi dai
suoi padroni. Tutta la provincia di Andalusia rimpianse la perdita
del buon governatore, e stimò, com'era, calunnia l'accusa che avea
provocato l'esilio.
Nell'entrare sotto il tetto del suo amante, Juanita si credè felice e,
stimò arrivato il momento in cui i suoi voti sarebbero stati esauditi.
Nessun ostacolo più si frapponeva alle sospirate nozze! Edmondo nulla
più aveva a temere da quella famiglia di Cadice, nel seno della quale
egli avea portata la sventura. Più saldi vincoli di amicizia e di
fratellanza stringeva ormai tra lui ed il Duca l'ospitalità generosa
offerta ed accettata con piena fiducia ed amore.
Fin dal primo giorno che Juanita si trovò sotto il tetto di Edmondo, il
pregò con tutta la forza che sapea ispirarle l'amore, di svelare alla
fine al Duca il loro affetto e chiederla in isposa. Edmondo promise di
appagare al più presto il desiderio di lei, ch'era puranche, com'ei
diceva, il suo più ardente voto. Intanto, un mese passò, passaron
due passaron tre mesi; Edmondo nulla avea detto al Duca di Gonzalvo,
trovando sempre nuovi pretesti al suo silenzio...
Juanita sperava, e amava! Edmondo aspettava!!
E l'ora che il perfido aspettava non tardò a giungere!.. E l'ora della
colpa fu al tempo stesso il germe dell'ora del castigo.
L'OSPITALITÀ TRADITA CON UN DELITTO a Bajonna, additava L'OSPITALITÀ
TRADITA CON UN DELITTO a Manheim!
JUANITA SEDOTTA diveniva la madre di DANIELE PARRICIDA!!...
Tiriamo un velo densissimo sulle funeste conseguenze di una colpa,
sulla quale Juanita pianse a lagrime di sangue. Inauditi sacrifici
di ogni giorno, di ogni ora, di ogni minuto; palpiti orribili di
paura, di vergogna; sussulti di speranza, angoscie di cuor tradito
nella sua piena annegazione; preghiere fervidissime rigettate dal più
duro cinismo; amarissime lagrime divorate nel segreto delle notti;
apprensioni terribili; ecco la storia di questa misera esistenza di
donna. Juanita s'infermò, la sua malattia fu avventurosa, perocchè
essa, celando la colpa, allontanava la vendetta del Duca che sarebbe
piombata terribile su lei e sul perfido amico.
Dopo un anno della dimora del Duca di Gonzalvo e di Juanita
nell'ostello del Baronetto a Bajonna, un bambino apparì in quella casa.
Daniele fu detto esser figlio di una cameriera ch'era stata presa a'
servigi di Juanita. Per molto tempo durò la simulazione.
Edmondo avea gittato l'ipocrita maschera. Ogni speranza era morta nel
cuor di Juanita! La disperazione avrebbe indotto la misera donzella
a porre un termine ai propri giorni, se un poderoso sentimento non
l'avesse obbligata a vivere, l'amor materno.
Ma un giorno, orribil giorno! tutto fu discoperto agli occhi del
nobile Duca di Gonzalvo. Uno slancio di amor materno avea tradita
la sciagurata Juanita! Il Duca si abbandonò a tutti gli eccessi di
un furore che non conosceva alcun limite. La mano del fratello avea
colpito l'infelice vittima del più vil tradimento. Ella fu salva per
miracolo dall'ira del nobile che aveva una benda di sangue innanzi
agli occhi. Edmondo si era codardamente involato alla vendetta dello
spagnuolo.
La madre eziandio fuggì col fanciullo, scampato per prodigio al
furore del Duca. Per ben tre anni Juanita errò in Francia e in Italia;
comprando la sua vita e quella del figlio colle fatiche delle proprie
braccia. Sovente lo scherno o l'ingiuria accoglievano le sue istanze
per ottener lavoro. Intanto per le vicende de' tempi e per la fortuna
delle armi francesi in Ispagna, la condanna del Duca di Gonzalvo era
annullata. Juanita, tenendo per certo il ritorno del Duca suo fratello
in Siviglia, concepì la speranza di un perdono per un fallo, di cui
ella stessa era stata la più misera vittima, e che già aveva espiato
con parecchi anni di abbandono, di miseria e di crudeli fatiche,
Juanita deliberò di far ritorno in Ispagna. Ella si trovava allora
nelle nostre Calabrie.
Per mandare ad atto il suo proponimento, ella scrisse una lettera
commoventissima ad un vecchio amico della sua famiglia, implorandone
i buoni uffici appo il fratello, e pregandolo di mandarle del denaro
per intraprendere il lungo viaggio. In questa lettera essa gli
raccontava la serie dolorosa delle sue sciagure, i giorni di miseria
e di vagabondaggio ch'era stata costretta a menare per sostentare il
pargoletto figliuolo, e faceva tal quadro tristissimo della propria
situazione da dover muovere anche un macigno.
Dopo non pochi mesi giunse una risposta a questa lettera. Il vecchio
amico della nobil famiglia di Gonzalvo le scriveva: essere il Duca
tuttavia fuori della sua patria, non avendo voluto profittare della
grazia concedutagli, per rimaner fedele e devoto al suo legittimo
Sovrano. Soggiungeva la lettera che il Duca si era ammogliato da
parecchi anni con Isabella di Monreal, la quale avea voluto seguir
la sorte di suo marito, e che avea fatto porre nelle condizioni
del matrimonio di non dover giammai il Duca suo marito accogliere
novellamente in casa la sciagurata Juanita, disonore della propria
famiglia. L'amico esortava nella lettera la disgraziata giovine a
dismetter l'idea di andar giammai a raggiungere il fratello, dal quale
non avrebbe ricevuto accoglimento veruno; sconsigliavala parimente a
ritornare in Ispagna, dove il suo nome era esecrato e dove non avrebbe
incontrato che ingiurie e abbandono da tutti gli antichi amici della
sua casa. Tutta la lettera era dettata con una durezza di cuore che
si spingea fino al sarcasmo e alla derisione. Il cuore di Juanita fu
trapassato da acuta freccia essa si tenne abbandonata da Dio e dagli
uomini. Allora che ricordava i giorni della sua innocenza, gli agi,
gli onori, i piaceri, l'amore della sua famiglia, ed ora si vedea
caduta all'imo della sventura e della prostrazione, l'infelice facea
risuonar l'aere del suo meschino abituro con grida e pianti altissimi,
che faceano gridare e piangere il fanciulletto Daniele, senza che
avesse compreso la ragione di quelle lagrime e di quei gemiti. La
madre stringeva al seno l'innocente figliuolo, il divorava di baci, ed
alle infantili dimande di lui non sapea rispondere che con lagrime e
carezze.
Era l'anno 1809, e per le nostre contrade tempi di politiche sciagure.
Le Calabrie, messe qualche anno addietro in istato di guerra, erano
tuttavia il teatro di frequenti deplorabili fatti. Juanita lucrava il
sostentamento suo e del figliuoletto, dandosi a' lavori più umili.
Ella abitava una casipola posta a piè d'una montagnuola. Ne' primi
giorni di quell'anno 1809, la misera fu colta dal vajuolo. Chi può
narrare le angosce di quel cuore di madre che vedea mancare il pane
al figlio, e non potea procacciargliene, affranta com'era dal male,
abbandonata da tutti e pel timore del contagio ond'eran presi i vicini
abitanti, e pei tempi che si erano rotti piovosissimi e tetri. Un
giorno, la derelitta non potendo più resistere al pianto del fanciullo
che chiedeva del pane, il mandò con un suo biglietto a una donna che
dimorava poco distante, e ch'era di compassionevol cuore; pregandola
di aver pietà dell'innocente fanciullo e dargli qualche moneta,
ch'ella le avrebbe immancabilmente restituita non appena rimessa in
salute. Quel fanciullino era così bello, così gentile, così nobil
di volto! il piccolo messaggiere partì non senza aver ricevuto dalla
sventurata madre un milione di baci e di raccomandazioni. Si trattava
di attraversare una strada non più lunga di un quarto di miglio. La
madre aspettava con grande e perplessa ansietà..... Daniele più non
tornò! Il fanciullo era stato rapito da alcuni facinorosi e condotto in
altra provincia delle Calabrie. Lasciamo immaginare a' nostri lettori
la disperazione dell'infelice madre e tutto ciò che fece per trovare le
orme dello smarrito figliuolo. Tutto fu inutile!
Giunse una mattina alle orecchie della sventurata che un fanciullo
era stato trovato estinto in un vicino bosco. Colma era la tazza
della sventura! Juanita perdè la ragione! La mattina del 25 gennaio
di quell'anno 1809, il cadavere d'una donna fu visto galleggiare
sulle acque del fiume Basento. La notte precedente, Juanita vi si
era gittata. Inesplicabili decreti di Dio! In quella medesima notte,
Giacomo Fritzheim, reduce da un piccol viaggio fatto nell'interno del
reame per commissione, ed avendo smarrito il cammino, s'imbatteva, in
una selva della Sila, nel fanciullino, e seco il menava a Napoli, dopo
aver fatto le debite dichiarazioni alle autorità del paese. Il figlio
era trovato, ma troppo tardi! Daniele, di peso e d'incomodo a' suoi
rapitori, era stato da essi abbandonato nelle boscaglie della Sila.
Molti anni dopo la morte di Juanita, tutta la sua tristissima storia
fu nota al Baronetto Edmondo, origine di tante miserie e sciagure.
E quando, credendo di fare ammenda delle sue colpe, volle pensare
al sostentamento de' propri figli, Maurizio Barkley, incaricato di
questo pietoso uffizio, non ebbe bisogno che di prendere da' registri
municipali i connotati lasciativi dalla deposizione di Giacomo
Fritzheim, per porsi sulle tracce del figliuolo di Edmondo.
Il Duca di Gonzalvo seppe la crudel tragedia della sorella, ed ebbe
un gran pentimento della inflessibile durezza del proprio carattere.
Egli era frattanto tornato nel 1815 a Siviglia, investito novellamente
del suo pristino potere e dell'alta carica che dinanzi vi occupava.
Gli avvenimenti politici del 1820 il toglievan d'ufficio, dacchè egli
era accusato di troppo attaccamento all'antica forma del governo della
Spagna. Il Duca di Gonzalvo, già padre della bella Emma, nel cui amore
egli era felice, traeva con la sua famiglia a soggiornare in Napoli.
Questi rapidi cenni bastano a rannodare con lucidezza gli avvenimenti
che abbiam preso a narrare, ed al cui sviluppo ormai ci accostiamo.
II.
IL RITORNO
Qualche tempo è scorso dagli avvenimenti che abbiamo narrati nella
quinta parte di questo racconto.
Erano le dieci del mattino d'una rigida giornata d'inverno. Nel palazzo
di S... a Toledo tutto annunziava che la notte durava ancora: chiusi
i terrazzini e le finestre della camera da letto; i servi oziosi
nelle sale; il silenzio nell'interno de' vasti appartamenti. Una
elegantissima carrozza chiusa, al cui timone erano attaccati quattro
superbi cavalli inglesi, si fermò dinanzi al portone del Palazzo S...
La cassetta di questa carrozza era difesa dalle ingiurie del verno da
un ricchissimo copertone sul quale sedevano il cocchiere e un valletto,
entrambi vestiti a nero con grandissima decenza. Al seggiolo del
servitore stava sdraiato un gigante _cacciatore_ dalla barba foltissima
e colle solite armi proprie della sua carica. Arrivata la carrozza
al portone, costui smontò dal suo seggiolo e si fece dappresso ai
cristalli dello sportello per prendere i comandi del padrone. Intanto
il portinaio del Palazzo S... veduto quella carrozza di gran signore
fermarsi alla bocca del portone, stimò suo dovere inoltrarsi fin presso
al montatoio del cocchio per sapere chi era il proprietario di que'
magnifici quattro cavalli inglesi, e che si volesse. La tendina che
copriva nell'interno lo sportello fu scostata alquanto, e una faccia
pallidissima si mostrò dietro di essa. Poco stante, i cristalli furono
abbassati, e una voce partì dalla carrozza per trasmettere un ordine.
Il _cacciatore_ chiese al guardaportone se il Duca di Gonzalvo era in
casa. Dietro l'affermativa, il predellino fu abbassato, e un uomo venne
fuora della carrozza ed entrò nel portone. Quell'uomo era Daniele.
Era impossibile di riconoscerlo. Un pallor plumbeo covriva le sue
guance, il cui lividore maggiormente risaltava sulla barba nera che
di presente gli chiudeva la faccia in ogni verso. La sclerotica degli
occhi, da bianca, era divenuta affatto gialla, e due cerchi neri, come
due ferri di cavallo, solcavangli l'altezza delle gote. Qualche cosa di
stralunato e di infermiccio era nel suo sguardo incerto e sospettoso.
Piuttosto che un giovine di venticinque anni, l'aria della sua persona
ne dava a credere trentacinque o quaranta. I suoi lunghi capelli
erano già bigi! il delitto avea gittato la prematura canizie su quel
giovine capo: le sue spalle erano bastantemente ricurve. Daniele avea
puntualmente adempito ai patti della eredità del Baronetto! i nove
mesi di crudeli sofferenze fisiche e morali erano spirati. Non diremo
nove mesi, ma nove anni eran passati pel figlio di Edmondo, contati
colla febbrile impazienza di tutte le più veementi passioni, onde può
essere agitato il cuore umano. Quei nove mesi erano stati una lunga
e tormentosa tensione di tutte le facoltà dell'animo di quel giovine;
la sua vita e la sua ragione erano state attaccate ad un sol filo: la
passione dell'oro. Prima di conseguire l'eredità, il pensiero di Emma
era secondario in lui; ma, dopo, la passione per l'Andalusa si alzò a
prima potenza nel suo cuore.
Noi non tenteremo di rimuginare nella melma di quel cuore e rimestarvi
le passioni odiose che il fanno pulsare e vivere. Sfuggito all'umana
giustizia, Daniele è sotto l'invisibil PROCESSO d'un'altra giustizia,
alla quale nessun reo può sottrarsi. Noi però non oseremo gittare
un'occhiata nel fondo di quel cuore, caos tenebroso e terribile, su cui
è sospeso il fulmine di Dio. Questa volta Daniele non fu introdotto
nel modesto stanzino da studio del Duca di Gonzalvo, bensì nel gran
salotto, di ricevimento. Nel riporre il piede in quella casa, l'antico
maestro di Emma fu preso da una forte vertigine e dovè appoggiarsi
contro un muro per non cadere. Entrando nel salotto, ei disse al
cameriere di annunziare al Duca di Gonzalvo _un signore che dee
parlargli per negozi d'importanza_. Egli volea sorprendere il Duca alla
sprovvista.
Siccome accennammo la famiglia di Gonzalvo era tuttavia a letto, però
conveniva a Daniele di aspettare: ei si sedè sovra un canapè, e si
abbandonò alle profonde meditazioni che gl'ispirava la sua situazione.
Tutto quanto gli era accaduto sembravagli un sogno strano e orrendo?
Non per tanto egli tornava ricco, ricchissimo! La sete ardente della
sua giovinezza era appagata! Due volte milionario!! Quest'idea non era
più per lui l'oasi lontana, inaccessibile a' suoi passi, meta favolosa
delle sue febbrili aspirazioni; e sibbene era una realtà, un fatto!
il più ricco tra i giovani! Tra pochi momenti avrebbe riveduta Emma di
Gonzalvo, la superba spagnuola, che aveva affettato disprezzo per lui
meschino maestro di musica! Tra pochi momenti avrebbe riveduto quel
Duca orgoglioso e altero che tanto lo aveva umiliato in quell'ultimo
abboccamento ch'egli si ebbe con lui! Daniele mormorava tra i denti con
sogghigno:
— Ah! Signor Duca di Gonzalvo, voi dicevate che una _stolta speranza
mi aveva illuso: perdonavate alla mia fanciullezza l'audacia delle
mie parole_, chiamaste _insulto_ la mia proposta di matrimonio!
Ah... Signor Duca, gli è vero che allora io non aveva due milioni
da offrirvi; ma io allora era giovine, avea genio, speranze, ERA
INNOCENTE!! Oggi, io vengo a portarvi il MILIONE che voi mi chiedete
per mezzo della mano di Emma! _Un milione rappresenta dieci generazioni
di nobiltà; un milione è una potenza, una grandezza, uno stato._ Furon
queste le vostre parole, signor Duca! Ed eccovi soddisfatto! Io ritorno
milionario, siccome vi promisi.
La faccia di Daniele si allividì maggiormente, ed egli soggiunse
cupamente, e con infernale sarcasmo.
— Ma voi, signor Duca, dimenticaste di aggiungere queste altre parole
ch'io soggiungo alle vostre: UN MILIONE RAPPRESENTA ANCORA DIECI
GENERAZIONI DI COSCIENZE IMPURE; UN MILIONE È UN MARCHIO D'IGNOMINIA
PER LA FRONTE DI UN UOMO.
Poco di poi Daniele ripigliava sempre tra sè:
— _Direte da parte mia a Daniele de' Rimini che adempia esattamente
agli obblighi impostigli, perchè Emma sua cugina, lo aspetta!_ Che
intese dire quell'uomo? Emma mia cugina! Eppure, sempre che penso allo
strano rapporto delle mie reminiscenze infantili, sempre che penso
all'impressione che fece in me quel ritratto del Duca, che io vidi
in questa casa in quell'ultimo giorno che io qui venni, non so perchè
trovo spiegabile il mistero di questa parentela! Emma, mia cugina! E il
Duca che mi colmava di umiliazioni e d'ingiurie è dunque mio zio! mio
padre gli era dunque fratello, o mia madre sorella! Quando ricordo la
spiacevole impressione che il nome di Gonzalvo produceva sull'animo di
mio padre, non posso che sempre più convincermi delle relazioni che han
dovuto passare tra loro!.. Ma questo mistero tra poco sarà schiarato!
Tra poco il superbo spagnuolo dovrà in ogni modo umiliarsi al mio
cospetto! Oh il denaro è pur la gran potenza! Ora io mi sento grande
quanto le più grandi sommità sociali, mi sento forte, ardito, superiore
a tutti... Ora si che si può vivere!
Ciò dicendo, un urto di tosse cupa e profonda si fece udire dalla
cavità del suo petto; e due fiammelle di rosso carico apparvero sulle
sue gote. In questo, il Duca di Gonzalvo entrò nel gran salotto di
ricevimento. Daniele si alzò, chinò la testa, e nulla disse, aspettando
che il Duca l'avesse riconosciuto.
— Chi è il signore, e che cosa brama? chiese il nobile tenendosi
all'impiedi.
— Non ho il bene, signor Duca di essere da lei riconosciuto? disse
Daniele, fissando gli occhi sul volto di lui.
Il Duca il ragguardò con grande attenzione, cercando di richiamare
le sue rimembranze, ma non potè risovvenirsi di quel personaggio che
gli stava dinanzi. Daniele era del tutto cangiato; la sua barba, il
suo pallore cinereo, l'aria del suo volto, le spalle alquanto ricurve
ne avean fatto un altro uomo, per modo che non pure al Duca ma a
chiunque altro più intrinseco col giovine, sarebbe stato impossibile il
riconoscerlo.
— Non ricordo di lei, disse freddamente il Duca di Gonzalvo.
— Allora aiuterò le rimembranze di lei, signor Duca, pronunziando il
mio nome che forse non le sarà uscito di memoria. Io sono Daniele de'
Rimini.
— Daniele de' Rimini! ripetè il nobile, e stette per qualche tempo in
cerca de' propri pensieri.
— Non ricorda il mio nome, signor Duca? Ricorderà io spero, il maestro
di piano-forte di sua figlia Emma.
Il Duca ebbe un soprassalto di sorpresa.
— Ah! voi, signore! Voi, Daniele de' Rimini, quel giovine ch'ebbe la
follia d'innamorarsi di mia figlia!
— Per lo appunto, signor Duca, io sono quel desso!
— Ah! bravo! mi fa veramente piacere di rivedervi, signore; piacciavi
di accomodarvi. E da quanto tempo siete di ritorno in Napoli?
— Da pochi giorni, signor Duca, rispose Daniele sedendo sovra una
poltrona.
Il Duca si era seduto, e sembrava lietissimo di rivedere il giovine
pianista.
— Vi ringrazio davvero di esservi ricordato di noi, mio caro de'
Rimini; eh, come si sta? Vi confesso che vi trovo molto cambiato, tanto
che mi è stato malagevole di riconoscervi. Avete forse sofferto qualche
malattia?
— Sì, signor Duca, molto ho sofferto, ho avuto malattie mortali; eppure
il vivo desiderio di mantenere la mia promessa verso di voi me le ha
fatto superare... Oh! io temeva tanto di morire prima di questo giorno!
— Voi avete una promessa verso di me? dimandò il Duca maravigliato.
— Sì, signor Duca, siccome voi pure l'avete verso di me. Io non ho
dimenticato la mia, ma veggo pur troppo che voi avete obliata la
vostra.
Il nobile incominciava a comprendere; egli era estremamente sorpreso,
ma non era sicuro della sanità della mente nel giovine, per maniera che
il ragguardava con sospetto misto a dolore.
— Mi avveggo che non mi avete ancora compreso, signor Duca: cercherò
di farmi comprendere meglio. Oggi, signor Duca, siamo a MERCOLEDÌ 17
DICEMBRE 1828.
— Or bene? chiese il nobile sempre più maravigliato.
— Or bene compiacetevi di gittare un'occhiata su questa carta.
Daniele trasse da un elegante portafogli un fogliettino di carta e il
consegnò al Duca; il quale con indicibile sorpresa lesse:
_Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele de' Rimini
di non prender verun impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima
che spirino due anni dalla data di questo giorno. Napoli 17 dicembre
1826_ — DUCA DI GONZALVO.
Il volto del Duca diventò pallidissimo come cera.
— Che vuol dire questo? dimandò egli con turbamento.
— Vuol dire, signor Duca, ch'io vengo a reclamare da lei l'adempimento
delle sue promesse.
— Delle mie promesse?
— Si signor Duca, il prezzo che voi metteste alla mano di vostra figlia
era enorme; io non poteva allora offrirvelo: presi due anni di tempo e
non ho mancato alla mia parola. IO SONO MILIONARIO, signor Duca.
— Voi, voi, milionario!
— Per lo appunto, e vengo a chiedervi la mano di vostra figlia.
Il Duca non dubitò più che Daniele fosse demente.
— E dove l'avete il milione? dimandò con sarcasmo il padre di Emma.
— Su quasi tutte le banche di Europa, rispose il giovine. Se vi
compiacerete di passare al mio studio, strada Toledo, Palazzo M... vi
si darà minuta contezza de' miei beni.
— Al vostro studio!
— Eccovi il mio indirizzo, signor Duca.
Daniele cavò dal portafogli una cartellina e la consegnò nelle mani
del nobile, il quale vi gittò distratto un'occhiata. Quella cartellina
conteneva le seguenti parole:
_Il Conte di Sierra Blonda — Strada Toledo, Palazzo M._
Il Duca mise un grido altissimo; afferrò Daniele per ambo le braccia,
il guardò con occhio di matto.
— Il Conte di Sierra Blonda! Il Conte di Sierra Blonda!! Dov'è costui?
Dov'è l'infame? Che rapporto avete voi col Conte di Sierra Blonda? Chi
siete voi? Come questo abborrito nome si trova in su questa cartella?
Chi siete? parlate.
— Sono il suo erede.
— Erede!!... Egli è dunque morto!
— Morto!! ripetè Daniele.
Il Duca ricadde estenuato e affranto in sulla sedia.
— E dove, dov'è morto l'infame?
— A Manheim, in Germania.
— In Europa! così vicino!! mormorò il Duca... E voi, signore, chi siete
voi che avete ereditato le ricchezze e i titoli di quel ribaldo?
— Io sono... SUO FIGLIO.
— Suo figlio! E la madre vostra... chi era ella?
— L'ignoro, signor Duca, conosco soltanto che mia madre era spagnuola.
— Spagnuola!... Ma il vostro cognome non è dei Rimini?
— Lo era, signor Duca, due anni fa; io sono Daniele Brighton, Conte di
Sierra Blonda.