Maurizio fermò di andare a trovar Lucia Fritzheim. Pochi giorni

appena erano scorsi dalla visita di Emma alla figliuola di Giacomo lo

Stradiere. Nell'abitazione di Lucia tutto era cangiato di aspetto: la

tristezza e la miseria erano in parte scomparse, tutto al presente

era ripulito, rassettato; varie suppellettili nuove vi si vedeano,

e le vecchie erano raffazzonate. Egli è tempo di dire che, dopo il

crudele abbandono di Daniele e gl'infruttuosi tentativi di Padre

Ambrogio, Lucia era stata colpita in sul principio da acuta febbre

nervosa, e poscia da un lento morbo di languore che avea minacciato di

strascinarla alla tomba, Padre Ambrogio avea prodigalizzato all'inferma

i tesori della cristiana carità. I nostri lettori conoscono una parte

della lettera che Lucia scrisse a Daniele: c'incumbe ora il debito di

farla loro conoscere per intero: essa era del tenor seguente:

«Daniele, Daniele mio.

«Corre già il quarto mese che mi hai abbandonata, ho contato questi

orribili giorni ora per ora, minuto per minuto. Non ti rivolgo

nessun rimprovero; sono rassegnata alla mia sorte... Mi è noto

che ami un'altra!... Iddio ti renda felicità. Io sto male, male

assai: il cielo vorrà forse aver pietà di me togliendomi da questa

vita, prima che tu divenga lo sposo di un'altra. Il medico della

parrocchia ha detto a Padre Ambrogio ch'io entro nel primo grado

di tisi: ho inteso bisbigliar ciò intorno al mio letto, essi mi

credevano addormentata! Oh quanto ti ho amato!... Io ti sciolgo dal

tuo giuramento, Daniele, e ti perdono la morte che mi dai. Soltanto

ti prego, in nome della prima parola di amore che ci scambiammo,

in nome di mio padre, che non abbandoni la mia infelice famiglia,

la mia cara sorella, i miei fratelli, e soprattutto che non abbi

più odio per quella povera creatura di Uccello... Sovvengati di

loro quando sarai felice a fianco della donna del tuo cuore...

Addio, addio... non udrai più a parlar di me che un'altra sola

volta, quando cioè ti sarà per caso annunziata la mia morte... sarà

questo il più bel giorno della tua vita, siccome il dì della mia

morte sarà stato per me il più felice... Addio, addio, per l'ultima

volta, Daniele, Daniele mio.

_Lucia Fritzheim._

È noto il crudel destino ch'ebbe questa lettera: una parte di essa fu

dannata alle fiamme, e un'altra servì a rallegrare il pranzo di Daniele

e de' suoi amici.

Indarno la misera Lucia aspettò una risposta; questa non venne, siccome

più non venne l'ingrato Daniele. Noi non abbiamo voluto risparmiare a'

nostri lettori il quadro delle sofferenze di Lucia, di quell'anima sì

candida e bella. La religione e l'amor fraterno alleviarono soltanto

in parte i suoi dolori. L'orrenda infermità ond'ella era minacciata fu

rimossa mercè le paterne cure ed il senno di Padre Ambrogio, il quale,

oltre alla personale assistenza, provvide per medici e per rimedi; e

Dio gli concedè il sommo piacere di veder salva Lucia dall'inesorabile

consunzione.

Dopo l'abboccamento ch'ebbe con Daniele, Padre Ambrogio, sperando

sempre che questi sarebbesi ravveduto, nol perdè mai di vista, e

s'informò della sua condotta, delle sue amicizie e relazioni: non

indugiò quindi a scoprire che il giovine era perdutamente innamorato di

nobil damina, la quale seppe esser la figliuola del Duca di Gonzalvo.

Padre Ambrogio, per isvellere dal cuor di Lucia la sciagurata passione

per Daniele, stimò rivelarle i novelli amori del giovine, confortandola

a sbandire ormai dal suo cuore quel perfido, indegno di essere più

oltre l'oggetto dell'amor di lei. A Lucia non produsse gran colpo

una tale rivelazione, dappoichè non ostante le grandi precauzioni

che Daniele aveva usate per nascondere i suoi novelli amori, già la

miserella qualche cosa ne sapea, e già sospettava che al Palazzo S...

dove la sua lettera era capitata, dovesse dimorar la donzella che le

rapiva il cuore del suo amante.

Lucia tracannò l'amaro calice senza mettere un lamento: ella offrì al

cielo, con nobile slancio di rassegnazione, il suo dolore, ed il pregò

ferventemente che le desse la forza di sopravvivere a tanto spasimo,

non per amore ch'ella portasse alla vita, oramai rendutalesi amara e

pesante, ma per non togliere alla sua disgraziata famiglia l'ultimo

braccio che le avanzava. Ella sentiva il dovere di vivere non per sè,

ma pei suoi. E le sue preci furono esaudite dalla Provvidenza. Lucia

ripigliò la sua forza, e comechè affranta dalle sofferenze, pareva

attingere nell'amore della propria famiglia il coraggio e la vigoria.

Ella non potea soffocare nel suo cuore una passione ch'era divenuta

una parte vitale della sua esistenza; ma si tenea paga di amare Daniele

nel fondo dell'anima. Lucia avrebbe potuto fare impallidire il perfido

nel cospetto medesimo della sua vaga, avrebbe potuto gittare nel mezzo

dei due amanti la parola _trovatello_ qual barriera insormontabile

tra loro; ma Lucia, al pari di Maurizio Barkley, avea l'animo troppo

elevato e il cuore troppo ben formato per discendere ad una vendetta

che avrebbe renduto infelice il suo amante senza render lei meno

sventurata. Lucia fece di meglio assai; fece quello che la religione

insegna: perdonò ed amò.

Stando a tal modo le cose, un mattino Padre Ambrogio, che mal si

studiava di nascondere il suo turbamento, vinto dalle istanze di Lucia

e di Marietta, confessò di aver saputo che Daniele si accingeva a

partire per l'estero, e che gli era stato impossibile di scoprire quale

scopo si avea tal partenza, qual motivo l'avea determinata. Facendo

ciò palese, Padre Ambrogio restò maravigliato non poco nello scorgere

sul volto della fanciulla, a vece di un dolor profondo, una certa

espressione come di gran gioia. E siccome egli non facea mistero delle

impressioni che provava, dimandò a Lucia perchè quella notizia, invece

di contristarla, sembrava le desse soddisfazione. Lucia gli confessò

ch'ella preferiva di saper lontano il suo amante e forse per sempre,

anzichè di saperlo in Napoli e al fianco di un'altra donna. Oh! se la

tapinella avesse conosciuto lo scopo del viaggio di Daniele!

Ma in pari tempo ch'ella confessava esser più contenta che Daniele

partisse piuttosto che saperlo accanto alla figliuola del Duca di

Gonzalvo, i suoi occhi si bagnavano di lagrime, le sue affilate gote

s'imbiancavano, ed il suo petto si gonfiava come la marea vicina a

frangersi in sulla spiaggia. E le sue lagrime erano richiamate eziandio

da quelle di Marietta che scorrevano senza ritegno su per le belle

guance della fanciulla, la quale frattanto non lasciava di rimprocciar

la sorella perchè piangesse mentre avea detto di aver piacere della

partenza di quel birbante (questo era l'epiteto che Marietta solea

dare a Daniele). Lucia più non pianse, ma fermò di veder Daniele per

l'ultima volta, innanzi che questi abbandonasse Napoli.

Si conosce come allora che il giovine si accingeva a salir sulla

diligenza che dovea menarlo lungi da Napoli, la fanciulla si slanciò,

con impeto irresistibile, verso di lui, e gli si mostrò. È noto lo

scontro de' due amanti. Lucia avea veduto vagare una lagrima negli

occhi di Daniele: ella era meno infelice!

Dal dì della partenza dell'amato giovine, Lucia non era men trista

e sofferente che per lo addietro, ma più tranquilla e interamente

rassegnata. La tristezza del suo cuore veniva per altro accresciuta

dalla povertà ch'ella vedeva ogni dì vie più invadere la famiglia.

Quantunque tanto ella quanto Marietta facessero ogni opera e si

ammazzassero di lavoro, il frutto delle loro fatiche a mala pena

bastava per uno scarso nutrimento. Padre Ambrogio non cessava, sia con

procacciar lavori alle due fanciulle, sia con delicate sovvenzioni

che egli sapea nascondere con arte, rifondendo del suo sul meschino

prodotto dei lavori ch'egli stesso lor dava a fare, non cessava di

provvedere al sostentamento di quella famiglia, della quale egli avea

promesso a Giacomo di essere secondo padre. Commovente e splendido

esempio di virtù! Oh perchè gli uomini come Padre Ambrogio son così

rari nella società corrotta e decrepita in cui viviamo!

La visita di Emma aveva interamente cangiato l'aspetto delle cose.

Erano circa le undici di un bel mattino lucido e sereno. Maurizio era

andato a piedi alla dimora dell'onesta famiglia. Egli era vestito colla

più grande semplicità: portava un soprabito bigio; lunghi stivali colle

rivolte, cappello a larghe tese, e una giannetta d'ebano nelle mani. I

fratellini di Lucia erano usciti a diporto nei dintorni colla vecchia

fantesca, così che in casa non erano che Lucia, Marietta e Uccello.

Marietta era occupata a rimendare e ricucire calze, camice ed altri

panni pertinenti ai fratelli: sopra una sedia, ad una traversa della

quale appoggiava i piedi, ella teneva un patuffolo di panni che dovea

passare in rivista, e su cui gittava con impazienza lo sguardo, però

che la vispa fanciulla avrebbe preferito di andare un poco a scorrazzar

per la campagna in compagnia dei fratelli. Ad ogni punto ella dava

un'occhiata al lavoro, e mille d'intorno, guardava distratta al di là

della finestra e mandava di grossi sospiri. Spesso rimaneva coll'ago

in mano senza far niente, o si metteva a guardar con amore la sorella

ch'era tutta in sul lavoro. Marietta era tanto felice nel veder sul

volto di Lucia rinati in parte i color della salute! E se Lucia alzava

gli occhi, Marietta ripigliava il suo compito e ritornava all'opera

sorridendo, ma allora era ruina tutto quello che faceva; s'imbrogliava

a infilare l'ago, si scordava di fare il nodo della gugliata, si

pungeva le dita ovvero, se stava rimendando le calze, facea scappar

le maglie e scavalcarle, si facea cader la bacchetta e i ferruzzini.

Lucia sorrideva, dappoichè ben sapea come l'amasse quella cara sorella,

il cui solo difetto era nella troppa leggerezza del temperamento.

Lucia avea posto mano ad un paio di calzoncini nuovi di Andrea, il più

piccolo dei fratelli: ella ne avea fatto l'imbastitura, e si accingeva

a cucirli. Non si può dire il bene immenso che la visita di Emma avea

fatta a tutta questa famiglia. Quanto poco ci vuole per rialzare i

sofferenti dal loro abbattimento! Lucia non era più così trista come

per lo addietro; la sua famigliuola avea ormai un appoggio, un'amica. A

seconda ch'ella si sentiva restituita alla salute, ella ne provava una

indicibile felicità, perocchè poteva, colla fatica delle suo braccia,

sovvenire ai bisogni de' fratelli.

Le due sorelle erano così occupate. Una fascia di sole illuminava i

loro lineamenti e andava a scherzare sulla sedia situata nel mezzo di

quelle due fanciulle. In un angolo della stanza era seduto Uccello

davanti ad una tavola su cui si vedea spiegato un grande abbicci.

L'idiota si sforzava di apparare a conoscere le lettere, imperocchè

Padre Ambrogio gli avea promesso un bel regalo se imparasse in

pochi giorni l'alfabeto. Uccello avea mandato a memoria il nome di

ciascuna lettera, ma non sapeva ancora farne l'applicazione alla

figura. Egli si facea di grosse risate senza motivo, e sfregavasi le

mani ogni volta che indovinava a chiamare una di quelle lettere. Di

tempo in tempo, annoiato di cantar, sempre la stessa canzone su quel

maledetto scartabello che gli stava dinanzi, si alzava e veniva ad

equilibrarsi in sulla spalliera della sedia di Marietta, a giuocare

co' gatti mollemente sdraiati al sole, a perseguitar qualche mosca,

o a trastullarsi colle proprie dita divenute per lui dieci balocchi

gentili e graziosi. Una modesta tirata di campanello fece ristar dal

lavoro le due fanciulle e correre alla porta Uccello che, dopo molte

lezioni e molti sforzi, aveva appreso ad aprirla. Le due sorelle

furono estremamente sorprese nel vedersi dinanzi un uomo ch'esse

non conoscevano, mentre credevano che fossero i due fratelli i quali

tornassero dalla passeggiata unitamente alla vecchia fantesca che gli

avea accompagnati.

Maurizio Barkley salutò col capo le due fanciulle a rimase col cappello

in mano e all'impiedi.

— Scusate, signorine, egli disse, se ardisco presentarmi senza forse

essere personalmente conosciuto da voi. Eppure ho avuto l'onore di

godere la stima di vostro padre.

— Il vostro nome signore? dimandò Lucia.

— Maurizio Barkley.

A tal nome le due fanciulle fecero un moto di sorpresa.

— Ma noi conosciamo un tal nome, n'è vero, Lucia? disse Marietta.

— Certamente, era questo il nome che figurava sulle polizze che Daniele

riceveva ogni mese.

— E che tuttavia riceve, osservò Maurizio sorridendo.

— Voi dunque, signore, siete l'ignoto benefattore di Daniele?

— Non io propriamente, signorina... ma su questo vi prego di non

interrogarmi: avrei il rammarico di dovermi rifiutare alle vostre

inchieste. Bastivi il conoscere esser io quel Maurizio Barkley il cui

nome figura sulle polizze che Daniele riceve in ogni fin di mese.

Mentre Maurizio parlava, Marietta era ita a prendere una sedia e l'avea

offerta all'Esquire, che si sedè presso le due fanciulle, come se fosse

amico intrinseco di casa.

Lucia dimandogli:

— Poichè voi, signore, avete detto che Daniele riceve ancora il

sussidio mensuale, la cui provvenienza non potete rivelarci, voi però

dovete conoscere dove al presente egli si trova.

— Daniele è in Germania, signorina.

— In Germania! esclamò Marietta; è lontano, non è vero, signore?

— Non lo è mai abbastanza per la vostra pace, rispose Maurizio,

affissando gli occhi in quelli di Lucia, la cui commozione si

appalesava dai moti irregolari del seno e della estrema pallidezza del

volto.

— Egli sta bene dove sta, e speriamo che se ne vada a capo del mondo,

disse Marietta, guardando di soppiatto la sorella per vedere che

sensazione le producessero queste parole.

Maurizio sorrise e guardò con compiacenza Marietta, la cui vivacità si

tradiva in ogni sua parola e gesto. Lucia avrebbe voluto fare un mondo

di domande a Maurizio, ma la trattenea un certo timore di conoscere

cose che le avrebbero arrecato dolore grandissimo: nello stesso tempo

ella vergognavasi di fare tali domande alla presenza della sorella, cui

avea promesso di non mai parlare di Daniele.

— Sento il dovere, signorine, disse Maurizio dopo qualche momento

di silenzio, di dichiarare lo scopo della mia visita. Io sono il

messaggiero della vostra amica la Duchessina Emma di Gonzalvo.

Un raggio di gioia sfavillò su i volti delle due sorelle

— La Duchessina! esclamò Lucia.

— Quella celeste creatura! disse Marietta.

Ed entrambe guardarono con avidità negli occhi di Maurizio, quasi

avessero voluto conoscere anticipatamente ciò che questi dovea dir

loro.

— Ella stessa, rispose Barkley, ella m'incarica di darvi un attestato

della sua sincera amicizia.

— Abbiamo forse bisogno per ciò di altri attestati, di altre prove

disse Lucia a cui già gli occhi si velavano di lagrime di tenerezza. Oh

perchè vuol ella opprimerci di bontà!

— Chi ha imparato una volta a conoscervi, adorabili fanciulle,

disse Maurizio, non farà mai abbastanza per dimostrarvi la sua

affettuosa amicizia. Emma ha un torto da riparare con voi, Lucia; ella

involontariamente vi ha rapito il cuore di Daniele, ed oggi ella viene,

per mezzo mio, se non a restituirvelo (poichè ciò non è in suo potere),

a rendervi almeno la sicurezza e la pace. Io sono incaricato di farvi

la confessione che la Duchessina Emma di Gonzalvo ama un altro, che non

è Daniele, e dal quale ella è corrisposta con un'indicibile adorazione.

Questa confessione rimanga per altro, sepolta ne' vostri cuori,

signorine; Emma non vuol per ora che nessuno al mondo sappia i suoi

sentimenti.

— Ah! ti ringrazio, mio Dio, ti ringrazio, esclamò Lucia giungendo le

mani e volgendo al cielo i suoi begli occhi.

— Oh benedetta! benedetta! sclamò Marietta. Or sì ch'ella merita di

essere adorata! Beato, beato quell'uomo ch'è il suo amante! Oh come

costui deve andar superbo e felice di essere amato da quel sole di

bellezza!

— E chi è costui? dimandò Lucia.

— MAURIZIO BARKLEY! disse questi chinando gli occhi e impallidendo.

— Voi! voi, signore!! Oh siate felice, signor Barkley, chè ben lo

merita il vostro nobil cuore!

Maurizio si affrettò d'interrompere una conversazione che diveniva

pericolosa e delicata per lui. Poco stante, egli si accomiatava dalle

due sorelle. Ma innanzi ch'ei fosse partito, Lucia lo avea pregato di

manifestare alla nobile amica i suoi sentimenti di riconoscenza, di

stima e di affetto. Nel discendere le scale di quella casa, Maurizio

dicea tra sè:

— Ho fatto il mio dovere; le ho salvato il cuore... Dio faccia il resto!

Nella stessa mattina, e non sì tosto di ritorno da _S. Maria degli

Angeli alle Croci_, Maurizio recossi al palazzo S... e chiese di

parlare alla Duchessina. Emma il ricevè, siccome solea da qualche

tempo, colle dimostrazioni della più confidenziale amicizia. Maurizio

era pallido, ma tranquillo secondo il consueto.

— Vengo dalla vostra amica, da Lucia Fritzheim.

— Ah! esclamò Emma, vi ringrazio davvero, signor Barkley; volea

pregarvi appunto questa mattina di recarvi da lei per informarvi della

sua salute che mi è sì cara.

— Vedete, Duchessina, ch'io antivengo ai vostri desiderii. Ma ho

fatto molto di più che informarmi della sua salute: le ho interamente

restituita la pace del cuore, rassicurandola su i vostri sentimenti a

riguardo di Daniele. E per rimuovere dall'animo di lei ogni sospetto,

mi son fatto ardito di dirle che altri occupava il cuor vostro.

— Che! signore!

— Ora, Duchessina, voi avete l'obbligo di non più pensare a Daniele:

se questo era dianzi generosità in voi, al presente è dovere; io vi ho

fatto una legge di sacrificare all'amicizia un avanzo di affetto per

un uomo che ne è indegno. Ricordatevi che voi mi avete comandato di

salvarvi il cuore.

— Ed avete fatto bene, signor Barkley, e ve ne ringrazio... Voi dunque

avete detto a Lucia Fritzheim che il mio cuore..

— Era avvinto ad altro amore, Duchessina.

Emma sorrise e abbassò gli occhi.

— Scommetto che mi avete trovato anche un amante, disse sorridendo la

fanciulla.

— Si, Duchessina, rispose Maurizio con visibile turbamento, ho detto

che voi amavate...

— Chi mai? interruppe Emma aggrottando le ciglia.

— Maurizio Barkley! questi rispose con voce appena sensibile.

— Voi! voi stesso! esclamò Emma arrossendo di viva fiamma.

— Io stesso, Duchessina; imploro tutto il vostro perdono per questa

ardita menzogna. Quella fanciulla mi ha chiesto il nome del vostro

amante. Chi poteva io nominare senza compromettervi? Gli è certo che se

io avessi nominato qualunque altro, non solamente avrei commessa la più

imperdonabile imprudenza e temerità, ma la menzogna cessava di essere

innocente. Posso sperare di aver ottenuto il vostro perdono?

Emma, cogli occhi bassi, gli stese la mano.

— Amico generoso! diss'ella, avete salvato me e Lucia; vi perdono e vi

ringrazio.

Maurizio baciò la mano della nobil fanciulla e si ritrasse, dicendo tra

sè stesso:

— E me chi salverà, se non Dio?

Parte Quinta

I.

LOTTA INTERNA

Dal giorno in cui tra il Baronetto e Daniele era stato conchiuso il

bizzarro contratto, per lo quale costui si obbligava ad essere il

custode del cadavere di quello, lo stato morale di questi due uomini

erasi al tutto cambiato: il Baronetto, restituito alla salute e alla

tranquillità, avea ripreso le consuete sue occupazioni; era tornato

a' suoi campestri lavori; avea richiamato intorno a sè gli amici,

di cui si era dinanzi disgustato a cagione della infermità del suo

spirito; avea ripigliato i suoi studi, le sue faccende; era insomma

ridivenuto quello stesso uomo ch'era qualche anno addietro. Egli amava

sempre Daniele, e sempre con piacere il vedeva a sè d'accanto; ma ora

mutato era l'aspetto delle cose: ed il Baronetto più non sentiva la

necessità delle melodie del giovine pianista per iscacciar dall'anima

que' fantasmi che al presente più non venivano ad assediarlo. Anzi, è

mestieri confessare che l'aspetto di Daniele cagionava piuttosto una

spiacevole sensazione in Edmondo, dappoichè questi non vedeva ormai

nel giovine italiano che l'uomo destinato a vegliare sulle sue spoglie

mortali. Ciò non vuol dire che Edmondo disamasse Daniele, verso il

quale si sentiva attratto da una forza prepotente; ma il _guardiano_

della morte non poteva non far nascere un sentimento di ripugnanza

nell'animo del Baronetto.

Dal canto suo, Daniele, a vece di esser lieto della prodigiosa fortuna

che un giorno gli sarebbe spettata, sembrava più impensierito che per

lo passato: egli era sempre distratto taciturno, o inconcludente. Nel

cospetto di Edmondo, egli forzava di mostrarsi men rabbruscato e più

ameno, ma ora, non così di frequente ei vedeva il Baronetto, e la sera

quando questi era nel cerchio dei suoi amici, Daniele non appariva che

un istante nella camera verde, e tosto dileguavasi per abbandonarsi

alla solitudine de' suoi pensieri, o per trovare nel teatro Manheim

distrazioni e svagamenti.

Il mese era scorso dacchè ei si trovava a _Schoene Aussicht_: il

Baronetto, fedele alla sua promessa, gli avea dato una cambiale di

trentamila franchi pagabile a vista e tratta sopra un banchiere di

Manheim. Nel dargli questo denaro, il Baronetto avea detto sorridendo:

Ecco una piccolissima anticipazione su quello che il _mio cadavere_ vi

darà. Daniele era libero di seguitare i viaggi e di tornare a Napoli.

Edmondo non faceva più nessuna istanza per ritenerlo altro tempo

a _Schoene Aussicht_: intanto il giovine pianista non sapea venire

in nessuna risoluzione. Egli non volea più seguitare i suoi viaggi,

imperocchè ne comprendea l'inutilità. D'altra parte, non era egli ormai

l'erede d'immense ricchezze? Che bisogno avea di ammazzarsi di lavoro,

nella certezza di non poter mai conseguire quel milione, che egli vedea

rifulgere nell'avvenire? Ritornare a Napoli? Questo proponimento era

ben lontano dall'animo suo, perocchè Daniele non volea riporre il piede

nel paese dov'era Emma, se prima non diventasse milionario.

Intanto egli sentiva la necessità di allontanarsi immantinente da

_Schoene Aussicht_. Ogni dì che ei prolungava il suo soggiorno in

questo luogo, l'animo suo si faceva più nero e il suo volto più

pallido. Nell'aureo appartamento dov'egli avea stanza, nel letto di

seta dov'ei si gittava per riposare, Daniele più non trovava il riposo

e la quiete; il sonno ch'era tornato sulle ciglia di Edmondo, fuggiva

dagli occhi di lui. Daniele volea fare il possibile per involarsi a

sè medesimo, per non trovarsi faccia a faccia coi proprii pensieri,

ma frattanto ei non sapea abbandonar la poltrona sulla quale rimanea

lunghe ora nella più assoluta immobilità.

Che cosa aveva operato un sì strano cangiamento in Daniele? Un'idea

infernale che gli si era presentata al pensiero come luce sinistra.

Dapprima egli avea rigettata quest'idea con tutte le forze dell'anima

sua, aveva fremuto nel pensarvi; ma quell'idea che dapprima se gli era

mostrata rivestita di orrore, incominciò per così dire, a dimesticarsi

con lui. Quest'idea era un DELITTO!

La nostra penna rifugge dal palesare quello a cui pensava Daniele

per accorciare il termine della sua aspettativa e per far sparire

la distanza che lo separava dall'oggetto dei suoi desiderii! Il suo

petto balzava al pensiero di volare, due volte milionario, dal Duca

di Gonsalvo, non appena spirati due anni. Un ostacolo si frapponeva

al compimento de' suoi voti, una vita! Un uomo doveva diventare

CADAVERE perchè avesse potuto afferrare quella felicità che gli si

mostrava lungi con tutti gl'incanti della seduzione. Due milioni

ed Emma! E per ottenere questa felicità bastava un momento, un sol

momento di coraggio, di ardire!! — Quando un uomo è giunto a passare i

quarant'anni, non ha vivuto abbastanza, e massime quando quest'uomo ha

goduto sino alla sazietà di tutte le delizie della vita? Che cosa sono

gli anni che seguono, se non che una serie di malanni e di miserie? Che

cosa sono in rispetto all'eternità venti o trenta anni di più che un

uomo strascina in sulla terra? E che cosa è la vita di un uomo nella

immensità della creazione? Che cosa è una esistenza nel mezzo delle

generazioni? — Così fatti atroci pensieri si aggiravano nel capo del

giovine pianista, mentre che altri pensieri di diverso genere, immagini

seducenti di piacere, di gioie, di delizie compivano la orrenda

persuasione.

Il mio cadavere · 第 13 / 20 段