fanciulla. Emma corse ad abbracciarla: i suoi occhi nuotavano parimente
nelle lagrime.
— Lucia Fritzheim, le vostre parole mi hanno squarciato il cuore, ma io
non le merito. Giuro sul mio onore che mai dal mio labbro è uscita una
sola parola che avesse potuto incoraggiare l'amor di Daniele per me:
io ignorava ch'egli fosse ligato a voi da un giuramento; e, quando la
vostra lettera giunse in casa mia, quando quella lettera cadde sotto
gli occhi del vostro amante, ei nulla mi disse, nulla. Ma Daniele de'
Rimini non ha l'anima che avete voi, Lucia Fritzheim! Faccia il cielo
che egli apprenda a conoscervi! La vostra sorte mi commuove e mi tocca
nel vivo dell'anima. Posso io sperare che accetterete la mia amicizia,
Lucia Fritzheim?
La figliuola del Duca di Gonzalvo stese la mano alla figliuola di
Giacomo lo Stradiere, la quale vi si abbandonò sopra con tutta la
testa, vi stampò mille baci e bagnolla di pianto. Emma se la strinse
al cuore, e poscia la baciò sul volto con estrema tenerezza. Marietta
e gli altri fratelli circondarono la nobil fanciulla, piangevano,
ridevano, e volevano anch'essi aver la loro parte di quegli
abbracciamenti. Emma li abbracciò tutti. Fu questo un bel momento!
Sul cuore di Lucia fluiva un torrente di gioia. Da tanto tempo la
miserella non gustava un piacere sì vivo! La sua anima si apriva
alla felicità dell'amicizia: la sua sensibilità si sfaceva sotto il
calore di questo divino sentimento. Sul volto della donzella andalusa
sfolgorava una gioia sì pura che tutte le sue sembianze ne erano
irradiate. Era forse la prima volta che i suoi occhi nuotavano in
lagrime di tenerezza: era quello il più sublime piacere ch'ella avesse
mai gustato in sua vita.
— Io debbo andar via, disse Emma dopo qualche minuto di commozioni,
sono aspettata da una comitiva di amici, a' quali ho nascosto, sotto un
pretesto, lo scopo della mia visita.
— Ah! esclamò Lucia, chi sa se ci rivedremo mai più! Una barriera
insormontabile ci divide.
— E quale? dimandò Emma con tristezza.
— Il nostro stato, rispose Lucia.
— Questa barriera, che l'ingiusta fortuna avea posta tra noi è stata
già superata dalla nostra amicizia. Noi ci rivedremo, e ci rivedremo
spesso.
— Iddio possa colmarvi di felicità, incantevole creatura! esclamò Lucia.
— Qua la tua mano, Lucia, la tua puranche, gentil fanciulla, disse
Emma rivolgendosi a Marietta, la quale afferrò la mano della generosa
donzella e con effusione di cuore la baciò più volte.
— La vostra anima è bella come il vostro volto, disse la sorella di
Lucia.
— No, non posso partirmi di questa casa, ripigliò Emma se prima non
ricevo un pegno della vostra amicizia.
— Un pegno! E quale? chiese Lucia. Parlate, Duchessina, la mia vita è
vostra.
— Il pegno ch'io vi domando, soggiunse la figlia del Duca, è che
accettiate questo ricordo mio.
Emma avea tratto dal proprio dito un prezioso anello di brillanti, e
l'offriva alla misera fanciulla.
— Non crederò che mi siate amica se non accettate questo anello,
simbolo del legame fortissimo che unirà d'ora in poi i nostri cuori.
Lucia non oppose resistenza, Emma le passò al dito il prezioso anello.
La figliuola di Giacomo era soffocata da tante commozioni.
Emma era partita tra le benedizioni di quelle innocenti creature, le
quali aveanla accompagnata fino alla prima branca dello scale. Nel
ritornar che fecero sul misero abituro, Marietta guardò per caso in
sul tavolo, a cui si era momentaneamente appoggiata la Duchessina di
Gonzalvo. Ella mise un grido di sorpresa. Una borsa ripiena di monete
d'oro riposava sul tavolo.
Emma si affrettò a raggiungere Maurizio Barkley che l'aspettava a
qualche distanza. Ella montò in fretta sul corsiere, ed a fianco del
giovine inglese disparve nella polvere che lo scalpitar de' cavalli
avea sollevata. Prima di sparire, Emma avea agitato il suo fazzoletto
per salutare Lucia e i fratelli che, aggruppati sul terrazzino
della loro casa, risposero congiungendo le loro mani al cielo, quasi
implorando da Dio ogni grazia e benedizione sulla virtuosa e bellissima
donzella.
III.
MAURIZIO BARKLEY
Nell'immensa varietà delle anime, studio interminabile del filosofo
e dell'artista, subbietto inesauribile di meditazioni, s'incontrano
non di rado talune individualità così caratteristiche e singolari
da richiamare tutta l'attenzione dell'osservatore. Sono uomini che
si elevano, col volo delle loro aspirazioni, alle più alte regioni
dell'umanità; la virtù è tutto per essi, il mondo nulla; la società
in cui vivono non ha la forza d'incepparne il nobil pensiero colla
trivialità delle regole e delle convenienze o colle infinite esigenze
meschine di giornalieri bisogni: la virtù è la loro esistenza, non
già quella virtù di convenzione e di uso, ma quella che agli occhi
dell'uomo volgare è un eroismo giornaliero, e che tanto è più sublime
quanto più oscura e dispregiatrice di vana gloria. La terra ove
poggiano il piede non ha per essi più attrattive ed importanza del
ramuscello su cui l'augelletto si ferma un momento per librare il volo;
il frale è per essi l'involucro esoso dal quale ardono di sprigionarsi.
Nel novero di questi uomini era Maurizio Barkley, il quale seppe
elevarsi sopra l'ignobilità della sua razza. Nel mondo morale avviene
lo stesso che nel mondo fisico. Le apparenti irregolarità, ch'eccitano
la nostra collera, che fan profferire giudizii torti e temerarii,
che confondono la nostra scienza futile e vanitosa, sembran tali
per la ragione che noi le veggiamo da un punto solo e colla limitata
estensione della nostra vista.
Tutto può parere irregolare agli occhi dell'uomo: tutto è livello agli
occhi di Dio.
Le grandi anime combattono più delle altre coi corpi, ne' quali son
ristrette: la deformità, le malattie o la miseria stringono ne' loro
ceppi crudeli i più nobili istinti: le intelligenze non s'innalzano
che sulle ruine della propria creta. L'ingegno che crea deve scendere
dalla sua altezza per provvedere al tozzo di pane che dee soddisfare
alla richiesta dello stomaco; e sovente quel tozzo di pane non sarà
ottenuto che a forza di umiliazioni, d'improbe fatiche, di sofferenze.
La società venera l'ingegno, lo ammira; ma lo lascia perir di fame.
L'ignoranza spesso accompagna le ricchezze; gli onori del mondo sono
presso il corredo del vizio; e la virtù si trova anche più sovente
sotto i cenci.
La più nobile anima era nel corpo della più vile creatura, nel corpo
d'uno schiavo: Maurizio Barkley, l'_abbietta mercanzia_ comprata
con pochi scellini, l'ultimo e più dispregevole dei _Chattels_[4]
acquistati dal Baronetto Edmondo Brighton, avea ricevuto da Dio
un'anima sublime. Il nome di Maurizio Barkley fu dato a questo schiavo
dallo stesso Edmondo, poscia che quegli lo ebbe salvato da sicura morte
nel Circo di Cuba. Il nome che si avea Maurizio per lo addietro altro
non era che _Quickeye_ (occhio celere) per l'acutezza della sua vista,
onde rendeva importanti servigi nella caccia delle bestie feroci.
Maurizio era nato nella Colonia del Capo nella Cafreria: i suoi
genitori, schiavi probabilmente, erano sconosciuti. All'età di sei
anni appena egli fu venduto ad un mercante di schiavi e trasportato
nelle Indie inglesi a Patma, capitale del Bahor all'occidente di
Bengala. Le maschie fattezze del suo volto, l'estremo coraggio che
fin dall'infanzia aveva appalesato, la somma intelligenza che lo
distingueva il resero caro al suo padrone, che giammai non volle
disfarsene a qualunque prezzo. Ma alla costui morte Maurizio venne
imbarcato, assieme ad altre centinaia d'infelici suoi compagni, e
menato in America, dove fu comprato dal Baronetto Brighton.
Dicemmo che dopo l'avvenimento della lotta col toro, Edmondo, che aveva
scoperto in Maurizio il cuore più nobile ed elevato, lo innalzò alla
dignità di uomo, gli tolse il soprannome di _Quickeye_, e tutt'i segni
della schiavitù; gli diede il nome di Barkley, voleva dargli la libertà
che questi ricusò per affetto straordinario ed immenso che portava al
suo padrone. Ma Edmondo il considerava come uomo libero, e gli pose
anch'egli amore addosso. A se lo avvinse come tenerissimo amico, e gli
accordò la più illimitata fiducia, raccontandogli tutta la trascorsa
sua vita e le follie della sua giovinezza.
Abbiam detto in altro luogo che oltre all'incarico di vegliare su
i passi del Duca di Gonzalvo a Napoli, Maurizio avea ricevuto dal
Baronetto un'altra missione. E qual si era questa? La più dilicata,
la più nobile, la più scrupolosa che fosse stata mai affidata ad un
uomo al mondo. Maurizio aveva da molti anni l'incarico di badare al
sostentamento di cinque creature, figli naturali di Edmondo, e di cui
egli conosceva perfettamente la dimora e lo stato di vita.
In che modo Maurizio adempiva a questa singolare e bizzarra missione,
a cui il Baronetto l'avea destinato per sedare alquanto i rimorsi
della propria coscienza? Maurizio riceveva ogni mese una somma, metà
della quale serviva pe' suoi bisogni e per mantenersi con tutto
il decoro d'un ricco _gentleman_ (condizione indispensabile pel
disimpegno del suo mandato presso il Duca di Gonzalvo) e l'altra
metà era destinata al sostentamento de' cinque giovanetti, frutti
delle giovanili follie di Edmondo, e per pagare gli agenti subalterni
della fiducia di esso Maurizio. Questi cinque giovanetti, tra i quali
era Daniele, e di cui due eran donne ricevevano la somma mensuale
di cinquanta ducati. Maurizio teneva un agente di sua confidenza
in ciascun paese ove dimorava uno de' figli del Baronetto. Prima di
fissarsi in Napoli, Maurizio aveva personalmente visitato, secondo le
indicazioni ricevute dallo stesso Baronetto, ciascun fanciullo al cui
sostentamento egli dovea badare, ed erasi con la massima scrupolosità
accertato dell'identità degl'individui. Con quanta dilicatezza ei
dovesse diportarsi a tal riguardo e con qual circospezione, è ben
facile immaginare, tanto più se ponesi mente allo stretto divieto
ch'egli avea di far conoscere la provvenienza del sussidio mensuale
ch'ei recava o facea recare a' figli del Baronetto. Benchè Maurizio
avesse prescelto per agenti subalterni uomini di una probità a tutta
pruova, li teneva però perfettamente al buio su tutto ciò che non
era pratica di amministrazione; ei si serviva di questi uomini come
di semplici braccia, come di strumenti meccanici e non intelligenti.
Ogni mese Maurizio riceveva le cinque ricevute da' cinque individui
che riscuotevano il denaro, e quelle ricevute ei mandava fedelmente al
Baronetto, il quale vedeva a tal modo ogni mese la scrittura de' suoi
figli, ed il suo cuore era almeno in ciò pago nel conoscere che questi
innocenti non pativano difetto de' mezzi di vita.
Durante la dimora di Daniele a Manheim e nella casa del Baronetto,
questi ricevè una volta da Maurizio Barkley, tra le altre quietanze
dei suoi figli, quella benanche di Daniele, tranne che questa portava
per cognome Fritzheim e non de' Rimini, imperocchè, se ben ricordano
i nostri lettori, la prima volta che Daniele firmò la ricevuta de'
cinquanta ducati, egli stava ancora in casa di Giacomo lo stradiere, e
non si era dato ancora il fattizio cognome di de' Rimini. Oh se Edmondo
avesse potuto sospettare che il giovin pianista italiano Daniele de'
Rimini che albergava nella sua medesima abitazione ed al quale egli
avea posto addosso tanto amore, altri non era che Daniele Fritzheim,
suo figlio, frutto dell'infame seduzione sulla persona della sventurata
Juanita di Gonzalvo! Ed oh! se Daniele, nel ricevere da ignota mano nel
ricco ostello di Manheim la consueta polizza, avesse potuto supporre,
che il vero donatore di quel danaro mensuale altri non era che il
Baronetto Edmondo, Conte di Sierra Blonda, suo padre! Per qual cagione
Edmondo avea formalmente vietato a Maurizio Barkley di rivelar giammai
ai propri figli, e per qualsivoglia circostanza, il suo nome, le sue
qualità, il suo ritiro e i vincoli di natura? Edmondo avea fatto tanti
sventurati, avea portato il disonore in tante famiglie; ch'ei voleva,
risarcendo in parte il male che avea fatto, rimanere ignoto a tutti,
abbandonarsi senza disturbi alla vita riposata e tranquilla che si
riprometteva di menare nel ritiro di Manheim. D'altra parte, ei temeva
le private vendette, gli odii, le gelosie: temeva le rappresaglie de'
suoi tanti nemici. Tra il suo passato e il suo avvenire egli avea posto
una barriera, che volea non fosse valicata neppure dalla più nobile e
sacra passione, l'amor paterno.
Un'altra circostanza dobbiamo ricordare ai nostri lettori, perchè
nulla rimanga a tal riguardo senza spiegazione. Allora che Daniele si
presentò per la prima volta agli occhi di Maurizio Barkley, questi
pronunziò le seguenti parole _Alla buon'ora! Eccone uno che gli
rassomiglia!_ Ora non è più necessario spiegare il sentimento di questa
frase. Maurizio alludeva alle sembianze degli altri quattro figli
di Edmondo, dalle quali non avea potuto trarre nessun argomento di
somiglianza.
Quando Maurizio ricevè in Napoli la quietanza di Daniele in data di
Manheim, ei fu sorpreso del caso bizzarro il quale riuniva nello stesso
paese il padre ed il figlio; ma nulla sapeva ancora che il pianista
dimorasse _Schoene Aussicht_, vale a dire nella medesima abitazione
del Baronetto. Laonde non sappiam dire da quanta maraviglia ei fosse
preso nel ricevere dallo stesso Baronetto una lettera in cui questi
gli dava notizia di aver dato ospitalità al pianista italiano Daniele
de' Rimini. Maurizio ben conosceva chi era Daniele de' Rimini. Da
questo momento oltre ogni credere dilicata e difficile addivenne la
posizione del povero Maurizio. Doveva egli rivelare al genitore la
dimora del figlio nella propria casa? Maurizio non prese a questo
riguardo alcuna risoluzione, aspettò un'altra lettera dal Baronetto per
potersi decidere a qualche passo. Ogni giorno Maurizio andava in casa
del Duca di Gonzalvo, e questi lo ricevea sempre colle dimostrazioni
della più grande amicizia, imperocchè il Duca avea sperimentato nel
giovine inglese una esemplare probità ed un carattere franco, leale ed
integerrimo. Edmondo, colle sue estese relazioni, avea fatto scrivere
per Maurizio una possente lettera di raccomandazione da Spagna al Duca
di Gonzalvo in Napoli, e questa lettera fu il mezzo d'introduzione per
Barkley nella casa del nobile spagnuolo; il quale accordogli in seguito
sì fattamente la sua fiducia che le porte della sua casa erano aperte
in ogni ora del giorno all'Esquire Maurizio Barkley.
E quasi tutt'i giorni Maurizio vedeva Emma; spesso intrattenevasi con
lei, non ostante quella specie di ripugnanza che la figliuola del
Duca di Gonzalvo mal dissimulava contro di lui. Ma la condotta, le
parole dello Esquire Barkley erano irreprensibili, ed Emma non ebbe
giammai a dolersi della minima infrazione che quegli avesse commessa
alle leggi del buon vivere. Ciò non pertanto la fanciulla andalusa
era sovente imbarazzata dallo sguardo di acciaio di Maurizio, il quale
sembrava voler penetrare nelle più recondite latebre del cuor di lei.
La fisonomia dell'inglese, ordinariamente fredda e marmorea, acquistava
dappresso a lei un'espressione indefinibile; que' suoi occhi africani
lucevano come due pugnali, e il colore del suo volto da olivastro
diveniva bianco. Emma ammirava talvolta il complesso della testa di
Maurizio, che aveva qualche cosa di straordinario e di eccezionale.
I suoi capelli folti, duri e ricci gli tempestavano le tempia e la
parte posteriore del collo come ispida foresta, e le sue sopracciglia
ingrossate dall'ardente sole della Cafseria si spiegavano come due
archi terribili su le due nere frecce degli occhi; era nell'espressione
e nel taglio del suo capo qualche cosa del leone.
Nelle fattezze di quest'uomo era la natura selvaggia e indomita unita a
quella impronta di nobiltà che la virtù solamente può dare agli uomini.
Nel tempo stesso la schiavitù avea lasciato il suo marchio indelebile
nel carattere di lui cupo, aspro e sospettoso; quell'anima ardente nata
per amare era stata defraudata financo del più caro sentimento, l'amor
filiale. La più brutale condizione era stata imposta a quell'uomo, nel
cuor del quale, fin dalla più tenera infanzia, era stata distillata
ogni più bassa e truce passione, le quali per altro non aveano potuto
attecchirvi.
Abbiam detto che Maurizio vedeva Emma quasi ogni giorno. Quell'uomo
ch'era arrivato all'età di trentadue anni nella maggior severità
di pudore, e che non pertanto sentiva nel petto le fiamme del cielo
africano; quell'uomo che sentiva ribollirsi il sangue al solo udir
parlare d'amore non potea veder Emma tutt'i giorni senza rimanere
attossicato dagli occhi della spagnuola. Ben presto una passione cupa
si scavò un passaggio nella sua anima come una mina nelle visceri della
terra. E questa passione crebbe, crebbe alimentata da tutta la volontà
dello stesso Maurizio, il quale trovava in essa la più grande felicità
della sua vita. Stranezza incomprensibile! Maurizio era felice nel suo
amore sepolcrale: nessun raggio di speranza balenava su esso; e questo
appunto alimentava la nascosta sua fiamma. Giammai non gli venne al
pensiero l'idea d'una corrispondenza di Emma! però che questa idea
era per lui un assoluto impossibile. Intanto egli era felice di amare
Emma: era questo amore il suo culto, migliore assai di quel barbaro
_feticismo_ che gli avevano insegnato colle nerbate della schiavitù.
Questo solitario amore, dava a Maurizio le più singolari tendenze.
Sovente egli si recava ne' luoghi più remoti e campestri, visitava
i villaggi che circondano Napoli, montava l'erta del Vesuvio o de'
Camaldoli, ed ivi, seduto su qualche collina, o alla vista del mare,
egli si abbandonava a tutta la malinconica tenerezza della sua anima.
In così fatte interne conversazioni egli si apriva interamente a sè
stesso, e si piaceva di confidare all'aura del cielo i sentimenti del
proprio cuore. L'immagine di Emma era la sua compagnia: quell'immagine
cara prendeva agli occhi di lui forme eteree e leggiere; rivestiva
i colori della nugoletta indorata che attraversava la tacita volta
del cielo, nella forma di sottil nebbia si piegava sulle onde del
mare, quasi per udirne i segreti, si raccoglieva sotto l'ombra di un
platano, o si sfumava colla luce nel lontano orizzonte. Chi può dire le
strane visioni di un'anima vergine e selvaggia che ama coll'ardore de'
deserti, e che è continuamente costretta a ripiegarsi sovra sè medesima
per mancanza di eco? Alcune volte la vulcanica passione di Maurizio
scoppiava dal suo seno come tremenda eruzione, e allora i suoi occhi
infiammati di lagrime giravano come quelli dell'affamato leone che
percorre la vastità del deserto senza trovare di che satollare la sua
fame; allora lo schiavo facea rimbombare le solitudini de' campi con
gridi terribili e disperati: allora tutto gli era insopportabile, il
moto e la quiete, la compagnia e la solitudine, la luce e le tenebre.
Ma questi momenti di debolezza eran rari, perchè l'anima di Maurizio
era forte come il suo corpo vergine ed avvezzo alle più orrende
privazioni.
Maurizio avea nascosto nel più profondo dell'anima il segreto del suo
amore; era impossibile all'occhio più destro e indagatore lo scoprire
la passione ardentissima che bolliva nel petto di lui. La stessa Emma,
lungi d'addarsene minimamente, non iscorgeva nel _gentleman_ che un
freddo egoista. Ma dal dì che Maurizio l'ebbe salva da sicuro pericolo
di vita, Emma il risguardava con altr'occhio, ed il tenne in istima
di amico sincero e leale. Fu quello certamente il più bel giorno della
vita di Maurizio. Ed or cade in acconcio il dire ch'egli, inosservato,
seguiva sempre Emma dovunque costei si recava: e quel giorno della
cavalcata fu sul principio un tristo giorno per lui, dappoichè Maurizio
vedeva a fianco di Emma i più leggiadri cavalieri! ogni parola che la
fanciulla volgeva a qualcuno di loro era dardo al cuore dell'Africano.
Da lungi egli non perdeva mai d'occhio ciascun movimento di lei. Abbiam
già detto ch'egli possedeva tal vista acuta, che tra gli schiavi suoi
compagni si era meritato il nome di _Quickeye_ (occhio celere).
Non così tosto Maurizio ebbe veduto Emma discostarsi dalla comitiva
e prendere sola la via di _S. Maria degli Angeli alle Croci_, pensò
subitamente, con quella penetrazione che soltanto l'amore sa dare;
che la fanciulla andava a trovare Lucia Fritzheim. Già Maurizio
conosceva la faccenda della lettera di Lucia capitata nelle mani di
Emma, conosceva la strana proposta di Daniele al Duca di Gonzalvo,
e sospettava l'inclinazione di Emma pel giovine pianista. Con una
parola Maurizio poteva distruggere tutto l'edificio delle speranze di
Daniele. Quand'anche il Duca di Gonzalvo avesse avuto in pensiero di
aspettar davvero i due anni promessi: quand'anche Daniele fosse tornato
milionario ed amante riamato di Emma, una sola parola annientava ogni
unione tra Daniele ed Emma. Bastava che Maurizio avesse detto al Duca
di Gonzalvo esser Daniele figlio naturale del Conte di Sierra Blonda,
cui tanto il Duca detestava e contro il quale avea giurato mortal
vendetta. Ma lo schiavo di Patna avea l'anima nobile. Alla festa di
Lady Boston, egli avea promesso a Daniele di non parlare, e questa
promessa era sacra per lui; il pensiero di violarla giammai non era
entrato nella sua mente. Avvegnacchè ardentemente egli amasse la
giovinetta spagnuola, e sapesse che a costei le premure di Daniele non
erano indifferenti, Maurizio non si lasciò sfuggir giammai una parola
che avesse potuto umiliare l'amante agli occhi dell'amata. Eppure sa
il cielo quanto soffriva il cuore di lui allora che Emma, dissimulando
la sua agitazione, gli parlava del giovine pianista, del costui genio
musicale, delle brillanti qualità dello spirito di lui. Maurizio
disprezzava nel suo interno il trovatello, tipo d'ingratitudine,
d'infedeltà e di slealtà; e ciò non per tanto nol degradava agli occhi
di lei, sembrandogli codardia il valersi di un segreto per fargli
perdere la stima della donna amata. Benchè rivale, Maurizio disprezzava
Daniele, e troppo egli era nobile e altero d'animo per abbassarsi
ad una inutile soperchieria. E diciamo inutile, perchè Maurizio non
isperava di acquistarsi giammai l'amore di Emma, ed il pensiero d'una
corrispondenza di affetti era lontanissimo dalla sua mente.
Ma dal giorno in cui Maurizio ebbe la somma ventura di esporre la
propria vita per sottrarre l'adorata andalusa da terribile pericolo,
nell'animo di lui avvolgeansi costantemente le parole profferite da
Emma nell'avviarsi alla casa di Lucia Fritzheim. Questa fanciulla avea
detto: SALVATEMI IL CUORE DOPO DI AVERMI SALVATA LA VITA! Emma dunque
amava!!
Maurizio ricordava eziandio che la figliuola di Gonzalvo avea
detto: _Andiamo a spargere il conforto della carità là dove la più
nera perfidia ha sparso il dolore, la miseria, e voleva spargere
l'ignominia!_
Non ci era dubbio: quella _nera perfidia_ non potea sulle labbra di
Emma riferirsi ad altri che a Daniele. Ella dunque sapea di essere
stata ingannata da costui sul conto di Lucia Fritzheim. Maurizio
interrogò freddamente sè stesso; dimandò alla sua coscienza quello
ch'egli dovea fare per _salvare il cuore di Emma_. Tradir Daniele? Non
mai.
Maurizio pensò varii giorni su quel che dovea fare: e un bel mattino,
una fredda risoluzione era presa.
A che si era determinato Maurizio Barkley?
IV.
L'ARDITA MENZOGNA