ch'essa fomenta sono sì scaltritamente inventrici di arzigogoli e di
false ragioni ch'egli è estremamente difficile di non rimaner presi
nella pania. Daniele combattè con forza l'orribil pensiere che tanto
più diventava pericoloso quanto più perdeva del suo orrore; ma ciò
nonostante, ogni volta ch'ei pensava ad Emma, a' due anni che sarebbero
spirati, all'immensa eredità che lo aspettava, a que due stuzzicanti
milioni che l'invitavano a fruirne pria del tempo, alla gioia sovrumana
di presentarsi così ricco e sì pieno di fastigi al superbo Duca di
Gonzalvo ed alla altiera sua figliuola; quando Daniele pensava a queste
cose, il demone del delitto soffiava nell'anima di lui i più nefandi
propositi, cancellava ogni buon proponimento, e lo sciagurato giovane
era da capo con quella cupa taciturnità che suol precedere l'attuazione
di un gran delitto. Dal momento che questa idea infernale si era
insignorita dell'animo di Daniele, i colori della salute disparvero
dal suo volto. Egli più non sapea trovare una nota sul pianoforte, cui
raramente si accostava, parlava solo, amava le solitarie passeggiate,
s'internava nei più folti viali della villa di _Schoene Aussicht_, ed
il suo sguardo avea preso un'espressione strana ed incomprensibile.
Non sappiam dire qual effetto ormai producesse in lui l'aspetto di
Edmondo. Daniele evitava d'imbattersi nel Baronetto, di cui più non
potea sostenere le occhiate, quasi avesse temuto che questi indovinasse
i suoi pensieri. Edmondo avea notato la metamorfosi che si era operata
nel giovine pianista, e l'attribuiva interamente agli amori di lui,
alla tristezza della lontananza dall'oggetto amato, e sovente il
ritoccava sorridendo su questo tasto: al che Daniele rispondeva parole
vaghe, e tosto, sotto un pretesto, tornava alla sua solitudine, dove
covava disegni tenebrosi e mortali. Per buona ventura, il delitto
meditato non offriva una facile esecuzione: era quasi impossibile di
FARE SPARIRE DAL MONDO IL BARONETTO senza lasciare orma del misfatto.
Ben s'intende che l'impunità era la prima condizione che Daniele avea
posto a calcolo nel perfido attentato, al quale giorno e notte stava
sopra col pensiere, ma l'impunità non è così facile, e, per ammirabile
disposizione della Divina giustizia, l'uomo che ha commesso un delitto
il porta dovunque stampato in sulla fronte anche quando gli è riuscito
di sperderne ogni traccia.
Daniele pensava; Uccider di pugnale? Niente di più agevole ad
eseguirsi, ma in pari tempo niente di più facile a discoprirsi.
Assassinando il Baronetto di notte e nel proprio letto si avrebbe
potuto congetturare un assassinio commesso da ladri. Ma intanto la
giustizia si sarebbe posta in sulle tracce dell'assassino; avrebbe
cominciato dall'impadronirsi di tutte le persone residenti a _Schoene
Aussicht_, e certamente la singolarità del testamento di Edmondo
avrebbe chiamato i sospetti sulla persona dell'erede, il quale, non
appartenendo al defunto per nessun vincolo di sangue; presentava
probabili induzioni di reato. D'altra parte, se egli, Daniele, fosse
caduto nelle mani della giustizia, anche per semplici sospetti, in che
modo avrebbe potuto adempiere ai patti del testamento, e porsi quindi
in possesso della eredità? Bisognava dunque rinunziare ad ogni idea di
assassinio per mezzo del pugnale.
Uccider di veleno? Ciò presentava, è vero, minor facilità di
scoprimento, ma difficoltà moltissima di esecuzione. Come procurarsi
il veleno? a chi fidarsi? Aver complici del delitto? Oltre a ciò, dal
momento che nell'animo del Baronetto fosse sorto il pensiere di essere
stato avvelenato, non avrebbe egli subitamente sospettato il futuro
suo erede quale autore dell'avvelenamento? L'autopsia richiesta forse
dall'autorità, a malgrado del testamento del defunto, non avrebbe
annientata l'eredità, annientandone le condizioni? E non poteva il
moribondo Baronetto, in un momento di chiaroveggenza, distruggere il
testamento? Ma la difficoltà che superava tutte le altre pel compimento
di questo delitto si era il procacciarsi il veleno, senza eccitare
sospetti nella persona che lo avrebbe venduto. Aggiungi a tutto questo
l'impossibilità di nascondere il proprio turbamento alla presenza
del moribondo, del dott. Weiss, dei servi che sarebbero accorsi per
prestare all'infermo ogni possibile soccorso e rimedio. Bisognava
dunque non pensare ad una morte per avvelenamento.
Uccidere con istrangolamento? Era rischioso e terribile: Daniele non
avea per questo nè forza nè coraggio. Prescindendo da ciò, questo
genere di morte presentava la stessa faciltà di discoprimento che
l'assassinio per pugnale. La scienza avrebbe immantinente rivelato il
delitto, e la giustizia non avrebbe tardato a trovare il delinquente.
Era dunque mestieri di smettere anche questa idea la quale, bisogna
dirlo, facea fremere lo stesso Daniele.
L'impossibilità dell'esecuzione avea scoraggiato il giovine, il quale
tenne ciò come avvertimento del cielo, e parea deciso a rinunziare ad
un proponimento sì terribile. D'altra parte, il patibolo o i ferri non
mancavano a quando a quando di mostrarsi da lungi all'atterrita mente
del giovine, ch'era preso allora da salutare orrore del misfatto che
avea concepito.
Comunque la sua ragione fosse a tal guisa annebbiata dalle
passioni, il cuor di Daniele sentiva sempre un certo incomprensibile
attaccamento pel Baronetto; e il pensiere di assassinarlo, tra le
tante insormontabili difficoltà che presentava, si avea quella di dover
soffocare quel tenero sentimento inesplicabile che Daniele provava per
quell'uomo che gli avea dato così splendida ospitalità e che, morendo,
il lasciava erede di tutte le sue ricchezze. E questo sentimento fu
così forte che Daniele, rientrato in sè medesimo, ebbe bastante vigoria
di volontà per iscacciar dall'animo il pensiere di tanto delitto;
anzi, per vincere una volta per sempre la tentazione, risolvette di
abbandonare quella casa e quel paese, e di affidare l'avvenire agli
eventi. Daniele avea risoluto di congedarsi dal Baronetto.
— A capo di due anni, egli dicea tra se, tornerò a Napoli, mi recherò
dal Duca di Gonzalvo, e gli porterò una lettera del Baronetto, in
cui questi mi riconosce per suo erede. La tardanza dell'eredità sarà
compensata dalla prodigiosa cifra di due milioni e da' titoli, di cui
mi porrò in possesso alla morte del testatore. Vedremo se quel superbo
Gonzalvo sarà soddisfatto e pago di ciò.
Daniele non volle più oltre indugiare a porre ad effetto la buona
risoluzione che avea preso, e che temeva ad ogni istante di sentir
vacillare in sè medesimo. Nello stesso giorno, egli salì dal Baronetto
per accomiatarsi da lui e per pregarlo di volergli scrivere quella
lettera pel Duca di Gonzalvo, ignorando le relazioni ch'erano passate
tra questi due personaggi.
II.
L'UPAS
Abbiam fatto più volte comprendere che il nostro principale scopo in
queste narrazioni si è di fissare l'attenzione dei nostri lettori sulla
più importante verità morale:
LA MANO DELLA PROVVIDENZA NEI FATTI DELL'UMANA VITA.
Quell'infinità di romanzi che si svolgono nella società degli uomini,
di cui la maggior parte rimane ascosa agli occhi della storia che
tocca soltanto i fastigi sociali, non sono, siccome noi crediamo; che
dimostrazioni più o meno evidenti di quella verità che si appalesa
almeno chiaroveggente.
Ci par di vedere che i delitti ben sovente sieno la doppia punizione
inflitta dal cielo a due colpe rimaste celate agli occhi dell'umana
giustizia. Nell'ordine morale, l'impunità non è per nessuno; il solo
pentimento, accompagnato da una intera vita di volontarii sacrificii,
riscatta una colpa.
Edmondo era solo nella stanza da studio. Seduto vicino alla sua
scrivania, egli avea risposto ad una lettera di Maurizio Barkley. Nel
momento in cui Daniele si presentò nello studio, il Baronetto aveva
appunto terminata la sua lettera e vi stava apponendo il suo suggello.
— Oh! buon giorno, caro Daniele, dissegli Edmondo sorridendo e
stendendogli la mano, a che debbo attribuire l'onore d'una vostra
visita?
— Perdonate, signor Baronetto, se vengo per poco ad interrompere le
vostre occupazioni.
— Ma che dite mai! È un piacere che mi date... Mi occupavo a sbrigare
il mio corriere, anzi vi chieggo il permesso di spedire questa lettera.
Daniele s'inchinò e si sedè accosto alla scrivania. Edmondo suonò
il campanello, ed al servo che si presentò sotto l'uscio consegnò la
lettera pel corriere di Napoli.
— Eccomi sbrigato, soggiunse indi; questa mattina io sono veramente
felice, imperocchè con quella lettera che ho spedita nel vostro paese,
a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere di gratitudine, e,
oltre a ciò, ho il piacere di vedervi in un'ora in cui non siete solito
di favorirmi di vostre visite.
— Quanta bontà, signor Baronetto!
— E sempre accigliato, mio caro Daniele! sempre pensieroso! Noi abbiamo
interamente cangiate le nostre parti: per lo passato eravate voi che
spargevate un poco di sollievo sulla mia tristezza; ed oggi son io
che adempio verso di voi a tale ufficio. Peccato che non sono artista
anch'io, e del vostro genio! Ma qual differenza tra le cagioni della
nostra malinconia! Io non era innammorato, e nol sono mai, per mia
disgrazia: dev'esser ben dolce cosa il pensare all'oggetto amato, n'è
vero Daniele?
— V'ingannate, signor Baronetto, se credete che sia l'amore la
cagione del mio malumore. Non niego che gran parte esso vi abbia, ma è
tutt'altro il motivo che m'impedisce di abbandonarmi alle distrazioni
proprie della mia età.
— Non voglio essere indiscreto, mio caro Daniele, ma vi ricordo che in
me avete un amico e sincero; spero avervene date prove sufficienti.
— E indelebili, signor Baronetto; ed io mi sono risoluto di non abusare
più a lungo della vostra bontà. La mia ulteriore dimora a _Schoene
Aussicht_ sembra interamente inutile; così permetterete che domani io
mi accomiati da voi.
— Così presto! esclamò Edmondo il quale non si aspettava a questa
risoluzione del giovine: ed è questo forse l'oggetto della vostra
visita di questa mattina?
— Per lo appunto, signor Baronetto, rispose Daniele abbassando gli
occhi.
— E perchè una tale risoluzione?
— Perchè credo inutile di esservi più a lungo di peso; spirato è il
mese da che mi trovo a Manheim, e, quantunque le nostre relazioni non
sieno più le stesse di quelle ch'erano nei primi giorni ch'io ebbi
l'onore di ricevere da voi così splendida ospitalità, pure non possono
minimamente influire sul mio ulteriore soggiorno a _Schoene Aussicht_.
— È superfluo il dire, riprese Edmondo, quanto piacere mi farebbe di
tenervi nella mia casa qualche altro tempo; ma non voglio avversare la
vostra volontà, e voi siete libero di fare quello che più vi converrà.
Gli obblighi scambievoli che ci siamo imposti e la natura del mio
testamento hanno stabilito tra noi vincoli che hanno qualche cosa dì
più della semplice amicizia. Laonde, in qualsivoglia evento della
vostra vita, in qualunque contingenza imbarazzante in cui possiate
trovarvi; mio caro Daniele, pensate che sarà per me uno dei più be'
giorni della mia vita quello in cui potrò prestarvi un tenue servigio e
darvi un attestato del mio inalterabile affetto.
— Ebbene, signor Conte, si affrettò a dire Daniele, io mi varrò della
vostra benevolenza innanzi ch'io parta ed avrò il coraggio di chiedervi
una grazia.
— Bravo! esclamò Edmondo; ecco quel che si chiama vero affetto e vera
stima: andiamo su parlate francamente, giovanotto, siccome parlereste a
vostro padre.
— La grazia ch'io vi chieggo, signor Conte, disse Daniele arrossendo,
si è di scrivermi una lettera pel Duca di Gonzalvo.
— Pel Duca di Gonzalvo!
— Sì, signor Conte: in questa lettera voi gli darete l'assicurazione
della vostra volontà di nominarmi vostro erede universale. Munito di
questa scritta, io ritornerò da lui con altro animo, e sarà lo stesso
come se io me gli presentassi milionario.
Edmondo sorrise, e dopo alcuni momenti di silenzio, disse:
— Questo che mi dimandi, figlio mio, è assolutamente impossibile.
— Impossibile! esclamò sorpreso il giovine.
— Impossibile, replicò Edmondo.
— E per qual ragione, di grazia? chiese Daniele.
— Non posso dirtene la ragione, mio caro Daniele: dicoti soltanto
che tra me e il Duca di Gonzalvo avvi una barriera mortale: le nostre
relazioni sono rotte per sempre; ti prego anzi, mio caro figliuolo,
per quanto hai di più sacro, di non parlar giammai di me al Duca di
Gonzalvo nè rivelargli giammai il luogo del mio ritiro. Sarà questa una
pruova a cui pongo il tuo affetto per me.
— Io dunque non potrò giammai dirgli, che sono destinato ad essere
l'erede del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda?
— Glielo dirai un giorno dopo della mia morte, se colui vivrà ancora!
Daniele chinò il capo in atto di scoraggiamento e si tacque immerso ne'
suoi cupi pensieri. Il demone del delitto fece di bel nuovo balenare
una luce di sangue nella mente del giovine! Gli occhi di Daniele si
erano fissati distrattamente in sulla scrivania del Baronetto, così
che sembrava ch'egli leggesse la soprascritta d'un libro che ivi stava,
mentre il pensiere del giovine era ben lungi dall'occuparsi di libri.
Edmondo per disviare la conversazione dal tristo subbietto al quale si
era incamminata, disse a Daniele:
— Questo libro su cui voi gittate gli occhi, mio caro Daniele, è
tutto scritto di mio proprio pugno. Sono memorie della mia vita da me
gittate in questo scartafaccio: osservazioni importanti da me raccolte
ne' miei viaggi; ragguagli su talune rarità ch'io conservo. Ieri sera
per lo appunto, rileggendo alcune notizie sull'isola di Giava, dov'io
rimasi per pochi giorni, ricordai di dover conservare alcune fronde
di un albero che cresce in questa isola chiamato l'_Upas_ ovvero _The
Poisontree_ (l'albero del veleno). Voglio farvi udire le notizie da me
raccolte su questo terribile vegetale.
Edmondo aprì il manoscritto ad una pagina che egli avea segnata con un
pezzettino di carta e lesse le seguenti cose[5]:
«Quest'albero è nativo di Giava; arriva ad una considerabile altezza,
giungendo talvolta ottanta piedi. Si sviluppa da esso in gran copia
un succo o gomma, ch'è il più mortale veleno; di questo fanno uso
gl'indigeni per avvelenare le punte delle loro frecce e delle altri
armi. Gli effluvi ch'esalano da quest'albero sono talmente omicidi, che
nè un animale nè una pianta possono resistere alla sua influenza. La
gomma viene estratta per mezzo de' rei condannati a morte. Quando la
sentenza è pronunziata contro qualcuno di loro, il giudice gli dimanda
se vuol morire per le mani del carnefice, ovvero salire sull'Upas per
raccogliere una scatoletta di gomma. I condannati sogliono preferire
ciò, perchè hanno così una lontana probabilità di salvarsi. Prima
di avvicinarsi all'albero fatale, ricevono tutte le corrispondenti
istruzioni per rendere l'operazione meno pericolosa. Pel consueto,
simiglianti istruzioni vengon loro somministrate da un sacerdote, il
quale adempie verso di loro anche al sacro ufficio di prepararli a
morire. I condannati sogliono montar sull'albero, col capo coverto
da un berretto di cuoio e da una maschera con occhi di vetro; eglino
sono parimente provvisti di guanti di cuoio. I condannati evitano con
grandissima cura il contatto delle fronde, le quali, ad un semplice
tocco su qualunque parte nuda del corpo danno la morte. Gl'indigeni
non solamente avvelenano le loro armi col succo di questa pianta, ma
benanche le sorgenti e i serbatoi di acqua, quando veggono avvicinarsi
un nemico. Gli Olandesi perdettero la metà del loro esercito per un
siffatto avvelenamento e da quel tempo in poi, essi han sempre menato
con loro una quantità di pesci vivi, i quali essi gittan nell'acqua
alcune ore prima di arrischiarsi a berla. Una foglia dell'Upas
applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istantaneamente la morte,
quasi senza ch'egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arrestare
immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore. La polvere
delle foglie secche dell'Upas è così terribile che bastano pochi atomi
di essa per dar la morte.»
Daniele avea seguita la lettura di questo passo con un'attenzione
indicibile; nessuna particolarità gli era sfuggita. È impossibile
descrivere l'espressione della sua fisonomia durante la lettura de'
ragguagli che abbiam citati. Il genio del male avea suggerito a Edmondo
il pensiero di leggere quella pagina del suo manoscritto.
Il Baronetto Edmondo Brighton avea letto la propria sentenza di morte.
La soluzione del problema che Daniele cercava da vari giorni era
trovata!
— E voi conservate le foglie di quest'albero? chiese con occhi di pazzo
Daniele.
— Ciò vi fa maraviglia! disse Edmondo ingannato sulla vera e terribile
significazione della dimanda del giovine, ebbene, io conservo le foglie
di quest'albero, le quali si saranno al presente ridotte a polvere.
QUESTO MIO CAPRICCIO COSTÒ LA VITA A DUE MIEI SCHIAVI; ma io voleva ad
ogni costo possedere un sì prezioso veleno.
Daniele guardò a terra cupo e concentrato, e disse ferocemente tra sè:
— Ah! tu facesti morire due schiavi per ottenere questo prezioso
veleno! Ebbene TU MORRAI PER ESSO! Ben dicesti che questo veleno è
_prezioso_... prezioso per me!
Daniele soggiunse ad alta voce, e quasi avesse fatta una domanda
indifferente:
— E dove tenete conservato, signor Conte, un oggetto così pericoloso?
— In una scatola di argento a doppio fondo nel forziere della camera
verde; sulla scatoletta è scritto in francese. _L'indiscreto che mi
aprirà, e toccherà all'oggetto che contengo, sarà punito di morte
istantanea._
— E come faceste per porre in quella scatola le foglie fatali?
— Le feci ivi porre dagli schiavi con ogni possibile precauzione senza
che le avessero toccate.
— Suppongo che conserviate gelosamente la chiave di quella scatola,
dimandò destramente Daniele.
— Ben s'intende; essa è nel fondo d'uno di questi cassettini, rispose
improvvidamente il Baronetto.
La giustizia Divina dettava le sue risposte.
Daniele sapea quello che gli era necessario; non volle più fare
nessun'altra interrogazione per non far nascere sospetti nell'animo di
Edmondo, il quale era ben lontano da simili supposizioni.
La conversazione seguitò su cose indifferenti, Daniele si studiò di
nascondere l'agitazione e il turbamento che gli dava la premeditazione
dell'enorme delitto che aveva in pensiere.
— Così che avete risoluto abbandonarmi domani? disse il Baronetto,
ripigliando il pristino subbietto della conversazione.
— Domani, se avrò l'opportunità di trovare un posto nella diligenza per
Darmstadt, dove intendo trasferirmi.
— Domani dunque vi ringrazierò, mio caro Daniele, di quanto avete fatto
per ridonare al mio spirito la tranquillità ch'io aveva smarrita.
— Oh sì, domani mi ringrazierete! disse Daniele con ironia, cui il
Baronetto prese per complimento.
— Ma fin da ora vi auguro buona fortuna, figliuol mio, buona in amore,
già s'intende, perchè al resto penseremo noi, non è vero?
— Quanto vi debbo, signor Baronetto! esclamò Daniele ipocritamente
abbassando lo sguardo in cui già balenava la perfidia dell'anima.
Egli si era alzato: la vista della sua futura vittima gli facea male al
cuore.
— A domani dunque, disse Edmondo stendendogli di bel nuovo la mano che
questa volta Daniele non ebbe la forza di toccare, e, abbassando gli
occhi, finse di non averla veduta.
— A domani, signor Baronetto, replicò il giovine a voce bassa e rauca.
— E non ci vedremo questa sera nel solito circolo degli amici? chiese
Edmondo; pensate ch'è l'ultima sera che avremo il bene di possedervi
tra noi; non dovete mancare!
— Non mancherò, signor Baronetto, non mancherò questa sera.
Daniele s'inchinò, e lasciò quella stanza, aggiungendo tra sè con
incredibil ferocia.
— E NON MANCHERÒ QUESTA NOTTE!
III.
E SE DOMANI MI CERCHERAI PIÙ NON SARÒ
La sera di questo giorno i soliti amici di Edmondo si radunarono
nella camera verde. Eran la maggior parte letterati tedeschi, artisti
fiamminghi, proprietarii de' dintorni e qualche Inglese dimorante a
Manheim. Spesso interveniva il Dottor Weiss. Alle nove si prendeva il
tè. La conversazione era delle più istruttive; si ragionava d'arti, di
politica, di filosofia, di scienza, di morale.
Per mala ventura, quasi tutti gli amici di Edmondo, al par di lui,
erano seguaci di quella paradossale filosofia alemanna, che tanto
contribuì a travolgere le idee e a gittarle nel vacuo della _ragion
pura_, parodia della ragion naturale. Le teorie del filosofo di
Conisberga faceano a quel tempo gran rumore in Germania e in Europa:
ci fu la moda del filosofare alla Kant come di vestire alla Francese.
L'Italia soltanto non si lasciò impòrre dal gran nome del maestro della
novella scuola alemanna, rigettò le speciose dottrine che puzzavano
di ateismo, e si tenne a quel ragionare che rischiara e non confonde,
che analizza e non distrugge, che siegue il corso naturale delle idee
e non straripa nelle fantasticherie della follia: che esamina, non
dogmatizza, che si fortifica colla rivelazione e non si perde nello
scetticismo. Mentre la Germania delirava con Hegel e con Fichte,
l'Italia ragionava con Vico e Galluppi.
Vari furon i subbietti della conversazione, e tra gli altri quello
che maggiormente alimentò la controversia e sostenne la disputa si fu
quello della possibilità che ha la scienza di estendere i limiti della
vita umana. Molto e lungamente si ragionò su questo argomento. Quegli
che fe' sfoggio di maggior eloquenza si fu il Baronetto, il quale
dimostrò che allora soltanto la civiltà avrà raggiunto l'apice della
perfezione, quando la scienza avrà scoverto il modo di rendere l'uomo
più valido contro i perpetui assalti della morte, e più comune la vita
centenaria.
In sul tardi della sera si presentò Daniele. Il suo aspetto: era sereno
all'apparenza, tranne che un profondo osservatore avrebbe scorto nella
corrugazione nervosa della fronte di lui e nel livido pallore del suo
volto una sinistra preoccupazione.
Il giovine pianista fu accolto, come sempre, coi segni del più gran
compiacimento. Il Baronetto avea già detto alla comitiva che Daniele
sarebbe partito il domani per Darmstadt; epperò il ricevimento che
questi si ebbe fu più espansivo del solito. Tutti gli amici di Edmondo
si alzarono e fecero a Daniele le loro parti di condoglianza pel
suo allontanamento da Manheim, ed i loro auguri pei suoi ulteriori
successi. Daniele rispondeva parole smozzicate, inconcludenti. Questo
attribuivasi alla naturale commozione di un uomo, che si vede l'oggetto
di tante dimostrazioni d'amicizia, e che, modesto, vuol respingere
la troppa esagerazione delle lodi. Il Baronetto volle celebrare
festosamente l'ultima sera che Daniele passava a _Schoene Aussicht_.
Una magnifica tavola a tè fu imbandita verso le undici. Tutto ciò che
la cucina francese, italiana e tedesca sa inventare di più prelibato
in fatto di dolci, di pasticci e di altre squisite vivande si trovava
sulle credenze; le quali, quasi sotto il tocco d'una verga affatata,
comparvero agli occhi della brigata. Il vin del Reno scintillò in un
baleno nelle grandi coppe verdi destinate ad allietare la comitiva.
La filosofia, la scienza e le arti si abbracciarono e si confusero
sotto le frequenti libazioni: tutte le opinioni presero un colore,
quello del vino; tutti gli occhi espressero un sol sentimento, quello
dell'allegria.
Daniele bevve poco: non fu possibile d'indurlo a suonare. Non ostante
le più vive istanze e preghiere, egli si rifiutò ostinatamente,
adducendo per iscusa non essere il suo spirito abbastanza tranquillo
per trarre dal piano-forte la benchè minima frase musicale.
Il giovine pianista si ritirò prestissimo, dicendo che il domani si
doveva alzare ben per tempo per ordinare i preparativi della partenza.
Gli amici di Edmondo lo abbracciarono di bel nuovo, e gli augurarono
ogni possibile felicità.
Il Baronetto gli strinse cordialmente la mano, e gli disse:
— A domani, mio caro Daniele, domani faremo il nostro addio; buona
notte e buon riposo.