la salute di Daniele, ogni giorno, nel primo entrare ch'ei faceva
nella camera verde, pareagli che il Baronetto non si trovasse in
quella medesima posizione in cui era la sera precedente. I camerieri
si burlavano di queste allucinazioni di Daniele e si ingegnavano
di richiamarlo alla ragione; ma tutto indarno, perocchè quelle
allucinazioni erano figlie della rea coscienza. Ammirabil disegno. Il
cadavere del Baronetto ch'era stata la serpe morale la quale avea roso
le notti di Edmondo, era parimente il verme che rodeva le notti di
Daniele. Per colpire le coscienze colpevoli, Dio si vale ben sovente
delle loro stesse immaginazioni. In qualche notte, Daniele distraeva
le sue veglie rimandando il pensiero a' tempi della sua fanciullezza.
Allora egli pensava con orgoglio all'alta sua nascita, pensava con
tenerezza alla madre sua di cui l'immagine se gli piangea ben viva alla
mente; e cercava di adunare e collegare tutte le più lontane e sparse
reminiscenze per trarne qualche illazione o spiega. Talvolta egli
pensava con lacerante rammarico a' giorni tranquilli e felici della
sua adolescenza passata sotto il tetto di Giacomo Fritzheim; ricordava
l'amor tenerissimo della virtuosa Lucia; rimembrava le notti di
placidissimo riposo che il ristoravano.. E un orrendo paragone il facea
disperare!
Il riposo della virtù sotto l'umil tetto del povero: l'insonnia del
delitto sotto le dorate volte del ricco palagio!
Erano scorse alquante settimane dal dì della morte del Baronetto.
Una sera, dopo l'ora del tè, e dopo aver suonato il pezzo di musica
e cantata un'aria, che per lo più era una melodia tristissima o
una preghiera, Daniele era rimasto seduto al suo posto, vicino al
piano-forte, abbattuto dagli sforzi di coraggio che tuttodì faceva,
non meno che dalle veglie, da' rimorsi e dalle sofferenze morali.
Egli era solo: i testimoni si erano ritirati. Il globo d'alabastro
schiarava la camera e l'immobil fisonomia del Baronetto. Daniele, collo
sguardo fisso sul cadavere di suo padre, era sepolto nella tristezza
più desolante. Gli occhi del cadavere il faceano fremere, ma pure un
fascino terribile, una forza inesplicabile costringevanlo a guardar
sempre la faccia del padre. L'oscillante e vaporosa luce del globo
d'alabastro disegnava stranamente gli angoli del volto del morto, e
dava alla sua fisonomia qualche cosa di mobile e di vivo: quelle labbra
pareano sogghignare, pareano socchiudersi per parlare. Daniele era
agghiacciato di spavento, eppure non avea la forza di abbandonar quella
camera. Di botto, la sedia a letto, su cui era adagiato il cadavere, si
mosse, come se questo avesse fatto uno sforzo per levarsi.
Orribile a dirsi!! Il braccio destro del cadavere si alzò! Daniele mise
un grido fortissimo e chiuse gli occhi. — L'UPAS!! L'UPAS!! CHE FACESTI
DELL'UPAS?
Daniele gittava gridi orribili!... I servi accorsero... e trovarono il
giovine mortalmente svenuto.
[Illustration]
VI.
L'AMICO
Un uomo avea mosso il braccio del cadavere e profferito quelle parole.
Egli era Maurizio Barkley!
Diamo la spiegazione di questa che all'apparenza può sembrare stranezza
di Maurizio.
Nove giorni dopo la morte del Baronetto, Maurizio leggeva nelle
_Notizie diverse_ di un giornale francese:
«Ci viene scritto da Baden che nella città di Manheim è morto alcuni
giorni fa il proprietario della bella tenuta di _Schoene Aussicht_.
Egli è stato trovato estinto nel proprio letto, dopo aver passata la
sera precedente a banchettare cogli amici. Egli ha lasciata una fortuna
stragrande ad un giovine italiano, a patto che questi custodisca il
cadavere di lui per nove mesi, nella stessa abitazione di _Schoene
Aussicht_. La strambezza e la originalità di un tal testamento formano
il subbietto di tutte le conversazioni».
Confessiamo di non trovare espressioni bastevoli a dipingere la
sorpresa e il dolore del buon Maurizio a tal nuova inaspettata!
Allorchè egli attendeva con ansia una risposta all'ultima lettera
scritta al Baronetto, gli giunge, per via indiretta, la notizia della
costui misteriosa morte! Non sappiamo dire quante volte Maurizio
rilesse le parole del giornale francese, quasi non credendo agli occhi
propri. Maurizio amava il Baronetto, l'amava con tanta appassionata
venerazione, che avrebbe mille volte sacrificata la propria vita per
lui. I trascorsi della vita di Edmondo, le costui follie, i pericoli
incessanti a' quali si esponeva, erano cagioni di gravi cordogli
all'animo del nobile schiavo, il quale, con tutto quel poco d'influenza
che avea sul cuore del Baronetto, ingegnavasi di rimenarlo ad un
tenor di vita meno esposto a pericoli ed a rimorsi. Edmondo ricambiò
l'affetto dello schiavo con altrettanto attaccamento, e, poscia che
questi l'ebbe cansato da morte imminente, Edmondo ringraziò il cielo di
avergli conceduto un vero amico, e come tale sel tenne appresso a sè in
prosieguo di tempo, affidandogli, siccome altrove dicemmo, gl'incarichi
più difficili e dilicati.
Maurizio, prima di concepire l'ardente passione per Emma di Gonzalvo,
non sentiva altro amore che pel Baronetto. E anche la sua passione
per Emma non attenuò per niente o indebolì il suo amore per Edmondo.
Era questo amore radicato nell'animo integro dell'Africano, così che
se gli era renduto un elemento di vita. Maurizio amava il Baronetto
siccome amava l'aria e la luce, con quell'amore cioè che più non
si avverte, sendosi fatto abituale e intrinseco all'esistenza, con
quell'amore placido, uguale, costante, inalterabile. Il Baronetto era
per lui più che un padrone, più che un amico, più che un padre; era
un nume! Maurizio era felice nell'amare Edmondo e dimostrarglielo con
un attaccamento e con una fedeltà a tutta prova, siccome era felice
nell'amare la figliuola del Duca di Gonzalvo e nasconderglielo. Alla
notizia della morte del Baronetto, Maurizio non avea pianto, non avea
messo gemiti e grida, siccome suol disfogarsi un acerbissimo dolore:
il suo primo movimento fu porre la mano sopra uno stiletto inglese che
portava sempre addosso. Ma nel puntare il pugnale contro il proprio
petto, due pensieri il rattennero: la notizia poteva esser non vera
o almeno esagerata; se vera, un delitto era stato commesso e a lui
spettava il vendicarlo.
L'Africano possedeva uno sguardo morale, acuto e penetrante al pari
del suo sguardo fisico. Ratto come il baleno, il suo pensiero corse a
Daniele, e indovinò in questi l'autore della improvvisa e arcana morte
del Baronetto. Maurizio sapea quali tristi passioni albergassero nel
cuor del giovine pianista, e come l'avidità dell'oro spegnesse in lui
ogni altro buon sentimento; sapea che questi avea promesso di ritornar
milionario dopo due anni per impalmare Emma di Gonzalvo; e fin dal
momento che il Baronetto gli scrisse di aver conchiuso col pianista
quella specie di funesto contratto di morte, Maurizio temè gli agguati
di Daniele, tanto che si affrettò di scrivere a Edmondo la lettera
che questi ricevè poche ore prima di miseramente morire. Ricordiamo il
seguente passo di questa lettera:
«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto:
a voi lo rivelo, e non a lui; fate quello che credete, non ispetta
a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a
discoprirvi al figliuol vostro e dare sfogo al vostro amor paterno:
_non posso dirvi il perchè opino così_.»
Maurizio _opinava così_ perchè suspicava quello che appunto era
avvenuto! Nello stesso giorno in cui Maurizio aveva letto la notizia
della morte del Baronetto nei pubblici fogli, giunsegli una lettera
dell'amministratore Americano che gli dava i tristi ragguagli di questa
morte non meno che delle disposizioni testamentarie del defunto, della
sua imbalsamazione, del cominciato adempimento delle condizioni di
eredità; e soggiungeva in un _postscriptum_:
«Il _Custode della morte_ sembrava essere stato vivamente colpito dalla
improvvisa catastrofe del Conte: il suo cervello sembra averne patito.»
Ciò bastava per confermare i sospetti di Maurizio. Il rimorso era che
sconcertava la ragione di Daniele. Maurizio rimase lunga pezza immerso
nel più profondo dolore, ma ora egli aveva un dovere a compiere: volare
a _Schoene Aussicht_, obbedire all'ultima volontà del Baronetto,
trovar le orme del delitto, e vendicarlo. Lungamente egli pensò al
come il perfido giovine avea potuto dar morte al Conte: pose a tortura
il cervello per indovinare il modo che il Daniele avea tenuto per
ischiudere impunemente una tomba: passò in rivista tutt'i veleni più
segreti, e da ultimo il pensiero dell'Upas gli sfolgorò alla mente
come luce improvvisa. Maurizio conosceva che il Baronetto conservava le
foglie dell'Upas, però ch'egli stesso era stato testimone della morte
de' due schiavi nell'isola di Giava, i quali avean perduta la vita nel
togliere dall'albero omicida le fronde che dovean servire ad arricchire
il piccolo museo di curiosità del milionario. All'infuora di questo,
Edmondo avea letto le sue _Memorie_ al suo amico Barkley, nelle quali
eran notate le velenose qualità della pianta _Bohon-Upas_. Daniele
dunque si era servito dell'Upas per uccidere Edmondo.
Maurizio era stupefatto di sorpresa, di dolore. In che modo Daniele
avea potuto impossessarsi del veleno? Ecco il mistero che restava
a schiarire. Il più importante a farsi era di volare a Manheim.
Nessun obbligo il trattenea più a Napoli: era finita la sua missione
presso il Duca di Gonzalvo... Maurizio si affrettò a recarsi colà
dove il chiamava un tristo dovere. Egli dette in fretta un addio al
Duca, ad Emma, che si mostraron addolorati pel suo allontanamento da
Napoli: promise di ritornar presto; nulla rivelò della cagione della
sua repentina partenza, e soltanto disse che dovea trasferirsi in
Inghilterra per mettersi in possesso di una eredità.
Dopo dieci giorni Maurizio era a _Schoene Aussicht_: Egli arrivò
al casino nelle ore vespertine: aveva il suo proponimento: non si
fece vedere che al solo amministratore Americano, cui pregò di tener
nascosto il suo arrivo a tutti, e particolarmente al giovine de'
Rimini. Con ogni possibile cautela Maurizio entrò nello studio del
Baronetto, e si diede a ricercare lo scritto in cui questi avea gittate
le memorie della sua vita. La prima cosa che andò a trovare in quelle
memorie si fu il viaggio di Edmondo nella Meganesia; il suo soggiorno
nell'isola di Giava. La pagina che conteneva i ragguagli sull'albero
_Bohon-Upas_ era disparsa!
Non cadeva più dubbio! Maurizio pensò di fare in qualche modo
confessare tacitamente il delitto allo stesso delinquente.
«Se Daniele è innocente, pensava l'amico di Edmondo, la parola Upas non
debbe cagionargli alcuna commozione; al contrario, se egli è colpevole,
siccome tutto il rivela, questa parola debbe di necessità produrre in
lui sbigottimento e terrore.»
Pensato a questo, Maurizio aspettò il momento, in cui il giovine si
fosse trovato al cospetto del cadavere della sua vittima. Terminato
il pezzo di musica e l'aria cantata da Daniele, e allora che i servi
testimoni si furono ritirati, Maurizio era destramente entrato nella
camera verde, per mezzo dell'uscio della villetta. Favorito dalle ombre
della sera e dalla preoccupazione del giovine, egli si era con ogni
precauzione celato dietro la sedia a letto ove giaceva il cadavere. È
da notarsi che la spalliera di questa sedia era situata quasi di contro
all'uscio che metteva nella villetta, così ch'era difficile di scorgere
il personaggio ch'era entrato, e che rimaneva a tal modo nascosto agli
occhi del giovine. Alle grida di profondissimo terrore che Daniele
avea messe, Maurizio si accertò della realtà del delitto, e la sua
bell'anima ne fu lacerata.
Dicemmo che Daniele fu trovato da' servi mortalmente svenuto. Egli fu
trasportato privo di sentimento sul suo letto, dove gli vennero usate
le cure che il suo stato richiedeva. Maurizio rimase solo col cadavere
del Baronetto. Non mai di afflizione più profonda si vide cosparso
il sembiante dell'Africano. Egli rimase gran tempo a contemplare quel
cadavere, che gli disbranava il cuore: si gittò poscia a' piedi di lui,
e su quelle fredde mani fe' cadere un diluvio di baci e di lagrime.
Virtù rara e sublime! Maurizio poteva con una sola parola vendicare il
Baronetto, annientare il frutto del delitto di Daniele, consegnandolo
all'autorità sotto il peso di sospetti ben fondati; e poteva egli
solo, Maurizio, mettersi in possesso dell'intera eredità di Edmondo:
dappoichè era detto nel testamento che, qualora dal giovine de' Rimini
si fosse mancato agli obblighi impostigli, l'eredità ricadeva tutta su
Maurizio Barkley, ritenendosi per tanto tutte le altre disposizioni a
favore delle persone nominate nel testamento. Aggiungi che Maurizio,
distruggendo l'avvenire di Daniele, distruggeva in lui un potente
rivale in amore. Ma il Cafro pensava che denunziando il giovine alla
giustizia, egli denunziava il figlio del suo amico il Baronetto!
D'altra parte, non avendo pruove evidentissime del misfatto, ma
soltanto semplici induzioni e sospetti, la giustizia avrebbe tenuta
così fatta denunzia come figlia della brama di mettersi in possesso
della eredità del milionario, privandone, sotto il peso di un'accusa
capitale, il giovine pianista. Maurizio fermò adunque di non palesare
ad anima viva i sospetti, che per lui erano lampante certezza, e di
abbandonare il parricida alle mani di Dio. Maurizio si affrettò di
eseguire la volontà del Baronetto e gli ordini, di cui questi lo aveva
incaricato.
In quella sera stessa egli andò dal notaio di Edmondo per aggiustare
tutte le faccende riguardanti le disposizioni testamentarie. Prima
di ogni altra cosa, Maurizio volea provvedere al più presto al
sostentamento dei figli del suo amico, distribuendo il capitale
lasciato loro in retaggio. Tranne Daniele e Eduardo, gli altri tre
figli di Edmondo, eran poveri, e fino a quel momento eran vivuti coi
mensili assegnamenti che il padre facea lor capitare.
Era d'uopo congedare gli agenti posti agli ordini di esso Maurizio:
essendo ormai inutile l'opera di costoro. Barkley doveva a volo recarsi
a Parigi, a Glascovia, a Pisa e a Cadice, volendo per l'ultima volta
rivedere i figli del suo amico, rivelare ad essi il segreto che per
tanti anni avea lor tenuto nascosto, e consegnare a ciascuno la parte
del retaggio paterno che gli spettava. Maurizio avrebbe offerto a
ciascuno di loro i suoi servigi, e gli avrebbe pregati di far capitale
di lui in ogni rincontro e circostanza della loro vita, essendo egli
stato il più fedel servo e affettuoso amico del padre loro. Oltre a
ciò, Maurizio dovea fare una corsa in Inghilterra per prender possesso
del feudo lasciatogli dal Baronetto a Yorkshire, e denominato, siccome
accennammo, _The Raven-Spot_.
Prima di allontanarsi per sempre da _Schoene Aussicht_, Maurizio
avrebbe voluto dilucidare un dubbio che il tormentava. Aveva il
Baronetto ricevuto, pria di morire, la lettera nella quale se gli facea
la rivelazione di essere Daniele dei Rimini suo figlio? a malgrado di
tutte le sue dimande e indagini, Maurizio non avea potuto dileguare
il suo dubbio e venire in chiaro di un fatto che avrebbe forse potuto
allontanare da Edmondo il crudel destino che lo avea colpito. Pel dì
vegnente, a prim'ora del giorno, Maurizio avea stabilito di abbandonar
per sempre Manheim e _Schoene Aussicht_, luoghi che ad ogni passo gli
ricordavano il disgraziato suo amico. Ed in fatti, in sull'alba, egli
trasse nella camera verde per lo stesso uscio della villetta, per lo
quale era entrato il giorno innanzi. Daniele abbattuto da febbre e
da delirio nella notte, non avea pensato, come al solito di chiudere
le porte di quella camera e conservarsene le chiavi. Maurizio volle
rivedere per l'ultima volta il suo amico, il Baronetto e dargli
un eterno addio. Entrato però nella camera verde, il Cafro baciò
rispettosamente la mano del cadavere, e stette a guardarlo con muta
espressione di profondissimo dolore. Mentre così egli stavasi, l'uscio
della stanza contigua si dischiuse, e Daniele si affacciò sulla soglia,
pallido, emaciato, tremante per acuta febbre, e coverto appena da
una veste da camera. Egli avea sentito rumore nella stanza ove era il
cadavere, ed alla febbricitante fantasia corse il pensiero che alcuno
involasse il deposito che dovea fruttargli l'eredità; era però balzato
dal letto, si era gittato addosso quella veste, e veniva ad impedire
che gli fosse rubato il cadavere. Daniele rimase stupito veggendo
Maurizio Barkley.
— Voi qui, signore! ebbe appena la forza di balbettare.
— Son venuto a trovarvi, signor Daniele, perchè ho qualche cosa
per voi, disse freddamente Maurizio mettendo la mano in tasca e
consegnandogli una cambiale.
«Eccovi la parte di eredità che vi spetta, signor _Daniele Fritzheim_;
vostro padre m'incarica di darvi queste duemila e quattrocento piastre,
quinta parte delle dodicimila che debbo distribuire tra voi e gli altri
quattro fratelli vostri... Via su, non arrossite, signor Fritzheim,
e aggiungete questa piccola somma a due milioni che toccheranno al
_Custode della morte_, Daniele dei Rimini, al quale direte da parte
mia che adempia esattamente agli obblighi impostigli, perchè Emma, sua
cugina, lo aspetta».
Maurizio uscì da quella stanza presto come un baleno, senza dare il
tempo al giovine di rispondere una sola parola. Daniele rimase appo la
soglia... Un'altra parola avea colpito le sue orecchie, un'altra parola
che contribuiva maggiormente a porre lo scompiglio e la morte in quella
povera ragione.
Emma era sua cugina.
Parte Sesta
I.
JUANITA
Ci corre debito verso i nostri lettori di rischiararli rapidamente
sovra alcuni punti tuttavia scuri della nostra narrazione, ed in
ispecialità su la miserevol fine della madre di Daniele, Juanita de
Gonzalvo.
Al capitolo I. della Parte terza, in toccando la vita del Baronetto,
dicemmo come, durante la sua dimora nell'Andalusia, egli avesse
stretto amicizia col Duca di Gonzalvo, capo politico di quella
provincia, il quale, imprudentemente concedendo favore e protezione
alle scorrerie e alle scappate dei cavalieri del Firmamento, avea per
qualche tempo nascosto e coperto agli occhi del governo di Madrid le
follie di Edmondo e compagni. Dicemmo che il Duca di Gonzalvo aveva
una sorella, giovinetta di straordinaria bellezza e d'indole franca,
espansiva, appassionata. Era Juanita il più bel fiore di Siviglia;
non vi era giovine _hidalgo_ nel paese, il quale non sospirasse per
la bella germana del governatore. Novella Rosina, ella era l'oggetto
dell'ammirazione e dei voti di un gran numero di Lindori: battaglie di
serenate, di fiori, di biglietti simbolici, gare di sospiri e di dolci
parole, guerre di dichiarazioni: tutto ciò divertiva la fanciulla, ma
nessun cavaliere avea fatto ancora profonda impressione sull'anima
di lei, infino a tanto che i suoi occhi s'imbatterono in quelli del
giovine inglese, di trista rinomanza nel paese, del nuovo Don Juan,
cav. del Firmamento.
È curiosa e deplorabile ad un tempo la propensione che si hanno le
donne in generale per gli uomini di reprensibili costumi, i quali
hannosi acquistato un certo nome di avventurieri e girovaghi. In
concorrenza, un giovine dabbene e costumato perde per lo più nello
spirito delle donne, a paragone di un galante scioperato. Ciò vuol dire
che, per lo più, le donne, hanno la fantasia più impressionevole del
cuore, e caggion però negli agguati che vengon tesi alla loro vanità.
Ma il pentimento tien dietro a tali inconsiderate simpatie.
Juanita s'invaghì di Edmondo: tutti invidiarono la sorte del nuovo
Almaviva, compassionando interamente quella della sconsigliata
fanciulla. Il giovine Conte di Sierra Blonda traeva ogni giorno a
casa di Gonzalvo, dov'era ben accolto dall'amico e dall'amante; ma
egli simulava con l'uno e con l'altra. Edmondo mal soffriva l'altera
probità del capo politico di Siviglia; ciò non pertanto se gli mostrava
affettuoso, e ascoltava con infinta docilità le amichevoli suggestioni
del nobil Duca, il quale, con ogni maniera di dolci rimproveri,
ingegnavasi a quegli ammonimenti fraterni, per indurre il Duca a
scusare la sua condotta appo il governo centrale, che fulminava da
Madrid contro la comitiva dei cavalieri del Firmamento.
Ben più agevol si era il persuader Juanita, buona credula, confidente
appassionata fino al delirio. Edmondo le avea detto ch'egli non
poteva parlar di nozze al Duca, fratello di lei, perocchè avea dato
imprudentemente promessa di matrimonio a una giovinetta di Cadice.
— Se per poco si buccina il nostro amore, diceva il Baronetto alla
sorella del Duca, io sono perduto. Già il governo mi minaccia; già
mi tien d'occhio, e senza la protezione di tuo fratello, a quest'ora
già sarei fuori de' confini di Spagna. Fa però tener d'uopo per ora
celato a tutti il nostro amore, e sovrammodo al Duca tuo fratello, così
sospettoso e che non ha di me il miglior concetto del mondo. Usiamo
grande circospezione e prudenza. Verrà il tempo, e non lontano, che
potrem disvelare agli occhi del mondo il nostro affetto: fidati a me
che ti amo quanto la pupilla degli occhi miei. D'altra parte, se io
mi aprissi a tuo fratello noi non potremmo sì facilmente vederci, come
di presente, ad ogni ora del giorno: forse ei mi proibirebbe la soglia
di questa casa, infino a tanto ch'io non divenissi tuo sposo. E allora
potremmo noi vivere, lontani l'uno dall'altra?
A questa rete infernale venia colta la misera donzella, che amava
con quell'abbandono e con quella confidenza onde amano le fanciulle
sensitive. Frattanto la voce d'una perfidia senza pari commessa dal
Baronetto a Cadice giunse all'orecchio del governo unitamente a'
richiami d'una onesta famiglia oltraggiata. Il governo era stanco
di udir richiami e doglianze. Non ostante l'alta protezione di cui
godevano i cavalieri del Firmamento, un decreto di bando emanò da
Madrid. Il Conte di Sierra Blonda e i suoi amici doveano tra otto
giorni valicar le frontiere della penisola spagnuola.
Edmondo era furioso, non perchè costretto ad abbandonare il teatro
delle sue follie, ma perchè non avea potuto ancora far di Juanita
un'altra sua vittima. Ma quando si trattava di criminosi proponimenti,
la sua fantasia era fertile di diabolici trovati. Edmondo rinvenne il
modo col quale, anche lontano, poteva avvicinare a sè la disgraziata
giovinetta.
Il Baronetto aveva un giorno presentato un suo amico al Duca di
Gonzalvo: era quest'amico, o per meglio dire, questo complice di
Edmondo, un giovine spagnuolo di costumi viziosi e d'indole maligna.
Questi si era, per avidità di danaro, venduto in anima e corpo al
Baronetto, e serviva alle costui follie con zelo e fedeltà degna di
miglior causa. Il Duca avea stretta con confidenza la mano di questo
uomo, siccome quella del Baronetto, e stimava entrambi leali e ben nati
cavalieri. La sua casa era aperta ai due amici: una fiducia illimitata
lor veniva accordata. Egli e il suo complice si congedarono dal Duca
di Gonzalvo, il quale, gli abbracciò col volto bagnato di lagrime, e
manifestò loro il più profondo cordoglio per la condanna che li aveva
colpiti. Più strazianti ancora si furono gli addio di Edmondo e di
Juanita, la quale non potè, alla presenza del fratello, disfogare tutto
quel dolore che le cagionava la partenza del suo amato. Gli è vero che
il giorno dinanzi, Edmondo l'avea in segreto rassicurato che le sarebbe
rimasto fedele insino alla morte, confortandola a sperare nell'avvenire
e negli aventi, e nella promessa che ei le dava di sposarla non si
presto ritornava a porre il piede in Ispagna.
Edmondo e il suo amico doveano attraversare quasi tutta la Spagna
per trasferirsi a Bajonna, sulle frontiere della Francia, per dove
intendevano muovere, e dove il Baronetto possedeva un piccol feudo.