Il dottor Weiss, incaricato della imbalsamazione, si apprestò a far

paghi i desiderii del suo defunto amico, il quale gli avea con tutto

il calore dell'amicizia raccomandato di assicurarsi bene della realtà

della sua morte. Il dottor Weiss volle rimaner solo col cadavere del

Baronetto. Egli cominciò da prima ad esplorare se fosse incominciata

la latente insensibil putrefazione delle parti mobili del corpo, primo

segno che caratterizza la morte. L'organismo di Edmondo era intatto,

epperò non era impossibile che un resto di vitalità si nascondesse

in uno de' precipui organi destinati a conservar la vita. Con ogni

minutezza ei procedè in tal dilicata disamina. Egli è certo che,

quando un principio di vitalità rimane concentrato nelle più intime

parti dell'organizzazione, non può sfuggire allo sguardo profondo e

indagatore dell'uomo dell'arte; imperocchè in questo caso la fisonomia

del creduto estinto offre indizii e caratteri che sono ben diversi da

quelli che si scorgono su i volti dei veri morti.

Il dottor Weiss notò l'incipiente sfiguramento de' lineamenti del

volto del Baronetto; l'espressione morale della fisonomia sparisce

sotto il marchio della morte. Tutte le fisonomie de' cadaveri hanno

una sola espressione, la serenità. Nel volto de' morti apparenti

i vasi capillari ed il sistema linfatico hanno un movimento benchè

esilissimo, e le cellulari un certo turgore, che mantiene alla persona

il suo aspetto abituale. Ne' cadaveri un color plumbeo si spande sulle

forme del volto: la pallidezza è tetra e si avvicina al giallognolo.

Il dottor Weiss pose il termometro al contatto delle parti vitali

del corpo del Baronetto! un freddo glaciale abbassò leggermente il

mercurio. Un altro segno caratteristico della morte vera, secondo

Nysten, è la inflessibile rigidezza dei muscoli. E i muscoli del

Baronetto eran duri come legno.

Il dottor Weiss osservò che gli occhi di Edmondo, comunque trovati

aperti in tutta la loro ampiezza, eran privi di ogni moto, ed

incominciavano a diventare a poco a poco affossati, nebbiosi e

flaccidi. Era quasi impossibile di abbassare la palpebra superiore. Il

medico alzò la mano del Baronetto, nè riunì le dita, e passò un lume

dietro ad esse; nessuna trasparenza vi si notò, come vi si osserva ne'

vivi.

Le palme delle mani e le piante dei piedi avean preso un color giallo

carico. Gli sfinteri eran rimasti aperti e dilatati senza veruna

elasticità. Il dottor Weiss non lasciò alcun tentativo per accertarsi

della morte effettiva del Baronetto; egli operò eziandio parecchie

forti fregagioni sulla cute dell'estinto, ma questa non si arrossì

affatto, nè si riscaldò. Finalmente, per esaurire tutt'i mezzi di cui

l'arte si vale per iscoprire la vitalità ne' morti apparenti, il medico

tedesco fece uso del più sicuro di tutti, quello cioè dello stimolo

elettrico[6].

La più compiuta certezza era ormai nell'anima del dottor Weiss

sulla morte del Baronetto, dal cui corpo cominciava ad esalare quel

nauseante odore, specifico dei cadaveri, e che annunzia l'incipiente

decomposizione. Il dottor Weiss, comechè pienamente sicuro della morte

del Baronetto, volle per altro, lasciar passare l'intera giornata

e la notte consecutiva, prima di accingersi all'operazione della

imbalsamazione. E il dì vegnente, a prim'ora del giorno, egli vi si

apprestò.

Molti giovani studenti di medicina, moltissimi curiosi, la maggior

parte degli amici di Edmondo, e quasi tutti i suoi domestici vollero

assistere all'operazione. Daniele era nel numero. Muniti dei necessarii

strumenti e degli agenti chimici che sono richiesti, il Dottor Weiss

eseguì l'imbalsamazione con profonda sagacia ed esattezza. Egli

polverizzò due libbre di arsenico colorandolo con un poco di cinabro

o minio, per ottenere il colore del sangue; e sciolse il tutto in

una quantità d'acqua naturale! eseguì poscia l'incisione verticale

alla sinistra arteria carotide, e v'iniettò la composizione che

abbiam cennata; legò il segmento superiore dell'arteria recisa non

sì tosto vide da questa comparire il materiale iniettato. Il resto

dell'operazione fu fatto con pari accortezza e sagacia[7]. Terminata

l'operazione, il dottor Weiss, rivoltosi al cadavere del Baronetto, gli

disse:

— Eccoti pago, infelice mio amico; ho adempito al mio debito! ti ho

strappato alla corruzione.

Voltosi poscia a Daniele, che pallido, stralunato, immobile, era stato

presente all'imbalsamazione, gli disse:

— Ora spetta a voi, signor custode della morte; consegno a voi il

cadavere del Conte di Sierra Blonda in ottimo stato, esso si manterrà

fresco, flessibile, e naturalmente colorito. A voi, dunque, signor

Daniele de' Rimini, incominciate il vostro ufficio! i nove mesi

principiano: l'eredità vi aspetta!

Dette poscia un'occhiata all'orologio, e con sarcasmo soggiunse:

— Sono le otto: andiamo, signor de' Rimini, il Baronetto attende il suo

caffè!

V.

LA CAMERA VERDE

È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE dopo l'imbalsamazione,

rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di

_Schoene Aussicht_.

«Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si

convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte

di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni

settimana i vestiti.

«Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso

al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè e in quelle

stesse ore in cui soglio prenderlo al presente».

Era ormai tempo di eseguire le dette prescrizioni del Baronetto.

A quella parola che il dottor Weiss avea diretta con sarcasmo a

Daniele, ricordandogli di dover porgere il caffè al morto, la comitiva

raccapricciò. Tutti guardarono con una certa angosciosa ansietà il

giovine italiano che doveva adempire a quell'ufficio sì tristo e

ridevole a un tempo. Ma Daniele non indietreggiò innanzi all'orrore

che gli ispirava ormai quel cadavere: egli non doveva vacillare un

momento. Eran cominciati i nove mesi, a capo dei quali erano la fortuna

e la felicità. Daniele comandò a' servi che allestissero il caffè. Una

febbrile energia invadeva le fibre dell'erede... Egli più non capiva

quello che veniva buccinato nei diversi gruppi sperperati nella camera;

il suo volto era livido, ma la vivacità del delirio era nei suoi occhi;

la coscienza della propria situazione non l'avea per altro abbandonato.

Il caffè fu recato nella solita coppa d'oro in cui il Baronetto solea

prenderlo. Daniele tolse di mano ai servi il vassoio d'argento sul

quale era la tazza ricolma di caffè, e con piè fermo si accostò al

letto su cui giaceva l'estinto. Il vassoio non pertanto traballava

nelle mani del perfido. Giunto alla sponda del letto, Daniele, con voce

tremante e appena sensibile, dimandò al cadavere:

— Signor Baronetto, vuole il caffè?

Dagli occhi del morto parve che balenasse uno sguardo elettrico e

fulminante. Daniele vacillò, le ginocchia mancarongli... ei cadde e

con esso il vassoio colla tazza. Si corse in suo aiuto, ma egli si

rimise ben presto, balbettò alcune frasi di giustificazione, e chiese

un bicchiere d'acqua però che si sentiva ardere il petto e mancare il

respiro.

Prima di esporre a' nostri lettori il quadro terribile che pur ci è

forza di ritrarre, vale a dire: IL FIGLIO PARRICIDA ALLA PRESENZA DEL

CADAVERE DEL PADRE — dobbiamo sdebitarci di una promessa, ch'è quella

di narrare il modo che tenne Daniele per involare dalla scrivania di

Edmondo la chiave della scatoletta contenente la polvere di Upas.

Nel corso del giorno in cui Daniele avea meditato l'enorme delitto, poi

che si ebbe congedato dal Baronetto dicendogli che il domani sarebbe

partito per Darmstadt, il mandò a pregare che essendo quello l'ultimo

giorno della sua dimora a _Schoene Aussicht_, voleva riavere il piacere

di pranzare con lui. È a notarsi che, dal momento in cui nell'animo

di Daniele era nato il funesto pensiero di por termine a' giorni del

Baronetto, egli non ebbe più la forza di sedersi alla medesima mensa

con lui; di che si scusò, adducendo per pretesto che la sua salute non

consentiva che avesse pranzato in sul tardi. Il Baronetto accolse con

estremo piacere il desiderio del giovine e il tenne quale attestato

del suo affetto. Daniele pranzò col Baronetto: egli seppe abbastanza

infingersi, bensì non tanto che la cupa preoccupazione del suo pensiero

non trasparisse: ma Edmondo ne spiegò la ragione pel rammarico che il

giovine dovea sentire per la prossima sua partenza. Poche parole disse

Daniele durante il desinare, e pochissimo mangiò. Alquanti giorni

innanzi, Edmondo, in una delle serali conversazioni che tenea cogli

amici, avea detto di aver ricevuto da un suo corrispondente delle

Indie la narrazione di un conflitto avvenuto nel Ponjab tra gl'Indiani

e la guarnigione inglese. Daniele, a pranzo, fece cadere astutamente

il discorso su questo fatto, e pregò il Baronetto di leggergli la

lettera del corrispondente; il perfido giovine sapea che il Baronetto

tenea questa lettera in uno de' cassettini della scrivania, e che

una sola chiave aprivali tutti. Edmondo, di nulla sospettando, volea

chiamare il suo cameriere per fargli prendere dalla scrivania la

lettera; ma Daniele si offrì di recarsi egli medesimo nello studio per

prenderla. Edmondo gli affidò la chiave. Daniele tornò colla lettera

del corrispondente delle Indie. Egli avea già involata la piccola

chiave che dovea servire a schiudere la scatoletta dell'Upas. Alzati

di tavola, Edmondo abbracciò Daniele e tornò a pregarlo che la sera

non fosse mancato alla solita riunione degli amici. E Daniele tornò a

promettere che non sarebbe mancato la sera, siccome avea promesso in sè

medesimo di non mancare la notte! Il compimento dell'infame delitto è

già noto. Dopo aver somministrato il caffè al cadavere del Baronetto,

Daniele si accinse ad eseguire le condizioni impostegli. Il cadavere

di Edmondo fu vestito con quella proprietà e decenza ch'egli avea

raccomandate. Il suo abito era tutto nero, così avendo egli disposto

negli articoli suppletorii del suo testamento. Il cadavere dovea per

l'intera durata de' nove mesi portare il lutto della propria morte.

Egli avea comandato eziandio che ogni settimana se gli indossassero

abiti nuovi. Il sarto francese fu incaricato di fornire ogni sabato le

vestimenta nuove del Conte di Sierra Blonda. Daniele dovea vestire e

spogliare il Baronetto, adempiendo verso lui all'ufficio di cameriere.

«La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele

dei Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della

corruzione.»

Quest'articolo delle condizioni facea fremere Daniele. Egli è vero che

per effetto dell'imbalsamazione la putrefazione interna cadaverica

è impedita, ma è egli mai possibile, senza le più assidue cure,

impedire che si formi su qualche parte del _corpo morto_ un principio

d'impurità? E ogni giorno la biancheria doveva esser cambiata al

cadavere!

Il Baronetto avea benanche disposto che ogni giorno il suo parrucchiere

dovesse recarsi, come al solito, a _Schoene Aussicht_, per prender

cura del suo capo e della sua barba. La paga del parrucchiere era

triplicata. E il primo giorno, in fatti, dopo l'imbalsamazione,

i capelli del Baronetto furono lisciati, scrinati ammorbiditi con

finissimi olii e pomate; la sua barba fu pettinata ed allustrata,

raccorciandosi i peli disuguali e livellandosi così bene come

se il Baronetto avesse dovuto trarre a qualche festa di ballo.

Così acconciatosi e vestito a bruno, il Conte di Sierra Blonda fu

trasportato nella Camera verde, secondo le disposizioni del testamento.

Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d'avorio a

forma di baldacchino. Era questa sedia interamente coperta da soffici

cuscini orientali, a disegni cinesi di color scarlatto. Nappe di fili

d'oro scendevano da una specie di tettino della sedia, lavorato ed

intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fatica che quel

tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola,

non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagodi con

bambocci cinesi nell'interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano.

Il cadavere era coricato anzicchè seduto su questa seggiola, tranne

che il busto era sollevato e appoggiato a morbidi cuscini. Le braccia

del Baronetto erano adagiate in sul corpo in una positura semplice e

naturale. Le mani erano intrecciate senza stento l'una nell'altra.

Nell'entrare in quella camera era impossibile il ravvisare un cadavare

nell'uomo che riposava leggiadramente su quello splendido divano

cinese. Il volto del Baronetto non era dissimile da quello ch'era

quando era vivo, anzi una leggiera tinta di vermiglio si sfumava

in sulle gote, effetto della preparazione del minio, ch'era entrato

nella composizione dell'imbalsamazione. Nell'atteggiamento di quel

corpo, nella giacitura del capo alquanto inchinato a destra, quasi che

avesse guardato, dalla dischiusa finestra, gl'incanti paesaggi che si

disegnavano sulle rive del Reno, in quegli occhi vagamente socchiusi,

come per evitare la troppa luce che veniva dal giorno sereno e ricco

di sole; in tutta la sua persona insomma nulla era che non avesse

perfettamente simulata la vita.

Illusione spaventevole che metteva ad ogni istante il ghiaccio e la

morte nel cuor di Daniele!

Il dubbio terribile che dalla lettura del testamento era nato

nell'animo dell'assassino di Edmondo diventò orrenda certezza per una

di quelle circostanze che la Provvidenza fa nascere al bisogno quando

intende premiare o punire. Edmondo solea ricevere gli amici con tutta

la splendidezza ed il fasto d'un milionario. Pel consueto, egli era

vestito con giubba nera. E quella sera, ultima della sua vita, egli

aveva indossato una giubba nuova. Daniele stimò per la prima volta

vestire il cadavere con quel medesimo abito: e nel passarlo in sul

corpo dell'estinto, si avvide di una carta ch'era nella tasca della

giubba. Egli se ne impossessò. Era la lettera di Maurizio Barkley la

quale contenea la rivelazione della vera entità di Daniele de' Rimini.

È indicibile il furore da cui fu preso il perfido Daniele alla lettura

di quella lettera... Egli versò segrete lagrime di disperazione; si

strappò i capelli; la sua ragione si confondeva!

«Da quanto tempo mio padre era conscio del segreto? dimandava a sè

stesso il forsennato... Io forse l'uccisi nel momento in cui egli

sognava di stringermi al suo cuore!... Oh, ne son sicuro! Mio padre non

avrebbe indugiato a palesarsi a me, a riconoscermi, a legittimarmi!...

Mio padre! mio padre! Io ho ucciso mio padre! l'ho vilmente assassinato

nel proprio suo letto, come fanno i ladri per impossessarsi d'un

tesoro! ed io mi sono seduto alla sua mensa! Molte volte mi chiamò

suo figlio!... La prepotente voce del sangue parlava in me! Ed io

l'ho soffocata! Maledetto il momento che conobbi Emma di Gonzalvo!...

Maledetto il momento che posi il piede a Manheim!... No, questa lettera

è d'una data recentissima; essa non ha potuto arrivare che ieri!...

ieri sera forse!! Mentre io meditava il delitto e mi accingeva a

compirlo, mio padre sapea di avere in me un figliuolo!... All'alba

forse egli sarebbe corso da me per abbracciarmi!... Ed io ho sepolto

per sempre nel petto di mio padre un avvenire di amore, una vita di

felicità!

Tutto quel primo giorno di adempimento dei patti, Daniele non rimase

che pochi momenti da solo col cadavere del Baronetto. Quasi tutti gli

abitanti di Manheim si recavano a _Schoene Aussicht_ e dimandavano

il permesso di entrare nella camera verde. Daniele, in qualità di

esecutore testamentario, era ormai la sola volontà che dominasse a

_Schoene Aussicht_: egli però permise agli abitanti di Manheim di

trarsi la curiosità di vedere _il morto in funzione_, siccome nel paese

diceasi. Il fatto è che quegli abitanti guardavano con più sorpresa il

giovine italiano che il cadavere del Baronetto. Non si tosto Daniele

entrava nella camera verde, un bisbiglio si levava, e tutti gli occhi

eran volti verso di lui. «Ecco, ecco, il CUSTODE DELLA MORTE,» si

sentiva susurrare con mistero e paura. Daniele fu costretto di proibire

l'ingresso a tutti i curiosi; e questo fu peggio per lui, perchè così

era lasciato solo nella camera verde. E questa solitudine diventò

orribile allora che le tenebre caddero sulla terra. La camera verde

era rischiarata da un gran globo d'alabastro, che spandeva in quella

stanza una luce vaporosa e fantastica. Entrando ivi di sera, Daniele

gittò un'occhiata sul Baronetto, ed un brivido gli corse per le ossa.

L'illusione era completa!

A malgrado dell'estrema ripugnanza che egli sentiva a guardare il

cadavere in sul volto, Daniele rimase lunga pezza a contemplarlo. Parea

che quegli occhi, renduti immobili per morte, si drizzassero a lui con

orrenda espressione... Strani fantasmi, stranissime larve si aggiravano

in quei momenti per la fantasia dello sciagurato giovine. Tra le altre

cose, un continuo buccinamento gli stava nelle orecchie: sentiva sempre

la voce del Baronetto, che gli ripeteva con sarcasmo le parole che gli

disse non appena fu conchiuso il funesto contratto: _D'ora in poi io vi

considero qual figlio mio!..._ Indi ricordava quello che il Baronetto

gli disse innanzi di conchiudere il contratto: _Io vi sarò debitore

d'una eterna obbligazione!_

«ETERNA! ETERNA! — I capelli si alzavano sul capo di Daniele;... i suoi

occhi si affissavano con indicibile espressione sul sembiante di suo

padre...

«Dov'è al presente la tua anima, o padre mio, pensava lo sciagurato

immobile sul cadavere,.. perduta forse! ETERNAMENTE PERDUTA!... e per

mia cagione! Ed io l'ho spinta all'eterna perdizione! O padre mio, tu

riposavi con tanta placidezza allora che l'infame mio braccio ti aprì

in un baleno l'eternità!»

Daniele non piangeva; ma una lagrima secca e disperata, una lagrima di

fuoco si era fermata nel mezzo della sua vitrea pupilla, e la camera

verde gli sembrò dipinta a rosso; e gli parve che le braccia di suo

padre si muovessero per dimandargli soccorso. Allora ei si trovò sulle

labbra certe parole antiche, che gli avevano insegnate quando era

bambino... Daniele compitò macchinalmente una prece.

Le nove della sera battevano all'orologio. Il cameriere inglese si

allacciò in sull'uscio della camera verde e disse a Daniele:

— Signor de' Rimini, è l'ora del tè.

Daniele fu scosso come da uno stimolo elettrico: con faccia stupida

chiese al cameriere che cosa bramava, il cameriere ripetè la formola.

Era convenuto che ogni azione di Daniele, relativa alle condizioni del

testamento, doveva esser fatta alla presenza del cameriere inglese

e di due altri testimonii, i quali firmavano ogni sera il verbale

della giornata. E questo, per attestare, alla fine dei nove mesi

l'adempimento degli obblighi imposti all'erede. Daniele tornò in se

ebbe rossore di sè medesimo, pensò ad Emma e al Duca di Gonzalvo,

riprese coraggio, si alzò e si dispose a porgere il tè al Baronetto.

«Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà,

alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà

un'aria di sua scelta.»

E quest'ora terribile era giunta! E non solamente il cadavere del

Baronetto ma tre altre persone doveano ascoltare quella musica e

quel canto, i tre testimoni! Daniele, coll'occhio delirante, col

vòlto pallidissimo, coll'anima lacerata a brani dal rimorso, si sedè

al piano-forte. Il cadavere del padre gli era di rimpetto. Daniele

fece sforzo incredibile nel porre le mani sulla tastiera: egli non

si ricordava niente più, avea smarrito le regole dell'armonia, del

contrappunto, non riconosceva più i tasti!! Ma di botto, la sua faccia

s'irradiò, i suoi occhi scintillarono, la sua testa tremò... Una

melodia dolcissima.... celeste.. straziante esalò da quella tastiera.

Gli occhi de' tre testimoni si empirono di lagrime!... Era il _Requiem_

di Mozart quello che Daniele avea sonato!

Sopraggiunta la notte, Daniele ordinò che il suo letto fosse

trasportato nella stanza contigua alla camera verde. Nonostante il

ribrezzo che gl'ispirava la prossimità del cadavere, egli non volea per

tanto discostarsene in nessuna ora del giorno e della notte, imperocchè

temeva che qualcheduno di quelli che aspiravano all'eredità del

Baronetto avesse involato o fatto sparire il prezioso deposito, della

cui custodia e conservazione esso Daniele era incaricato. La camera

verde avea due usci, per l'un dei quali si andava allo studio del

Baronetto e ad altre stanze, e per l'altro si riusciva sulla villetta.

Di entrambi questi usci, ben chiusi, Daniele conservò le chiavi. Egli

non volle far rimanere altro lume nella camera verde, durante la notte,

che quella stessa lampada d'oro che soleva rischiarare la stanza da

letto di Edmondo. Daniele accese dunque a fianco del Baronetto il

lume; serrò con molta cura le finestre e le porte; dette un'occhiata al

cadavere, e rimase a mezzo la camera, colpito da un pensiero che gli

andò a toccare le più recondite fibre del cuore. Daniele era solo al

cospetto di suo padre!

L'anima di costui il vedeva e l'udiva... Daniele pensò gittarsi a piede

del cadavere di suo padre, sciogliersi in amare lagrime di pentimento,

chiedergli perdono di avergli data la morte, non conoscendo esser lui

suo padre; implorarne la benedizione. Un quarto d'ora all'incirca restò

il giovine battagliando con sè medesimo; ma ogni volta che lo sguardo

si portava sulla vittima, parea che questi il respingesse. Daniele non

ebbe la forza di mandare ad effetto il suo proponimento, e poco stante,

gittando un altro sguardo di angoscia sul cadavere, come se avesse

voluto dargli la buona notte, si ritirò nella stanza contigua, dove

avea fatto preparare il suo letto. Daniele, com'è a supporsi, non potè

chiudere gli occhi per tutta la notte. Sebbene l'uscio che il separava

dalla camera verde fosse chiuso a chiave, ad ogni momento sembrava allo

sciagurato giovine che quella porta si aprisse, e che il Baronetto

redivivo gli comparisse dinanzi per opprimerlo dei più strazianti

rimproveri. Qualche volta Daniele, cascando a sonno per stanchezza, si

destava poco di poi a soprassalto, col petto affannoso, colla faccia

livida e cogli occhi smarriti; spalancava gli occhi, si poneva a

sedere in letto, e volgeva lo sguardo atterrito intorno a se. Egli avea

sognato che suo padre stesse seduto alla sponda del letto.

Altre volte il misero, non si tosto, dopo lunghe ore di agitazione,

giungeva a prender sonno, sentiva nell'orecchio la voce del

padre, e gittava uno strido altissimo, e si svegliava per non più

raddormentarsi. Una notte, mentr'ei vegliava, secondo il consueto, e

tenea rivolto lo sguardo sull'uscio della camera verde, vide di repente

sparir la luce che rischiarava quella stanza!...

La lampada era spenta!

Daniele solea farla provvedere di tant'olio da poter durare la luce per

molte notti. Come dunque si era spenta quella lampada? Lo sciagurato

giovine fu preso da strani timori; volle alzarsi per trarre nella

stanza del cadavere, ma non bastogli a tanto il coraggio; e stava

con un violento battito di cuore. Mentre così rimanea perplesso ed

insonne, Daniele porse attento l'udito... Un lamento fioco, indistinto,

un pianto soffocato partiva dalla camera verde!! Fu così terribile

l'illusione, che Daniele, balzato di letto, corse precipitosamente a

destare i servi, e narrò loro lo strano fenomeno che avea colpito le

sue orecchie. Si entrò con lumi accesi nella camera verde; si ricercò

della cagione del lamento... Nulla si era mosso in quella stanza...

Il Baronetto era sempre al suo posto, ironico e beffardo simulacro di

vita!

Così Daniele avea passato circa una ventina di notti. Egli non era più

riconoscibile: profonde occhiaie gli si erano scavate in sul volto! La

sanità del suo corpo era perduta, la sua ragione era vicina a perdersi.

Eppure, egli attingeva forza, energia e coraggio pensando all'avvenire,

pensando alla sospirata fine di quei nove mesi, che dovevano partorire

la FELICITÀ. LA FELICITÀ! Ecco L'OMBRA dell'uomo in sulla terra; essa è

sempre indietro o innanzi a lui! La felicità non è che in Dio. La virtù

soltanto avvicina l'uomo a Dio, e la morte sola fa sparire la distanza

che li separa.

Il mio cadavere · 第 16 / 20 段