augurandogli una notte tranquilla ed una più felice dimane. Edmondo
si ritirò nella sua camera da letto. Era già passata la mezzanotte. Il
suo capo era leggiermente sconcertato dal vino del Reno bevuto in non
discreta quantità. Ma da tanto tempo egli non si abbandonava alle gioie
della cena! Da tanto tempo non pasceva cogli amici una serata a tavola,
libando i piaceri di Bacco e di Minerva ad un tempo, dappoichè egli
solo avea saputo accordare le due cose più opposte e ricalcitranti.
Filosofia ed orgia. D'altra parte, egli avea voluto festeggiare
l'ultima sera del soggiorno di Daniele a Manheim. La tristezza, la
concentrazione del giovine italiano non erano sfuggite al Baronetto, il
quale, ingannandosi sulla loro origine e significazione, avea creduto
d'indovinarne la cagione nell'affetto del giovine e nel rammarico di
doversi separare da lui. Nell'entrare nella sua camera da letto, il
cameriere gli consegnò una lettera che il corriere avea recato d'Italia
qualche ora innanzi. Era una lettera di Maurizio Barkley concepita in
questi termini;
«Signor Baronetto — In questo momento ho ricevuto la vostra
lettera, nella quale mi mettete a parte dello strano testamento
che avete fatto e della persona da voi scelta per vostro erede,
nel caso che adempirà alle condizioni che già avete imposte. Voi mi
dite che questa persona ha accettato il patto, e che ora i vostri
sonni son placidi e non più turbati da strane e lugubre fantasime.
Il mio cuore ne è sollevato, però che il pensiero delle vostre
sofferenze morali mi torturava, e veniva ad aggiungersi agli altri
motivi di tristezza che ha il mio cuore. Sento però il dovere di
farvi ora un'importante rivelazione; dappoichè forse un giorno mi
fareste il rimprovero di avervi serbato il segreto sopra un fatto
di tanto momento. Le vostre relazioni colla persona che dovea
essere vostro erede cangiano interamente l'aspetto delle cose; mi
affretto dunque a dirvi che Daniele dei Rimini, il giovine pianista
italiano, vostro ospite a _Schoene Aussicht_, che avete nominato
vostro erede, e che dovrà essere il custode del vostro cadavere,
Daniele de' Rimini è la stessa identica persona di Daniele
Fritzheim; vostro figlio!
«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor
Baronetto: a voi lo rivelo, non a lui; fate quello che credete;
non ispetta a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che
fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro, e dare sfogo al
vostro amor paterno: non posso dirvi perchè opinò così. Aspetto i
vostri comandi. Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coll'ultima
mia lettera: vi dirò le ragioni della mia richiesta. Mi dite di
aver pensato a me nel vostro testamento: vi ringrazio dal profondo
del mio cuore; ma spero non vedere il giorno in cui sarà data
esecuzione alla vostra ultima volontà. Iddio mi concederà la grazia
di morire prima di voi.
Il vostro schiavo
«MAURIZIO BARKLEY»
Chi può dire l'effetto che produsse questa lettera sul cuore di
Edmondo! Era questa la più forte sensazione ch'egli avesse provata nel
corso di sua vita! Daniele era suo figlio! Daniele era là, al primo
piano, poco da lui discosto! Alquanti scalini, ed il padre avrebbe
abbracciato il figlio! Edmondo ebbe come un capogiro, una vertigine; il
suo cuore, le sue vene, la sua testa erano in ebollizione. Gli fu forza
rileggere molte volte la lettera di Maurizio per poterla comprendere,
il Baronetto non era sicuro della realtà delle cose, credeva essere
sotto l'impero dell'ubbriachezza. Ci fu un momento che stimò una
menzogna lo scritto del suo schiavo. Ma il carattere di Maurizio,
grave, probo, nemico di ogni simulazione, il persuase che il contenuto
della lettera fosse vero.
Il primo movimento ch'egli fece fu di correre verso l'uscio per andare
al primo piano, per volare da suo figlio, dal caro suo figlio, e dirgli
tutto, e abbracciarlo, e ritenerlo sempre con sè. Ma si rattenne
poscia, e pensò che gli avrebbe fatto al domani questa inaspettata
rivelazione.
«Quando mio figlio verrà da me per congedarsi, io gli mostrerò questa
lettera, lo stringerò tra le mie braccia, e gli dirò: Ora neppur la
morte potrà rompere i vincoli che ci uniscono!. Ma con qual fronte
mi mostrerò a mio figlio? Oh! se egli mi dimanderà di sua madre!...
No... no, nulla gli dirò ancora... domani, con un pretesto, cercherò di
trattenerlo con me per qualche tempo ancora... Mio figlio! Mio figlio!
il figlio dell'infelice Juanita!... O Ente supremo, che reggi il mondo,
questa è opera della tua mano onniponente!... Qual luce rischiara
l'anima mia! Qual raggio divino tocca il marmoreo mio cuore!!! I miei
figli; e figli miei... Dove sono? Che vengano, che io gli abbracci
tutti e cinque, ch'io li senta qui sul mio cuore: Daniele, Federico,
Eduardo, Luigia, Estella... non più divisi da me! Infelici creature
da me abbandonate, oh mi perdonerete voi, n'è vero? Io vi opprimerò di
tenerezza, di felicità: a forza d'amore cercherò di farvi dimenticare
i torti che ho avuti verso di voi. Domani io più non sarò lo stesso
uomo di quello che fui! Domani sarà per me giorno di luce e di verità!
l'alba che sorgerà sarà per me l'alba di un'altra vita!... E tu,
Maurizio Barkley, virtù incomparabile, tu mi salvasti la vita, ed or mi
salvi l'anima. Dio mi ti fece incontrare nel cammino della colpa perchè
tu mi avessi dischiuse le porte del cielo».
Edmondo s'inginocchiò nel mezzo della sua camera da letto, congiunse le
mani, e, cogli occhi rivolti al cielo, profferì la seguente preghiera:
«Dio d'immensa misericordia e bontà, le cui leggi per tanto tempo
ho calpestate e infrante, perdona le colpe della passata mia vita, e
accetto il mio avvenire in espiazione dei miei peccati. Sorreggi col
possente tuo ausilio le risoluzioni che tu m'ispiri questa notte, e
feconda il mio pentimento co' tesori della tua grazia Celeste».
Edmondo restò circa un quarto d'ora genuflesso orando col pensiero.
Indi si alzò, si svestì dei suoi panni, accese la lampada d'oro
a fianco del suo letto, e si coricò. Per la prima volta il segno
della Croce passò sulla fronte e sul petto di quell'uomo. Col capo
abbandonato in su i guanciali, Edmondo pensava:
«Che felicità sarà la mia nel vedermi in mezzo a' miei figliuoli! Che
nuova e dolce esistenza sarà questa! Con quanto amore li contemplerò
seduti alla mia mensa! Io li legittimerò tutti e cinque: darò loro il
mio nome e le mie ricchezze; farò che ritrovino sul paterno mio seno
quelle gioie di cui la loro infanzia è stata defraudata. E le loro
madri!... Infelici... Dio m'ispirerà sulla loro sorte... Com'esser
debbono gentili e belli i miei figliuoli! E Daniele che tanto mi
rassomiglia: Ah! ora comprendo l'inesplicabile simpatia che il costui
sembiante eccitò in me fin dal primo momento che il vidi. Ora comprendo
i moti del mio cuore. Quelle sue labbra sono dell'infelice Juanita!
Figli, figli miei, e come ho potuto tenervi per tanti anni discosti da
me! O cuor mio, non ribaltar così nel mio povero petto! E mio figlio
è là, nella stessa mia casa, ed io l'ho tenuto più di un mese con
me! Che aspetto gentile! che genio in quegli occhi!... Ed io volea
farne il custode del mio cadavere!... Follia! follia! Domani lacererò
lo _stolto testamento, figlio dei lugubri fantasmi che assediavano
la mia rea coscienza_. Quando Iddio mi chiamerà ad altra vita, le
mie spoglie mortali riposeranno in pace nella mia villa di _Schoene
Aussicht_: i miei figli mi chiuderanno gli occhi... Morire nella grazia
di Dio, in calma colla mia coscienza in mezzo ai miei figliuoli, non
sarà questa la più bella delle morti? Lasciare un'eredità di affetti
non val meglio che lasciare per nove mesi il disgustoso spettacolo
d'un cadavere che desterà ribrezzo ed orrore in tutti quelli che il
riguarderanno?... Richiamerò con me il mio caro Maurizio Barkley, al
quale io debbo tanto che e sarà per me più che un amico, un fratello...
Virtù impareggiabile, come sublime, Iddio ti avea posto al mio fianco
per ispirarmi tutti i più dolci sentimenti, e per dischiudermi la via
del pentimento. Maurizio Barkley, tu che mi hai conservato i figli,
che spesso mi parlavi di loro, tu che non lasciavi mezzo intanto
per cercare di commuovere il ferreo mio cuore, tu al quale io dovrò
la felicità di una piena riconciliazione con me medesimo, Iddio ti
benedica, com'io ti benedico, e come benedico per la prima volta nel
Divino suo nome i miei cinque figli, Daniele, Federico, Eduardo, Luigia
e Estella».
Pronunziando queste ultime parole, una calma celeste si sparse sulla
sua nobile fisonomia: la natura reclamò i suoi dritti; il sonno
si abbattè sulle stanche palpebre. Edmondo si addormentò pentito e
tranquillo... per non più ridestarsi!
Eran due ore dopo la mezzanotte. Tutti i domestici del Baronetto
erano immersi nel sonno. Un cameriere inglese, il più fido dei suoi
camerieri, avea il suo letto poche stanze appresso a quella dove
riposava il suo padrone. Essendo interna la comunicazione dal primo al
secondo piano, una semplice bussola li dividea. Daniele avea lasciata
aperta questa bussola... Egli era penetrato al secondo piano, senza
aver bisogno di schiudere una porta. L'oscurità più fitta invadeva
tutto il resto delle stanze dov'erano i dormienti. Daniele avea
studiato tutte le posizioni, tutti i passaggi, tutt'i corridoi che
menavano alla camera verde. Giunto in essa, per procurarsi un poco di
luce egli non ebbe bisogno di far altro che aprire le imposte d'una
finestra. Una luna limpidissima rischiarava l'orizzonte: i suoi raggi
gittarono nella camera verde tanta luce quanta bastava per l'operazione
che dovea far Daniele.
Durante il banchetto della sera precedente e nella confusione cagionata
dal vino, Daniele si era destramente accostato al forziere indicato
il mattino dal Baronetto, e ne avea involata la chiave ch'era ivi,
avendo il Baronetto tolto di là alcuni oggetti che gli eran serviti pel
festino della sera.
La scatoletta d'argento, che contenea la fatale polvere dell'Upas,
fu tolta dal forziere. Un'astuzia infernale che altrove narreremo,
avea prestato i mezzi a Daniele d'impadronirsi della chiave della
scatoletta. Come aprirla e toccare la polvere mortale? Era questo il
grande ostacolo, che Daniele superò, essendosi provveduto d'un lungo
bastone, alla cui borchia avea attaccato un pezzettino di carta a forma
di cono. Deposto a terra il cassettino, e, datovi un giro di chiave,
col pomo del bastone sollevò il coverchio, e coll'altra estremità
della mazza fece entrar nel cono di carta una quantità di quegli atomi
distruttori. Durante quest'operazione egli si era chiuso ermeticamente
la bocca e le narici con un fazzoletto.
Senza fare il minimo rumore, Daniele penetrò nella camera da letto di
Edmondo, e stette qualche tempo immobile sotto l'uscio per accertarsi
che questi era immerso nel sonno.
Assicuratosi di ciò, il perfido si avvicinò al letto dell'infelice;
colla propria persona nascose la luce che veniva dalla lampada; si celò
interamente il viso col fazzoletto, tranne gli occhi, e con mano ferma
accostò la borchia del bastone alle labbra del dormiente. Il cono di
carta scaricò la sua polvere!
Edmondo mise un rantolo soffocato, strinse i denti e i pugni, stravolse
gli occhi.
EGLI ERA CADAVERE!
Daniele rimase immobile, tremante, senza respirare, a fianco della
sua vittima. La morte era stata così rapida, così istantanea, ch'egli
non credea che il Baronetto fosse estinto. Il singulto che questi avea
messo avea fatto gelare il sangue nelle vene del suo assassino. Passò
un quarto d'ora, a capo del quale Daniele alzò la lampada sul volto
di Edmondo, Daniele fremè! Gli occhi del Baronetto erano spalancati
e terribili! Non ci era dubbio! Egli era morto!... Le sue labbra eran
nere come la sua barba...
Accertatosi di aver fatto il colpo, Daniele si diede a sperdere ogni
orma dell'assassinio.
Corse alla scrivania dell'estinto, e lacerò quella pagina delle costui
memorie dove si parlava dell'Upas. Ritornò alla camera verde, prese
la scatola del veleno ben chiusa, e la portò seco per farla sparire il
giorno appresso.
Poco stante, Daniele era nel suo letto... Egli si preparava a
rappresentare la sua parte nel comune dolore che avrebbe eccitata nel
dì vegnente la notizia della improvvisa morte del Baronetto Edmondo
Brighton, Conte di Sierra Blonda, e proprietario della vasta tenuta di
_Schoene Aussicht_.
IV.
IL TESTAMENTO
Il domani, verso le nove del mattino, confusione e terrore nel casino
di _Schoene Aussicht_. In un attimo, tutta la città di Manheim fu piena
della trista notizia della improvvisa morte del Conte di Sierra Blonda,
avvenuta, come si dicea, per un colpo di apoplessia fulminante.
Un'ora dopo che si era diffusa la trista nuova il casino fu tutto
ingombro di gente. Gli amici di Edmondo, varii medici, parecchie
persone ragguardevoli di Manheim, e grande stormo di curiosi
penetrarono negli splendidi appartamenti, dove il giorno innanzi
un uomo, ricolmo di vita, di salute, di tutt'i beni che si possono
godere su questa terra, ragionava lietamente cogli amici sul modo di
procacciarsi la più lunga e avventurata serie di anni. Il Dottor Weiss
si diede ad esaminare il cadavere del Baronetto. Nessun carattere di
apoplessia presentava l'estinto.
Il Dottor Weiss interrogò gli altri colleghi; si tenne consulto
sulle spoglie esanimi del Conte; due ore di discussione non avea
fruttato nessun risultamento: la scienza esauriva le sue congetture,
e perdeva la sua logica sovra un genere di morte che offriva nuovi
caratteri e specialità straordinarie. Il Baronetto non era morto
per istrangolamento, però che i segni esterni di questa morte sono:
enfiatura del collo e della faccia, la quale è cosparsa di lividore
nerastro; tumefazione della lingua, che pel consueto suole uscir di
bocca; occhi rossi e sporgenti: estremità fredda e di color violaceo.
Qualcuno appena di questi segni rinvenivasi sul capo di Edmondo. Si
passò eziandio in discussione se egli fosse morto per mefitismo, e
si ricusò questa supposizione come assurda, non pure per non essersi
trovata cagione alcuna di viziamento d'aria nella camera dov'egli
giaceva, ma neanche gl'indizii cadaverici che attestano tal causa
di estinzione. La maggior probabilità poggiava sull'opinione che il
Baronetto fosse morto per una specie di sorda asfissia o per una
terribile colica cieca. In fatti, un indizio di questa morte suol
ricavarsi dall'annerimento de' labbri.
Il pensiere che il Baronetto fosse stato avvelenato non lasciò di
presentarsi vagamente nell'animo del Dottor Weiss, il quale rivolse con
astuzia molte interrogazioni ai camerieri e a' domestici.
Ma il Baronetto avea cenato assieme a' suoi amici, e dopo cena non
avea preso neppure un bicchier d'acqua: la cena era stata innocua,
dappoichè le altre persone che n'ebbero parte non aveano sofferto
alcun male. D'altra parte, i segni caratteristici di un avvelenamento
non si erano affacciati sul cadavere del Baronetto, la nerezza delle
labbra era un fenomeno nuovo e strano, ma non bastava di per sè
solo a fare argomentare una morte per avvelenamento. Questa idea fu
bandita, e si pensò tosto a far eseguire le ultime volontà del defunto.
Il dottor Weiss conosceva l'esistenza del testamento, però che il
Baronetto gliene avea molte volte parlato, per riguardo all'articolo
dell'imbalsamazione, il quale, siccome è noto a' lettori era così
concepito:
«È mia precisa volontà che il _mio cadavere_ sia imbalsamato col nuovo
metodo d'iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta
dal mio medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo ch'io
non avrò dato più segni di vita, e dietro i più esatti e scrupolosi
esperimenti per accertarsi della vera mia morte. Per tale operazione
gli si darà in compenso la somma di diecimila fiorini».
Questo articolo era stato letto al dott. Weiss fin dal giorno che il
Baronetto lo scrisse, e indi riletto altre volte, quando il misero era
oppresso da' fantasmi della morte apparente.
Noi non osiamo asserirlo per rispetto, che abbiamo all'umana dignità,
ma non possiamo astenerci dal formare una trista congettura. Quella
cifra di diecimila fiorini era troppo prevaricante; e forse il dottor
Weiss sacrificò i suoi sospetti di avvelenamento alla paura di perdere
un guiderdone che si sarebbe sfumato. Se si fosse dato peso all'idea
dell'avvelenamento, e se questo sospetto fosse stato ventilato,
l'autorità avrebbe richiesto un'autopsia cadaverica; ed allora
l'imbalsamazione non avrebbe avuto più luogo.
Affrettiamoci a dire che Daniele simulò in modo ammirabile la sorpresa,
il dolore... La sua agitazione, la sua estrema pallidezza, la bieca
espressione del suo sguardo ingannarono tutti. Il suo trionfo era
pressocchè assicurato. L'impunità gli sorrideva, e con essa l'avvenire
colmo di delizie e di piacere. Ma Dio avea già stampato su quella
fronte il marchio della riprovazione. Innanzi tutto, le autorità locali
di Manheim richiesero l'immediata lettura del testamento. Già si era
presentato a _Schoene Aussicht_ il notaro nelle cui mani il testamento
era stato depositato. Tutti si prepararono ad ascoltare l'_ultima
volontà_ dell'estinto milionario.
L'_ultima volontà_! Ah! non era quella l'ultima volontà dell'infelice
e pentito Edmondo! Egli avea sepolto per sempre con sè il suo vero
testamento!
A mezzo giorno si diè lettura legale dell'atto olografo, essendosi
affrettata quest'operazione ad istanza del dottor Weiss, il quale avea
detto ai commessari del governo di Manheim esser necessaria la pronta
lettura del testamento per ragioni che si sarebbero palesate nello
stesso scritto del Baronetto. Il cadavere di Edmondo, da lui destinato
a rappresentare una parte importante nelle condizioni di eredità,
giaceva tuttavia nudo nel proprio letto, coverto interamente da una
coltre di seta di Persia.
In quali mani andaveno a ricadere le immense ricchezze del Conte di
Sierra Blonda? Quali n'eran gli eredi? Questa dimanda ciascuno volgeva
a sè stesso con più o meno perplessa curiosità, a seconda della
maggiore o minore probabilità che ciascuno credeva di avere ad una
parte dell'eredità.
Oltre di cento persone ingombravano quella camera. Quando il notaro
fe' segno che si accingeva a leggere, un silenzio profondo ebbe
luogo. I primi articoli del testamento erano l'enumerazione dei beni
e delle ricchezze del Baronetto, dei suoi crediti, delle sue immense
possessioni e dei suoi capitali versati su quasi tutta le Banche
d'Europa.
Era una fortuna prodigiosa! DUE MILIONI E QUATTROCENTOMILA PIASTRE DI
SPAGNA, vale a dire, la rendita annuale di CENTOVENTIMILA COLONNATI,
alla modesta ragione del cinque per cento. Questa fortuna era calcolata
senza gl'innumerevoli crediti che il Baronetto vantava su molti
cospicui banchieri di Londra, di Parigi, di Madrid, di Calcutta e di
altri paesi. Non possiamo dipingere la sorpresa che colpì tutti gli
astanti allora che il notaio lesse il seguente articolo:
«Di tutt'i suddetti miei beni mobili ed immobili coi titoli annessi,
in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine
Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista».
Tutti gli sguardi si volsero immediatamente verso Daniele, dagli occhi
del quale lampeggiava una gioia superba e feroce. Un lungo mormorio
interruppe la lettura. Ciascuno dimandava al suo vicino chi era quel
giovine, donde era venuto, e quali relazioni eran passate tra lui e
il Baronetto, per far decider questo a nominarlo erede universale di
tutte le proprie ricchezze. In moltissimi surse il pensiero che il
giovine italiano fosse figliuolo naturale del defunto, e che questi
avesse voluto, morendo, fare ammenda del passato. Ma e perchè non
legittimarlo? Il vasto campo delle congetture si diradò ed il silenzio
più profondo si ristabilì, quando il notaio seguitò la lettura del
testamento.
La maraviglia degli astanti si accresceva ad ogni parola di quel
testamento straordinario. Con somma attenzione si prestava ascolto alle
condizioni che il Baronetto metteva al possesso della sua eredità.
Un grido di sorpresa e di orrore, seguito da un subuglio indicibile, si
udì alle parole;
«Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore testamentario,
dovrà essere il custode del mio cadavere durante nove mesi a contare
dal giorno della mia morte.»
Non era più possibile di proseguire la lettura, sì grande era la
confusione ed il vocio che si sparsero tra i diversi crocchi. Tutti
gli occhi eran volti a Daniele, il quale poco pensiere parea prendersi
di quanto si diceva intorno a lui. Ogni articolo di quelle strane e
terribili condizioni facea raccapricciare gli astanti. L'articolo
undecimo delle condizioni prevedeva il caso in cui da Daniele si
fosse mancato ad uno degli obblighi impostigli, e il dichiarava, ciò
accadendo, scaduto dal diritto di eredità.
Il testamento conteneva nel seguito altre disposizioni, di cui citeremo
le seguenti come le più importanti:
«Articolo 12º Lascio al mio schiavo Maurizio Barkley, in segno di
riconoscenza, di amicizia e di affetto, la rendita annuale di Duemila
piastre, ed il mio feudo a Yorkshire in Inghilterra denominato _The
Raven Spot_ (il sito del corvo).»
Daniele fece un salto sovra se stesso: il nome di Maurizio Barkley
avea colpito le sue orecchie.. Maurizio Barkley era lo schiavo del
Baronetto.
Una luce terribile strisciò sul cervello del giovine: il notaio
proseguì:
«Art. 21. Lascio un capitale di Dodicimila piastre da distribuirsi ai
seguenti cinque individui,
Federico Lennois, di Parigi.
Eduardo Horms, di Glascovia.
Daniele Fritzheim, di Napoli.
Luigia Aldinelli, di Pisa.
Estrella Encinar, di Cadice.
«Affido a Maurizio Barkley l'esecuzione di questa mia disposizione,
conoscendo egli una per una le cennate cinque persone e le loro
rispettive dimore.»
Questa volta un grido si fece udire nella stanza, ma un solo l'avea
gittato! Daniele! Egli era fuori di sè! i capelli gli si eran sollevati
sul capo; le labbra gli tremavano convulse; gli occhi schizzavangli
fuori come per furiosa demenza. Il segreto cercato da tanti anni era
scoperto! L'ignota mano che il beneficava era trovata!
L'orribil luce che avea per un tratto schiarata la mente dello
sciagurato giovine gl'incendiava in pari tempo la testa e il cuore.
Un'idea, una parola si avvoltolava nel capo di quel misero, una idea,
una parola che il rendean matto: PARRICIDA!
Egli tremava di questo orrendo fatto. Intanto il grido ch'egli
avea messo avea richiamato intorno a lui l'attenzione universale.
Nessuno potea spiegarsi lo stato di agitazione, di turbamento, di
estrema sofferenza in cui vedean Daniele; epperò mille supposizioni
si formavano, mille pensieri e mille congetture; ma in nessuno
entrò minimamente il sospetto che Daniele si fosse l'assassino del
milionario, non offrendo il cadavere alcun segno di morte procurata
da esterna violenza, ed avendo i medici rigettata come assurda ed
improbabile l'idea di un avvelenamento. Altre disposizioni conteneva il
testamento, di piccoli legati a favore de' suoi domestici. Il Baronetto
raccomandava al suo erede ed esecutore testamentario di ritenere per
amministratore la stessa persona, di cui egli si era servito, e la
quale era un americano di comprovata probità. Da ultimo, il testamento
conteneva le disposizioni che avrebbero dovuto aver luogo nel caso
previsto di una mancanza di Daniele a' suoi obblighi. I suggelli furono
apposti alle carte del Baronetto; un minuto _inventario_ fu formato di
tutte le suppellettili di _Schoene Aussicht_. Daniele non doveva essere
posto in possesso di tutto, che dopo compiti i nove mesi. L'Autorità
procedè a quei provvedimenti che sono richiesti per garentire l'esatto
adempimento della volontà del testatore.