si riduceva assieme a Daniele, e dove, coricato sulla magnifica sedia
a foggia di letto, si abbandonava al piacere di sentire a suonare il
giovine pianista. Un preziosissimo pianoforte era stato trasportato
nella camera verde. Pochi momenti dopo di aver preso il tè Daniele si
sedeva innanzi allo strumento ch'ei toccava con tanta perfezione, e
traeva da que' tasti sublimi e patetici accordi.
Alcune volte Daniele suonava pezzi di grandi maestri da lui variati
co' colori della più ricca fantasia. Era un torrente di melodie or
piane e soavi come le cantilene religiose di vergini romite, or gravi
e solenni come le preci dei morti salmeggiate in una chiesa lontana,
or vivaci e liete come l'inno della speranza: era un concerto di
accordi non mai uditi, or vibrati e veementi come i palpiti delle
giovanili passioni, or dimessi e pacati come il mormorio del vento
sulle acque d'un ruscello. Alcune altre volte Daniele sposava il canto
all'armonia strumentale: e allora quella sua voce era una potenza di
affetti inesprimibili, la sua anima parea soggiogata dalle commozioni.
Quel canto limpidissimo, soave, tutto cuore, tutto passioni, eco
dell'anima, quel canto italiano ispirato da un cielo innamorato, quel
canto, delizia della vita, storia sublime delle segrete sofferenze del
genio peregrino in sulla terra, il canto di Rubini, di Lablache, di
Basadonna, si ritrovava in terra straniera sulle labbra di Daniele, e
andava a toccare i più nascosti penetrali nel cuore di Edmondo, che
pallido affannoso, tremante ascoltava le note dolcissime che, come
effluvii divini, partivano dal cuore più che dalle laringi del giovine
artista.
Edmondo sembrava men tristo del consueto: dormiva talvolta sonni
placidi. Ma il lugubre fantasma non cessava di assalirlo di quando
in quando, e alcune volte ne' momenti stessi in cui suonava Daniele.
L'incanto della musica spariva di botto, e le note basse del
piano-forte prendevano agli orecchi di lui il solenne e terribil
carattere de' rintocchi della squilla di morte.
Una sera, Daniele cantò la romanza del _colpevole amore_, ch'egli avea
cantata sei mesi fa, nella sala di Lady Boston a Napoli. Sì grande fu
la commozione onde l'artista fu preso al ricordo della donna ch'egli
amava, che non potè terminar la romanza; le lagrime gli bagnavano il
volto. Inconcepibile contraddizione del cuore umano! Quel giovine, nei
momenti in cui non era ispirato dal genio musicale, avea l'anima dura
e malvagia: la sua condotta verso Lucia n'è una pruova. Ma nei momenti
in cui era favorito dalla ispirazione, Daniele era tutt'altro uomo. Chi
avesse giudicato di quel cuore negl'istanti in cui egli era artista,
sarebbesi formato di lui l'opinione d'uomo sensitivo e virtuoso.
Edmondo fu profondamente commosso dall'accento con cui il giovine
avea cantato il suo _colpevole amore_; di talchè veggendo che quegli
non poteva più proseguire per l'effetto delle proprie commozioni, gli
domandò:
— Voi amate, Daniele?
— Amo, signor Conte, amo la più vaga creatura che sia sulla terra, ella
ispira i miei componimenti, dà l'impulso alle mie dita. La speranza di
possederla m'incoraggia alle più ardue fatiche.
— In che paese si trova al presente cotesta fanciulla?
— In Napoli.
— Quantunque voi diciate che non paleserete il nome di lei ancora
che vi si desse un regno, disse sorridendo il Conte, pure userò
l'indiscrezione di dimandarvi a qual famiglia appartiene la donna che
amate.
— È la figlia di un nobile e superbo spagnuolo, che si è
volontariamente esiliato dalla sua patria poscia che le vicende
politiche lo ebbero spogliato del potere.
— Il nome di costui? chiese il Baronetto con ansietà.
— Il Duca di Gonzalvo.
— Ah! egli! esclamò Edmondo: e voi siete il fidanzato di sua figlia?
— Volesse il cielo che il fossi!... Ma voi conoscete il Duca di
Gonzalvo?
— Sì, rispose con tristezza il Baronetto, l'ho conosciuto in Ispagna:
uomo protervo, ambizioso, avaro!
— È vero pur troppo quanto dite, signor Conte. Ambizioso, avaro e
superbo! Oh! perchè sua figlia è un idolo di bellezza! Perchè ho avuto
debolezza di amarla!
— Rifiuta egli forse di rendervi felice?
— Ebbene sì signor Conte, rispose ii giovine con abbattimento, ei
ricusa. Il giorno in cui gli chiesi la mano di sua figlia, il superbo
mi umiliò con ogni maniera d'ingiurie.
— E quale speranza nutrite ancora di possederla?
— Nulla posso nascondere a voi, signor Conte: la benevolenza di cui mi
onorate e il vostro rispettabile carattere m'ispirano un'illimitata
fiducia. Vi dirò adunque che io strappai al Duca di Gonzalvo la
promessa d'attendere due anni prima d'impegnare la sorte di Emma sua
figlia.
— E condiscese il Duca ad aspettar questo tempo?
— Condiscese, però che io gli promisi di ritornare..... dopo due
anni..... di tornare....
Daniele avea vergogna di confessare il folle ardimento della sua
proposizione.
— Ebbene, di ritornar che cosa? dimandò il Baronetto.
— Di ritornar..... milionario, rispose il giovine arrossendo e
abbassando il capo.
Edmondo sorrise.
— Milionario! esclamò questi, e su che speravate accumulare in due anni
una tal favolosa fortuna?
— Nol so io medesimo, signor Conte, speravo negli eventi, nella mia
stella, e soprattutto nella febbrile operosità che mi avrebbe data la
mia passione per Emma.
— E quanto avete guadagnato finora nel giro dello vostre accademie?
— Pochissimo, signor Conte, quasi niente; le spese dei viaggi assorbono
tutto. Mi avveggo pur troppo che la mia proposizione fu dettata da
impeto giovanile, dallo sdegno in cui mi posero le umilianti parole di
quel superbo... Ma non mi fo più illusione, signor Conte; i due anni
passeranno, ed io non avrò potuto metter su che un meschino capitale
appena bastante per vivere indipendentemente dal capriccio della sorte.
Oh... ci vuol ben altro che note musicali per diventar milionario, non
è vero signor Conte?
— Verissimo, mio caro Daniele. La vostra proposizione fu troppo ardita
ed inconsiderata: ciò nulla di meno....
Edmondo si fermò di repente; i suoi occhi erano animati, brillanti,
il suo volto avea preso un carattere di vivacità straordinaria. Un
pensiero al certo gli era volato per la mente al quale ei si era
fermato con compiacenza e con delizia. Daniele avea notato il subitaneo
cangiamento della fisonomia del Conte. La reticenza che avea seguita
alla frase _ciò nulla di meno_ avea fatto balzar di speranza il cuore
del giovane pianista.
— Ebbene, signor Conte, voi dicevate... _ciò nulla di meno_.
— Sì, rispose Edmondo io diceva... Non bisogna disperare... chi sa!
Ditemi, Daniele, avete voi coraggio?
— Se ho coraggio! Mettetemi alla pruova, signor Conte, e vedrete se ho
coraggio anche di affrontar la morte!
Daniele guardava attentamente il volto e gli occhi del Conte ne' quali
si dipingeva quasi una specie di abberrazione mentale.
— A che questa interrogazione, signor Conte?
— Domani vel dirò... Domani parleremo a lungo... Io forse vi sarò
debitore d'una ETERNA obbligazione, e voi forse dovrete a me... la
vostra fortuna...
Edmondo si alzò: il suo volto raggiava di insolita gioia.
— Buona sera, Daniele, buona sera, gli disse stringendogli la mano,
buona sera, figlio mio, a domani... a domani... Chi sa! domani forse la
vostra sorte è cangiata!
Il Baronetto si ritirò. Daniele rimase trasognato. Eppure, quella
parola che il Conte avea profferita, quel _figlio mio_ avea scossa
l'anima del giovine!
VII.
LE CONDIZIONI
Si figurino i nostri lettori con qual e quanta impazienza Daniele
aspettò il giorno vegnente. Le parole erano state chiare e precise:
_Domani forse la vostra sorte è cangiata_, avea detto.... _Io forse
vi sarò debitore d'una eterna obbligazione, e voi forse dovrete a me
la vostra fortuna_. Daniele avea mandato il cervello a sparviero in
tutto il corso della notte per trovare il bandolo della matassa; ma
neppure una congettura, una supposizione avea egli potuto formarsi su
tal proposito. Che specie di servigi poteva egli prestare al Conte? Che
d'uopo avea questo milionario dell'opera sua? Nessun giorno della sua
vita era stato atteso con tanta bramosia quanto quel domani, il quale
dovea risolvere un problema di tanta importanza.
E il domani, in sull'alba, Daniele si gittò dal letto, e aspettò con
ansia febbrile la chiamata del Baronetto. Quanto gli sembrarono eterni
quei momenti! Non fu che verso le undici che il Baronetto fece pregare
Daniele di salir da lui.
Edmondo fece entrare il giovine nella camera verde, di cui fece
chiudere gli usci, ordinando ai servi che per qualsivoglia cagione non
avessero ardito di venire a sturbare il colloquio ch'egli dovea tenere
col suo ospite.
Daniele trovò Edmondo seduto presso un tavolino, sul quale era un
volume con molto lusso ligato e il ricapito da scrivere. Egli fe' cenno
a Daniele di sedersi. Alcuni momenti passarono senza che nessuno de'
due avesse rotto il silenzio. Edmondo incominciò:
— Questo colloquio che ci accingiamo a tenere signor de' Rimini, è
d'una estrema importanza per entrambi. Esso può decidere della mia
vita, siccome della vostra immensa fortuna. È un contratto ch'io vi
proporrò.
— Io vi ascolto, signor Conte, e non so dirvi con quanta impazienza ho
aspettato questo momento. Parlate, signor Conte, ed abbiate in me la
confidenza che potreste avere in un vostro figliuolo.
Daniele abbassò gli occhi e arrossì. Edmondo conficcò l'ardente e cupo
suo sguardo in sul volto del giovine, e seguitò:
— Pria di tutto, ei fa d'uopo rivelarvi, signor Daniele, ch'egli è più
di un anno ch'io soffro. La strana e tremenda natura del mio male non
ammette rimedii fisici: io dispero della guarigione, tranne che voi
non acconsentiate a quanto io vi proporrò. Vi confesso che coll'enorme
guiderdone ch'io darò all'opera vostra potrei trovare mille altri che
si presterebbero al mio volere: ma nessuno al certo potrebbe ispirarmi
l'amore e la fiducia che voi m'ispirate. Già ve l'ho detto; fin dal
primo istante in cui vi ho veduto, hommi sentito una inesplicabile
simpatia per voi, la quale è venuta ad esser rafforzata dalla strana
rassomiglianza ch'è nelle nostre fattezze del volto.
— Ed io sono oltre ogni credere felice, disse Daniele, di portare sul
mio volto una guarentigia del vostro affetto.
— Di cui or ora vi darò una pruova grandissima. Ma badate, Daniele
badate ch'io chieggo da voi un sacrifizio enorme, inaudito. Nessun
figlio, per quanto amore avesse al padre, si è mai sottoposto alla dura
pruova alla quale io vi chiamo, dandovi in compenso tutto quanto io
posseggo.
Daniele si sentì dare un tuffo di sangue al cervello; le orecchie gli
zufolarono; la vista gli si annebbiò.
— Tutto quanto voi possedete, signor Conte! ripetè il misero
schiacciato dal peso della propria felicità.
— Sì, Daniele ecco... ecco il mio testamento, disse Edmondo
mostrandogli sul tavolino un foglio di carta; ecco il mio testamento
scritto di proprio pugno questa notte, alla presenza del MIO CAD...
Edmondo s'interruppe. Daniele era così sbalordito, così stupefatto da
quel che sentiva, che non fece la minima attenzione a questa reticenza
del Baronetto. Quel foglio di carta che Edmondo gli aveva additato come
testamento sconcertava la sua ragione, imbrogliava le sue idee.
— Il vostro testamento! signor Conte... il vostro testamento!
— Sì, ed uno solo è l'erede di tutte le mie ricchezze, Daniele de'
Rimini.
Questo colpo era troppo forte pel giovane: gli occhi se gli abbuiarono,
la ragione gli vacillò.
— Oh... che mai dite! Signor Conte! vostro erede!... erede universale!!
Due volte milionario come voi! E chi sono io dunque! E che cosa ho
fatto per meritarmi tanto amor vostro?
— Nulla ancora avete fatto, ma molto dovrete fare?
— Dite, signor Conte, per carità, parlate; che cosa debbo fare per
dimostrarvi la mia gratitudine? Come sdebitarmi con voi di tanta pruova
di affetto? Parlate, la mia vita è vostra.
— Ascoltate, signor de' Rimini, ascoltatemi attentamente. Vi dirò
poscia le condizioni ch'io pongo all'eredità che vi lascio.
«Sappiate dunque che da qualche tempo io sono travagliato giorno
e notte da un pensiero che mi dà morte. Tutt'i mezzi ho tentato
per fugare questo fantasma che mi strugge, ma tutto indarno. Voi
maraviglierete della stranezza del mio male, ma per quanto si voglia
strano, esso non è men vero terribile... Ebbene, io non so perchè,
m'immagino che morrò di morte apparente, e che sarò tratto alla tomba
ancor vivo!
Daniele fece un movimento di sorpresa, cui Edmondo non badò punto e
prosegui:
— Capite voi, signore, tutto il terribile di simigliante pensiero?
Esser sepolto vivo! Destarsi nelle tenebre, chiuso in ferrea bara! Aver
la certezza che nessuno potrà aiutarti, che nessuno potrà udire la tua
voce. Mancarti l'aria! sentirti scoppiare i polmoni! E quel coverchio
di piombo che non cede a sovraumani sforzi che fai per dischiuderlo!
Inesorabile come l'eternità! Esser morto ed avere il sentimento e
le angosce della vita! Esser vivo cogli orrori della morte! Sentirsi
morire lentamente e tra gli strazii di una volontà impossente! Sentirsi
estinguere e pensare che forse su quei pochi palmi di terreno che ti
covrono si trova qualche essere umano il quale potrebbe aiutarti se
arrivasse a udire la tua voce!....
Viver sepolto, mentre si piange forse in sulla tua tomba! Oh! questo
pensiero è troppo atroce, n'è vero signore? Non è cosa orribile il
pensarci soltanto?
— Non ci è dubbio, rispose Daniele, sempre più attonito dalle parole
del Conte; ma fa d'uopo considerare, signor Baronetto, che simili casi
non sono che rarissimi...
— Rarissimi!... rarissimi, voi dite! Oh! è vero, rarissimi sono i casi
conosciuti, ma quanti milioni di questi casi non han potuto accadere,
rimasti miseramente ignoti e sepolti negli orribili segreti della
tomba! Rarissimi! voi dite! E siete forse andato voi a verificare i
misteri del sepolcro? Quando si son gittati sei palmi di terreno sovra
una bara, chi ha mai pensato di andare ad esplorare se l'uomo rinchiuso
in quella bara sia ridesto all'apparente sonno di morte? Oh quante
volte forse, quante volte una tenera sposa, un figlio inconsolabile
si strugge in lagrime, mentre il misero consorte, il padre amatissimo
muore nella più orrenda disperazione che mente umana possa concepire,
quella di esser sepolto vivo! Rarissimi voi dite questi casi! ed avete
voi, mai nel silenzio della notte, messo l'orecchio sulla terra dei
morti? Oh quante volte il gemito dell'aura notturna tra i cipressi
d'una tomba è l'eco di un gemito che si perde nelle visceri della
terra! Oh quante volte le preci che risuonano sopra un feretro di
fresco aperto, invece d'implorare dal cielo la requie eterna ad un
morto, accompagnano l'agonia straziante d'un moribondo! Voi credete
che tali casi siano rarissimi? Or bene io dico che su cento persone
che vengono sepolte, un trenta almeno vengono menate ancora vive alla
tomba. Leggete, leggete, signore, quest'opera tedesca sulla _Morte
apparente_, e vedete in quante maniere si può esser tratti in inganno
dai segni apparenti della morte. Migliaia di esempi troverete in
quest'opera di persone che furon credute morte e che in fatti non lo
erano! La morte apparente è sì comune, massime, ne' vecchi! Ebbene, io
ho provveduto a questo: ho provveduto benanche all'avvenire del mio
cadavere, a quest'ente che gli uomini abbandonano come cosa che più
loro non appartenga. Si pensa a figli, si pensa alla moglie, a parenti,
agli amici, a' servi ed al proprio cadavere non si pensa. Incredibile
cecità! Ma io vi ho pensato, e consacro tutte le mie ricchezze alla
felicità del mio cadavere. Ascoltate, ascoltate a quali condizioni io
vi nomino mio erede universale.
Edmondo prese dal tavolino il suo testamento e lesse con ferma voce ma
cupa e sepolcrale:
«Di tutti i suddetti miei beni mobili ed immobili co' titoli annessi,
in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine
Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista.
Ma il detto Daniele de' Rimini non potrà esser messo in possesso de'
miei beni se non mostrerà legalmente di aver adempito alla seguenti
condizioni:
1º In qualunque paese si trovi il detto Daniele de' Rimini
nel tempo della mia morte, dovrà, dietro avviso, trasferirsi
immediatamente a Manheim, in questa proprietà di _Schoene
Aussicht_.
2º È mia precisa volontà che il MIO CADAVERE sia imbalsamato col
nuovo metodo di iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà
esser fatta dal mio medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni
dopo che io non avrò dato più segni di vita, e dietro i più esatti
e scrupolosi esperimenti per accertarsi della VERA mia morte.
Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di diecimila
fiorini.
3º È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE, dopo
l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano
della mia proprietà di _Schoene Aussicht_.
4º Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore
testamentario, dovrà essere il CUSTODE DEL MIO CADAVERE durante
NOVE MESI, a contare dal giorno della mia morte.
5º Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che
si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton,
Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria,
ed ogni settimana i vestiti.
6º Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli
stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè,
e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente.
7º Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini
suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e
canterà un'aria di sua scelta. Il mio cadavere sarà adagiato sulla
sedia a foggia di letto, ch'è nella camera verde.
8º La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele
de' Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della
corruzione.
9º Il signor Daniele de' Rimini, di concerto col dottor Weiss,
provvederà a' mezzi di purificar l'aere della camera verde ed
allontanar le cattive esalazioni del mio cadavere.
10º Mi si useranno tutti que' riguardi e quelle attenzioni che sono
dovute al mio stato, e che mi si userebbero se io fossi vivo.
11º Passato il tempo de' nove mesi, il signor Daniele de' Rimini
farà porre il mio corpo in una cassa di bronzo dorato di cui egli
solo conserverà la chiave, e mi farà riposare nella mia villa di
_Schoene Aussicht_, in un apposito mausoleo che vi farà costruire.
Egli si obbliga parimente di visitare di tempo in tempo le mie
spoglie mortali, le quali io raccomando alla sua sollecitudine ed
alle sue cure.
12º Mancandosi dal signor Daniele de' Rimini ad una sola delle
condizioni da me poste, la cui esecuzione dovrà esser legalmente
verificata e consegnata in apposito atto di cancelleria, s'intende
il signor Daniele de' Rimini scaduto dal diritto di eredità, ed in
sua vece, de' miei beni si farà l'uso che indicherò qui appresso.
13º Nel caso che il signor Daniele de' Rimini, durante il corso
dei nove mesi, cadesse ammalato e non potesse quindi adempiere
personalmente agli obblighi giornalieri da me impostigli, potrà
affidarne l'esecuzione a persona di sua piena fiducia, e sempre
sotto la sua diretta responsabilità. Il caso della sua malattia
dovrà per altro essere legalmente verificato con attestati
di esperti medici, a capo dei quali il mio dottor Weiss di
Francoforte.
14º Da ultimo, nel caso in cui il signor Daniele de' Rimini morisse
prima di me, questo testamento rimane di fatto annullato, e sarà da
me provveduto diversamente alla divisione dei miei beni.
15º Se il signor Daniele de' Rimini morisse nel corso dei nove
mesi, potrà delegare altra persona di sua scelta a continuare
l'adempimento dei presenti obblighi; ma le disposizioni
testamentarie del signor de' Rimini non avranno vigore se non
spirato il termine di nove mesi, e verificata in piena regola
l'esecuzione della mia volontà.
Il testamento conteneva altre disposizioni che Edmondo stimò
inutile di leggere al giovine pianista, trattandosi di cose
secondarie e di rito legale.
Daniele avea prestato attento l'orecchio alle strane condizioni che
il Baronetto avea posto al possedimento della sua eredità. Durante
la lettura del testamento, molte fiate sospinse gli occhi attoniti
sul sembiante del milionario, perocchè sospettava non essere il
costui cervello nel naturale suo sesto. Ma niente rivelava in Edmondo
alterazione di mente; e le condizioni del suo testamento, avvegnachè
non mai intese, eran dettate con molta regolarità e ponderazione.
Si scorgeva che quel soggetto avea per molto tempo formicolato nel
cervello di lui, ed era in particolar modo originato dalla strana paura
di essere sepolto vivo. D'altra parte, essendo inglese il Baronetto,
non poteva arrecar maraviglia una strambezza di questo genere, essendo
pur troppo noto che nella vita privata gl'inglesi escono sempre dalle
vie comuni ed amano di segnalarsi per fatti singolari e bizzarri.
Dopo alcuni momenti di silenzio, Edmondo che avea fitto uno sguardo
indagatore negli occhi di Daniele, dimandandogli:
— Or bene, signor de' Rimini, sarete voi il mio erede? Accettate voi le
condizioni del mio testamento?
— LE ACCETTO, rispose con fermezza il giovine che si era fatto
pallidissimo.
Edmondo mise un piccol grido di gioia, si alzò e corse ad abbracciar
Daniele.
— Grazie, grazie, figliuol mio: ora la mia guarigione è assicurata,
ora le mie notti non saranno più turbate da orrendi fantasmi: or son
felice, sì, felice; e a te debbo la mia felicità.
Daniele era rimasto qual trasognato.
— Eccovi milionario, prosegui il Conte, eccovi due volte milionario.
Questa casa è vostra, le mie proprietà sono vostre. D'ora in poi io vi
considero qual figlio mio. Andate, andate dal superbo Duca di Gonzalvo
e ditegli che tra dieci, venti o trent'anni voi lo schiaccerete sotto
mucchi d'oro.
— Tra dieci, venti o trent'anni! Ed Emma? mormorava tra sè costernato
il pianista, e guardava distratto il Baronetto sul cui volto brillavano
raggi di gioia.
Parte Quarta
I.
LA CAVALCATA
Allontaniamo per poco il nostro sguardo da _Schoene Aussicht_,
dove, poscia che il contratto di morte fu chiuso, tutto fu profonda
tranquillità per alquanti giorni, e ritorniamo al palazzo S... dove
lasciammo quella perla delle fanciulle, Emma di Gonzalvo.
Esaminiamo un poco i suoi sentimenti e scrutiamo i suoi pensieri color
di rosa che si aggirano in quella bellissima testolina modello e su per
quella fronte più bianca dell'alabastro. Oh com'è difficile di poter
leggere in quel cuore! il sorriso è sempre su quelle labbra tanto più
eloquenti quanto men loquaci; il piacere è sempre in quegli occhi neri
come la morte ch'essi mettono nel cuore. Non direm già il dolore, ma la
tristezza è straniera a quella natura vulcanica, se non è quella dolce
mestizia di cui talvolta si ammanta l'eburnea sua fronte per vaghezza
di sentimenti, per civetteria, per moda. Ella sa che l'astro della
notte è più bello allora che una diafana sfoglia di nugoletta ne vela
la bianca luce.